Torquato Tasso (Goldoni)/Atto IV

Atto IV

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Atto III Atto V

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ATTO QUARTO.

SCENA PRIMA.

Sior Tomio solo.

Quanto che pagheria saver chi è sta Leonora,

Che el cuor del mio Torquato, poverazzo, innamora!
Quel sior dai slinci e squinci me l’ha accenna de volo,
Ma l’ho sentio da tanti, no l’ho sentio da un solo;
De vederla gh’ho voggia; troverò ben el come.
So a bon conto qualcossa. So per adesso il nome.
Ghe xe in ti Veneziani, per dir la verità,
In materia de donne della curiosità.
Ghe n’avemo a Venezia pur troppo in abbondanza,
E par a chi ne vede no ghe ne sia abbastanza.
Se passa un zendaetto, ch’abbia un poco de brio,
Se tiol el tratto avanti, e se se volta indrio.

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E quando le se sconde, allora vien la voggia;

Par che sotto el zendà se sconda qualche zoggia.
Se ghe va drio bel bello per Marzaria, per Piazza,
E po? e po se scovre qualche brutta vecchiazza.

SCENA II.

La Marchesa Eleonora ed il suddetto.

Marchesa. (Il veneziano è questi, che amico è di Torquato).

Tomio. (Ola! che bel caetto! Tomio, no far el mato).
Marchesa. (Sentirei volentieri se parte il nostro autore).
Tomio. Servitor umilissimo.
Marchesa.   Serva di lei, signore.
Tomio. La scusi, la perdoni; son qua per accidente.
Marchesa. S’accomodi.
Tomio.   Obbligato.
Marchesa.   Serva sua riverente.
Tomio. Se è lecito, ela èla de Corte?
Marchesa.   Sì signore.
Son della Principessa prima dama di onore.
Tomio. Me ne consolo.
Marchesa.   Dite, viene con voi Torquato?
Tomio. Spero de sì.
Marchesa.   Lo renda il ciel più fortunato.
Tomio. El lo merita in fatti.
Marchesa.   Lo merita, egli è vero.
Spiacemi che in Ferrara provi il destin severo;
Ma quei che per invidia cercano il di lui danno,
Forse d’averlo offeso un dì si pentiranno.
Tomio. La parla con bontà del nostro autor novello.
Sento che la lo stima.
Marchesa.   Per giustizia favello.
Tomio. Col dir fazzo giustizia, la ghe fa un bell’onor;
Ma se ghe zonze gnente de bruseghin de cuor?

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Marchesa. No, signor Veneziano. Non l’amo niente più

Di quel che in lui esiga il merto e la virtù.
Voi non mi conoscete. D’un letterato onora
I pregi al mondo noti la marchesa Eleonora. (parte)

SCENA III.

Sior Tomio e don Gherardo.

Tomio. Dove vala? la senta. Ih ih, la xe scampada.

La marchesa Leonora? per diana, l’ho trovada.
Questa xe giusto quella che ha innamorà Torquato.
Gherardo. (Oh, non ho inteso bene. Tardi sono arrivato).
Tomio. (Velo qua un’altra volta).
Gherardo.   (Quello che non ho inteso,
Posso saper da lui. Ma no, troppo m’ha offeso).
Tomio. Patron mio riverito.
Gherardo.   Servitor suo devoto.
Tomio. Stala ben? vala a spasso?
Gherardo.   Faccio un poco di moto.
Tutto ’l dì alla catena...
Tomio.   Tutto el dì sfadigar...
Gherardo. (Dissimular conviene).
Tomio.   (El vien dolce, me par).
Gherardo. Quella gentil signora, che or or da qui è partita,
La conoscete?
Tomio.   Poco.
Gherardo.   È una dama compita.
Tomio. Certo me par de sì.
Gherardo.   Con voi non ha parlato?
Tomio. La m’ha parla.
Gherardo.   V’ha detto qualcosa di Torquato?
Tomio. Ella no ha dito gnente, anzi la m’ha negà;
Ma da vari discorsi qualcossa ho combinà.
El nome, la fegura, el parlar tronco e scuro,
El sito, la premura... la xe quella seguro.

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Gherardo. Quale?

Tomio.   Quella, compare... No so se m’intendè.
L’amiga de Torquato.
Gherardo.   Così pare anche a me.
Tomio. L’ha dito el Cavalier, l'ha dito qualcun altro.
Senz’altro la xe questa.
Gherardo.   Questa sarà senz’altro.
Se il Cavalier l’ha detto, il Cavalier saprà
Forse dal Duca stesso tutta la verità.
Tomio. Vu nol savè de certo?
Gherardo.   Non ero ancor sicuro.
Son un che i fatti altrui di saper non mi curo;
Però questa tal cosa mi dà divertimento,
Ma di quel che ho saputo non sono ancor contento.
A ritrovar il Duca ora vo presto presto:
Da lui vuò far di tutto di risapere il resto;
E per tirarlo a dirmi quel che saper mi preme,
Gli narrerò il discorso che abbiamo fatto insieme.
Tomio. Ma no vorria...
Gherardo.   Tacete, lasciate fare a me.
Torquato è amico vostro, un galantuomo egli è.
Fo per fargli del bene; per altro lo ridico,
Della curiosità son mortale nemico. (parte)

SCENA IV.

Sior Tomio, poi donna Eleonora.

Tomio. Me n’accorzo anca mi, che gnente el xe curioso;

El smania per saver, l'è fanatico ansioso.
Più de quel che saveva, da lu non ho savesto;
Ma za che la sia quella persuasissimo resto.
La parla in so favor, la gh’ha nome Leonora,
Donca concluder posso... chi xe st’altra signora?
D. Eleonora. Vo’ andar dove mi pare. Dove s’è mai udito
A numerar i passi alla moglie il marito? (... la scena)

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Tomio. (La cria con don Gherardo: che la sia so muggier?)

D. Eleonora. (Oh questa sì ch’è bella! vuol veder, vuol saper).
Tomio. Patrona.
D. Eleonora.   Serva sua.
Tomio.   In collera? con chi?
D. Eleonora. (Che indiscreto!) (da sè)
Tomio.   La diga, se pol?...
D. Eleonora.   Eccolo qui.

SCENA V.

Don Gherardo e detti.

Gherardo. Vi prego in cortesia... (a donna Eleonora)

D. Eleonora.   Vuò andar dove mi pare.
Gherardo. Sì, ma ditemi almeno...
D. Eleonora.   Non mi state a seccare.
Non vado fuor di Corte. Ciò non vi basta ancora?
È un voler saper troppo.
Gherardo.   Zitto, cara Eleonora.
Tomio. (Leonora!) (da sè)
Gherardo.   Andate forse dalla Duchessa?
D. Eleonora.   No.
Gherardo. Dalla Marchesa?
D. Eleonora.   (È lunga). (da sè)
Gherardo.   Via, vi accompagnerò.
D. Eleonora. Son stanca di soffrirvi; non voglio compagnia.
Tornerò per prudenza nella camera mia. (parte)

SCENA VI.

Sior Tomio e don Gherardo.

Tomio. Vostra muggier?

Gherardo.   Sicuro.
Tomio.   E la gh’ha el nome istesso?

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Gherardo. (Gioco che non va in camera). (da sè)

Tomio.   Donca...
Gherardo.   Le vado appresso.
Ma no, megli’è ch’io vada dal Principe, a vedere,
A confrontare, a intendere, a cercar di sapere. (parte)

SCENA VII.

Sior Tomio, poi Torquato.

Tomio. Eleonora anca quella? No so, sto nome univoco

El poderave in Corte formar fursi un equivoco.
Scarso xe el fondamento sul qual mi ho giudicà.
Vôi saver da Torquato... per diana, eccolo qua.
Torquato. Di Napoli l’amico ad appagar non basto:
Insiste nel volermi, insiste nel contrasto.
Io fomentar non deggio tale contesa amara.
Tomio. Cossa penseu de far?
Torquato.   Restar penso in Ferrara.
Tomio. Bravo; no me despiase sto grazioso espediente.
Se sol dir, che la lengua trà dove diol el dente.
Volentiera in Ferrara lo so che resteressi;
Ma cossa dise el Duca? come va sti interessi?
Torquato. Il Principe clemente a favellar m’intese;
Calmò la gelosia, che nel suo petto accese.
Spero la mia condotta non gli darà sospetto.
Venero la Marchesa; ho per lei del rispetto;
Ma non può dir ch’io l’ami.
Tomio.   No xe gnanca el dover,
Che del so segretario corteggiò la muggier.
Torquato. Non è ver. Chi lo dice?
Tomio.   Oh, questa sì xe bella.
Le Leonore xe do: la sarà questa, o quella.
No m’aveu confessà...

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SCENA VIII.

Eleonora e detti.

Eleonora.   Signor... (a Torquato)

Tomio.   Chi è sta signora?
(a Torquato)
Torquato. Serva della Marchesa, e chiamasi Eleonora.
Tomio. Eleonora anca ella? Xelo un nome alla moda?
El xe un casetto bello; lassè che me lo goda.
In t’un palazzo istesso tre nomi stravaganti?
No parla una panchiana sul stil dei commedianti?
Sta cossa se in commedia, se in scena mi la vedo,
Digo l’autor xe matto, no pol star, no lo credo.
Eleonora. Badate a me, signore, son venuta a avvisarvi:
Dal Duca e don Gherardo sentito ho a nominarvi.
Il Cavalier del Fiocco qual mantice soffiava,
Don Gherardo rideva, e ’l Duca minacciava;
E questo finalmente, per i sospetti suoi,
Parlava di vendetta, l’avea contro di voi.
Torquato. Misero me! fia vero che sospettar ei possa
Di me, della mia fede?
Tomio.   Credo saver qualcossa.
Torquato. Ditelo, per pietade; lasciate ogni riguardo.
Tomio. El mal l’avemo fatto intra mi e don Gherardo.
Torquato. Come?
Tomio.   Un cert’accidente, certe parole a caso,
Che amessi la Marchesa tutti do ha persuaso.
E lu, che l’è curioso pezo de una pettegola,
Che rason, che prudenza nol gh’ha gnanca una fregola,
L’è andà presto dal Duca; sa el ciel cossa l’ha fato,
Sa el ciel cossa l’ha dito!
Torquato.   Ahimè, son rovinato!
Tomio. Gnente; vegnì a Venezia, e la sarà fenia.
Eleonora. Non signore: Torquato non ha da venir via.
Tomio. No? per cossa?

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Eleonora.   Perchè l’affanno è inconcludente:

Il mal che gli sovrasta, si medica con niente.
Tomio. Via mo, da brava!
Eleonora.   Udite, presto v’insegno il come.
Accese il van sospetto l’equivoco del nome;
Basta ei vada dal Duca, e dica a aperta ciera:
Non amo la padrona, amo la cameriera.
Tomio. Bravo! adesso ho capio. L’idea no me despiase.
Cossa diseu, compare?
Eleonora.   Cosa risponde?
Tomio.   El tase.
Eleonora. Ben, chi tace conferma. Intendere si può.
Tomio. Confermeu la sentenza? semio d’accordo? (a Torquato)
Torquato.   No.
Tomio. Aveu sentio? (ad Eleonora)
Eleonora.   L’ho inteso. (mortificata)
Tomio.   Via, no ve vergogne.
Pur troppo de sti casi al mondo ghe ne xe. (ad Eleonora)
Quel che xe sta, xe sta: fenirla un dì bisogna;
Quando el mal se cognosse, prencipia la vergogna.
Fina che semo in tempo, se podè, remedieghe.
A sta povera putta quei do versi diseghe:
     «Sarò tuo cavalier quanto concede
     «La guerra d’Asia, e coll’onor la fede.
Eleonora. Dunque di me si burla, dunque mi sprezza ingrato?
Io non credea mendace il labbro di Torquato.
È ver ch’ei non mi disse: ardo per voi d’amore;
Ma tal speranza almeno fe’ ch’io nutrissi in cuore.
Dovea parlar più chiaro al cuor d’una donzella,
Dir doveva: Eleonora tu sei, ma non sei quella.
Delusa, scorbacchiata, me n’ho per male assai;
Quando mi fanno un torto, non me ne scordo mai.
Non sono una Marchesa, ma alfine son chi sono:
Me l’ho legata al dito, mai più gliela perdono. (parte)

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SCENA IX.

Torquato e sior Tomio.

Tomio. Sentiu cossa la dise? No par che la ve sfida?

La parla, la manazza coi termini d’Armida:
     «O mia sprezzata forma, a te s’aspetta
     «(Che tua l’ingiuria fu) l’alta vendetta.
Torquato. Duolmi d’averle dato qualche lusinga invano.
Tomio. Ghe voleu ben?
Torquato.   Amico, non son del tutto insano.
È ver che la ragione talor cede all’amore,
Ma in me spente non sono le massime d’onore.
Tomio. No la saria gran cossa amar una puttazza;
Xe pezo amar quell’altra, se el Duca ve manazza.
Torquato. Del Duca le minaccie per questo i’ non pavento.
Sospetta, e i suoi sospetti non hanno un fondamento.
Può gelosia nel Prence svegliar la diffidenza,
Ma la passione istessa dà luogo alla clemenza.
Tomio. Va ben, ma sarà meggio che vegnì via con mi.
Torquato. Amico, ho già risolto.
Tomio.   De vegnir?
Torquato.   Di star qui.
Tomio. Vardè ben quel che fè.
Torquato.   Vuol l’onor mio ch’io resti.
Varie son le ragioni, vari i motivi onesti.
Si sa che ’l Duca irato volea la mia partenza:
Confesserei, partendo, macchiata la coscienza.
De’ miei nemici è nota l’ira, le trame, il foco:
Lor cederei partendo troppo vilmente il loco.
E la Gerusalemme, che dar degg’io corretta,
Prima che di qui parta, vuò rendere perfetta.
Questa s’aggiunga all’altre ragion forti e sincere:
In me sospetta il mondo fiamme che non son vere;
Ma quando m’allontani per così ria cagione,
Pon perdere due donne la lor riputazione.

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Parvi che giusto i’ pensi? trovate in questi accenti

La ragione, il consiglio, dell’uomo i sentimenti?
No, fuor di me non sono; d’errar non ho timore:
Il cuor non mi consiglia; parla ragione al cuore.
Tomio. No dirò, caro amigo, che siè fora de ton;
Pensè, parlè pulito; par che gh’abbiè rason.
Ma con quattro parole, se me ascoltè, me impegno
Destruzer i argomenti fatti dal vostro inzegno.
Se andè via, no xe vero che reo siè dichiarà:
Napoli, podè dir, Venezia m’ha invidà.
Questa xe cossa chiara, questo xe un fatto certo,
Che della maldicenza pol metterve al coverto.
Dubitè che i nemici rida co sè andà via?
Podè mortificarli, se fussi anca in Turchia.
Anzi co sè lontan, podè con libertà
Dir le vostre rason, più assae che no fè qua.
El vostro bel poema toccar no ve conseggio;
Co le cosse sta ben, se fa mal per far meggio;
Ma quando che gh’abbiè sta tal malinconia,
Per tutto podè farlo: scrivere in casa mia.
All’ultimo argomento sentì cossa respondo:
O xe vero, o xe falso quel che sospetta el mondo:
Se amè, colla partenza se modera l’affetto;
Se non amè, più presto se modera el sospetto.
Lassè che tutti diga, e vegnì via con mi:
No sol le maraveggie durar più de tre dì.
Risolti i tre argomenti, vegno alle persuasive;
Pensemo a viver meggio quel poco che se vive.
Qua gh’è, per quel che sento, un mar de diavolezzi;
Vu gh’averè a Venezia quiete, decoro e bezzi.
Pesè l’un, pesè l’altro, siè de vu stesso amante.
Finirò el mio discorso, come fenisse Argante:
     «Tua sia l’elezione; or ti consiglia
     «Senz’altro indugio, e qual più vuoi ti piglia.
Torquato. Son le ragioni vostre convincenti, il confesso;

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Ma ohimè, non sono, amico, padrone di me stesso.

Veggo il ben che m’offrite; goderlo io non son degno.
Tomio. Amigo, v’ho capio. Gh’è del mal in tel legno.
Torquato. Che di me sospettate?
Tomio.   No xe sospetto el mio.
Se innamorè, gramazzo. Sè zo, sè incocalio.
Torquato. Ah giusto ciel!
Tomio.   Mi donca posso andar?
Torquato.   Aspettate.
Tomio. Via resolveve, o andemo, o che mi vago.
Torquato.   Andate.

SCENA X.

Targa e detti.

Targa. Signor. (frettoloso)

Torquato.   Che nuova c’è?
Targa.   Nuova funesta, e ria.
Tomio. Cossa vuol dir?
Torquato.   Via, parla.
Targa.   Vi conviene andar via. (a Torquato)
Torquato. Come? perchè?
Tomio.   Conteme, cossa xe mai successo?
Targa. Del padron nelle stanze evvi del Duca un messo:
Ei v’aspetta, signore, e ho ordine di dirvi
Che in tempo di tre ore dobbiate dichiarirvi,
In certo madrigale qual sia la donna intesa,
O andar da questo stato dobbiate alla distesa.
Tomio. Se qua volè restar, sto amor convien scovrirlo.
Torquato. Non si sa, non si sappia. Morirò pria di dirlo.
Dov’è costui? (a Targa)
Targa.   V’aspetta.
Torquato.   Vattene via di qua.
Targa. Signor, badate bene che il cervello sen va.
Torquato. Ah temerario...

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Tomio.   Zitto, bisogna respettarlo.

Col paron no se burla.
Targa.   M’ha detto d’avvisarlo.
M’ha detto ch’io lo desti, quando il cervel gli frulla,
Ma parmi ogni dì peggio. Con lui non si fa nulla, (parte)

SCENA XI.

Torquato e sior Tomio.

Tomio. No vôi abbandonarlo. Sto nembo el passerà.

Torquato. Son fuor di me. Vi prego... vi domando pietà.
Parto, ma non so quando; andrò, ma non so dove;
M’investono per tutto i fulmini di Giove.
Andrò peregrinando, terra scorrendo e mare;
Vi raccomando, amico, le cose a me più care:
La mia Gerusalemme, Rinaldo innamorato,
L’Aminta, il Torrismondo e ’l mio Mondocreato,
Il canzonier, le prose, le lettre famigliari,
Le orazioni e ’l trattato diretto ai secretari,
Dell’arte del poema i tre ragionamenti,
L’apologia al Goffredo, i dialoghi, i commenti.
Questi vi raccomando, che a me costan sudore:
Vi raccomando, amico, il povero mio cuore.
Ma no, questo è perduto, perdermi deggio anch’io;
Mondo, amici, Ferrara, bella Eleonora, addio, (parte)
Tomio. Fermeve, vegnì qua. El corre co fa el vento.
L’è matto per amor. Donne, me fè spavento, (parte)

SCENA XII.

Sala in Corte.

La Marchesa Eleonora, donna Eleonora, poi don Gherardo.

D. Eleonora. Mi rallegro con voi. Dunque il tempo s’appressa,

Che passar vi vedremo al grado di Duchessa.
Marchesa. Non per il van desio di titolo sovrano,

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Al Principe ho risolto di porgere la mano;

Ma ai replicati assalti di lui, ch’è mio padrone,
Ho condesceso alfine per più onesta ragione.
Sospetta di Torquato, crede ch’io l’ami, e freme:
Il misero poeta soffre, sospira e teme.
Parla di noi la Corte, mormora il mondo audace;
Quando mi sposi al Duca, ognun si darà pace.
D. Eleonora. Il fin per cui lo fate, è onestissimo, il veggio;
Basta che poi, sposata, non dicano di peggio.
Marchesa. No, amica, l’onor mio non è in sì poca stima.
D. Eleonora. Soggetta a tai disgrazie non sareste la prima.
Gherardo. (Entra nella camera, e vedendo le due che parlano, si trattiene in disparte per ascoltare.)
Marchesa. Che perdanmi il rispetto sì facile non è.
D. Eleonora. Anch’io son conosciuta, e han detto anche di me.
Gherardo. (Che parlan fra di loro?) (accostandosi un poco)
Marchesa.   È vero, e a dir io sento
Che han di voi sospettato senz’alcun fondamento.
D. Eleonora. Dirò: per me Torquato ha della stima in cuore;
È facile la stima interpretarsi amore.
Marchesa. (L’ambizion la seduce).
Gherardo.   (Non intendo parola).
Marchesa. Torquato il suo rispetto non mostrò per voi sola.
D. Eleonora. Nè sol per voi.
Marchesa.   Gli è vero, ma di me parla il mondo.
Dite, s’inganna forse?
D. Eleonora.   Non so, non vi rispondo.
Gherardo. (Se non sento, patisco). (s’accosta un altro poco)
Marchesa.   Dite liberamente...
D. Eleonora. Io non saprei che dirvi. Dubbio è ciò che si sente.
Marchesa. È ver, ma si potrebbe... (È qui vostro marito), (piano)
D. Eleonora. (Sarà qui ad ascoltarci. Vuò trargli l’appetito), (piano)
Marchesa. (Cosa non è ben fatta...) (piano)
D. Eleonora.   D’amore in testimonio,
(principia a parlar forte)

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Mi consolo con voi del vicin matrimonio.

Vuò darvi un buon consiglio da usar col vostro sposo:
Fatelo disperare quand’ei fosse curioso;
Se vuol sentir che dite, se vuol veder che fate,
A rispettar impari le femmine onorate.
Gherardo. (Sì ritira un poco.)
D. Eleonora. E quando in lui cadesseso di voi falsi sospetti,
Trattatelo qual merta, fategli dei dispetti.
Gherardo. (Si ritira ancora.)
D. Eleonora. In questa guisa, amica, si troverà la strada
Di chiarire i curiosi.
Gherardo.   (Megli’ è che io me ne vada).
(da sè, volendo partire)
Marchesa. (Parte). (piano a donna Eleonora)
D. Eleonora.   (L’ho fatto apposta).
Marchesa.   Torquato in questo loco?
(osservando la scena)
D. Eleonora. Che mai vorrà?
Gherardo.   (Torquato? voglio ascoltare un poco).
(da sè; torna indietro, e si ricovera in altra stanza)

SCENA XIII.

Torquato e detti.

Torquato. Godo trovarvi unite.

Marchesa.   Godo vedervi anch’io.
D. Eleonora. Che da noi comandate?
Torquato.   Dirvi per sempre addio.
D. Eleonora. Come?
Marchesa.   Perchè?
Torquato.   Ch’io parta vuol l’avverso destino:
Andrò per l’ampia terra disperso pellegrino.
Gherardo. (Esce pian piano, e si va accostando per ascoltare.)
Torquato. Mi vuole il mio Sovrano lontan dalla sua Corte;
Andrò dove mi guida la barbara mia sorte.

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Gherardo. (Vuole andar via, non vuole svelar l’occulto affetto).

D. Eleonora. Non è tiranno il Prence. Si sa quel ch’egli ha detto.
Vuol saper di Torquato quale la fiamma sia;
Basta, perchè restiate, troncar sua gelosia.
Gherardo. (Sentiam cosa risponde).
Marchesa.   Basta, perchè restiate,
Dir ch’è donna Eleonora quella che più stimate.
Gherardo. (Oh, la sarebbe bella!)
D. Eleonora.   Dirlo non può.
Torquato.   L’arcano
Dal labbro il mondo tutto cerca strapparmi invano.
Amo, egli è ver pur troppo: d’amar solo m’appago;
Son di mercede indegno, son di pietà non vago.
Par che non s’ami al mondo, che per goder soltanto;
D’amar senza speranza vuole Torquato il vanto;
E ricusando ancora d’amor sì strano il merto,
Delle mie fiamme al mondo serbo l’oggetto incerto.
Pietà desti il mio caso in chi l’ascolta e vede:
Serva d’esempio altrui l’onor mio, la mia fede;
E ognun che ha cuore in petto, pria che d’amor s’accenda,
A esaminar le fiamme, a paventarle apprenda.
Belle in man di Cupido sembrano le catene,
Veder non lascia un cieco quel che a noi non conviene;
E quando fra’ suoi lacci stretti siam del tiranno,
Allor di noi si ride, mostrandoci l’inganno.
Intendami chi puote: spiegano i detti miei
Ch’io tal bellezza adoro, che adorar non dovrei.
Ma tali e tante sono quelle del nobil sesso,
Che per se stessa ognuna può interpretar lo stesso.
Gherardo. (Torno ad esser dubbioso).
Marchesa.   Torquato, i vostri detti
Che spieghino non poco parmi gli occulti affetti.
Rimorso voi provate al vostro cuor fatale.
Donna Eleonora è moglie.
Gherardo.   (Affè, non dice male).

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Torquato. Interpretar si tenta gli occulti sensi invano.

D. Eleonora. V’ingannate, Marchesa. Io spiegherò l’arcano.
Sa che del Duca sposa voi sarete a momenti;
E pieno per il Duca d’onesti sentimenti;
Però...
Torquato.   Che? la Marchesa sposerà il suo signore?
D. Eleonora. La parola gli ha data.
Torquato.   Quando?
D. Eleonora.   Saran poch’ore.
Torquato. È ver? (alla Marchesa)
Marchesa.   Maravigliate?
Torquato.   Dite s’è vero.
Marchesa.   Sì.
Torquato. (Ah, soffrirlo non posso).
Marchesa.   Volea...
Torquato.   Basta così. (ammutisce)
Gherardo. (Zitto, che ora si scuopre).
D. Eleonora.   (Dubito ch’ella sia).
Marchesa. (Si svelerà l’arcano, se di me ha gelosia).
Torquato. (Son fuor di me).
D. Eleonora.   Torquato, che vuol dir? Vi dispiace
Ch’ella si sposi al Duca?
Torquato.   Deh, lasciatemi in pace.
Marchesa. Se avete di me stima, se ragionevol siete,
Ciò vi darà conforto.
Torquato.   Deh per pietà, tacete.
Gherardo. (La Marchesa senz’altro).
Torquato.   Qual dal mio cuore ascende
Fiamma insolita, atroce, che la testa m’accende?
Dove son? chi mi regge?
D. Eleonora.   Ohimè! diventa matto.
Marchesa. Deh, pensate a voi stesso.
Gherardo.   (Voglio scoprirlo affatto).
Torquato. Donne... pietose donne... ohimè... Torquato è pazzo.
Gherardo. Mi rallegro con voi. (a Torquato)

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Torquato.   Vattene, o ch’io t’ammazzo.

(impugna la spada contro don Gherardo)
Gherardo. (Fugge via.)

SCENA XIV.

Torquato, la Marchesa I Eleonora.

Marchesa. Numi!

D. Eleonora.   Ohimè! (timorosa)
Torquato.   Non temete; non è Torquato insano.
Odio chi del mio cuore cerca saper l’arcano.
D. Eleonora. Questo di già è palese.
Torquato.   Chi l’ha svelato?
D. Eleonora.   Voi.
Torquato. Non è ver, l’avrà detto il cuor coi moti suoi.
Voi non sapete nulla. (alla Marchesa)
Marchesa.   L’intesi a mio rossore.
Torquato. Il cuor l’averà detto: voglio strapparmi il cuore.
Marchesa. Deh, la ragion vi freni; calmi ragione il foco.
D. Eleonora. Sì sì, voi lo potete calmare a poco a poco.
Ammirerà ciascuno della bellezza i vanti:
La marchesa Eleonora fa delirar gli amanti, (parte)

SCENA XV.

La Marchesa Eleonora e Torquato.

Marchesa. Rido de’ suoi motteggi; colpevole non sono.

Questo basti al cuor mio.
Torquato.   Ah, vi chiedo perdono.
Marchesa. Di che?
Torquato.   Non saprei dirlo. Dubito avervi offesa.
Marchesa. Capace non vi credo.
Torquato.   Siete voi la Marchesa?
Marchesa. Deh, per amor del cielo, deh tornate in voi stesso.
Svegliatevi, Torquato.

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Torquato.   Sì, mi risveglio adesso.

     «Felice me, se nel morir non reco
     «Questa mia peste ad infettar l’inferno.
     «Restine amor, venga sol sdegno meco,
     «E sia dell’ombra mia compagno eterno...
     «...Sani piaga di stral piaga d’amore,
     «E sia la morte medicina al cuore. (parte)

SCENA XVI.

La Marchesa Eleonora sola.

Misero! qual mi desta pietà del suo cordoglio?

Tutto quel che far puossi, far per suo bene io voglio.
     «.......... Essere a me conviene,
     «Se fui sola all’onor, sola alle pene. (parte)

Fine dell’Atto Quarto.