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L’assalto al Passo del Cavallo

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La battaglia fra le nevi - La vittoria La Montagna dalle folgori

[p. 145 modifica]L'ASSALTO AL PASSO DEL CAVALLO.

30 marzo.

Nella ora stessa in cui gli austriaci occupavano di sorpresa la vetta estrema di Pal Piccolo, una analoga azione essi tentavano contro il Pal Grande. Il loro piano era vasto.

La distanza delle trincee austriache dalle nostre sulla cima di Pal Grande è brevissima; in certi punti non supera i venti metri. Noi siamo in alto, loro sono sulla costa; un molle declivio nevoso ci separa. I trinceramenti sono tutti fatti di neve, alcuni metri sopra a quelli scavati nella roccia. Ad ogni nevicata il livello delle posizioni saliva di qualche palmo. E ad ogni nevicata si ripescavano i «cavalli di Frisia» sepolti che erano rimessi in opera alla nuova superficie. Nel biancore soffice delle nevi che tutto confonde, le posizioni nemiche, così vicine, non si scorgono al primo momento che per la siepe di quei «cavalli di Frisia» mezzo affogati, che sporgono le braccia delle loro croci, un intreccio sottile bianco e nero, tutto fiorito e ricamato di ghiaccio.

Sul Pal Piccolo gli austriaci avevano avuto [p. 146 modifica] bisogno di scavare delle gallerie nel gelo, per avvicinarsi di nascosto e sorprenderci; ma sul Pal Grande, la estrema vicinanza delle linee poteva permettere loro la sorpresa allo scoperto. Così, avanzarono strisciando nella neve profonda. La notte era oscurissima. Le nostre sentinelle non videro. Nembi di foltissima nebbia passavano in quel momento sulla vetta. Ad un tratto una delle nostre vedette si accorse di alcune ombre che spuntavano sui parapetti: austriaci che cercavano di scavalcarli. In quel momento, vicinissima, una voce teutonica le gridava: «Urrah! Renditi, taliano!»

La vedetta, un alpino, urlando l’allarmi, ha spianato il fucile, ma l’arma si è guastata al primo colpo; allora il soldato l’ha impugnata per la canna e levandola a mazza si è slanciato sul nemico. Le ombre sono scomparse dai parapetti, Si sentiva un ammassamento di gente nella nebbia.

I nostri intanto sbucavano su dai ricoveri, correndo. Le vedette e i plotoni di guardia avevano già aperto il fuoco. In pochi momenti la fucileria fu intensa. Gli assalitori erano falciati. Salivano dal buio bestemmie, invettive, urli, lamenti, tutte le voci di una folla in confusione. Un grido di comando dominava: «Vorwärts! Vorwärts!» — Avanti! — e dalle trincee nemiche partivano lunghi fischi di segnale.

Poi il tumulto andò calmandosi, mentre sul Pal Piccolo la battaglia meravigliosa [p. 147 modifica] incominciava. All’alba si è vista la neve tutta calpestata rotta, sconvolta avanti alle trincee nostre, macchiata di sangue, con una decina di cadaveri austriaci mezzo affondati nel candore, simili a oscuri corpi di annegati galleggianti a fior d’acqua.

Probabilmente gli austriaci non avevano inteso di portare un attacco deciso su quel lato, ma di tastare, di tentare, di profittare di ogni possibilità, di sfruttare la sorpresa, e sopra tutto di disorientarci con un’azione che, anche non riuscendo, sarebbe diventata utile se ci avesse costretti a distrarre forze dal Pal Piccolo. L’attacco del Pal Grande infatti è avvenuto un poco prima della presa di Quota 1859.

Noi pure, preparandoci a quel contrattacco prodigioso che ci ha ridato il possesso della vetta espugnata dal nemico (cioè, non espugnata: rubata; la tattica nemica, abile certo, somigliava molto ad un procedimento da scassinatori) noi pure abbiamo pensato ad una azione complementare che preoccupasse il nemico e lo costringesse a correre alla difesa in altri punti. Soltanto, la nostra azione di stornamento è riuscita.

È riuscita, di pieno giorno, e ci ha dato il possesso di una solida posizione avversaria, che nessun contrattacco ha più potuto strapparci. È stata una vera, piccola e perfetta battaglia, che ha avuto una influenza grande nel successo di Pal Piccolo. Ricorderete come la sola [p. 148 modifica] notizia della vittoria al Passo del Cavallo sollevasse un urlo di entusiasmo dalle truppe di attacco. Il Passo del Cavallo è vicino, fra il Freikofel e il Pal Grande.

Non si sa perchè si chiami così quel valico rude, al quale neanche il mulo forse arriva, quel passaggio da contrabbandieri che scende al vallone dell’Anger inoltrandosi al piede delle immani scogliere del Freikofel e i dirupi del Pal Piccolo. La linea delle posizioni, correndo lungo le creste, scende nel vallone del Passo del Cavallo da sporgenza a sporgenza, facendo di ogni massiccio una ridotta, di ogni fenditura una trincea. Prima della battaglia il Passo era austriaco.

La fronte nemica in quel punto insinuava una punta, formava un saliente, tendeva ad affacciarsi verso la nostra vallata, come cercando l’aspra strada tortuosa di Stavoli Roner che sale fin lì per la selva, fra le rocce, lungo lo scosceso declivio meridionale dei monti. Era una minaccia.

Il Comando della Regione aveva bene saputo pararla, consolidando sempre più le posizioni fiancheggianti e dominanti, ed aveva anche da tempo studiato un piano di azione per impadronirsi del passo. Ma le intemperie, le tormente, le nevicate enormi, avevano impedito ogni tentativo. Avvenuta la sorpresa del Pal Piccolo. Il Comando del Sotto-Settore dell’Alto Bût ha mandato l’ordine alle forze di Pal Grande e del [p. 149 modifica] Freikofel: Agite, attaccate, impegnate fortemente il nemico!

Il Comando della Regione ha attuato il piano già pronto, che tutti gli ufficiali conoscevano. Le circostanze rendevano l’impresa difficile; occorreva una grande decisione e un grande coraggio per rischiare l’ardito attacco.

La composizione e la quantità degli effettivi in quella zona hanno subìto adesso tali profonde modificazioni, che non è più imprudente rivelare le condizioni in cui l’offensiva fu presa in quella tragica giornata del 26 marzo. La battaglia ingaggiata sul Pal Piccolo aveva assorbito tutte le riserve del resto della fronte. La conquista del Passo del Cavallo s’iniziava senza rincalzi. Tutte le forze disponibili erano gettate nel combattimento. Bisognava che vincessero. Ed hanno vinto.

L’ora dell’attacco era stata fissata in relazione al piano della battaglia del Pal Piccolo: le quattro del pomeriggio. Alle quattro precise delle pattuglie vestite di bianco uscivano, armate di sole bombe a mano, dai nostri ripari al Passo del Cavallo.

Da tutte le nostre trincee, mitragliatrici e fucili aprivano intanto un fuoco intenso sulle posizioni attaccate, e sul rovescio di queste, cinque lanciabombe balestravano mine aeree. Gli scoppi formidabili dei voluminosi proiettili sollevavano cicloni di neve, eruzioni gigantesche e bianche, pennacchi altissimi, nuvolosi e [p. 150 modifica]leggeri che ricordavano gli spruzzi maestosi erompenti sul mare percosso dalle grosse granate dell’artiglieria navale. Era un uragano di fuoco, di fumo e di gelo. Il suolo sobbalzava alle esplosioni, e il rombo frusciante e sonoro delle lunghe pinne metalliche che fanno ruotare nell’aria le mine, mantenendone la direzione, empiva lo spazio di strane e possenti voci da organo. Gli uomini bianchi strisciavano.

Arrivati alle trincee nemiche sono balzati in piedi. Alcuni lanciavano granate oltre i parapetti, altri lavoravano a smuovere i «cavalli di Frisia». Li svellevano dagli ancoraggi, li rovesciavano, aprivano dei varchi, a forza di braccia, e il nemico non poteva opporsi, tempestato come era di bombe, inchiodato nei rifugi, rintanato contro la grandine delle schegge. Le trincee attaccate parevano deserte, e la conformazione a saliente della fronte impediva agli austriaci di convergere sul punto minacciato il fuoco delle posizioni laterali.

Lentamente, sparpagliati, affondando nella neve fino alla cintola, avanzavano i plotoni di attacco. La distesa bianca si punteggiava di grigio. Il fuoco terribile delle mine aeree tratteneva, decimava, disperdeva i rincalzi austriaci che salivano per i camminamenti del nord. Alle cinque e mezza l’assalto alla baionetta si è sferrato.

Dopo essersi ammassati a pochi passi dalle [p. 151 modifica]trincee nemiche, alpini e fucilieri sono balzati avanti urlando. La lotta a corpo a corpo è stata breve nei primi trinceramenti, dove le granate avevano già fatto strage. Una cinquantina di austriaci superstiti si è subito arresa. Ma la massa dei difensori aveva cercato uno scampo nelle gallerie di accesso scavate nella neve. Qui la mischia si è ingolfata, spaventosa e fantastica.

Si combatteva ferocemente nell’ombra glauca di anguste grotte cristalline e diafane, sepolti nel gelo, rinserrati fra pareti lucenti e senza fine, curvi sotto basse vôlte irregolari scabrate da stalattiti di ghiaccio, sperduti in labirinti favolosi pieni di pallidi riflessi da profondità marine, lontani dal giorno, lontani dal mondo. Era un assalto da talpe per cunicoli bianchi, un assalto che passava veemente lasciando dietro di sè mucchi di morti e un gran silenzio nelle cripte paurose. Un centinaio di cadaveri austriaci è rimasto là dentro.

L’assalto è arrivato agli sbocchi, ha preso la seconda linea di trincee, e si è fermato al di là, sul declivio scoperto. Fino allora non avevamo quasi avuto perdite. L’azione rapida aveva sopraffatto il nemico al primo urto.

Sul declivio nevoso, oltre le posizioni, le mitragliatrici nostre dal Freikofel avevano falciato gli ultimi fuggiaschi. Sono cominciati subito i lavori di insediamento al limite della zona conquistata.

Ma all'improvviso un fuoco [p. 152 modifica]concentrico di mitragliatrici austriache e un cannoneggiamento serrato hanno fatto alle schiere vittoriose, in pochi istanti, più danni che non tre ore di battaglia. Eravamo troppo esposti, non si poteva tenere tutto quello che avevamo preso.

Abbiamo conservato la trincea centrale, quasi duecento metri avanti alla vecchia linea dalla quale l’attacco era partito. Il Passo del Cavallo era tutto nostro. Al posto del saliente austriaco, un saliente italiano ora cominciava a sporgere verso la valle dell’Anger.

La nuova trincea è stata affidata all’inizio ad un reparto di bersaglieri dell’ultima classe. L’hanno difesa contro quattro contrattacchi quei giovani soldati che si trovavano al fuoco per la prima volta. Erano saliti dai campi d’istruzione alla battaglia e avevano resistito come veterani. Sembravano dei fanciulli le eroiche reclute. Non acclimatate all’inverno dell’alta montagna, hanno sofferto molto il freddo delle notti nevose, e non hanno detto niente. Le loro perdite, senza essere gravi, superano quelle degli altri reparti, ed esse ne sono fiere.

Per stornare i contrattacchi austriaci, mentre continuava ancora il lavoro di sistemazione della posizione conquistata, dalle trincee di Pai Grande sono usciti i nostri lanciatori di granate. Il nemico, bombardato da loro, è fuggito dalle sue trincee, inseguito dai nostri fino nei suoi camminamenti. Ma la nostra intenzione [p. 153 modifica]non era di avanzare. Quando l’artiglieria austriaca è intervenuta, i bombardieri italiani hanno ripiegato. Non costituivano che tre grosse pattuglie. Ma abbiamo lassù dei lanciatori di esplosivi che hanno saputo più di una volta, da soli, scacciare i nemici da interi trinceramenti.

Il cannoneggiamento nemico è continuato il 27 e il 28. Nelle prime ore pomeridiane del 28 è divenuto più intenso. Si è aggiunta la fucileria, si sono aggiunte le mitragliatrici: il più violento dei contrattacchi stava iniziandosi. Ma non ha potuto svilupparsi sotto alla concentrazione del nostro fuoco. Da allora è tornata una calma relativa. Solo qualche «barile» cade al rovescio delle posizioni nostre e fa sobbalzare la montagna.

Il barile è uno dei più recenti proiettili austriaci. È un vero barile di legno, una specie di fusto da birra, rafforzato con acciaio, irto di micce, pieno di alto esplosivo. Ne contiene forse più di un quintale. Scende dall’alto, roteando, lanciato, pare, da un vecchio obice da 305 adattato al sistema dei lanciabombe — per il quale il proiettile si mette fuori del pezzo, innestato alla bocca come un turacciolo da champagne al collo della bottiglia. Il colpo di partenza è già poderoso, e rimbomba cupamente da oltre l’altro versante della valle dell’Anger. Poi si sente nel cielo un suono strano, crescente, una specie di auauau.... profondo: è [p. 154 modifica]il barile che arriva. Lo scoppio pare l’esplosione di una polveriera, è sbalorditivo, produce un vero minuscolo terremoto. Ma non ha fatto finora nessun male.

Di tanto in tanto al Passo del Cavallo scrosciano improvvisamente le fucilate. Sono provocate da ricognizioni nostre, che escono in pieno giorno per raccogliere le armi lasciate dal nemico. Le pattuglie italiane penetrano nei camminamenti nemici, strisciano nelle gallerie di neve, concertano le loro sorprese, fanno i loro piccoli colpi di mano, e spesso ritornano trascinando fucili austriaci a fasci che slittano sul ghiaccio.

Il Pai Grande è ridivenuto silenzioso oggi, sotto al suo immenso manto bianco tutto tarlato dagli uomini, minuscoli, flaccidi, effimeri, insignificanti e rumorosi insetti sulla montagna immane, impassibile, eterna.