Sui monti, nel cielo e nel mare/La battaglia fra le nevi/La vittoria

La vittoria

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La battaglia fra le nevi - L’attacco austriaco al Pal Piccolo La battaglia fra le nevi - L’assalto al Passo del Cavallo

[p. 131 modifica]LA VITTORIA.

30 marzo.

Alla mezzanotte del giorno ventisei, il nostro attacco per la riconquista della vetta del Pal Piccolo pareva fermato senza speranza a pochi metri dalla cresta.

L’ultimo balzo era impossibile.

Le granate a mano austriache cadevano giù a cinque a sei alla volta e un rimbombo assordante e continuo faceva urlare gli echi della montagna, fra le pareti immani dei massicci, incanutiti di ghiaccio, che profilavano nel buio le loro fantastiche moli accese dai bengala come da un prodigioso plenilunio.

Si dovette rinunziare ad ogni altro tentativo di avanzata, pur comprendendo che il ritardo rendeva sempre più forte l’occupazione nemica e logorava irreparabilmente le ultime energie dell’assalto. La notte era freddissima, e di tanto in tanto un nevischio gelato turbinava sui nostri soldati rannicchiati e immobili.

Le mitragliatrici austriache continuavano a spazzare i camminamenti, lungo i quali salivano le carovane che portavano munizioni. Lo sgombro dei feriti era difficile. Nella notte infernale si andava accumulando sopra di noi, [p. 132 modifica] più pesante e più freddo delle nevi, un gravame di angoscia. All’una del mattino, il comando ha trasmesso un ordine.

La cresta da riconquistare declina a sinistra in un costone scosceso, lungo il quale corre la continuazione delle nostre trincee, difese da bersaglieri e da alpini. Il comando ha ordinato a queste truppe di risalire il costone e portare l’attacco direttamente alla sinistra del nemico. La distanza è breve ma l’ascesa è dura; masse enormi di neve, gettate dalle tormente, hanno fatto del costone una specie di lama tagliente e bianca, regolare come la piega di un gran manto candido gettato sulle spalle della montagna.

Due plotoni alpini, muniti di racchette ai piedi, dovevano aprire il sentiero. Ma quanto tempo sarebbe durata la marcia? Si trattava di procedere in certi punti con la neve fino al petto, tirandosi su e aiutandosi l’uno con l’altro, lavorando delle ore per avanzare di pochi metri, sul bordo di pendìi precipitosi. Il tempo trascorreva, lento, tormentoso, e non si avevano notizie. L’ascesa, in un silenzio profondo, procedeva invisibile, misteriosa. Spuntò l’alba.

Era una di quelle albe fosche, cineree, gelate, lugubri, nelle quali la montagna mette paura tanto è truce, sinistra, scolorata, tutta piena di un senso di morte. Il combattimento continua nella immobilità. Le nostre [p. 133 modifica] artiglierie non osavano entrare in azione, per l’estrema vicinanza dei nostri alla posizione nemica, e solo qualche granata, di tanto in tanto, arrivava ruggendo dal di là della valle di Monte Croce per scoppiare sui rovesci di Pai Piccolo. Ma «Carlino», il piccolo cannone di bronzo amico dei soldati, ha ricominciato ad abbaiare dalle trincee per impedire agli austriaci di affacciarsi ai parapetti.


Le nostre mitragliatrici lo aiutavano. Questo fuoco rasava la cresta. Non potendo sporgersi e vedere, il nemico lanciava a caso le sue granate. Ma esso aveva occupato le nostre gallerie di neve che davano accesso alla trincea, e dagli sbocchi, alti e trincerati, veniva a dominarci al di qua della nostra stessa linea di attacco. Bisognava scacciarlo dalle gallerie. E per scacciarlo avanzarono due uomini.

Due alpini, coperti del camice bianco in pieno giorno sono partiti dal Castello Rosso, senza armi ma con un gran tascapane pieno di bombe. Nessuno sa quale strada abbiano percorso; sono spariti sulla neve. Venti minuti dopo ricomparivano lontano. Erano sotto allo sbocco di una galleria. Si muovevano lentamente, con una tranquillità cauta. Il parapetto degli austriaci, all’entrata della caverna di ghiaccio, li sovrastava come il parapetto di un balcone. I gesti dei due piccoli uomini bianchi erano seguiti con ansia palpitante. [p. 134 modifica]

Uno di loro si è abbassato e ha sollevato qualche cosa con sforzo. Era la scala di legno che gli austriaci avevano rovesciato. L’ha appoggiata piano piano alla roccia, ed ha cominciato a salire, adagio, adagio, con una calma che acquistava come una terribile solennità.

Il compagno lo seguiva. Ad ogni gradino si fermavano un istante. Sulle loro teste passavano i colpi di fucile degli austriaci, trincerati proprio dove la scala finiva.

Ad un certo momento gli uomini bianchi hanno cessato di salire.

Sono rimasti immobili. Poi si è visto che il primo raschiava con la mano la neve dalla roccia.

«Che cosa fa?» - si chiedevano gli spettatori angosciati. — «Scalza i sacchi a terra?» — «Vuol demolire il parapetto?...»

No, cercava il sasso vivo per armarvi le bombe, che si preparano al lancio percuotendone una spina.

Il compagno gli ha porto dal basso la prima bomba. Egli l’ha palleggiata, l’ha armata battendone il percussore sulla pietra, e col gesto tranquillo del giocatore di bocce ha cominciato ad oscillare il braccio teso per misurare lo sforzo, una volta, due volte, tre.... «Ma lanciala dunque!» — mormoravano gli spettatori oppressi.

L’oscillazione del braccio è finita in uno [p. 135 modifica] scatto violento e definitivo. La bomba era gettata. La caverna di ghiaccio si è empita di fumo e di urla. E l’alpino continuava a buttar dentro granate, col fare metodico di un lavoratore. Poi è salito su, ha scavalcato il parapetto, seguito dal compagno. Il nemico era sloggiato dalia galleria.


Poco dopo si è udito un grido lungo, immenso, inaspettato, glorioso: Savoia! Quelle truppe che si trovavano in marcia da sei ore, immerse nella neve sul costone di sinistra, arrivavano. Erano le otto.

Il grido si è propagato, ha portato un risveglio inaudito in ogni cuore, è stato come l’urlo di una resurrezione, una vita nuova ha soffiato il suo calore sui soldati immobili, agghiacciati, intorpiditi dal freddo e dalla mortale stanchezza, coperti di nevischio e di brina. Si è visto passare un fremito fra le rocce e sulle nevi. Da balza a balza, da costa a costa, i gruppi trincerati nel gelo si parlavano, si chiamavano, rispondevano. Tutta la montagna vociava.

La tempesta delle esplosioni, dei colpi, dei sibili, si faceva sempre più violenta, rabbiosa, esasperata. La battaglia si riaccendeva vasta, terribile, rombante e tuonante, in un parossismo di furore. Strana e magnifica battaglia, al di sopra del mondo, fra le nubi, in una isola di inverno erompente dai mari tepidi [p. 136 modifica] della primavera, che colmano le vallate profonde delle loro ampie e immobili onde verdi spumeggianti di fiori.

L’attacco alla sinistra della cresta aveva trovato a ridosso della posizione austriaca un angolo morto. Poteva inerpicarsi al coperto dalle fucilate e dal fuoco delle mitragliatrici. Ma non dal lancio delle bombe a mano. L’assalto, paralizzato sulla fronte, non aveva che quell’angolo di scalata, scoperto per caso. Bisognava fare impeto da lì, adunarvi più forze che fosse possibile. Mentre «Carlino», e le mitragliatrici, e tutta la truppa disposta nella trincea di neve scavata alla vigilia sul massiccio della seconda linea, concentravano contro la posizione nemica un tiro ininterrotto, intenso, violento, serrato, a piccoli gruppi dei nuclei si spostavano dalla fronte verso la sinistra.

Il combattimento e le perdite avevano mescolato le formazioni; fantaccini, bersaglieri, alpini, erano frammisti in piccole unità di fortuna, comandate da pochi ufficiali superstiti, da sergenti, da soldati: comandate sopra tutto dalla disciplina, dalla fede e dall’entusiasmo che erano in ogni uomo. Gli ordini degli ufficiali superiori venivano lanciati direttamente alla truppa, dove gli intermediarii mancavano. Dei colonnelli, col fucile in mano e le giberne alla cintola, conducevano le masse. Ad ogni comando rispondeva un’acclamazione che diceva: Sarà fatto! [p. 137 modifica]

Agli occhi dei capi la situazione non cessava di esser critica; la difesa nemica, paralizzata in parte, non appariva indebolita. Ma il misterioso presentimento della vittoria era penetrato in tutti. Una certezza istintiva e possente. Si respirava il trionfo, era come un ardore nell’aria.

L’accasciamento della stanchezza e del freddo era scomparso: delle energie sovrumane pulsavano nelle vene di quei soldati che da quasi trenta ore si battevano immersi nella neve; una ebbrezza divina li accendeva. I colpiti cadevano senza un lamento. Un ufficiale ferito è scoppiato in una risata, alta, convulsa, feroce, e si è gettato avanti lasciando delle orme vermiglie.

«Mandateci granate a mano!» — gridavano dal costone. Ed ecco schiere di volontari, carichi di esplosivi, ascendere per i camminamenti. Non si combatteva più che a colpi di granata. I lanciatori, fieramente piantati come discoboli, gettavano bombe e bombe con precisione spaventosa nell’angolo della trincea nemica, e intanto l’assalto saliva, adagio adagio, da sporgenza a sporgenza, sulla roccia variegata di candori.

Un soldato del Genio, un telefonista, che era rimasto bloccato presso alla trincea dall’attacco austriaco, nascosto nella neve fra i nemici, liberato dal nostro assalto, si è imbrancato con [p. 138 modifica] gli altri e si è assunto il còmpito di raccogliere le bombe austriache e rimandarle a scoppiare nella trincea da cui erano partite. Instancabile si precipitava, afferrava il proiettile con gesto sicuro e veemente, lo lanciava e si rimetteva alla caccia. Quando cadevano troppe bombe contemporaneamente, egli si gettava bocconi sulla neve, aspettava gli scoppi, poi balzava nuovamente in piedi, nel fumo, per ricominciare. «Bravo! Bravo!» — gli gridava un colonnello che lo stava osservando. Ma lui non sentiva.


La preparazione dell’assalto aveva preso un paio d’ore. Erano le dieci quando è cominciata la scalata fantastica. Le granate nemiche, in qualche momento la fermavano; ma nessuno moveva un passo indietro se non precipitando ferito nei ripiani nevosi. Era una gara di tutte le armi ai gridi di: «Su! Su! Vittoria! Savoia!»

Gli alpini, dal piede più sicuro, calmi, statuarii, sceglievano i passaggi, davano la mano agli altri. Molti dei fucilieri e dei bersaglieri, che sono quasi tutti siciliani, si arrampicavano con energia felina tenendo la baionetta nuda fra i denti. «Su! Su! Vittoria!» Per lunghi minuti, alle volte, il brulichìo umano ristava, urlando. Il cielo si schiariva, e fuggevoli raggi di sole accendevano abbacinanti candori su vette lontane.

Il nemico non abbandonava la difesa ad onta [p. 139 modifica] delle perdite, che dovevano essere enormi perchè non una granata nostra andava perduta. Si comprendeva che nuovi rincalzi e continui complementi gli giungevano a rimpiazzare i caduti e a rafforzare la resistenza. Il tiro delle nostre mitragliatrici falciava la vetta; ma ogni tanto, fra le grige scudature di acciaio, degli austriaci audacemente allungavano il collo e si sporgevano a osservare per regolare il lancio delle bombe e il fuoco della fucileria.

I nostri soldati, vedendoli, gridavano: «Guarda che teste! Meloni neri!» Le teste degli austriaci apparivano infatti stranamente voluminose, tonde e oscure. Più da vicino esse erano mostruose, senza faccia, enormi, orribili. I nemici avevano messo la loro maschera contro i gas asfissianti, che copre tutto il capo come il sinistro cappuccio della Misericordia che nascondeva il volto dei condannati a morte.

Ad un certo momento, l’impossibilità di trattenere l’assalto ha depresso i difensori. Essi si sono messi a sparare all’impazzata senza guardare più, senza osare nemmeno di sporgere le mani sui parapetti. Non si vedevano spuntare che le canne dei fucili, rivolte in alto. L’assalto era arrivato a qualche metro dai sacchi.

I nostri hanno sentito subito che era la fine, che avevano vinto. E il loro ardore è divenuto esultanza. Era la reazione violenta di tante lunghe, inenarrabili sofferenze. Era la felicità dopo [p. 140 modifica] la dura pena. In quell'istante un aeroplano è apparso in alto.

Era nostro. Scendeva a grandi giri sopra la battaglia. Aleggiava sulle vette come l’aquila disegnata nel proclama austriaco ai cacciatori della Carinzia. Scendeva sempre. Non era a più di trecento metri sulla cresta del Pal Piccolo. Si vedevano gli aviatori salutare agitando le braccia. Le larghe ali tricolori davano all’aeroplano l’apparenza di una grande bandiera italiana prodigiosamente distesa nel cielo. In quel momento l’apparizione aveva del simbolo, del presagio, del miracolo.

Un colonnello degli alpini ha gettato in aria il cappello dalla piuma bianca: Avanti! Alla baionetta! Le truppe salivano l’ultimo gradino con l’impeto di un’onda, urlando di gioia frenetica. Ridevano combattendo ancora, scivolando, cadendo, morendo. Sono i cadaveri rimasti su quella estrema balza che, rovesciatisi con la faccia al cielo, hanno conservato nella fissità della morte un sorriso pallido, come se un sogno di gloria illuminasse il loro sonno senza fine.


L’aspra battaglia si culminava in una terribile festosità. Su! Su! Savoia! Ancora qualche granata per liberare il parapetto. Ecco i primi che scalzano i sacchi per trovare un appoggio al piede, si afferrano ai bordi, si levano sui gomiti, mettono il ginocchio sull’orlo del [p. 141 modifica] barricamento. Qualcuno ricade. Altri prendono il suo posto.... Una enorme nube verdastra si leva lentamente, con oscillazioni da liquido sulla trincea. Il gas asfissiante.

Ma il vento spira dalla nostra parte. Il cielo è con noi. La nube pesante si scapiglia alla superficie al soffio dello scirocco, ondeggia con mollezza come un aerostato che si sgonfi, e comincia a colare in diafane volute nel vallone nevoso dalla parte austriaca. Sgombra la trincea. I primi assalitori finalmente balzano dentro, in una atmosfera ancora acre di cloro.

La trincea è piena di cadaveri. Ve ne sono per tutto, a gruppi. Molti hanno la maschera e il loro volto s’intravvede dietro ad un cristallo. I superstiti non si arrendono. Un mitragliatore, convulsamente afferrato alle maniglie dell’arma, in mezzo ad uno sparpagliamento di morti, continua a far fuoco. Smette per sollevare la testa un istante e guardare, poi ripiglia il tiro, ostinato, eroico.

È solo in un angolo, torvo, feroce. Spara a bruciapelo, sordo agli inviti di resa. Ferito, continua. Finalmente i nostri rovesciano la mitragliatrice, gli sono addosso, lo prendono. Egli non si difende, non parla, rimane immobile, ansimando, insanguinato, bieco, come una bestia catturata. È un uomo di quasi quarantanni della Landsturm.

Mentre si svolge questo episodio, in tutta la trincea è la mischia, la colluttazione, la [p. 142 modifica] lotta a colpi di baionetta e di calcio di fucile. Poi, improvvisamente, la quiete. E mentre si incominciano i lavori di rafforzamento, i gridi di evviva passano da vetta a vetta e annunziano la vittoria alle posizioni lontane.

La cima del Pal Piccolo è appena riconquistata, che una trentina di alpini della compagnia che era rimasta bloccata e che si credevano morti o prigionieri, sbucano fuori, non si sa da dove. Si erano asserragliati in una galleria di neve, e l’avevano difesa. Loro stavano sotto, e il nemico sopra. Agl’inviti alla resa avevano risposto a fucilate. «Sapevamo che sareste venuti!» — esclamavano gli alpini liberati gettandosi nelle braccia dei compagni.


Il bottino fatto dimostra come gli austriaci contassero di poter mantenere la posizione e con quanta rapidità di organizzazione essi fossero riusciti a renderla quasi inespugnabile. Abbiamo preso quattro mitragliatrici, oltre cento fucili, una tonnellata di cartucce, dieci casse di granate a mano, dieci casse di nastri per mitragliatrice, un proiettore ad acetilene potentissimo, e che ci è servito subito alla notte successiva, un apparecchio per il gas asfissiante, cinquanta grandi scudi, e viveri per una diecina di giorni.

Al di là della cresta, tutto il declivio nevoso era pieno di morti austriaci. Sono stati contati quasi seicento cadaveri nemici. Le [p. 143 modifica] perdite totali del nemico devono essere ben gravi, e la magnifica riconquista della vetta del Pal Piccolo deve avergli causato un grave disinganno.

Un ufficiale austriaco fatto da noi prigioniero al combattimento del Passo del Cavallo aveva dichiarato che la presa della Quota 1859 di Pal Piccolo da parte degli austriaci costituiva la più bella operazione d’alta montagna della storia militare, e che mai più saremmo tornali in possesso della cresta: ragione per cui avremmo presto dovuto abbandonare tutte le posizioni del Passo di Monte Croce. Egli diceva ciò che i comandi austriaci credevano. Rendiamo lealmente omaggio al valore della difesa nemica di Pal Piccolo, ma gli austriaci riconosceranno che la posizione presa da loro con un tranello, è stata riconquistata a viva forza, apertamente, contro ogni ostacolo della terra e degli uomini, e che la più bella operazione d’alta montagna della storia è stata superata.

Oggi nevica. Sul campo di battaglia le tracce profonde della lotta sanguinosa vanno scomparendo nel molle candore che cancella, spegne i contorni, trasforma. Nel turbinìo leggero come di piume bianche che mette sulle lontananze un velo tremolante, i cadaveri che vengono portati per sentieri scoscesi al piccolo cimitero, laggiù fra gli abeti, al rovescio della montagna, si vanno ricoprendo di neve nel tragitto solenne. Scende dal cielo il loro sudario. [p. 144 modifica]

Delle voci, dei gridi, delle risa, arrivano improvvisamente dall’alto, dalle trincee. Non è niente. Tutte le volte che c’è una nevicata fresca è così. Sono i soldati nostri che fanno a pallate.