Storia di Torino (vol 1)/Libro III/Capo I

Libro III - Capo I

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Libro Terzo


Capo Primo


Costituzione definitiva della città di Torino in comune. — Giuris­dizione sulla strada romana, libertà ed altri privilegi ottenuti da Arrigo v, imperatore nel 1111 e 1116. — Significazione della parola Libertà. — Forme politiche del comune. — Origini e svi­luppo del medesimo. — Primi consoli torinesi. — Abbassamento del consolato, colla chiamata d’un podestà.


Erano verso la metà del secolo ix maturi i tempi per la definitiva costituzion de’ comuni che da più di due secoli s’ordiva. Erano anche opportuni, per­ chè le lunghe discordie tra l’imperadore ed il papa, i laidi costumi d’una parte del clero, il molto nu­ mero di vescovi intrusi dalla fazione imperiale, le [p. 182 modifica]eresie che andavano serpeggiando, inducevano il discredito d’ogni autorità; il che sempre annunzia l’imminenza ed il bisogno d’una crisi sociale.

Pure in mezzo a quella impazienza e concitazione d’animi o sollevati a nuove speranze, o smarriti al pensiero de’ vicini rivolgimenti, l’autorità d’una donna prudente e forte manteneva ordinati se non uniti i contrarii elementi d’uno Stato vicino a sfasciarsi. Ma passata di vita la contessa Adelaide, gli Stati ch’essa avea governati andarono soggetti a molte rivoluzioni; la città d’Asti levò il vessillo dell’indi­pendenza, si resse per consoli e sottrasse così alla signoria di Savoia non solo quel vasto contado, ma eziandio parte di quello di Bredulo che obbediva ai vescovi d’Asti. L’altra parte del contado Bredulense insieme colla contea d’Oirado fu occupata coll’armi da Bonifacio chiamalo del Vasto, marchese di Sa­vona, genero del marchese Pietro, primogenito di Savoia. Della contea di Torino pare che momenta­neamente s’insignorisse Corrado figliuolo dell’impe­ratore Arrigo iv e di Berta di Savoia; che poco dopo per suggestione della celebre contessa Matilde, ri­bellatosi al padre, pigliò titolo di re. Ma non durò in Torino l’autorità di Corrado; poco tardò quella vasta contea a scomporsi in varii brani; da quel disfacimento emersero varii comuni, fra i quali pri­meggiò come doveva quello di Torino, senzachè per quasi quarant’anni appaia indizio che nè Umberto ii [p. 183 modifica]detto il Rinforzato, nè Amedeo in figliuolo di lui, abbiano potuto ricuperare in quella città il perduto dominio.

Non è chiaro in qual’anno cominciassero i Tori­nesi a governarsi per consoli; cerio è che quest’ultima fasi dello sviluppo comunale accadde ne’ tempi d’Arrigo iv, e così probabilmente negli ultimi anni del secolo xi.

Da Arrigo v, figliuolo di lui, ebbe la città nel 1111 la concessione della strada Romana che dalle parti oltramontane, passando pel borgo di S. Ambrogio, scende a Torino, colla giurisdizione sui pellegrini e sui mercatanti che vi farebbero passaggio;1 pri­vilegio questo di grandissima importanza, sia perchè la giurisdizione delle pubbliche strade s’annoverava fra i dritti regali, e d’ordinario si eccettuava nelle infeudazioni anche più liberali; sia perchè dava ai Torinesi comodità d’impedire che i mercatanti giunti a Rivoli volgessero alquanto a destra per avviarsi per più corto cammino al ponte di Sant’Egidio di Testona, e giunger più presto in Asti, sola città di Piemonte che veramente fiorisse per copia di ric­chezze & di traffici.

Nuovamente nel 1116 il medesimo imperatore, per servigi rendutigli dai Torinesi, confermò tutti i buoni usi e la libertà che avean godute fin dai tempi d’Arrigo iv suo padre.2 Queste buone usanze erano state in ogni città il principio e il fondamento [p. 184 modifica]del comune e della libertà; aveano, secondo i luo­ghi, maggiore o minor larghezza, e riguardavano per lo più la ragione che avea l’universalità de’ cittadini di possedere beni e pascoli comuni, di fortificarsi e d’obbligare i singoli cittadini a concorrere nelle spese necessarie alla pulizia della città; e la ragione ne’ privati di possedere con proprietà piena, vale a dire in allodio, e di prescrivere questa proprietà col possesso; in certi luoghi anche il diritto alle fem­ mine di far contralti e commercio senza il bisogno d’autorizzazione.

Queste buone usanze erano state, come abbiam detto, principio e fondamento di libertà; ed erano antiche tanto, che «rana fatica sarebbe rintracciarne l’origine; imperocché fu varia secondo i luoghi; e indotta parte dalla forza delle cose contro cui si elide ogni strettezza di dispotismo, parte per lunga industria de’ vinti e tacila tolleranza de’ vincitori, parte ancora conservata fin dai tempi Romani.

E postochè abbiam parlato della libertà che fin dai tempi d’Arrigo iv godevano i Torinesi, conviene prima di tutto che per noi si definisca ciò che al­lora s’intendeva, usando questo vocabolo di così dub­bia e pericolosa significazione.

Comincieremo dal notare che a quel vasto rivol­gimento politico che invece di città e di terre col­pite da uniforme servaggio, come la generalità degli individui, seminò di comuni il mondo dall’ultima Gade [p. 185 modifica]fino alle rive del Baltico, diè impulso, norma e nome la memoria di Roma consolare. Durano i nomi più che le cose, è col volger degli anni s’adattano i medesimi nomi a cose che si credono dai più le me­desime, e che pur sono diverse.

I Romani chiamavano liberi que’ popoli a cui dopo la conquista permettevano di vivere colle leggi e coi magistrati loro proprii, sebbene avessero, massime in occasion di guerra, qualche dipendenza da Roma. Onde si vede che cotal libertà si facea consistere nell’autonomia.

I comuni del medio evo si chiamavano liberi quando erano immediatamente soggetti al Cesare germanico che si chiamava re od imperador de’ Romani, e non ad una schiatta d’altri principi che riconoscessero essi medesimi la superiorità imperiale; quando ave­vano essi principi per colleghi nell’obbedienza a Cesare, e non per signori: e liberi si riputavano ugualmente, sia quando un capitano, legalo o vicario imperiale, li governava, sia quando, come più spesso accadeva, stante l’ordinaria lontananza e l’abituai povertà dell’imperatore, cacciato il ministro impe­riale, si reggeano solamente per magistratura di cit­tadini, cioè per consoli.

Consoli, con nome e con imitazione romana, chia­ marono quattro, sei, otto cittadini eletti ad ammini­ strare per tempo determinalo i pubblici affari, di po­litica e di giustizia. Consoli del comune chiamavansi [p. 186 modifica]i primi; consoli de’ placiti, vale a dir dei giudizi, chiamavansi i secondi. I consoli del comune provvedeano ai giornalieri emergenti del governo, marciavano alla guerra, negoziavano i trattali e le confederazioni. Nè di loro capo il faceano; ma col voto di due consigli; uno stretto o piccolo, chiamato secondo i luoghi di credenza, degli anziani, de’ silenziarii, de’ savi per le minute e quotidiane bisogne; l’altro grande che rappresentava l’intero popolo, per gli affari di più grave momento concer­nenti l’interesse universale, come sarebbero le leggi o gli statuti, il bando de’ cittadini, le paci e le guerre.

Uno dei primi germi del comune abbiam veduto in queste storie consistere nelle giure o gilde, cioè nell’associazione che più deboli d’una medesima condizione faceano onde supplire al difetto di pro­tezione pubblica e difendersi dalle oppressioni dei potenti. La definitiva costituzione dei comuni s’operò, coll’aggregarsi di queste giure d’artefici e di villani, a formare una più vasta associazione che si chiamò il comune, e s’operò coll’efficace aiuto dei secondi militi, cioè de’ nobili di second’ordine, che, stanchi dell’albagia e de’ soprusi de’ grandi baroni o prin­cipi, si posero fin da’ tempi del re Arduino e colla protezione di lui alla testa di questo rivolgimento sociale, e guadagnando sempre terreno nell’opinione pubblica, anche quando aveano la fortuna contraria, pervennero infine al loro intento. [p. 187 modifica]

Organizzato poi il comune mercè il concorso di due disformi elementi, il popolare cioè nelle giure de’ mestieri, e l’aristocratico nella persona de’ se­condi militi, ambedue parteciparono dapprincipio al governo, e talora con più frequenza il secondo che il primo; ma poco tardarono a scoppiare tra i popolani ed i nobili quelle discordie che avvelena­rono le fonti della libertà, e prepararono la mina d’uno stato che doveva avanzar cotanto il buon viver civile; e più l’avrebbe avanzato, se le ire intestine e tutta la sequela de’ malanni che loro tien dietro, non corrompevano la bellezza e la generosità de’ primi ordinamenti politici, non trasformavano terre quiete e libere, in campo d’agguati e di tradimenti, di vendette e di ruberie.

La più antica notizia de’ consoli Torinesi ram­menta uno Stefano, console nel 1172.3 Quattr’anni dopo un documento imperfetto reca i nomi di cin­que, fra i quali un Zucca; ma non sembra distin­guere fra i nobili e non nobili.4 Fa bensì questa distinzione in modo espresso un documento del 1193, chiamando consoli maggiori Vieto Porcello, Aimone della Rovere, che credo della stirpe degli antichi visconti di Torino, Guglielmo Beccuti, Giacomo Calcagno, Arnaldo Tornieri; e consoli minori Ansaldo Becco e Pietro Feraldo.5

Ma l’ufficio del consolato in man di cittadini non tardò ad inspirare sospetto e gelosia al comune; e [p. 188 modifica]per impedire che rendesser perpetua la temporaria loro carica, ò che un di loro più potente si facesse tiranno della sua patria, chiamarono i cittadini a governarli un gentiluomo forestiero col titolo di po­destà, che condusse seco giudici e notai, similmente forestieri; onde fu scemata d’assai l’autorità de’ con­soli a’ quali non rimase propriamente che la presidenza de’ due consigli del comune, ne’ quali tuttavia stava la ragione di far leggi, d’impor tributi, di re­golarne la discussione, di dichiarar la guerra e la pace.

Quest’abbassamento della autorità consolare, e la chiamata d’un podestà forestiero non seguì sempre quietamente; ma fu per lo più l’effetto d’una rivo­luzione. A Torino fu la parte del popolo che operò questa mutazione, e lo inferisco sia dall’indole af­fatto guelfa della medesima, poiché erano i grandi e non i popolani che davan sospetto di tirannide, sia dal trovare nel 1196 col nome del podestà Tom­maso di Nono, legato imperiale, quelli di soli quattro consoli, tutti del popolo, Bosone notaio, Regnaldo Trucco, Castello di Termenao e Damiano: e men­tovato l’assenso della società de’ nobili, come d’una corporazione o collegio particolare.6 Ma non tar­darono i nobili a ripigliare l’autorità che loro era caduta di mano.

Soli tre anni dopo Torino reggevasi di nuovo per consoli maggiori e minori. Maggiori erano Pietro [p. 189 modifica]Porcello, Ottone Due, Aimone della Rovere, Arrigo Maltraverso, Jacopo Prando; minori Jacopo Silo, Pietro Faraudo, Uberto Bojamondo, Guglielmo Atello.7

Ma ricominciò nel 1200 a prevalere ne’ consigli del comune il desiderio del podestà, per amore d’in­dipendenza e per brama di più imparziale giustizia, e non risulta che il consolato risalisse mai più agli antichi onori (8). Ben è vero che il podestà, venendo con poco seguito e senza aderenze, avea ben di rado autorità bastante per mantener quieta la fa­zione de’ nobili e quella del popolo, che sempre l’una contra l’altra romoreggiavano; e che quando l’una d’esse prevaleva, era costretto a prender parte a tutte quelle vendette di sangue, d’esilii, di confiscazioni che la setta, trasformata in governo, esercitava contra la setta momentaneamente abbattuta. Pure sembrò minor male, e forse fu, che la verga del po­tere esecutivo fosse in mano d’uno straniero ancor­ chè debole, perchè quando le forze dei due partiti erano contrappesate, governava con imparzialità, e quando una parte soperchiava l’altra, non esacerbava, anzi rattemprava nell’esecuzione i rigori con cui non mancavano i vincitori di contaminare il loro trionfo: se v’ha trionfo in queste gare anticivili ed antisociali.


Note

  1. [p. 198 modifica]Monum, hist. pat., Chartar, i, 737.
  2. [p. 198 modifica]Ivi, i, 742.
  3. [p. 198 modifica]V. il documento in fin del volume.
  4. [p. 198 modifica]Cibrario, Storia di Chiari, tom. i, 407.
  5. [p. 198 modifica]Ivi, pag. 27.
  6. [p. 198 modifica]V. il documento in fin del volume. — Tommaso di Nono trovasi già ricordato nel documento del 1193 con titolo di legato imperiale, ma non con quello di podestà.
  7. [p. 198 modifica]V. il documento in fin del volume.