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Trattato della superbia - Capitolo quinto - Qui si dimostra come la superbia offende e nuoce al propio suggetto, cioè all’uomo nel quale ella regna

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Trattato della superbia - Capitolo quinto - Qui si dimostra come la superbia offende e nuoce al propio suggetto, cioè all’uomo nel quale ella regna
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Qui si dimostra come la superbia offende e nuoce al proprio suggetto, cioè all'uomo nel quale ella regna.


Offende più che tutti gli altri vizi la superbia il propio suggetto, cioè l’uomo nel quale ella regna. In prima, ella gli toglie Iddio, ch’è ogni bene, come dice Ugo di Santo Vittore; e toglie il reame di cielo, e profóndalo nello ’nferno. Onde fu detto a quel primo superbo, in persona di tutti gli [p. 217 modifica]altri, per Isaia profeta: Dixisti in corde tuo: in coelum conscedam, e quello che séguita; verumtamen ad infernum detraheris: Tu superbo, dicesti nel quor tuo: Io sârrò in cielo; ma tu sarai strascinato e gittato nello ’nferno. Onde, come per l’umiltade si sale in cielo, così per la superbia si rovina nello ’nferno, secondo lo stanziamento della legge evangelica, la qual dice: Qui se humiliat exaltabitur, et qui se exaltat humiliabitur. Nuoce anche la superbia all’uomo, ch’ella lo fa indegno della misericordia e della grazia di Dio; della quale dice santo Agostino. Niuno ha più bisogno della misericordia d’Iddio, che colui ch’è misero: niuno n’è tanto indegno quanto il superbo misero, il quale spregia la medicina della misericordia. Onde dice il savio Ecclesiastico: Execratus est eos proe superbia eorum; et non est misertus, totam gentem perdens: Iddio gli ebbe in odio, abbominandogli per la superbia loro: non ebbe misericordia di loro, dannando tutta la loro gente. Un altro nocimento e danno fa la superbia all’uomo, ch’ella gli toglie il lume dello ’ntelletto e fàllo oscuro e tenebroso. Così dice la Chiosa sopra quella parola del Vangelo: Qui vident, coeci fient: I superbi a’ quali pare essere e tengonsi savi, diventano ciechi. E di ciò parla san Gregorio ne’ Morali, dicendo che impedimento del lume della verità è la superbia della mente. Onde il Salvatore dice nel Vangelo, che la verità è nascosa e celata a’ prudenti e a’ savi, e revelata a’ piccoli e a’ parvoli; intendendo, come dice la Chiosa, per li savi i superbi, e per gli piccoli gli umili. E a questo intendimento fa quello che dice san Gregorio ne’ Morali sopra quella parola: Viam eius intelligere noluerunt: Il lume dello ’ntelletto l’umiltà l’apre e la superbia il nasconde, e induce l’uomo a tanta cechità, ch’ella fa l’uomo cadere in errore e fàllo eretico. Onde la ignoranza non fa l’uomo essere eretico ma la superbia, per la quale l’uomo sta pertinace nella ostinazione e nello errore,1 e difendelo. Nuoce anche la superbia [p. 218 modifica]all’uomo, che l’affetto suo disordina e guasta;2 e quel che si doverrebbe levare in Dio, levandosi in superbia, cade, ed è sottomesso alla misera servitù del vizio. Della quale parla san Gregorio nel libro de’ Morali, e dice: Il vizio della superbia, levando il quore misero sopra gli uomini, il sottomette al vizio; che non può essere più misera né più grave servitù. E però dice la santa Scrittura: Non elevetur cor eius in superbiam: Non si levi il quore dell’uomo in superbia. Anche nuoce la superbia all’uomo, ch’ella toglie all’anima la sua bellezza e la sua formosa figura, la quale è fatta all’immagine di Dio: e ella la3 induce alla immagine del diavolo, come dimostra santo Anselmo nel libro delle Similitudini: imperò che l’anima si trasforma4 secondo ch’ell’ama; e superbia non è altro se none amare quello che ama il diavolo; onde e la figura del diavolo s’imprenta nell’anima, e tante isformate imagini, sozze e stravolte, a quante cose superbamente con vizioso affetto la mente si rivolge e ama. Onde diventa l’anima, di sua natura e per grazia speziosa e bella, tutta enfiata, cieca, travolta, torta; e, brievemente, tutta sua bellezza perdendo, diventa bestiale, mostruosa e brutta. E questo spezialmente interviene quando la superbia nasce del suo contrario: chè, come si dice che ’l parto è parto mostruoso quando non è secondo sua natura, come se una donna partorisse un toro (come dicono le favole de’ poeti di quella reina Pasife che partorì il Minotauro, che era mezzo uomo e mezzo toro); o vero quando il parto, o uomo o bestia che fosse, avesse più capi o più membra, e non l’avesse nel luogo suo; così la superbia, che molte volte nasce del suo contrario, e non del suo simile, cioè delle virtudi e delle grazie date da Dio, delle quali l’uomo diventa superbo e la mente diventa quasi come un toro. La qual cosa vieta il savio [p. 219 modifica]Ecclesiastico, il quale dice: Non te extollas in cogitatione tua velut taurus, ne forte elidatur virtus tua: Non ti levare in alto per superbia, come fa il toro, acciò che la tua virtù non sia abbattuta e gittata in terra. E non pure un capo, ma molti ha la superbia; chè, come è detto di sopra, tutti gli altri vizi capitali nascono di lei, che sono sette i principali, senza quegli che nascono di loro. Onde la superbia è simile all’idra d’Ercole, della quale dicono i poeti ch‘era un serpente che avea sette teste; e se se ne tagliava una, ne rimettea5 più. Così interviene della superbia; la quale avvegna che l’uomo alcuna volta abbia vittoria d’alcuno vizio, levandosene in superbia, ne fa nascere e rimettere più. E però fu ben figurata la superbia per quella bestia fiera, della quale dice san Giovanni nell’Apocalisse,6 che avea sette capi e dieci corna; intendendo per gli sette capi i sette vizi principali che dalla superbia procedono; e per le dieci corna, il trapassamento e la trasgressione de’ dieci comandamenti della legge; imperò che d’ogni peccato e trasgressione è principio e cagione la superbia, come dice la Chiosa sopra quella parola del Salmo: Si mei non fuerint dominati, tune immaculatus ero. Nuoce ancora la superbia all’uomo, imperò ch’ella lo ’nganna in molti modi. In prima, che dov’ella mostra di levare l’uomo7 in alto e porlo in istato d’eccellenzia e di dignitade, e ella lo fa cadere e rovinare. Anzi, quello levare in alto è uno cadere, come dice santo Agostino, esponendo quella parola del Savio: Deiecisti eos, dum allevarentur: Quando i superbi si levano in alto, tu gli getti a terra. E san Gregorio dice, che gli uomini superbi, abbandonando e spregiando la gloria e la potenzia del loro8 Creatore, rovinano in sé medesimi, cercando la propia gloria. Onde santo Iob, parlando a Dio con dispiacere degli uomini superbi, diceva: Respice cunctos [p. 220 modifica]et confunde eos, et contere illos in loco suo: Ragguarda tutti i superbi, e confóndigli, e trita i peccatori spietati nel luogo loro. La qual parola espone san Gregorio e dice: Il luogo de’ superbi è la superbia, la quale abbatte e fa rovinare coloro i quali in alto lieva. E però dice Salomone ne’ Proverbi: Ante ruinam exaltatur cor: Innanzi alla rovina si lieva in alto il quore. Inganna anche la superbia l’uomo, in quanto ella fa le sue cose preziose vendere vile, e l’altrui cose vili comperare care. Le cose preziose dell’uomo sono l’opere buone, le quali sarebbono degne dell’eterna mercede, se l’uomo non ne volesse loda e favore mondano; e ciò fa fare la superbia. Così dice santo Gregorio: Quando l’uomo della buona opera cerca d’avere o desidera alcuna cosa temporale, allora per vile prezzo vende quella cosa ch’era degna dell’eterna retribuzione. Le cose vili compera care l’uomo superbo, quando per lo vento della superbia perde il reame del cielo, come dice santo Agostino; e aggiugne: Chi non sarà gonfiato di vento di superbia, non creperrà nel fuoco dello ’nferno. Ancora nuoce all’uomo la superbia, però ch’ella lo fa matto e stolto. Onde dice san Bernardo: Ogni superbia è stoltizia, avvegna che ogni stoltizia non sia superbia. Onde della stoltizia degli uomini superbi dice san Paolo: Dicentes se esse sapientes, stulti facti sunt: Dicendosi e tenendosi savi, son fatti stolti. Sopra la qual parola dice santo Agostino: Se dicendo tu, te essere9 savio, tu diventi stolto; di’ che tu sia stolto, e diventerai savio. Vuole santo Agostino dall’uomo in queste parole tôrre la presunzione e la propria reputazione, la quale fa l’uomo stolto, tenendosi savio. Onde si legge di certi santi uomini, che per fuggire la superbia, e per guardare la loro umilità, si mostrarono stolti, essendo savi.

Leggesi nella Vita de’ Santi Padri, ch’era un santo abate, il quale il signore della provincia, udendo la nominanza della sua santitade, lo volle venire a vedere. La qual cosa sentendo [p. 221 modifica]quel santo padre, si vestì d’un suo sacco a modo d’uno stolto, e prese un pezzo di pane in mano e del cacio: e venendo il signore con molta compagnia a visitarlo, egli si pose in su l’uscio della cella sua, e dava di morso in quel pane e in quel cacio, e non rispose, a cosa che gli fosse detta, parola veruna10 e non lasciò il mangiare; anzi più si studiava, iscostumatamente facendo maggiori bocconi. La qual cosa vedendo quel signore, ebbelo a dispregio; e partendosi, l’abate rimase nella sua saviezza, avvegna che paresse stolta umilità, e fuggì la stolta superbia. Or non è egli grande stoltizia che l’uomo pressuma oltre alla sua forza, e faccia le ’mprese più che non porta il suo potere?11 Onde bene l’addimostra la Chiosa sopra quella parola di Ieremia profeta: Superbia eius et arrogantia eius plusquam fortitudo eius: La superbia prossume più che non è la forza; l’arroganza s’attribuisce falsamente quello che non ha: e l’uno e l’altro è grande isciocchezza. E però dice bene Salamone ne’ Proverbi: Superbus et arrogans vocatur indoctus: L’uomo superbo e arrogante si chiama stolto. E chi volesse delle stoltizie alle quali conduce la superbia l’uomo, sapere più innanzi, legga in questo medesimo Trattato fatto in latino per gli letterati, dove molte più cose si scrivono della superbia, che non fieno12 qui, per non iscrivere troppo lungo.

Note

  1. Ediz. 95 e 85: sta pertinacemente nello obstinato errore.
  2. Le antiche sopra citate: disordinato il guasta.
  3. Il la, soppresso nei Manoscritti seguiti dagli Accademici ed anche nel nostro, è nelle edizioni del primo secolo e del Salviati.
  4. Ediz. 95 e 85: trasfigura (o transfigura).
  5. Il Salviati, coi primi editori: rimettevano.
  6. Nel Testo è scritto, qui ed altrove: Apochalix.
  7. Le antiche stampe aggiungono: molto.
  8. Così (non suo, come si qui le stampe) nel nostro Testo.
  9. Il Manoscritto: dicendo tu essere.
  10. Il Testo a penna: non rispose a cosa veruna che gli fosse detta.
  11. Ediz. 95 e 85: le 'mprese oltre al suo potere.
  12. Si noti la più sana lezione del nostro Codice, avendosi nelle stampe: fanno.