Sotto il velame/Le tre fiere/VI

Le tre fiere - VI

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Le tre fiere - V Le tre fiere - VII


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VI.


La lonza dunque è la incontinenza sì di concupiscibile e sì d’irascibile; e la concupiscenza col suo effetto di tristizia e di desidia corporale e spirituale; e il leone è la violenza; e la lupa è la frode. Sì, sembra. Eppure no. A Pluto, simbolo dell’avarizia, dice Virgilio1: "Taci, maledetto lupo".

Il lupo dunque in Dante raffigura l’avarizia o la cupidigia, non la frode. E Dante nel cerchio dell’avarizia in Purgatorio, esclama2:

Maledetta sie tu, antica lupa,
che più che tutte l’altre bestie hai preda,
per la tua fame senza fine cupa!
 
O ciel, nel cui girar par che si creda
le condizion di quaggiù trasmutarsi,
quando verrà per cui questa disceda?

[p. 137 modifica]Codesta lupa che Dante maledice, come non è quella dell’inferno? Quella sembrava carca di tutte brame, quella fece misere molte genti, quella mai non empie la bramosa voglia; e l’altra ha preda più che tutte l’altre bestie, e ha una fame senza fine cupa. Come non è la stessa? E per quella è profetato e aspettato un veltro che la faccia morire e che la rimetta nell’inferno; e per l’altra è invocato dal cielo uno per cui ella si parta dal mondo:

Quando verrà per cui questa disceda?


È il medesimo voto, il medesimo veltro, la medesima lupa. Non c’è che dire. E tuttavia è la frode. Chi ragiona, non può se non dire che ella è sì l’avarizia e sì la frode.

Ma no: non si disse e non si dice. Il geniale spirito di Giacinto Casella intuì che le tre fiere doveano essere le tre disposizioni;3 ma abbagliato da quei due passi surriferiti, credè che non la lupa ma la lonza fosse la frode. Nel che lo confermò sopra tutto quel gittar la corda a Gerione, di che ho parlato. Il Casella dice: "Dante per ordine del maestro si scioglie una corda che aveva cinta, e colla quale dice che aveva sperato Prender la Lonza alla pelle dipinta; la porge a Virgilio, e questi la getta giù nell’alto burrato. A quel cenno si vede venir su una figura mostruosa, a cui il Poeta dà il nome di Gerione, e apertamente lo dichiara sozza imagine di Frode. Ecco dunque un primo fatto notabilissimo: quella corda con cui Dante sperò prender la lonza [p. 138 modifica]è il mezzo del quale usa Virgilio a prender Gerione: dal che si argomenta, ragionevolmente affinità fra i due simboli, e che se Gerione è la frode, la Lonza sarà la stessa cosa. Ma parmi che ciò divenga affatto evidente, quando si badi alla rassomiglianza della pittura che fa di entrambi il Poeta. Se la lonza ha la pelle gaietta e dipinta, se è leggiera e presta molto, Gerione dal canto suo ha pelle benigna, e tutto dipinto di nodi e di rotelle, è così veloce, che compiuto appena l'ufficio suo si dilegua come da corda cocca. E poi spiega il significato della corda, con cui "Dante sperò pigliar la lonza, e Virgilio piglia Gerione". Egli dice: " Dante alla maniera biblica dinota col nome di corda ogni specie di virtù: onde parlando di Pietro d'Aragona dice:

D'ogni valor portò cinta la corda.


E qui pure la corda è per certo una virtù, atta a vincere e signoreggiare la Frode; è insomma, se non erro, quel buono accorgimento col quale l'uomo d'intelletto non solo sa schermirsi dalle insidie dei tristi, ma gli domina a suo talento, e gli fa servire, se bisogna, ai suoi fini4.

Due parole sulla "corda". Mettiamo che il "capestro" e la corda possano anche interpretarsi in altro modo che continenza: ma sono anche continenza. Non importa tanto di sapere il significato della corda, quanto dell'atto di Virgilio. Fu quello un "nuovo cenno"5. Cenni in Dante sono quelli di Caron; quasi richiami d'uccellatore6. E qui è la stessa cosa. Virgilio seconda con gli occhi la corda [p. 139 modifica]che cade, e dice: "Tosto verrà di sopra..." A chiamar su Gerione serve la corda, non a pigliarlo. Quando Gerione è venuto su, Virgilio patteggia con lui; la corda non basta. Dice:

mentre che torni parlerò con questa,
che ne conceda i suoi omeri forti.


Le avrà detto, presso a poco, ciò che a Caron, ciò che a Minos, ciò che a Pluto, ciò che ad altri: "Vuolsi così!" Il difficile era di farla venir su quella sozza imagine di froda! E a ciò servì la corda, che appunto fu aggroppata e ravvolta, a formare un nodo come quelli che Gerione aveva dipinti sul dosso e sul petto e su ambedue le coste. Era un inganno all’ingannatore. Ma in che modo la corda poteva fare venir su l’ingannatore? che cosa dovè questi credere, nel veder quella corda?

Con la lonza alia pelle dipinta, come credeva di potersene servire Dante? La voleva prendere; ossia, legare, vincere, assoggettare. O che altro? Per la lonza forse era un logoro? un richiamo? uno zimbello? Non pare; è assurdo. La corda è un’arma; e servirsene come di zimbello sarebbe quale il fatto dell’uccellatore che mettesse come richiami la penera e la rete. Con la corda egli la voleva proprio vincere e avvincere, credo. Or dunque gettar qui la corda essendo un inganno per attirar su Gerione, significa spogliarsi dell’arma d’offesa, e mostrare cosi di non poter nuocere. E’ un cennare a Gerione: Non ho più la corda: vieni su, che sei sicuro. O meglio, trattandosi d’un de’ passatori dell’inferno : Vieni su, che c’è carico per te. [p. 140 modifica]Ora se Gerione e lonza simboleggiano tutti e due la frode, quella corda, se aveva a prender la frode, era una virtù ad essa contraria.

Non però "il buono accorgimento" del Casella. Chè allora il cenno della corda direbbe a Gerione: C’è quassù un malaccorto; vieni a prenderlo. E ciò tornerebbe; ma nel dolce mondo, non nell’inferno. Nell’inferno Gerione salirà su, se credera di trovare un fraudolento, non un semplice; uno pieno di accorgimenti e di segrete vie per offendere altrui, non uno sfornito pur d’ogni prudenza per difendere sè. Dunque non il buono accorgimento, ma quella virtù cui chi non abbia, è reo di frode. E qual è questa virtù? E, credo, la carità; quella di cui appunto Virgilio, nella bolgia quarta dei fraudolenti, dice7:

Qui vive la pietà quand’è ben morta;


la pietà che non è esclusa in altri cerchi e verso altri peccati e peccatori. Bene: ora bisognerebbe provare che la corda ch’uno si cinga ai lombi, può valere la carità. E non credo si possa provare8. Codeste cinture devono aver un significato di stringere e frenare. Ma pure ammettiamo che la Corda di Dante valga la carità o quella, qual si voglia, virtù, [p. 141 modifica]senza la quale si sia fraudolenti. Che direbbe Dante, con questo cennar di Virgilio? Direbbe, con molto apparato di gesti e di parole, e dopo avere molto invitato il lettore ad attendere e pensare, direbbe, che chi non ha la virtù contraria alla frode, è, o è per essere, fraudolento. E può essere; ma vediamo se con altra interpretazione sia il cenno per riuscire e più intelligibile e più ingegnoso e profondo e vero.

Chi è Gerione? E’ la frode, ma figurata come gli uomini figuravano e si figuravano il diavolo tentatore di Eva9. Ora si ripensi la dottrina teologica intorno al primo peccato. In esso la mala volontà precede la concupiscenza, e questa seguì quella10. "Dunque" domanda S. Agostino a chi credeva che la concupiscenza fosse avanti il peccato nel paradiso terrestre, "dunque nel paradiso, avanti il veleno del serpente pravo consigliere, avanti il corrompimento della volontà mediante quel sacrilego discorso, c’era gia l’appetito del cibo non permesso?... La mala volontà fu prima, per la quale si credesse al serpente ingannatore, e dopo venne la mala concupiscenza, per la quale si appetisse il cibo illecito". Ma tuttavia, come egli soggiunge, riassumendo parole di S. Ambrogio, "se l’anima correggendo la volontà avesse frenato codesto appetito del corpo si sarebbe, proprio nel suo nascere, spenta l’origine del pecato". Ciò pensava anche Dante il quale, per non parlar d’altro, dice che a tutto il mondo costa "il palato" d’Eva, cioè la sua concupiscenza11.Se, dunque, i primi parenti avessero frenata, stretta, contenuta [p. 142 modifica]tenuta la concupiscenza, il diavolo avrebbe mentito, mal consigliato, adulato, tentato di sedurre e di barattare e di scindere, invano; si sarebbe invano coperto di pelle dipinta, invano si sarebbe convertito in serpente12. Senza, dunque, quel dissolvimento, il diavolo non avrebbe fatta sua preda. E fu un dissolvimento. Che non era, avanti il peccato, quella battaglia della carne contro lo spirito, della legge del peccato contro la legge dello spirito, nella qual battaglia vince chi trae prigioniero l’avversario13; non era, avanti quel peccato, quella conseguente disobbedienza delle membra che fu il gastigo della disobbedienza dei primi parenti e dei loro eredi14; quella disobbedienza della carne che non era in loro, poichè la carne obbediva alla mente, e disubbidì soltanto, la serva alla sua signora, quando quest’ultima disubbidì a Dio15. La carne prima era serva, le membra ubbidivano, la legge del peccato era prigioniera. Sono imagini comuni. E la corda ai lombi, se altre cose puo significare, questa sopra tutte significa, L’obbedienza o il freno della carne e della concupiscenza, la servitù di essa, la vittoria su essa. Or, nel cenno di Virgilio e nel salir su, della sozza imagine di froda, non è esemplato questo primo dramma umano? che il diavolo fece sua preda dell’uomo, perchè questi si tolse quel freno, liberò quella schiava, mutò [p. 143 modifica]quell'obbedire della carne e quel dominare della mente?

E il diavolo rappresenta il peccato. E Gerione è imagine di froda. E froda è malizia di cui ingiuria è il fine. Ebbene, il suo salir su al vedere gettata la corda, significherà che, in quel primo peccato, col disubbidir della carne, ebbe luogo una colpa di questa malizia che ha per fine l'ingiuria, una colpa d'ingiustizia. E ciò torna perfettamente. Adamo "tra le delizie del paradiso non volle osservare giustizia"16 e perciò la sua carne divenne carne del peccato.

Dal suo peccato derivò in lui e ne' suoi figli quella lotta per la quale la mente o la ragione cercò di riassoggettare e riprendere la carne ribelle e fuggita dall'obbedienza e dalla servitù. Diceva S. Paolo17: "Vedo un'altra legge nelle mie membra, che combatte contro la legge della mia mente, e che mi fa prigione (captivantem} nella legge del peccato che è nelle mie membra. Me infelice!...". La carne combatte contro lo spirito. Chi vincerà? Se l'uomo non riesce a frenar quella, essa assoggetterà lo spirito che deve essere suo padrone. Dal peccato della carne nascerà il peccato dello spirito; dalla corruzione carnale la corruzione spirituale. E questo ha voluto dir Dante, io penso. Ed è concetto esattissimo. La concupiscenza, viziata dal peccato dei primi parenti, trasmette nella prole il peccato originale; ed è quella libido per la quale l'appetito sensitivo non si contiene sotto la ragione: è l'incontinenza, insomma; questa conduce a peggior male18. Nè occorre, credo, [p. 144 modifica]portare autorità di testi. Pensiamo soltanto che dentro Dite vi è una lussuria peggiore che si chiama Soddoma, un'avarizia peggiore, che si chiama usura e simonia e ladroneccio e falsità, e con tanti altri nomi; e una prodigalità peggiore, che si chiama biscazzare e fondere la sua facoltà, e via dicendo e come vedremo meglio. Che è ciò? E' l'incontinenza che diventa malizia.

Or Dante, col gettito della corda, ha voluto esprimere questo vulgato concetto: che gl'incontinenti si fanno facilmente rei di malizia. Mi pare ineccepibile. Di lassù alcuno gitta la corda, cioè rinunzia a contenere le passioni dell'animo irascibile e concupiscibile. Mostra non di essere soltanto incontinente in questa o quella occasione; ma di non volere essere più in alcuna. Sfrena e discioglie l'appetito per sempre. E Gerione va su: come nel primo uomo, così in ogni uomo la corruzione della carne porta alla corruzione dello spirito19. Nella carne è la fame ed è il veleno20.

E dunque Dante dice che chi sfrena l'appetito, generalmente si rende reo di peccati più gravi che di semplice incontinenza. Chi rinunzia a prendere la [p. 145 modifica] lonza, e gitta perciò la corda, che contro lei serve, divien reo, facilmente, di malizia.

Note

  1. Inf. VII 9.
  2. Purg. XX 10 segg.
  3. G.C. Dell’allegoria della D.C. nelle Opere vol. secondo, Firenze, Barbèra.
  4. L.c. p. 391-2
  5. Inf. XVI 116.
  6. Inf. III 117.
  7. Inf. XX 28. Che la carità sia la virtù opposta al peccato di Malebolge, crederà ognuno che creda con me che esso sia l’invidia.
  8. In un mistico, Hugo de S.Victore (Op.Migne III 847), trovo, per esempio, tre cinctoria che nos stringunt et cohibent: il ricordarsi della morte, il decoro della pudicizia, l’amor religioso. Di quest’ultimo si cingono, a dir il vero, i cittadini angelici insistentes charitati. Ma il mistico dichiara (ib. 761, 762) che ne fu cinto Giovanni nell’Apocalissi e principalmente ne usò il Cristo e che è contro la superbia.
  9. Vedi più avanti.
  10. Aug. Op. Imp. contra Iul. I 74.
  11. Par. XIII 39.
  12. I dieci peccati di Malebolge, a cui conduce Gerione, si trovano tutti nella tentazione del serpente.
  13. Trovo inutile arrecare testimonianze di questi concetti che ognun conosce, e di cui sono gremite le pagine dei padri e dei dottori. Tuttavia si veda, per un esempio, Aug. Op. Imp. contra Iul. VI 14.
  14. Vedi, p. es., Aug. contra dua epist. Pel. I 30.
  15. Aug. de pecc. mer. et rem. II 36.
  16. id. ib. 55. E altrove.
  17. ad Rom. 7, 23.
  18. Summa, passim: p. es. 1a 2ae 82, 4.
  19. Questo concetto è espresso nelle cornici superiorie del purgatorio in cui gli esempi sono di mali peggiori procacciati da minori.
  20. Ambr. in Aug. Op. imp. contra Iul. Pel. I 71_ "la carne, prima che infettata dal veleno del pestifero serpente, apprendesse quella sacrilega fame ...". Già avvertii che la mala volontà (il veleno) fu prima, la fame (del pomo; figuratamente la concupiscenza) fu dopo. Per altro i padri e i dottori non sono d'accordo. A ogni modo senza la corruzione della concupiscenza, il peccato non avrebbe avuto luogo. La soave Suor Agnese, sorella delle mie sorelle, che prega per me, diceva: La cintura? Quando l'abbiamo alla vita, il diavolo ha paura e sta lontano e non ci tenta. Guai se la lasciamo! Subito si avvicina. Mi perdona il lettore questo ricordo?