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XIX

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Parte quarta Parte quarta - XX
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XIX.

Calava la notte seguente allorchè Alberto scese alla stazione e si avviò verso casa sua per le vie già oscure della città.

Allo svolto della strada il cuore gli diede un balzo. Le sue finestre, le grandi vetrate dello studio, erano illuminate. E nello studio nessuno entrava durante la sua assenza all’infuori di Raimonda.

Ella dunque era ritornata dal suo viaggio misterioso e lo aspettava lassù? Con un brivido nelle vene Alberto trattenne il passo. Indi si volse e tornò indietro. Camminò rapido, per vie traverse, senza méta; unico istinto in lui quello della fuga.

Non doveva rivedere quella donna! Non doveva rivederla mai più. Lo aveva promesso a Adriano; e la promessa fatta a quello sventurato era sacra.

Tremante, col respiro breve, correva per le deserte strade notturne, rivivendo nel pensiero le ultime ore passate in quella tragica villa lontana, in quella casa di tristezza e d’incubo. Rivedeva il giovane cieco, così come [p. 118 modifica] lo aveva lasciato al meriggio, disteso sul suo letto in una prostrazione così profonda da parere un deliquio; austero, pallido e immoto come una marmorea figura scolpita sovra un sarcofago. Ricordava i suoi occhi chiusi... ah! quegli occhi chiusi! quelle tragiche orbite concave sotto le palpebre abbassate!

Alberto a quel ricordo tremò. Sì. La promessa fatta era sacra. E la donna che lo aspettava, qui, a pochi passi da lui, attenderebbe invano il suo ritorno.

Si fermò di scatto per figurarsi l’incontro con lei qualora fosse avvenuto; qualora — insano pensiero! — egli mancasse alla parola data e rientrasse in quella casa dov’ella lo attendeva. La vedeva venirgli incontro con quel suo sorriso ambiguo, quel sorriso fanciullesco e furbo a un tempo, che spesso aveva al ritorno dalle sue intermittenti assenze; gli occhi verdognoli un poco infossati e la vermiglia bocca pronta ai baci e alle menzogne.

Certo, per prevenire le domande di lui, ella gli avrebbe subito chiesto:

— Dove sei stato?

E lui, di ripicco: — E tu?

Ella allora gli avrebbe sciorinato le sue menzogne, quelle menzogne fluide e facili, che solo al ricordarle gli mettevano la [p. 119 modifica] disperazione nell’anima, gli davano un senso di nausea fisica, profonda, indescrivibile.

E lei, per distrarlo e placarlo, avrebbe insistito:

— Ma tu? Dimmi di te! Dove sei stato? chi hai visto?

Allora egli le getterebbe sulla faccia, come una denuncia, come un vituperio, il nome di Adriano Scotti.

E lei avrebbe mentito ancora e pianto e gridato; e la stanza sarebbe stata piena di proteste, di strida e di singhiozzi...

Ah, no! basta! Finito. Egli non la rivedrebbe più. Anche se non avesse dato ad Adriano la sua parola sacrosanta, non sarebbe tornato più a quella malefica creatura che spargeva intorno a sè la sventura e l’orrore. Finito!... finito!...

E Alberto si disse che il brivido che lo percorreva a questo pensiero era un brivido di gioia e di gratitudine; era la liberazione da un incubo, era il ritorno alla vita dai profondi abissi della perdizione.

Tremante, affrettando il passo come se qualcuno lo inseguisse, s’inoltrò per le strade silenziose; quasi correndo si ritrovò davanti alla stazione.

Sostò, smarrito. Dove andava? Dove sarebbe andato? Che importa! Prenderebbe il [p. 120 modifica] primo treno in partenza, scenderebbe a una stazione qualunque...

Poi gli balenò il pensiero: San Vincenzo! Casa sua!... Perchè no?

Un improvviso senso di calma gli entrò nel cuore, placandone il tumulto. Sì, egli cercherebbe rifugio in quel porto di salvezza, in quell’asilo di pace — casa sua! Questa notte stessa poteva arrivarci. C’era pure un treno che partiva verso la mezzanotte.

Entrò nel vasto e risonante atrio della stazione. Interrogò un facchino assonnato. Il diretto per Verona? Era partito pochi minuti fa. Il prossimo treno? Un accelerato, alle ventitrè e quaranta.

Alberto guardò l’orologio. Aveva due ore da aspettare. Bevette un cognac al buffet; poi tornò fuori nelle strade buie e deserte.

Incerto, senza mèta, s’avviò pel lungo viale, sotto gli alberi spogli verso il fiume. Si trovò in faccia al Nuovo Ponte, dalle nereggianti statue dardeggiate di luci elettriche. Lo traversò; e inoltrandosi verso l’ombra più densa seguì la strada che sale ripida alla collina di San Vito.

Col pensiero egli già precorreva l’imminente viaggio. Immaginava l’arrivo alla casa paterna, la commossa sorpresa dei suoi, le festose accoglienze. Poi la calma, il riposo di [p. 121 modifica] quel sereno ambiente; la dolce semplicità di quegli affetti che gli fascerebbero come di bende rimarginatrici l’anima piagata dalle male passioni.

Sì! Era questa la salvezza. Circondato e protetto dalla vigile tenerezza paterna, dall’amorosa ansia della mamma e della sorella, e — sì! anche dalla timida adorazione della bionda cuginetta Alix, candido fiore di dolcezza — egli non temerebbe più la malìa della creatura malvagia che per quasi due anni aveva dominato la sua esistenza.

E di nuovo rabbrividì, pensando su quale strada di perdizione si era messo con costei. Che cosa aveva ella fatto di lui in questi due anni di passione? Era passata sulla sua vita come l’incendio delle praterie, devastando tutto, distruggendo tutto, lasciando dietro di sè un solco di cenere e desolazione.

Che cosa aveva egli compiuto dacchè la conosceva? Nulla; meno di nulla. Che ne era di lui come uomo e come artista? Aveva fatto qualche brutto quadro che non era piaciuto a nessuno, neppure a lui; si era guastato cogli amici, aveva rinnegato i suoi ideali, aveva disertato dai suoi doveri.

Sopratutto sentiva di essere moralmente sminuito e deteriorato. [p. 122 modifica]

Egli, ch’era sempre stato, per istinto e per educazione, di una lealtà a un tempo candida e ferrea, era divenuto equivoco e complesso. Mentiva per Raimonda e con Raimonda. Tutta la sua esistenza era una menzogna; ed egli non aveva più nè principî, nè volontà, nè dignità, nè fermezza. Era sulla china ineluttabile del completo avvilimento.

Quella donna che, da principio, aveva finto di interessarsi alla sua arte, che aveva ostentato un grande entusiasmo per l’opera sua e il suo ingegno — non appena era riuscita a sedurlo, a soggiogarlo, che cosa aveva fatto? Dov’erano sfumati i nobili propositi dei primi tempi quando essa dichiarava di volerlo aiutare, ispirare, spingere verso la celebrità e la gloria?

Un amaro sorriso torse il labbro del giovane a quei ricordi. Come tutto era stato falso in lei, falso e vile e menzognero! Che cosa le era mai importato di lui come artista? Che cosa contava per lei l’ingegno, l’ispirazione, l’arte? Ma se per l’arte essa non aveva che odio! odio e disprezzo e rancore, come d’altronde per tutto ciò che, anche per breve tempo, lo allontanava o lo distraeva da lei!

Ella, che pure si arrogava il diritto di seguire ogni propria fantasia, di concedersi ogni più stravagante capriccio, da lui esigeva [p. 123 modifica] la dedizione completa; esigeva ogni ora della sua giornata, ogni pensiero della sua mente. Nulla all’infuori di lei doveva più esistere: nè il passato, nè il presente, nè l’avvenire.

Quanto al suo lavoro, egli quasi non osava più parlarne. Ella gli aveva vietato di frequentare gli studi dei colleghi; gli aveva vietato di aver modelle; gli aveva vietato di far ritratti di donne — e financo di uomini, perchè questi potevano condurre nello studio le loro mogli o le loro figlie o le loro amanti.

D’altronde, come avrebbe egli potuto lavorare nell’atmosfera di febbrile irrequietezza ch’essa gli creava d’intorno?

Ad ogni istante, a qualsiasi ora del giorno, ella lo mandava a chiamare; gli telefonava; gli scriveva. Oppure arrivava lei stessa nello studio, perturbante e tempestosa, coi suoi sorrisi e le sue collere, le sue recriminazioni e le sue carezze; coi suoi profumi, colle sue eccentricità, colle sue snervanti storie d’avventure capitatele per via. Allora bisognava lasciar lì tutto e occuparsi esclusivamente di lei. Bisognava farle delle scene di gelosia perchè lei, a sua volta, non gliene facesse...

Oppure, se lei non veniva, se non lo chiamava, se non gli mandava a dir nulla — era lui che, inquieto, sospettoso, abbandonava [p. 124 modifica] d’improvviso i pennelli per correre fuori a vedere dov’ella fosse e che cosa facesse.

Ah! era una vita infame, era una vita grottesca e abominevole. Sì; era tempo, era ben tempo di finirla!


Correva, Alberto, su per la collina deserta. Ai lati della strada, nell’ombra, le siepi e i cespugli parevano delle nere bestie accovacciate in atteggiamenti minacciosi e strani.

Un orologio lontano battè due rintocchi. Le dieci e mezza. Bene. C’era tutto il tempo. Mancava più di un’ora alla partenza del treno. C’era tutto il tempo.


Un’ora! Tra un’ora egli sarebbe staccato da lei, liberato da lei, fuori della sua orbita nefasta; ella non potrebbe più raggiungerlo, riafferrarlo, trarlo a sè colle sue lunghe mani bramose e spingerlo poi nell’onta e nella rovina.

A questo pensiero il giovane sostò col respiro breve.

Gli si affollavano alla mente i ricordi. Gli ritornavano al pensiero certe frasi pronunciate da lei al principio della loro relazione, e che allora gli erano parse la fatua vanteria di una donna stravagante ed esaltata. [p. 125 modifica]

«Voi non avete paura di me, è vero? Non vi sembro una donna pericolosa...

È questo il vantaggio della donna non giovane, della donna non bella sulle altre: l’uomo non la teme. Si confida, si affida a lei... Ma quando vuole riprendersi, quando vuole liberarsi, non può! La donna non giovane, la donna non bella lo tiene...»

«Voi non avete paura di me!» No; non aveva avuto paura. Ma adesso l’aveva. Aveva paura! paura e orrore. La vedeva, creatura malefica e disastrosa, ergersi su uno sfondo di calamità; dietro di lei, intorno a lei erano gli spettri di uomini ch’ella con la sua lunga mano sapiente aveva attirato a sè per spingerli nel disastro e nella rovina.

«Non ammetto che un uomo il quale mi abbia amata, possa un giorno lasciarmi, riprendere la sua strada, andare avanti a vivere come se nulla fosse...».

Ah, no! bisognava portare le stìmmate di lei, il suo marchio rovente per tutta la vita! O, allora, cessare di vivere per poterle sfuggire?

«L’amore e la vita, dite voi?... Ma io non concepisco che l’amore... e la morte!»

Di nuovo Alberto arrestò il passo. Gli tornava in mente l’elenco di amanti morti che [p. 126 modifica] ella — con un piccolo brivido e un piccolo sorriso — si era compiaciuta di enumerargli.

Ah, quell’elenco di morti!... Alberto trasalì e strinse i pugni.

Ma egli, per Dio! non era morto. Era vivo ancora. Era vivo ed era giovane. Era a tempo a salvarsi. Il racconto di Adriano lo aveva salvato; gli occhi spenti di Adriano avevano aperto i suoi.

Fuggirebbe. Sì, fuggirebbe. Riprenderebbe la sua vita là ove l’aveva lasciata in quella sera lontana, quando, colla rosa all’occhiello...

A quel ricordo Alberto si morse le labbra per non ridere forte, per non ridere da solo, come fanno i pazzi.

L’orologio lontano suonò tre rintocchi, le undici meno un quarto. C’era giusto il tempo di arrivare alla stazione. Alberto si volse e prese la via del ritorno, scendendo a passo veloce il ripido pendìo della collina.

Allo svolto della strada apparve, stesa ai suoi piedi, la città tutta punteggiata di lumi. E un nuovo improvviso senso di gioia e di leggerezza gli corse dentro alle vene. Una rinnovata voglia di vivere e di gioìre. Sì, il mondo era vasto ed egli era giovane ancora. [p. 127 modifica] Andrebbe lontano, andrebbe a cercare la gioia. Sì, la gioia! egli che aveva così poco gioito nella sua vita limitata e meschina.

Un immenso, impaziente fremito di allegrezza lo prese. Era giovane, era giovane! Aveva la vita davanti a sè. Aveva il mondo davanti a sè.

E nel mondo vi erano altre donne, oltre a questa femmina malvagia e quasi brutta che lo aveva per un tempo soggiogato; e nella vita vi erano altre passioni oltre a questa passione vile e perversa per una donna di chissà quanti anni più vecchia di lui — una donna di cui un giorno gli era stato chiesto da un amico se fosse sua madre...

Finito! finito!... Egli andrebbe verso altre città, verso altre mète. Vi erano pure tre belle, tre grandi cose al mondo, tre cose per le quali valeva la pena di vivere: la ricchezza; la gloria; l’amore. Col suo ingegno, colla sua gioventù, col suo coraggio egli le conquisterebbe tutt’e tre.

La ricchezza — sfavillante miraggio! È vero che in sè stessa valeva poco! Ma, nobilitata dalla gloria...

La gloria — arduo, aspro cammino! Vetta arida, è vero, e solitaria per chi la raggiunge! Tuttavia, la gloria confortata dall’amore...

L’amore! L’amore... di chi? [p. 128 modifica]

Della cuginetta casta e candida?... Di altre donne?

A questo pensiero il cuore gli mancò. Le scialbe tenerezze di una mite creatura ignara, come le sapienti lascivie d’altre donne belle e perverse, tutte, tutte al pensarle gli davano un senso di ripugnanza e di sgomento.

Altre donne!...

Soltanto all’idea di ricominciare con un’altra la fosca tragicommedia dell’amore, di riprendere con un’altra l’aspro calvario della passione, egli si sentiva mancare, come davanti a una mostruosa, inutile fatica.

Quale altra donna dopo di questa avrebbe potuto avvincerlo? Quale altra sarebbe parsa sufficiente ai suoi sensi esasperati, al suo spirito affinato nella fiamma di sottili acri tormenti? Nessuna, nessuna mai!

Raimonda gli aveva avvelenata la coppa di tutte le gioie.

Subitamente un nuovo pensiero l’afferrò:

— E lei?

Lei, che cosa avrebbe fatto quand’egli l’avesse lasciata? Libera e sola, in quali nuovi abissi d’infamia e di depravazione sarebbe precipitata?

A quell’idea i suoi nervi si contrassero; strinse i pugni, e nella sua mente balenò l’idea del delitto. [p. 129 modifica]

Ucciderla?...

Ah sì! sarebbe bene; sarebbe giusto liberare il mondo da una creatura così nefanda.

Era questo, era questo che bisognava fare.

E poi?

E poi... finirla!

E dunque, anche per lui si avverava il pronostico, si compieva la nefanda profezia di costei? Anche lui finiva come gli altri — come quelli che lo avevano preceduto? Finiva nel «pozzo», nel famoso pozzo di Messalina in cui ella si vantava di aver precipitato tutti i suoi amanti?

Ah, mio Dio! come era tragico, come era grottesco, e iniquo, e atroce tutto ciò!

· · · · · · · · · · · · · · · ·

Laggiù, oltre la lucida striscia del fiume, oltre l’arco del ponte, era il tranquillo e oscuro viale, sprofondato nella pacata ombra notturna. La sua casa era lì; le finestre brillavano, illuminate ancora.

Perchè struggersi? Perchè lottare? Perchè soffrire?

Ella lo attendeva, coi suoi occhi verdi, colle sue mani morbide, col suo petto dolce-anelante su cui poggiare il capo e riposare...

Perchè struggersi? Perchè soffrire? [p. 130 modifica]

Varcato il ponte, Alberto sostò.

Alla sua sinistra, ecco, si ergeva, vagamente illuminata, la tettoia della stazione...

Allora egli volse a destra, affrettando il passo.


Correva adesso. Un trillìo gli percorreva le membra, quell’acuto trillìo che precede la vietata gioia, quel trillìo sottile che accompagna la rinuncia allo sforzo, il soccombere alla tentazione, e la certezza dell’imminente piacere.

Ecco il viale silente... ecco la casa. Con mano tremante il giovane trasse di tasca la chiave del portone.

La serratura stridette; la porta cigolando s’aprì... E si richiuse.