Simpatie di Majano/III

Cap. III

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II IV

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III.

Me lo immaginavo che Lei si sarebbe affrettata a domandarmi che cosa diavolo vennero a fare a Majano la Regina d’Italia e la Principessa ereditaria di Germania.

Anzi, le ho buttato nella mia ultima lettera quell’esca di curiosità per guadagnarmi al più presto una sua risposta, cioè la sua domanda. Dica un po’ se potrei essere più sincero? — Se fra di noi ci fosse altra cosa che una buona amicizia, non giuocherei così a carte scoperte.

Conviene dunque che Ella sappia come il mio ospite di Majano ha, sulle tracce di poche rovine, ricostruito magnificamente l’antico castello di Vincigliata, un [p. 20 modifica]poco più in alto, sul colle: il quale è riuscito opera tanto grandiosa e mirabile, che nessun viaggiatore di conto e di gusto il quale visiti Firenze, ne tralascia il pellegrinaggio. Potrei sciorinarle una lunga lista di re di corona e di principi del sangue, di corti europee e fino transatlantiche: le basti che le due auguste donne suddette, accompagnate dal nostro attuale sovrano e dal futuro sovrano di Germania, furono così soddisfatte della visita a Vincigliata, che vollero fare al proprietario l'onore di visitare anche la sua villa di Majano: ed ebbero così occasione di godere dalla terrazza quelle bellezze che io non ho avuto coraggio di descriverle. — Anzi la Principessa di Germania, la quale ha particolare passione e gusto particolare per tutto ciò che è bello per natura o per arte, ben diversa da quei touristes di mestiere ai quali basta di poter essere stati in presenza del bello, facendo un secondo viaggio in Italia e a Firenze, volle [p. 21 modifica]ripetere la sua visita a Vincigliata e Majano, come a luoghi specialmente gradevoli e graditi.

E ora, signora mia, a persuaderla che questo è proprio un soggiorno delizioso, mi permetta di aggiungere ai testimoni vivi e regnanti una testimonianza antica.

È Marsilio Ficino che scrive; un uomo del quattrocento; ma se Ella lo vuol conoscere di vista, lo troverà in marmo fra gli altri visacci sulla facciata del palazzo Altoviti in Borgo degli Albizi, e in Santa Maria del Fiore ne può vedere il busto.

Alla corte di Lorenzo il Magnifico e nelle accademiche passeggiate degli Orti Oricellari il Ficino fu il pontefice della filosofia platonica e tradusse le opere di Platone con un bellissimo commento.

Lei non ha letto le traduzioni, né il commento, perchè sono in latino; ma sa perfettamente che la filosofia di Platone ha per lo meno il merito di [p. 22 modifica]corrispondere alla vera dignità dei sentimenti, è filosofia da galantuomo e conviene cogli squisiti istinti delle gentildonne.

Ella sa di certo dell’amor platonico: una cosa difficile, meno solida di quell’altro amore: anzi quello sregolataccio di Brantóme (che Lei non ha mai voluto confessarmi d’aver letto) sostiene che l’amor platonico finisce sempre in quell'altro, come un affluente nel fiume: ma insomma una vita propria gliela concede anche lui: immaginarsi poi se non gliela concedono loro donne, per cui l’ideale è il più reale dei bisogni!...

Dunque, se non altro per amore dell’amor platonico, Ella userà cortesia alla filosofia di Platone e al suo grande apostolo in Italia, il quale usò all’amore la cortesia di scrivere Dell’amore onesto. Cinquecento anni fa questa filosofia era al potere con Lorenzo il Magnifico, come lo è ai tempi nostri una filosofia affatto opposta. Per far fortuna bastava allora essere [p. 23 modifica]platonici: e quindi in Firenze i platonici sovrabbondavano.

Scriveva dunque il Ficino a un altro platonico e suo grande amico Filippo Valori, nel novembre del 1488:

«Giorni sono, io e il nostro Pico della Mirandola, uomo di merito veramente mirabile, (come Ella vede, i giuochi di parole sono roba antica) «passeggiando per i colli fiesolani, anzi sub-fiesolani, vedevamo giù dalla nostra strada tutta la campagna fiorentina; la quale è senza dubbio un soggiorno felice, purché solo si evitino con cautela due incomodi: le nebbie dell’Arno che l’attraversa e gli aspri venti dei monti sovrastanti. E però s’immaginava una casa sul colle che è alla radice del monte di Fiesole per evitare e le caligini e la tramontana: ma non la si voleva situata in concavità perchè nell'estate avesse più vivace ventilazione: inoltre la si desiderava posta fra i campi coltivati e il bosco; provvista di fonti, e prospiciente [p. 24 modifica] a oriente e mezzogiorno. Continuando il passeggio (mentre si immaginavano tali cose) di repente le vediamo, tali quali. E allora Pico esclama dicendo:« — O mio Ficino, non ci pare ora di vedere ciò che si andava immaginando e desiderando, come ogni giorno accade a chi sogna? O forse colla potenza dell’immaginazione creammo tal quale la forma che si macchinava in mente? O piuttosto un tempo qualche uomo giudizioso l’ha edificata tal quale si esige dalla retta e natural ragione delle cose? — E allora: — Pico,— dissi — si vuole che questa fosse edificata da quel savio che fu Leonardo Aretino, e che vicino a questa, in quella colà dove vedi, abbia abitato Giovanni Boccaccio; e quest’altra infine fu scelta felicemente per abitarvi dal nostro concittadino Pier Filippo Pandolfìni. — O uomo felice! — disse Pico...»

Insomma il Ficino conchiude raccomandando al Valori che riferisca tali [p. 25 modifica]discorsi al Pandolfini perchè goda più volentieri e più spesso della sua villa.

Questa lettera del platonico è la prima del libro IX, ed è stampata col titolo Descrizione d'una villa salubre: giacché fu pubblicato un grosso volume di gran formato, in magnifica edizione lionese, colle lettere del Ficino, poco dopo la sua morte. E come allora non erano di moda gli epistolari di cose futili o scandalose che ora vengono in luce ogni giorno, Ella può star sicura che l’autorità del Ficino è di gran peso: ci aggiunga quella di Pico della Mirandola, che dopo quattro secoli è ancora proverbiale come Salomone...

— Ma — dirà lei — la lettera del Ficino parla proprio della villa dove vi trovate a Majano?

Veramente si riferisce alla villa detta La fonte, più vicina a Fiesole: ma le qualità in essa riscontrate dal Ficino e da Pico, secondo la loro idea d’una villa perfetta, si ravvisano tutte, [p. 26 modifica]na, tali e quali qui a Majano nella villa Leader.

È in colle, alla radice del monte di Fiesole, sporgente per ricevere le carezze del vento in estate, difesa da tramontana, superiore alle caligini del piano, cosicché accade spesso di essere quassù tuffati nel più limpido sole e di veder giù Firenze soffocata dalle nebbie che alza al cielo le punte dei suoi campanili e delle sue torri quasi implorando soccorso in tanta asfissia. Da un lato i colli sono ricchi di vigne, oliveti, giardini, frutteti, orti e granaglie: dall’altro vestiti di bosco antico e nuovo. Vi mancava solo l’abbondanza delle acque; il proprietario ne l’ha provvista a sufficienza, e lì vicino s’è creato un bagno... uno di quei bagni... del quale, se mi darà licenza, le dirò un’altra volta.