Satire (Ariosto 1809)/Satira II

Satira II

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Satira I Satira III
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A

M. GALASSO

ARIOSTO


SATIRA SECONDA

Dimostra nella persona di sè medesimo, la natura esser di poco contenta: quanto sia da prezzarsi la libertà: quanto è piena di fastidj la vita de’ Prelati, e quanto misera la condizione de’ Cortigiani.

Perchè ho molto bisogno, più che voglia
     D’esser in Roma, ora che i Cardinali
     A guisa de le serpi mutan spoglia:
Or che son men pericolosi i mali
     A’ corpi, ancor che maggior peste affliga
     Le travagliate menti de’ mortali;
Quando la ruota, che non pur castiga
     Ision rio, si volge in mezzo a Roma
     L’anime a cruccíar con lunga briga.
Galasso, appresso il tempio, che si noma,
     Da quel Prete valente, che l’orecchia
     A Marco allontanar fè da la chioma;

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Stanza per quattro bestie mi apparecchia,
     Contando me per due, con Gianni mio,
     Poi metti un mulo, e un’altra rozza vecchia.
Camera, o buca, ove a stanzare abbia io,
     Che luminosa sia, che poco saglia,
     E da far foco comoda, desío.
Nè de’ cavalli ancor meno ti caglia,
     Che poco giovería, ch’avesse poste,
     Dovendo lor mancar poi fieno, o paglia.
Sia prima un materasso, che a le coste
     Faccia vezzi, di lana, o di cotone
     Sì, che la notte io non abbia ire a l’oste.
Provvedimi di legna secche e buone,
     Di chi cucini pur così a la grossa
     Un poco di vaccina, o di montone.
Non curo d’un, che con sapori possa
     Di varj cibi suscitar la fame,
     Se fosse morta, e chiusa ne la fossa.
Unga il suo schidon pure, o il suo tegame,
     Sin a l’orecchio a ser Vorano il muso
     Venuto al mondo sol per far letame:
Che più cerca la fame, perchè giuso
     Mandi i cibi nel ventre, che per trarre
     La fame, cerchi aver de’ cibi l’uso.
Il nuovo camerier tal cuoco inarre
     Di fave, e d’aglio uso a sfamarsi, poi
     Che riposte i fratelli avean le marre,

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Ed egli a casa avea tornato i buoi;
     Ch’or vuol fagiani, or tortorelle, or starne,
     Che sempre un cibo usar, par che l’annoi.
Or sa, che differenza è da la carne
     Di capro e di cinghial, che pasca al monte,
     Da quel che l’Elisea soglia mandarne,
Fa ch’io trovi dell’acqua non di fonte,
     Di fiume sì, che già sei dì veduto
     Non abbia Sisto, nè alcun altro ponte.
Non curo sì del vin, non già il rifiuto;
     Ma a temprar l’acqua me ne basta poco,
     Che la taverna mi darà a minuto.
Senza molt’acqua i nostri, nati in loco
     Palustre, non assaggio, perchè puri
     Dal capo tranno in giù che mi fa roco.
Cotesti, che farian? che son nei duri
     Scogli de’ Corsi ladri, o d’infedeli
     Greci, o d’instabil Liguri maturi?
Chiuso nel studio frate Ciurla, se li
     Bea, mentre fuor il popolo digiuno
     Lo aspetta, che gli sponga gli Evangeli:
E poi monti sul pergamo più d’uno
     Gambaro cotto, rosso, e romor faccia,
     E un minacciar, che ne spaventi ogn’uno,
Ed a messer Moschin pur dia la caccia,
     A fra Gualengo, ed a’ compagni loro,
     Che metton carestía ne la vernaccia.

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Che fuor di casa, o in Gorgatello, o al Moro
     Mangian grossi piccioni e cappon grassi,
     Come egli in cella fuor del refettoro.
Fa che vi sian de’ libri, con ch’io passi
     Quell’ore, che comandano i Prelati
     Al lor uscier, che alcuno entrar non lassi.
Come anco fanno in su la terza i frati,
     Che non li muove il suon del campanello,
     Poi che si sono a tavola assettati.
Signor dirò, non s’usa più fratello,
     Poi c’ha la vile adulazion Spagnuola
     Messa la signorìa fin in bordello.
Signor (se fosse ben mozzo da spuola)
     Dirò, fate, per Dio, che Monsignore
     Reverendissimo oda una parola.
A gora non se puede: et es meiore:
     Che vos torneis a la magnana; almeno
     Fate ch’ei sappia, ch’io son qui di fuore.
Risponde, che ’l padron non vuol gli sieno
     Fatte imbasciate, se venisse Pietro,
     Paol, Giovanni, e il Mastro Nazareno:
Ma se fin dove col pensier penétro,
     Avessi a penetrarvi occhi lincei,
     O i muri trasparesser, come vetro;
Forse occupati in casa li vedrei,
     Che giustissima causa di celarsi
     Avrìan dal Sol, non che da gli occhi miei.

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Ma sia a un tempo lor agio di ritrarsi,
     E a noi di contemplar sotto il camino
     Pe i dotti libri i saggi detti sparsi.
Che mi muova a veder monte Aventino,
     So, che vorresti intendere, e dirolti:
     È per legar tra carta piombo, e lino;
Sì che ottener, che non mi sieno tolti
     Possa, pel viver mio, certi baiocchi,
     Che a Melan piglio, ancor che non sian molti;
E proveder, ch’io sia il primo, che mocchi
     Sant’Agata, se avvien ch’al vecchio Prete,
     Sopravvivendogli io, di morir tocchi.
Dunque io darò del capo ne la rete?
     Ch’io soglio dir, che ’l diavol tende a questi,
     Che del sangue di Cristo han tanta sete.
Non è già mio pensier, ch’ella mi resti,
     Ma che in mano a persona si riponga
     Saggia, e scíente, e di costumi onesti;
Che con periglio suo poi ne disponga:
     Io nè pianeta mai, nè tonicella,
     Nè chierca vo’, che in capo mi si ponga.
Come nè stole, non credo anco anella
     Mi leghin mai, che in mio poter non tenga
     Di elegger sempre o questa cosa, o quella.
Indarno è, s’io son prete, che mi venga
     Disir di moglie, e quando moglie io tolga,
     Convien, che d’esser prete il desir spenga.

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Or perchè so, com’io mi muti e volga
     Di voler tosto, schivo di legarmi,
     Donde se poi mi pento, io non mi sciolga.
Qui la cagion potresti dimandarmi,
     Perchè mi levo in collo sì gran peso,
     Per dover poi su ’n altro scaricarmi.
Perchè tu, e gli altri frati miei ripreso
     M’avreste, e odiato forse, se offerendo
     Tal don fortuna, io non l’avessi preso.
Sai ben, che ’l vecchio la riserva avendo
     Inteso d’un costì, che la sua morte
     Bramava, e di velen perciò temendo;
Mi pregò, che a pigliar venissi in corte
     La sua rinunzia, che potría sol torre
     Quella speranza, onde temea sì forte.
Opra fec’io, che si volesse porre
     Ne le tue mani, o ad Alessandro, il cui
     Ingegno da la chierca non aborre.
Ma nè di voi, nè di più giunti a lui,
     D’amicizia fidar unqua ei si volle;
     Io fuor di tutti scelto unico fui.
Questa opiníon mia so ben, che folle
     Diranno molti, che salir non tenti,
     La via, ch’uom spesso a grandi onori estolle.
Questa povere, sciocche, inutil genti,
     Sordide, infami, ha già levato tanto;
     Che fatte le ha adorar da i Re potenti.

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Ma chi mai fu sì saggio, o mai sì santo,
     Che di esser senza macchia di pazzía,
     O poca, o molta, dar si possa vanto?
Ognun tenga la sua; quest’è la mia,
     Se a perder s’ha la libertà, non stimo
     Il più ricco cappel, che in Roma sia.
Che giova a me sedere a mensa il primo,
     Se per questo più sazio non mi levo
     Di quel che è stato assiso a mezzo, o ad imo?
Come nè cibo, così non ricevo
     Più quíete, più pace, o più contento;
     Se ben di cinque mitre il capo aggrevo.
Felicitade istima alcun, che cento
     Persone t’accompagnino a palazzo,
     E che stia il volgo a riguardarti intento;
Io lo stimo miseria, e son sì pazzo,
     Ch’io penso, e dico, che in Roma fumosa
     Il Signore è più servo, che ’l ragazzo.
Non ha da servir questi in maggior cosa,
     Che d’esser col signor quando cavalchi;
     L’altro tempo a suo senno va, o si posa.
La maggior cura, che sul cor gli calchi,
     È, che Fiammetta stia lontana, e spesso
     Causi che l’ora del tinel gli valchi.
A questo, ove gli piace, è andar concesso
     Accompagnato, e solo; a piè, a cavallo,
     Fermarsi in ponte, in banchi, e in chiasso appresso.

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Piglia un mantello o rosso, o nero, o giallo,
     E se non l’ha, va in gonnellin leggiero;
     Nè questo mai gli è attribuito a fallo,
Quell’altro per fodrar di verde il nero
     Cappel, lasciati ha i ricchi ufficj, e tolto
     Minor util, più spesa, e più pensiero.
Ha molta gente a pascere, e non molto
     Da spender, che a le Bolle è già obligato
     Del primo e del secondo anno il ricolto:
E del debito antico uno è passato,
     Ed uno; e al terzo termine si aspetta
     Esser sul muro in pubblico attaccato.
Gli bisogna a San Pietro andare in fretta;
     Ma, perchè il cuoco, e lo spenditor manca,
     Che gli sian dietro gli è la via interdetta.
Fuori è la mula, o che si duol d’un’anca,
     O che le cinghie, o che la sella ha rotta,
     O che da ripa vien sferrata, e stanca:
Se con lui fin il guattero non trotta,
     Non può il misero uscir, che stima incarco
     Il gire, e non aver dietro la frotta.
Non è il suo studio nè in Matteo, nè in Marco;
     Ma specula, e contempla a far la spesa
     Sì, che ’l troppo tirar non spezzi l’arco.
D’ufficj, di Badíe, di ricca Chiesa
     Forse adagiato alcun vive giocondo,
     Che nè la stalla, nè il tinel gli pesa.

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Ah che ’l disío d’alzarsi il tiene al fondo:
     Già il suo grado gli spiace, e a quello aspira,
     Che dal sommo Pontefice è il secondo.
Giugne a quell’anco, e la voglia anco il tira
     A l’alta sedia, che d’aver bramata
     Tanto, indarno il Riario si martíra.
Che fia s’avrà la cattedra beata?
     Tosto vorrà suoi figli, o suoi nepoti
     Levar da la civil vita privata.
Non penserà d’Achivi, o d’Epiroti
     Dar lor dominio, non avrà disegno
     Ne la Moréa, o ne l’Arta far dispoti.
Non cacciarne Ottoman per dar lor regno,
     Ove da tutta Europa avría soccorso,
     E faría del suo ufficio, ufficio degno.
Ma spezzar la Colonna, e spegner l’Orso,
     Per torgli Palestina, e Tagliacozzo,
     E darli a’suoi, sarà il primo discorso.
E qual strozzato, e qual col capo mozzo,
     In la Marca lasciando, e ’n la Romagna,
     Trionferà del Cristian sangue sozzo.
Darà l’Italia in preda a Francia, o Spagna,
     Che sozzopra voltandola, una parte
     Al suo bastardo sangue ne rimagna.
Le scomuniche empir quinci le carte,
     E quindi esser ministre si vedranno
     L’indulgenze plenarie al fiero Marte.

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Se’l Svizzero condurre, o l’Alemanno
     Si dee, bisogna ritrovare i nummi,
     E tutto al servitor ne vien il danno.
Ho sempre inteso, e sempre chiaro fummi,
     Ch’argento, che lor basti, non han mai
     Vescovi, Cardinali, e Pastor summi.
Sia stolto, indotto, vil, sia peggio assai;
     Farà quel ch’egli vuol, se posto insieme
     Avrà tesoro e chi baiar vuol, bai.
Perciò gli avanzi, e le miserie estreme
     Fansi, di che la misera famiglia
     Vive affamata, e grida indarno, e freme.
Quanto è più ricco, tanto più assottiglia
     La spesa, che i tre quarti si delibra
     Por da canto di ciò, che l’anno piglia.
Da l’otto oncie per bocca, a mezza libra
     Si vien di carne, e al pan, di cui la veccia
     Nata con lui nè il loglio, fuor si cribra.
Come la carne, e ’l pan, così la feccia
     Del vin si dà, c’ha seco una puntura,
     Che più mortal non l’ha spiedo, nè freccia;
O ch’egli fila, e mostra la paura,
     Ch’ebbe a dar volta di fiaccarsi il collo,
     Sì che men mal saría ber l’acqua pura.
Se la bacchetta per levar satollo
     Lasciasse il cappellan, mi starei cheto,
     Se ben non gusta mai vitel, nè pollo.

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Questo, dirai, può un servitor discreto
     Patir; che quando un Monsignor suo accresce,
     Accresce anch’egli, e n’ha da viver lieto.
Ma tal speranza a molti non riesce,
     Che, per dar luogo a la famiglia nuova,
     Più d’un vecchio d’ufficio, e d’onor esce.
Camerier, Scalco, e Secretario truova
     Il Signor degni al grado; e n’hai buon patto,
     Che dal servizio suo non ti rimuova.
Quanto ben disse il mulattier quel tratto,
     Che tornando dal bosco ebbe la sera
     Nuova, che ’l suo padron Papa era fatto.
Che per me stesse Cardinal meglio era;
     Ho fin qui avuto da cacciar due muli,
     Or n’avrò tre: chi più di me ne spera,
Compri pur quanto io n’ho d’aver, due giuli.