Saggio sopra Cartesio (Laterza 1963)

Francesco Algarotti

1963 Indice:Algarotti, Francesco - Saggi, 1963 - BEIC 1729548.djvu saggi letteratura Saggio sopra Cartesio Intestazione 5 ottobre 2017 25% Da definire


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SAGGIO

SOPRA IL CARTESIO

          .     . θεὸν ὥς εἰσορόωσιν
Hom., Odyss., Lib. VIII.


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Al Signor Eustachio Zanotti

Astronomo dell’Instituto di Bologna

Uno scrittarello io vi trasmetto da questa mia villa, il quale è sopra il Cartesio; sopra quel filosofo che già tenne da per tutto il più alto seggio nelle scuole, ed ha tuttavia se non molti seguaci, moltissimi devoti nella patria sua. Ricevetelo da quell’amico che mi siete, ed esaminatelo come se foste il maggior mio nimico. Pochi dar ne potrebbono un più intero giudizio di voi. Nato in una famiglia dove per le più alte scienze non vi mancavano precetti ed esempi, fu da voi emulata ben presto la domestica gloria, e voi poteste, giovane ancora, consolare la specula di Bologna della morte del suo Manfredi.


Mirabello, 12 Agosto 1754. [p. 405 modifica]

SAGGIO

SOPRA IL CARTESIO

In tutte le contrade di Europa sursero nelle arti e nelle scienze alcuni ingegni sovrani, che dagli uomini di lettere di ciascuna contrada vengono posti come alla testa della propria nazione. Tennero appresso i Greci e tengono tuttavia il campo Omero e Platone, come Cicerone e Virgilio appresso i Romani. Gl’Inglesi si recano a gloria di seguir le bandiere del Miltono e del Neutono, gl’italiani di Dante e del Galilei; e i Francesi vantano, sopra tutti i grandi ingegni de’ quali fu feconda la loro nazione, Cornelio e massimamente il Cartesio. Non ci è uomo di qualche dottrina che non sappia in quale altissimo onore sia tenuto in Francia quel filosofo; e quantunque egli non domini presentemente, come faceva per l’addietro, nelle scuole, pare nondimeno che conservi ancora nelle menti de’ suoi compatrioti un’autorità eguale allo splendore del passato suo regno. A lui dicono essere stata riserbata la gloria di purgare la Filosofia dalle vane quistioni scolastiche, e di trarla fuori dalla confusione e dalle tenebre ov’era involta; lui dicono averci mostrato il vero metodo di ragionare, rese chiare e distinte le nostre idee; in somma avere totalmente per esso lui cangiato faccia il mondo filosofico. Talché al Cartesio si vuol sapere grado se presentemente la Chimica non va perduta dietro alla ricerca del Lapis, se la medicina più non si regola per punti di luna, se l’Astrologia non è più al dì d’oggi chiamata a consiglio ne’ gabinetti dei principi. Lui predicano come un nuovo padre della Geometria, e vogliono che, mediante quello spirito geometrico da esso lui [p. 406 modifica]nelle menti degli uomini diffuso, si riducesse alla perfezion sua ogni arte, ogni genere di dottrina; e finalmente aggiungono che anche delle verità scoperte in questi ultimi tempi ne siamo in buona parte debitori a quel lume, che pur traluce negli stessi suoi errori: esagerazioni dell’amor nazionale, che è il primo ramo dell’amore di noi medesimi, le quali sarà forse il pregio dell’opera ridurre alla giusta espressione del vero.

Chiunque si farà a considerare come, per ben riuscire nelle cose d’ingegno e per ben condursi in quelle della vita, è necessario agli uomini di usar rettamente la ragione, la qual sola dimostra i principi della prudenza civile, d’ogni arte e d’ogni disciplina, non potrà così di leggieri persuadersi che gli uomini sieno stati per tanti secoli o cosi trasandati, o così infelici, che al solo Cartesio sia finalmente venuto fatto di trovare il vero metodo di pensare e di guidar, per così dire, essa ragione. E tanto meno se lo persuaderanno coloro che nella storia dello umano ingegno saranno più degli altri versati. Infatti egli pare che del buon metodo di pensare non fosse all’oscuro colui che fu anticamente giudicato dall’oracolo il più savio degli uomini. Liberatosi da ogni pregiudicata opinione, dubitando di tutto, di ciò ancora che più chiaro appariva, e andando sommamente a rilento nel fermare suo giudizio, non acquetavasi se non a quello che recava con sé il più vivo lume della evidenza; dalle cose più semplici e più facili a conoscersi andava per gradi alle più composte e alle più difficili; sminuzzava, tritava ogni cosa, sicché non gli restasse mai scrupolo alcuno; nulla non lasciava indietro in un così importante affare come si è quello della ricerca della verità. E in tale socratica maniera di procedere sono pur contenute quelle quattro regole fondamentali che servivano di norma alla logica particolare che si era venuto formando il Cartesio, secondo che espone egli medesimo nella celebre sua Dissertazione del Metodo, tenuta da esso lui come il filo di Arianna nel laberinto della Filosofia1. Anzi elle paiono ricavate [p. 407 modifica]in ogni loro parte dai dialoghi di Platone, nei quali Socrate è introdotto a parlare. E se giusta alle medesime regole non avessero indrizzato il ragionare Aristotele ed Ippocrate, già non sarebbono tuttavia opere classiche, come pur sono, i libri de’ Governi, della Rettorica, della Poetica e della Etica dell’uno, e gli Aforismi dell’altro.

Che se in alcune particolari quistioni della fisica errarono gli antichi, ciò avvenne non tanto per difetto che avessero del buon metodo di pensare o di logica, ma per difetto piuttosto di strumenti e di mezzi, de’ quali sono ora forniti i moderni.

Bensì convien dire che fosse smarrito ogni buon metodo di pensare, quando tra le tante sottilità scolastiche, tra le vane loro quistioni e diffinizioni inintelligibili, quando tra quella nebbia di parole che tenevan luogo di cose, fu per tanti secoli travviata la ragione dei filosofi. Ma a dissipare tanta oscurità, che accecava il mondo, non fu già primo ad alzar la lumiera il Cartesio. Rogero Bacone, Niccolò da Cusa, Telesio, Campanella, il gran Copernico ed altri molti guidarono essi la schiera. Presero animosamente le armi contro agli scolastici; e se non venne lor fatto di riordinare la Filosofia, mostrarono almeno il disordine in cui ella era. E niuno certamente vorrà defraudare della tanta lode che gli è dovuta, quel vastissimo ingegno del Cancellier d’Inghilterra, Bacone di Verulamio, il quale fu come il direttore delle belle opere altrui, e disegnò ne’ suoi scritti la pianta [p. 408 modifica]di tutti gli edifizî che furono dipoi nel mondo fisico realmente innalzati.

Ma perché il fare fu sempre di maggior pregio che il dire, sarà pur forza confessare che i primi lumi nella Filosofia sono veramente il Keplero e il Galilei, amendue maggiori di età dei Cartesio. Scoprì quel sagacissimo Tedesco, oltre alla vera teoria della visione, le leggi che osservano ne’ loro movimenti i pianeti; e il nostro Linceo trovò la legge della caduta dei gravi e del moto dei proietti, fondò la scienza della resistenza dei solidi, fu l’inventore si può dire del telescopio, con cui discoprì la rotazione del sole, i satelliti di Giove tanto utili alla Geografia, le fasi di Venere, punto nell’Astronomia capitalissimo, discoprì in somma un nuovo cielo che la mercé sua volge, per così esprimersi, più bello e più benefico alla terra.

Al Galilei tutti i grandi uomini forestieri accordano ad una voce il titolo di grande: e se taluno in Francia, forse per non eclissare il suo compatriota, o lo trapassò con silenzio dove più bisognava parlarne, o ne fece meschinamente menzione, egli venne nel medesimo tempo quasi ricompensato da due chiarissimi Inglesi che non temettero dargli quella lode che gli si conviene. L’uno è David Hume, il quale nella sua storia dice come nel tempo che in Inghilterra Bacone mostrava le vie che conducono al vero, ci era già in Italia chi era entrato per esse, e fatto vi aveva di gran cammino; un uomo degno della ammirazione di tutte le nazioni, di cui, egli aggiugne gentilmente, pare non faccia il suo paese quel grandissimo conto che merita, forse per la gran copia di uomini grandi che in esso fiorirono2. L’altro [p. 409 modifica]è Colino Maclaurin: uno dei lumi della Matematica. Dopo avere nell’aureo suo libro della Filosofia esattamente dichiarate le scoperte fatte col telescopio dal nostro Linceo e mostrata la loro utilità, egli viene dipoi alle scoperte fatte da lui nella dottrina della gravità, le quali furono la base della teoria della gravità celeste e del vero sistema del mondo; intantoché egli espressamente qualifica il Galilei precursore e quasi padre del Neutono3.

Dietro alla scorta della esperienza, con la Geometria sempre a’ fianchi, egli seguì passo passo la Natura; e incominciando col metodo analitico, che dagli effetti risale a poco a poco alle cause, coltivando indefessamente la scienza dei particolari che soli possono fare scala agli universali, tentò di avanzare all’acquisto della verità. Il Cartesio all’incontro lasciando da banda la esperienza, e della Geometria non facendo uso niuno, nelle materie fisiche incomincia col metodo sintentico, cotanto pericoloso in Filosofia, se preceduto non è dall’analitico. Dalla natura e dagli attributi d’iddio, causa prima e di ogni cosa creatore, egli discende a render ragione delle cose create, dei fenomeni tutti che presenta l’Universo4. Confessava ingenuamente l’uno di essere [p. 410 modifica]pur lontano dal poter mettere insieme un sistema col picciolo numero di verità che aveva in capitale; l’altro non voleva che niuna cosa fosse in sé tanto astrusa, che il suo ingegno non valesse a distralciarla5 e la maggiore difficoltà che in ciò fare egli trovasse era di trascegliere il più conveniente tra tutti i modi, onde da’ suoi principi la spiegazione deducevasi della medesima cosa6.

Qual fine facessero i sistemi, o vogliam dire le ipotesi, di questo cotanto animoso filosofo è superfluo il domandarlo; e a tutti è oggimai nota la prova che han dato i vortici, che sono la molla maestra, lo ingegno dominante in ogni parte del mondo cartesiano. Per quanto abbiano sudato i geometri francesi, per quanta tortura abbiano dato ai calcoli i più grandi geometri forestieri invitati dai premi della Accademia di Francia, per assestare colla teoria de’ vortici i moti reali dei pianeti, vani riuscirono tutti i loro sforzi. Per mantenergli in cielo avrebbe bisognato ammettere le più strane cose del mondo, le più contrarie tra loro. A segno che uno de’ più celebri difensori che abbiano avuto, l’illustre Bulffingero, ebbe a confessare ch’egli si aspettava che coloro che gli negavano, gli avrebbono negati più che mai atteso appunto la maniera onde da esso lui venivano difesi7. E quasi tutto ciò non avesse bastato a torgli del mondo e a finirgli, vennero anche le comete, come ben sa ognuno, in aiuto. Movendosi liberamente per ogni verso e in qualunque direzione intorno al sole, mostrarono senza tanti calcoli e quasi al senso la insussistenza di quella vastissima mole di materia che secondo il Cartesio muove da occidente in oriente intorno al sole, [p. 411 modifica]e dovrebbe sforzare tutti i corpi che nuotano dentro ad essa a rigirarsi per lo medesimo verso. Così le comete dopo aver liquefatto o mandato in pezzi i cieli adamantini degli aristotelici, hanno fatto svanire i vortici del Cartesio, e quando hanno cessato di essere malaugurose per le vite de’ principi, lo son divenute per gli sistemi de’ filosofi.

Non è da dire quanto dalla rovina dei vortici rimanesse oppressa quella parte dell’Accademia di Francia che veniva da’ più riputata la più sana, come quella che sosteneva le dottrine del suo filosofo con virtù patriotica, che niente per ciò lasciava da banda, e per meglio riuscirvi avrebbe voluto inframmettere nelle dispute filosofiche l’autorità del ministero e la ragione di stato8. E considerando la guerra ch’ella faceva alle dottrine inglesi, che pur da’ giovani introdur si volevano a quel tempo nell’Accademia, si direbbe che come alla conservazione dell’antico pomerio di Roma vegliavano altre volte gli auguri, lo stesso facevano in Francia quei vecchi Druidi perché il pomerio della Filosofia non si estendesse al di là dei termini che vi avea posto il Cartesio, tenuto da esso loro come fondatore di quella.

Della causa poi della gravità, dedotta anch’essa dal giro dei vortici, accenneremo soltanto come dall’Ugenio fu posto fuori di ogni controversia che in somigliante ipotesi i corpi spinti dalla materia moventesi per cerchi paralleli all’equatore cascherebbero perpendicolarmente all’asse della Terra, non al centro di essa9. Ed altri con prove di fatto hanno messo in chiaro come i corpi più densi, in luogo di essere, giusta la supposizione del Cartesio, dalla materia eterea rispinti all’ingiù, andrebbono all’incontro all’insù ad occupare le parti più alte del vortice10. Ma [p. 412 modifica]generalmente parlando, della causa della gravità così poco ne intese quel per altro acutissimo ingegno, ch’egli si persuase che una palla di artiglieria sparata dirittamente verso il Zenith e cacciata lontano su in aria, non ricascherebbe altrimenti in terra, perché ivi sarebbe trasportata via dalla corrente del vortice; e diede agevolmente fede al suo scudiere in filosofia, al Padre Mersenno, che lo assicurava della verità della cosa messa al cimento della sensata esperienza11; quando si sa, per dimostrazione certissima, che la palla ricascherebbe in terra quand’anche dal pezzo di artiglieria fosse cacciata così in alto come è il cielo della luna. Anzi cascherebbe in terra la luna medesima, quando venisse a perdere il moto suo proiettile, come accaderebbe in poco d’ora, s’ella si movesse nel pieno del Cartesio.

Lungo sarebbe lo andar dietro a tutti i particolari, notando gli abbagli che nelle differenti provincie della scienza fisica ha presi il filosofo di Francia. La cagione della durezza dei corpi egli la fa dipendere dalla semplice quiete delle min:me loro particelle; quando ella richiede un principio più efficace, e diciam pure positivo, troppo manifesto rendendosi lo sforzo che fanno esse particelle di tenersi come abbracciate insieme, e l’una con l’altra ristrette, se uno faccia opera di distaccarle e di disgiugnerle. Per dar ragione della origine delle fontane egli immaginò non so che sotterranei sifoni, non so che lambicchi, che dal letto del mare succhian l’acqua, la portano alle più alte cime dei monti, e nello stesso tempo hanno virtù, Iddio sa come, di spogliarla dell’amarezza e del bitume di cui è pregna, di purificarla, di raddolcirla. Dove nulla badò a quello che pure non isfuggì la vista degli antichi; la evaporazione cioè, che mediante il calor del sole manda fuori quotidianamente il mare, esser dessa la [p. 413 modifica]grande operazione chimica con che la Natura trasmuta le sue acque di salse in dolci, e fornisce di umore più ancora che non è bisogno, le vene delle fontane e dei fiumi12.

Nella ghiandola pienale, parte del cervello ignobile, corticale, escretoria, che talvolta ne’ cadaveri è mancante, ripose il seggio e il trono dell’anima, donde ella regna sulle parti tutte della persona che informa. Di modo che come si ha egli a dire che stieno nel corpo umano quelle anime meschinelle alle quali ha negato la Natura la propria fede e il domicilio, o lo ha loro demolito del tutto una qualche malattia? Su tali cose non giova fermarsi, né su altre a queste somiglianti; abbagli pur troppo chiari e palpabili di cotesto grandissimo ingegno.

Della sua Ottica nemmeno, celebre per altro per la facilità con che pare che spieghi certi fenomeni della luce e per le lunghe controversie di che fu cagione, non faremo parola, come di una immaginazione filosofica, convinta in ogni sua parte dalla giornaliera esperienza, si può dire, di falsità13; quantunque in Francia abbiano fatto quanto hanno saputo per sostenerla, e ci sia ancora chi per amore di lei non cessi di combattere e di armeggiare.

Né meglio ci colse il Cartesio nella soluzione delle quistioni più generali della Fisica. La qual soluzione pareva più facile il dedurla dalla causa prima, a cui si trovano essere in certa maniera più d’appresso. Le leggi di moto che osservano i corpi nello urtarsi tra loro e che vennero nel medesimo tempo discoperte dal Wallis, dal Wrenio e dall’Ugenio, furono uno de’ principali obbietti delle ricerche del Cartesio, come quelle che sono uno de’ principali fondamenti della scienza delle cose naturali.

Come egli in così fatta ricerca riuscisse, non si può meglio darlo [p. 414 modifica]a divedere che servendosi delle parole medesime del Signor Montucla, il quale per niente accecato dall’amore del proprio Paese, tiene la bilancia giusta, e adempie in ogni parte l’uffizio di storico di quelle scienze che hanno unicamente per iscopo la verità. «Ben vorrei io», egli dice, «per la gloria del Cartesio, a cui come compatriota io pur debbo prender parte, potere egualmente lodare le regole che per la comunicazione del moto egli ha preteso di stabilire. Ma qui si mostra più chiaro che mai, come lo aver egli sposato certe idee metafisiche, il volere stare attaccato a un male fondato sistema, lo abbiano indotto in una moltitudine di errori da non potersi in niun modo scusare. Trovansi di fatto in quelle regole difetti di ogni generazione, principi in aria, contraddizioni, mancanze di connessione e di analogia; sono in una parola una infilzatura di errori, che senza la celebrità del nome del loro autore non meriterebbono né meno di esser chiamati ad esame14. Quella tanto decantata sua asserzione che nell’universo ha sempre da conservarsi la medesima quantità di moto, né più né meno, fondata nello essere Iddio in se stesso immutabile e nell’operare ch’ei fa nella maniera la più costante e la più immutabile15, è contraddetta da ciò che esige per sentenza de’ più sottili matematici, la varia natura dei corpi che si urtano tra loro, e da quanto avviene nella composizione e nella risoluzione del moto. Siccome dal considerare quanto sarebbe per avvenire nel mondo è contraddetta quell’altra fondamentale sua asserzione, che dalla sola modificazione delle parti della materia, che in tutti i corpi è perfettamente la stessa cosa, dipenda la differente loro natura e qualità ; lo che ha molta analogia coi colori ch’egli forma essi pure colla sola [p. 415 modifica]modificazione della luce. Ma se ciò fosse, e se l’oro per esempio non differisse essenzialmente nelle sue parti primigenie dal ferro, il pioppo dalla rovere, e così discorrendo, l’una cosa potrebbe non così difficilmente trasmutarsi in un’altra; e ne verrebbe in conseguenza l’alterazione delle specie e la distruzione del mondo.

Sosteneva il Cartesio che il Galilei per non avere rimontato sino alle cause prime, ma cercato solamente le ragioni di alcuni effetti particolari avea posto la fabbrica senza fondamento16. Egli al contrario davasi vanto di avere, mercé del suo metodo, tanto profondamente scavato, che era giunto al terreno più sodo, al sasso vivo per piantar quivi la fabbrica sua17. Ma ben crederei che si dovesse dire piuttosto come, atterrato ch’ebbero amendue il barbaro edifizio degli scolastici, il Galilei construsse in luogo di quello una casa non così ampia, ma solida per modo che nulla aveva da temere dalla lunghezza del tempo, e il Cartesio vi sostituì una scena da teatro, che era per isparire e dileguarsi ben presto dalla vista.

Era quella scena condotta con tutte le regole della prospettiva e bravamente dipinta, benché non fondata sopra una buona pianta di architettura. Non è però maraviglia ch’ella tenesse rivolti in sé gli occhi delle persone e levasse di grandi applausi. Se mancavano di solidità i principi del Cartesio, del che pochi erano atti a giudicare, egli seppe in contraccambio entrare nelle menti dei più coll’ordine che diede a’ suoi pensamenti, ne dilettò la fantasia colle belle similitudini onde gli ornò mostrando qua e là quello ingegno poetico che sino dalla fanciullezza [p. 416 modifica]tralucea in esso lui. Oltre di che i creatori di sistemi, che per via de’ più semplici principi promettono di svelare all’uomo il magistero della Natura, sono fatti per trarsi dietro la gente non meno che quegli altri che con operazioni semplicissime promettono di arricchire in un subito le nazioni. Egli è vero che le loro promesse si risolvono da una banda in cedole di niun valore, e dall’altra in pure idee, in moti della materia globulosa, della striata e in simili false monete della Filosofia. Ma egli è anche vero che, così gli uni come gli altri, trovano chi dà loro agevolmente orecchio; mentre quasi tutti gli uomini vorrebbono con poca opera farsi ricchi e scienziati.

Di somiglianti monete già non ispacciò il Cartesio, né poteva altrimenti farlo nella Geometria i cui avanzamenti egli promosse di tanto, di quanto ritardò quelli della Filosofia. Dove finirono gli antichi, quivi incominciò il Cartesio, dicono i suoi compratioti18, facendo allusione al celebre problema denominato delle quattro linee, dove arenarono gli antichi, ch’egli sciolse analiticamente, e la cui soluzione geometrica, quale gli antichi la cercavano, era riserbata al Neutono19. Ma lasciando andar questo, tutte le nazioni dovranno esaltare sommamente il Cartesio, non che i suoi compatrioti, per aver egli applicato l’analisi alla Geometria più sublime, dopo che l’Oughtredo l’aveva applicata alla Geometria elementare, e per avere il primo spiegato colle equazioni algebraiche la natura delle curve. Se non che niuno potrebbe meglio celebrare i di lui trovati geometrici di quello che ha fatto egli medesimo. Del metodo ch’egli dà per le tangenti, non temette di dire esser questo non solo il più utile e il più generale problema di quanti ne sapesse sciogliere, ma di quanti ancora nel [p. 417 modifica]Pagina:Algarotti, Francesco - Saggi, 1963 - BEIC 1729548.djvu/423 [p. 418 modifica]Pagina:Algarotti, Francesco - Saggi, 1963 - BEIC 1729548.djvu/424 [p. 419 modifica]Pagina:Algarotti, Francesco - Saggi, 1963 - BEIC 1729548.djvu/425 [p. 420 modifica]Pagina:Algarotti, Francesco - Saggi, 1963 - BEIC 1729548.djvu/426 [p. 421 modifica]Pagina:Algarotti, Francesco - Saggi, 1963 - BEIC 1729548.djvu/427 [p. 422 modifica]Pagina:Algarotti, Francesco - Saggi, 1963 - BEIC 1729548.djvu/428 [p. 423 modifica]Pagina:Algarotti, Francesco - Saggi, 1963 - BEIC 1729548.djvu/429 [p. 424 modifica]Pagina:Algarotti, Francesco - Saggi, 1963 - BEIC 1729548.djvu/430 [p. 425 modifica]Pagina:Algarotti, Francesco - Saggi, 1963 - BEIC 1729548.djvu/431 [p. 426 modifica]Pagina:Algarotti, Francesco - Saggi, 1963 - BEIC 1729548.djvu/432 [p. 427 modifica]Pagina:Algarotti, Francesco - Saggi, 1963 - BEIC 1729548.djvu/433 [p. 428 modifica]Pagina:Algarotti, Francesco - Saggi, 1963 - BEIC 1729548.djvu/434 [p. 429 modifica]Pagina:Algarotti, Francesco - Saggi, 1963 - BEIC 1729548.djvu/435 [p. 430 modifica]Pagina:Algarotti, Francesco - Saggi, 1963 - BEIC 1729548.djvu/436 [p. 431 modifica]Pagina:Algarotti, Francesco - Saggi, 1963 - BEIC 1729548.djvu/437

  1. «Atque ut legum multitude saepe vitiis excusandis accomodatior est, quam iisdem prohibendis; adeo ut illorum populorum status sit optime constitutus, qui tantum paucas habent sed quae accuratissime observantur: sic pro immensa ista multitudine praeceptorum, quibus Logica referta est, sequentia quatuor mihi suffectura esse arbitratus sum, modo firmiter et constanter statuerem, ne semel quidem ab illis toto vitae meae tempore deflectere. Primum erat, ut nihil unquam veluti verum admitterem nisi quod certo et evidenter verum esse cognoscerem; hoc est, ut omnem praecipitantiam atque anticipationem in iudicando diligentissime vitarem; nihilque amplius conclusione complecterer, quam quod tam clare et distincte rationi meae pateret, ut nullo modo in dubium possem revocare. Alterum, ut difficultates quas essem examinaturus, in tot partes dividerem, quot expediret ad illas commodius resolvendas. Tertium, ut cogitationes omnes quas veritati quaerendae impenderem certo semper ordine promoverem: incipiendo scilicet a rebus simplicissimis et cognitu facillimis, ut paulatim et quasi per gradus ad difficiliorum et magis compositarum cognitionem ascenderem; in aliquem etiam ordinem illas mente disponendo, quae se mutuo ex natura sua non praecedunt. Ac postremum, ut tum in quaerendis mediis, tum in difficultatum partibus percurrendis, tam perfecte singula enumerarem et ad omnia circumspicerem, ut nihil a me omitti essem certus»: in Dissertatione de Methodo, [II],
  2. «The great glory of literature in this island, during the reign of James, was My Lord Bacon. Most of his performances were composed in Latin tho’ he possessed neither the elegance of that, nor of his native tongue. If we consider the variety of talents displayed by this man, as a public speaker, a man of business, a wit, a courtier, a companion, an author, a philosopher; he is justly the object of great admiration. If we consider him merely as an author and philosopher, the light, in which are view him at present, tho’ very estimable, he was yet inferior to his contemporary Galileo, perhaps even to Kepler. Bacon pointed out at a distance the road to true philosophy: Galileo both pointed it out to others, and made, himself, considerable advances in it. The Englishman was ignorant of geometry; the Florentine revived that science, excelled in it, and was the first who applied it, together with experiment, to natural philosophy. The former rejected with the most positive disdain the system of Copernicus; the latter fortified it with new proofs derived both from reason and the senses. Bacon’s style is stiff and rigid; his wit, tho’ often brilliant, is sometimes unnatural and far-fetcht; and he seems to be the original of those pointed similies and long-spun allegories, which so much distinguish the English authors; Galileo is a lively and agreeable, tho’ somewhat a prolix writer. But Italy, not united in any single government, and perhaps satiated with that literary glory, which it has possessed both in ancient and modern times, has too much neglected the renown, which it has acquired by giving birth to so great a man. That national spirit, which prevails among the English, and which forms their great happiness, is the cause, why they bestow on all their eminent writers, and Bacon among the rest, such praises and acclamations, as may often appear partial and excessive» : The History of Great Britain under the House of Stuart, vol. I, Appendix to the reign of James I.
  3. «Il ne rendit pas un moindre service, en traitant d’une manière claire et géométrique, la doctrine du mouvement, qui a été justement appellee la clef de la Nature. . . Il démontra le premier, que les espaces parcourus par les corps pesans depuis le commencement de leur chute, sont comme les quarrés des tems, et qu’un corps jetté dans toute direction, qui ne soit pas perpendiculaire à l’horison, décrit une parabole. Ce sont là les commencemens de la doctrine du mouvement des corps pesans, qui a été depuis portée si loin par M. Newton» : Exposition des Découvertes philosophiques de M. le Chevalier Newton, Liv. I, chap. III, 6,
  4. «Iam vero, quia Deus solus omnium, quae sunt aut esse possunt, vera est causa; perspicuum est optimam philosophandi rationem nos sequuturos, si ex ipsius Dei cognitione rerum ab eo creatarum explicationem deducere conemur, ut ita scientiamperfectissimam, quae est effectuum per causas, acquiramu» : Princip., p. I, parag. XXIV.
  5. «Deinde animo revolvens omnia obiecta quae unquamsensibus meis occurrerant, dicere non verebor me nihil in iis observasse, quod satis commode per inventa a me principia explicare non possem» : in Dissertatione de Methodo, VI.
  6. «Sed confiteri me etiam oportet, potentiam Naturae esse adeo amplam ut nullum fere amplius particularem effectual observem, quem statini variis modis ex iis (pricipiis) deduci posse non agnoscam; nihilque ordinario mi hi difficilius videri, quam invenire quo ex his modis inde dependent» : in Dissertatione de Methodo, VI.
  7. Vedi Maufertuis, Figure des astres, chap. III.
  8. «Cependant cette secte (le Cartésianisme)» qui n’est pas aujourd’hui trop nombreuse, est volontiers intolérante comme bien des sectes opprimées ou négligées: peu s’en faut qu’elle ne décrie ses adversaires, comme de mauvais citoyens insensibles à la gloire de leur Nation» : M. D’Alembert, dans l’Éloge de M. l’Abbé Terrasson, p. xvi, «Il est vrai que le Cartésianisme n’est plus interdit aujourd’huy ni persécuté comme autrefois; il est souffert; peut-être est-il protégé, et peut-être faut-il qu’il le soit à certains égards»: M. De Mairan, dans l’Éloge de l’Abbé de Molieres, p. 221.
  9. De Causa Gravitatis.
  10. Mém. de l’Acad. Royale des Sciences, années 1714, 1715 et 1716.
  11. «Et enfin si l’expérience que vous m’avez mandé vous mesme avoir faite, et que quelques autres ont aussi escrite, est véritable, à sçavoir, que les baies des pièces d’artillerie tirées directement vers le Zénith, ne retombent point, on doit juger que la force du coup les portant fort haut, les éloigne si fort du centre de la Terre, que cela leur fait entièrement perdre leur pesanteur»: t. I, Lettre LXXIII, au R. M. Mersenne, p. 408. «Je vous remercie aussi de celle (expérience) de la baie tirée vers le Zénith, qui ne retombe point, ce qui est fort admirable»: t. II, Lettre CXI, au même, p. 529. Voyez aussi t. II, Lettre LXXVI et Lettre CVI, au même.
  12. «A ventis autem, quocunque feruntur, humores conglobati ex fontibus et fluminibus et paludibus et pelago, cum tepore solis continguntur, exhauriuntur, et ita tolluntur in altitudinem nubes: eae deinde cum aeris unda nitentes, cum perveniunt ad montes, ab eorum offensa, et procellis propter plenitatem et gravitatem, liquescendo disperguntur, et ita diffunduntur in terras» : Vitruv., Lib. Vili, cap. II.
  13. «La lumière de Descartes n’est donc pas la lumière du monde» : Encyclopédie art. Cartésianisme, t. II, p. 723.
  14. «Nous voudrions bien pour la gloire de Descartes, à laquelle nous devons nous intéresser, comme compatriote, pouvoir en dire autant des règles qu’il prétendit établir pour la communication du mouvement. Mais c’est ici que sa trop grande confiance en certaines idées métaphisiques, et un esprit sistématique mal dirigé, l’entraînèrent dans une foule d’erieurs trop peu excusables. Nous trouvons effectivement dans ces règles toutes sortes de défauts, principes hazardés, contradictions, manque d’analogie et de liaison; c’est, pour le dire en un mot, un tissu d’erreurs qui ne mériteroient pas d’être discutées sans la célébrité de leur Auteur» : Hist, des Mathématiques, part. IV, Liv. V, art. VI, t. II, p. 287.
  15. Princip., part. II, art. XXXVI.
  16. » Je trouve en général qu’il philosophe (Galileij beaucoup mieux que le vulgaire, en ce qu’il quitte le plus qu’il peut les erreurs de l’École, et tâche à examiner les matières physiques par des raisons mathématiques. En cela je m’accorde entièrement avec luy, et je tiens qu’il n’y a pas d’autre moyen pour trouver la vérité. Mais il me semble qu’il manque beaucoup, en ce qu’il ne fait que des digressions, et ne s’arreste point à expliquer suffisamment aucunes matières; ce qui monstre qu’il ne les a point toutes examinées par ordre, et que sans avoir considéré les premières causes de la Nature, il a seulement cherché les raisons de quelques effets particuliers, et ainsi qu’il a bâti sans fondement» : au R. P. Mersenne, Lettre XCI, t. II, p. 391.
  17. «Et quemadmodum iîeri solet, cum in arenoso solo aedificatur, tain alte fodere cupiebam, ut tandem ad saxum vel ad argillam pervenirem: atque hoc satis féliciter mihi succedere videbatur» : in Dissertatione de Methodo, III.
  18. «Pour ne parler que des Mathématiques, dont il est seulement ici question, M. Descartes commença où les Anciens avoient fini, et il débuta par la solution d’un problème, où Pappus dit qu’ils étoient tous demeurés» : L’Hopital, Analyse des infiniment petits, dans la Préface, p. vi, «Descartes commença sa Géométrie par un problème, où les anciens s’étcient arrêtez»: M. De Mairan, dans VÉloge de Halley, p. 112.
  19. «Atque ita problematis veterum de quatuor lineis ab Euclide incepti et ab Apollonio continuati non calculus, sed compositio geometrica, qualein veteres quaerebant, in hoc corollario exhibetur» : Newtoni Princip., Lib. I, lemma XIX.