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V.

— Perchè non Lievi? — domandò Giovanni a Balbina, indicando il bicchiere, colmo ancora del biondo vinello, un po' torbido, esalante odore di zolfo.

Balbina tagliò, con la punta del cucchiaio, un piccolo boccone di polenta, lo girò e rigirò intorno alla scodella perchè s'imbevesse bene del mosto cotto, bruno e denso a guisa di sciroppo, poscia se lo portò svogliata alle labbra, senza rispondere.

— Perchè non bevi? — insistette Giovanni, dopo aver vuotato di un sorso il suo bicchiere ed essersi mesciuto dell'altro vinello da un rozzo boccale di terra cotta. — Se il bianco non ti piace, vattene a spillare un bicchiere di quello rosso. Dopo tutto la padrona sarai tu, quando io e la mia pecora saremo andati a ingrassare la terra.

Clelia nel sentirsi vezzeggiare dal marito col nomignolo di pecora, ebbe un sorriso d'intenerimento e vuotò di un fiato il bicchiere della figliuola. [p. 91 modifica]— È buono — ella disse — molto buono e, giacché al mondo ci si vive per stare allegri, io bevo.

— Sicuro, sicuro. La nostra cantina ha le sue botti e il nostro vigneto ha le sue viti — esclamò Giovanni; ma vedendo che Balbina si ostinava a starsene muta con la persona buttata in avanti sulla tavola, ebbe un gesto d'ira di spettosa e, accesa una lanterna, aperse l'uscio di fondo della cucina e cominciò a scéndere, bor bottando i gradini di una scaletta buia.

Balbina sollevò, con moto energico, il petto dalla tavola e disse alla madre imperiosamente:

— Cosa state a pensare, mamma? Perchè non mi avete ubbidita?...

Il timido viso di Clelia si atteggiò a sgo mento:

— Tuo padre potrebbe prendere le. cose a male e io ho paura.

Balbina si strinse irosa nelle spalle. — Fate quello che vi ho detto di fare e non pensate ad altro — e poiché Giovanni tornava dalla cantina, tenendo in mano un altro boccale più piccolo, la ragazza abbandonò di nuovo la per sona sul tavolo con atto stanco e si chiuse di nuovo nel suo mutismo. — Togli le castagne dalla cenere — impose Giovanni alla moglie. — Vino e castagne hanno sempre fatto all'amore insieme fino dal tempo di Noè e mentre Clelia scomponeva con la paletta l'alto mucchio di cinigia sotto cui le castagne si stavano crogiolando, Giovanni tolse dalla cre denza tre bicchieri a calice e li depose in fila sopra il desco. — Sissignore, ci vogliono i bicchieri a calice [p. 92 modifica]per questa manna. Ogni goccia vale una stilla di sangue e chi si mette in corpo di questo vino può ridere in faccia all'universo intero.

Egli colmò fino all'orlo i tre bicchieri e al lungò la mano per togliere dal piatto le ca stagne.

Balbina bevve due o tre sorsi, poi gettò in dietro il busto nauseata.

— Non posso bere; è inutile, non posso bere. Il padre la guardò inebetito. Da quando in qua non poteva bere Balbina, che gli teneva sempre testa fieramente e che durante la svinatura dell'anno innanzi aveva minacciato, per chiasso, di asciu garsi tutte le botti? Che cosa andava dunque succedendo in casa sua perchè quella diavolona della ragazza gli diventasse smorfiosa e delicata più di una pupattola di carta pesta? Balbina magnetizzava intanto la madre con oc chio cosi imperioso che Clelia, masticando una castagna, disse con riso goffo: — La nostra ragazza, va compatita, Giovanni. Una donna può essere robusta come un elefante, ma quando non può bere, non può bere. Le orecchie di Giovanni cominciavano a im porporarsi, indizio certo di grande collera che si addensava. — Che diavolo mi vai raccontando, idiota — gridò alla moglie. — Elefante o rinoceronte, se la ragazza sta male c'è tanto di dottore pagato dal comune. Balbina rimaneva apparentemente estranea al diverbio, ma l'occhio di lei si fissava pertinace nell'incerto occhio materno. — Dici bene; c'è il dottore — Clelia balbet tava, indietreggiando spaurita. — Eppure il Co[p. 93 modifica]nume potrebbe pagare anche centomila dottori, che per Balbina sarebbe lo stesso.

E accorgendosi che il marito stava per essere preso da uno de' suoi accessi di furore bestiale, ella, nel cieco coraggio della paura, gli lanciò contro la frase che doveva annichilirlo:

— Non pigliartela con me; io non ci ho colpa; ti giuro che non ci ho colpa.

Per un momento Giovanni rimase come para lizzato: poi, raccogliendosi tutto sulla persona tonda, si rotolò a guisa di palla sul corpo della moglie e, senza parlare, cominciò a tempestarla di pugni.

Clelia, raggomitolata al suolo, pensava a di fendersi la testa, lavorando di gomito. Quanto al resto del corpo, era talmente imbottito di grasso, che i pugni rimbalzavano senza nemmeno lasciare il segno.

Balbina aveva nascosto il viso tra le braccia e singhiozzava rumorosamente, mentre gli occhi, senza lacrime, seguivano accorti ogni gesto di Giovanni, il quale, dopo aver grandinato sua mo glie di percosse, lasciò cadérsi affranto sopra una seggiola e cominciò a gemere, portandosi le mani al cuore.

— Mi assassinano! Mi vogliono morto queste femmine!... Ahi! Ahi! il mio cuore! Sento che mi fa male.

Balbina aveva fatto assegnamento su tale crisi; ella sapeva che suo padre, essendosi cacciato in testa di essere gravemente ammalato al cuore, si credeva minacciato di sincope a ogni arrabbiatura.

Frattanto Clelia si era alzata dal pavimento come se nulla fosse accaduto e si avvicinò al marito, offrendogli da bere. [p. 94 modifica]Ecco, bevi... 1 figli sono i nostri carnefici — ella disse.

— Hai ragione, pecorella mia — balbettò Gio vanni, centellinando la manna che Clelia gli por geva. — I figli sono i nostri carnefici - e, nel vedere che Balbina gli si era avvicinata e gli stava ginocchioni davanti come una Maria Madda lena, fu travolto da un nuovo impeto di collera.

— Cosa credi — egli esclamò — che io vo glia passartela liscia? Ma io ti caccio di casa questa sera, oggi, subito. Vai pure limosinando dove vuoi, ma non presentarti alla mia porta, perchè io prendo il fucile. Hai capito? — e sbuffava, si dimenava, e nella tonda faccia congestionata luc cicavano i piccoli occhi chiari striati di sangue.

Improvvisamente un'idea, alla quale finora non aveva pensato, gli attraversò il cervello.

--- E l'altro dove sta? Sarà certo un pez zente. Solo un pezzente è capace di simili fur fanterie!

--1 Germano Rosemberg — mormorò Balbina, e si coperse il volto tra le mani per poter più comodamente scrutare, di tra le dita semiaperte, quale effetto producesse il nome del seduttore.

Giovanni dette un balzo sulla seggiola. Corpo d> bacco, la faccenda prendeva subito tutt'altra piega! Germano Rosemberg non era un pezzente, e una ragazza che aveva saputo com promettersi con Germano Rosemberg meritava ogni riguarda! Balbina leggeva questi pensieri sulla faccia rasserenata, quasi giuliva, del padre, quantunque egli seguitasse a sbraitare per salva guardare, in certo qual modo, la sua dignità di offeso genitore. — Me ne rido io di Germano Rosemberg! [p. 95 modifica]Bell'arnese anche lui! Un ozioso! Un fannullone! Un tipo arrogante, che mi squadra dall'alto al basso e che intanto si diverte non mia figlia! E se non ti sposa? Dimmi, se non ti sposa, cosa ne faremo noi del suo marmocchio?

Balbina, tuttavia in ginocchio e col viso tut tavia nascosto nelle mani, disse con voce chiara:

— E perchè non dovrebbe sposarmi? Tocca a voi difendermi. Io non ho ancora diciotto anni e la legge sta per me.

Giovanni rimase annientato di ammirazione e lanciò la sua bestemmia delle circostanze solenni:

— Dio Serpente, come la sapeva lunga quella farabuttella della ragazza! Ma certo! Ma sicuro! Se il signor Germano Rosemberg avesse fatto lo smargiasso ci sarebbero stati i tribunali: quei tribunali che il dottor Giani parlava di spazzar via e che, viceversa, facevano tanto comodo per mettere a posto i prepotenti!

Balbina, giudicando oramai superfluo di rima nere in ginocchio, si era alzata in piedi e par lava al padre assennatamente:

— Voi dovete andare dalla nonna di Germano e dirle come stanno le cose. La nonna di Ger mano è una donna all'antica, timorata di Dio, e non vorrà rinnegare il sangue suo. Parlate anche con Germano, e, se Germano volesse negare, chiamatemi! Io aspetterò con mia madre nel giardino della villa Rosemberg, e, se è» necessa rio, discorrerò. Quando si è fatto il peccato si deve fare la penitenza, e io sconterò la mia colpa con la vergogna di raccontare tutto alla nonna di Germano.

l'indomani, infatti, i Tebaldi si presentarono, verso mezzogiorno, al cancello della villa Rosem[p. 96 modifica]berg: Giovanni vestito di scuro, alla cittadina, con la camicia inamidata e la catena d'oro pen zoloni sul panciotto; Balbina vestita color mar rone, col velette nero appuntato sui capelli fulvi, alla foggia pesarese, e con le mani imprigionate in guanti di filo di Scozia troppo stretti; Clelia infagottata nell'abito di seta nera e coi rari ca pelli biondicci copiosamente impomatati.

Venne loro ad aprire un omaccione dalle spalle forti e la testa enorme. Era il giardiniere, che li accolse amichevolmente e che li accompagnò per il lungo viale fiancheggiato dai pioppi, decantando il nuovo sistema di riscaldamento, adottato nella serra degli agrumi.

Il Tebaldi, confidenziale ed affabile, annuiva col capo alle parole del giardiniere, mentre Bal bina e la madre camminavano in silenzio da brave donnette prudenti, che non mettono bocca negli affari degli uomini.

Arrivati di fronte all'ingresso della palazzina, il Tebaldi strizzò l'occhio per indicare alle donne di fare sosta sopra un sedile di pietra, collocato a fianco della casa, e quivi attendere la sua chia mata, qualora egli credesse opportuno il loro in tervento.

Clelia e Balbina si assisero al sole: la figliuola non perdendo mai di vista le finestre del salotto, e la madre aspettando con la pazienza dei campagnuoli, i quali, anche nei momenti più gravi della vita, sono capaci di restarsene ore ed ore con le mani in grembo ad attendere, umili e ras segnati, che le circostanze si maturino all'infuori del loro concorso.

Giovanni frattanto entrava nella sala della palazzina e si toglieva rispettosamente il cappello. [p. 97 modifica]L'idea che Balbina sarebbe diventata la pa drona di quella sala dalle ricche tende di mer letto, dai quadri massicci appesi alle pareti, dai mobili dorati e ricoperti di damasco, faceva pro vare a Giovanni un senso piacevole di solletico, giù giù lungo le braccia, e gli dava sui polpa strelli delle dita il prurito di stropicciare le stoffe per valutarne la resistenza e di grattare, delica tamente, coll'unghia del mignolo le dorature, per vedersi brillar sulla cute qualche granello di quella polvere preziosa.

La spinetta di legno chiaro incrostata di ma dreperla, gli evocò la visione confusa di una vec chissima signora che egli, al tempo della sua in fanzia, aveva talora intravvisto, al di là dei ferri del cancello, aggirarsi tra le aiuole del giardino, tutta coperta di falpalà, con un ampio ombrellino' a frange, simile a quelli che, durante le proces sioni, si tengono aperti sopra il Santissimo Sacra mento.

La decrepita signora, nonna del nonno di Ger mano, era venuta, già assai vecchia, da un paese misterioso, e doveva essere stata un bel tipo ori ginale, a giudicarne almeno dal ritratto in mi niatura, che la raffigurava fulgente di giovinezza, con le spalle e le braccia nude, la veste a tunica, stretta da una cinta sotto le ascelle, e coi capelli appuntati a sommo del capo e trattenuti intorno alla fronte da un triplice giro di perle. Vicino a tale ritratto ne era appeso un altro, parimenti in miniatura, di un giovane dall'aspetto marziale e il viso sbarbato, dai calzoni aderenti e una giubba coperta di ricami, di cui il colletto rigido, altis simo, obbligava il capo a tenersi fieramente eretto, quasi gettato all'indietro. [p. 98 modifica]Giovanni non sapeva, o sapeva molto confusamente, che quelli erano i trisavoli di Germano e che la bella signora dai capelli gemmati e il bel gentiluomo dalle vesti gallonate erano due avanzi del gran naufragio napoleonico, di quel naufragio immane che, durante alcuni anni, aveva lanciato rottami per ogni spiaggia di Europa.

Egli ciò ignorava; ma quei due ritratti e l'ar redo arcaicamente sontuoso della sala aprivano uno sfondo abbagliante e coreografico alla ridda vertiginosa de' suoi recenti sogni di ambizione.

Il Tebaldi dunque non ebbe bisogno di fingere per assumere un atteggiamento pieno di ossequio all'apparire della vecchia signora Rosemberg, la quale si avanzò col suo fare bonario e affret tato di persona che vuole mostrarsi gentile, ma che non ha tempo da perdere in chiacchiere oziose.

— Buon giorno, caro signor Tebaldi — ella disse, offrendo una seggiola al visitatore e fa cendo tinnire, nella rapidità dell'atto, il grosso mazzo di chiavi che ella teneva appese alla cin tola e che luccicavano sopra la seta nera del grembiale.

— Buongiorno, buongiorno, carissima signora — rispose Giovanni, attratto irresistibilmente dalle chiavi garrule luccicanti.

Quanti gioielli, quanti rotoli di fina tela, quante bottiglie di vino vecchio, quante leccornie, quante conserve e quanti bei biglietti da cento dovevano custodire quelle chiavi così allegre e chiacchie rine! Alcune erano snelle e lunghe, di forma pri mitiva, altre erano brevi e massicce, altre civet tuole, aggraziate, con certi dentini così forti ed aguzzi da far pensare alla serratura complicata [p. 99 modifica]— di qualche ripostiglio. Ma di qualunque grossezza o di qualsiasi foggia esse fossero, attestavano tutte la solida dovizia della casa e la solerte alacrità della signora.

Giovanni, nel contemplarle, ebbe un sorriso di tale beatitudine che la signora gli domandò:

— Pare die siamo allegri, caro vicino? — Pare, pare, signora mia; ma lei sa che tra il parere e l'essere ci corre quanto tra il cucire e il tessere — egli si affrettò a rispondere, assu mendo un tono compunto in relazione colla sca brosità delle circostanze, poi rimase lì, con le mani intrecciate e gli occhi smarriti nel vuoto, in attesa di una ispirazione che non veniva. Dia mine! non era facile formulare con parole ciò ch'egli doveva dire e d'altronde bisognava che l'amara pillola fosse ben bene inzuccherata, ben bene indorata, per farla inghiottire a quella brava signora. Anna Rosemberg aspettava che il visitatore parlasse e formulasse la sua domanda, poiché ella conosceva troppo bene le abitudini dei piccoli possidenti di campagna per credere solo un istante che il Tebaldi si fosse disturbato a recarsi da lei all'unico scopo di farle una visita di omaggio; ma, visto che non si decideva a parlare, gli chiese affabilmente: --- E la sua figliuola cosa fa? E' diventata ora mai una bella ragazza da marito. Il Tebaldi si aggrappò a quella interrogazione con energia disperata, ma, anche nella sua grande confusione, non si allontanò dai precetti della tattica rusticana, che insegna di strisciare intorno alle situa zioni, di fiutare, di annusare, di tirare due o tre volte la zampa indietro prima di appoggiarla so[p. 100 modifica]pra un punto del terreno non ancora tastato. Egli, riacquistando a un tratto la parola e smar rendosi determinatamente per il meandro di quelle frasi, in apparenza sconclusionate, entro cui l'astu zia volpina del campagnolo attenua e smussa la scabrosità di un argomento fastidioso ad esporsi e difficile ad accettarsi, cominciò con eloquio ab bondante:

— Sicuro, Balbina è diventata una ragazzona bianca e rossa come una mela, sana, robusta, al legra e con certe braccia che sembrano colonne. È lavoratrice poi! A lasciarla fare sarebbe ca pace di mettere sossopra il podere! Lei capirà, io stavo tranquillo! Bellezza, salute, voglia di la vorare e quattrini, c'era tutto il necessario per maritarla a modo mio! Cosa ne pensa lei?

La vecchia signora, che lo ascoltava attenta mente, studiandosi di cogliere il pensiero nel vi luppo di quelle frasi, si accingeva a rispondergli con molta circospezione, ma Giovanni non gliene lasciò il tempo e continuò a galoppare per la vasta spianata de' suoi argomenti, avendo oramai scoperta la pista del proprio pensiero, che fino allora gli si era ostinatamente rintanato nel punto più oscuro del cervello.

— Quando, cos'è, cosa non è, la ragazza non mangia, la ragazza non dorme, la ragazza si con suma e si sbianchisce — e dal volto di Giovanni, solcato per ogni verso da fitte rughe, un risolino trapelava, un risolino astuto che, lasciando immo bile la bocca, si appiattava tra ciglio e ciglio, o guizzava rapidissimo dalle pinne irrequiete del piccolo naso camuso.

La signora Rosemberg si era voltata intiera mente, con la persona ancora energica e svelta, [p. 101 modifica]dalla parte del suo interlocutore e lo fissava, senza battere palpebra, cogli occhi nerissimi, che lampeg giavano, non ostante la tarda età, indagatori e vividi.

Il risolino astuto diventava sempre più petu lante sul viso di Giovanni, il quale sentiva la propria idea entrare pian piano nella testa della signora Rosemberg e conficcarvisi dolcemente, senza -ombra di sforzo, pari a vite unta di olio cui l'artefice accorto abbia preparato la vìa con paziente lavorìo di preliminare trapanazione.

— Già — egli disse, fregandosi le ginocchia con le palme aperte e secondando il moto del massaggio col leggero dondolìo del busto piegato in avanti. — La ragazza non mangia, la ragazza si consuma. Cosa avrebbe fatto lei al mio posto? Lei avrebbe interrogato la ragazza, non è vero? Questo ho fatto io, e la ragazza, che è schietta come acqua di fonte, ha pianto, si è buttata in terra, si è strappata i capelli, si è graffiata il viso e mi ha confessato tutto. Cosa dovevo fare io? Ho vituperato mia moglie, ho maledetto mia figlia, ho imprecato, ho bestemmiato, ho minac ciato di cacciar Balbina fuori di casa; ma già tutto questo non impedisce che suo nepote, il signor Germano Rosemberg, abbia rovinato l'onore della mia famiglia. Un figlio nascerà e questo figlio sarà sangue mio, sarà sangue suo, cara signora, e noi due siamo nell'obbligo sacrosanto di provvedere!

Era detta! — Se le cose stanno come lei racconta, Ger mano farà il suo dovere — disse la signora Ro semberg semplicemente, non manifestando in nes sun modo la consolazione che quella notizia le recala. MusewmS^?f*ìlsch»ft 2UK1CM [p. 102 modifica]Germano aveva già dichiarato alla nonna, in maniera categorica, di voler sposare Flora appena il conte Innocenzo fosse morto, ed ella sapeva bene che non avrebbe trovato la forza di resi stere alla volontà del nepote, pure disapprovan done acerbamente la scelta.

Flora era un grazioso gingillo, mentre la vec chia signora aveva bisogno in casa di una brava e robusta massaia che l'aiutasse a sostenere il pesò non lieve dell'azienda domestica. Oltre a ciò, tra Flora completamente sprovvista di ogni bene, figlia di un suicida e di una donna equi voca, e Balbina, benestante se non ricca, figlia di genitori rozzi, ma onesti, la preferenza non po teva esser dubbia, dato il carattere assennato e previdente della signora Rosetnberg, la quale con siderò, in cuor suo, l'avventura espostale dal Tebaldi come un aiuto a lei mandato dalla prov videnza.

Ma non lasciò trapelare il suo pensiero. Si alzò, uscì un istante dalla sala per far chiamare Ger mano e tornò al proprio posto, seria, grave, de cisa di far valere l'autorità sua, poiché la sorte le veniva in sostegno.

Giovanni aspettava, senza parlare, oramai sicuro della vittoria.

Pochi minuti trascorsero e Germano, che si preparava ad uscire, spinse con un colpo del piede il battente della porta ed entrò nella sala, por tando il fucile a tracolla.

Flock gli tenne dietro allegramente, ed il gio vane, essendosi'fermato presso la soglia, si fermò anche la bestia, scodinzolando per l'impazienza di scorrazzare attraverso ai campi.

— Mi hai fatto chiamare, nonna? — domandò [p. 103 modifica]Germano, senza attribuire la menoma importanza alla presenza del Tebaldi. Il suo accento era bru sco, quasi aggressivo, poiché egli aveva avuto la mattina stessa un fiero diverbio con la nonna, a proposito di Flora.

— Si, ti ho fatto chiamare — disse la signora Rosemberg con tono di voce insolitamente au stero e solenne.

Ella aveva girato il capo per fissare il nepote, e il volto di lei, visto di profilo, rammentava a Germano il tagliente profilo del viso paterno, così terribile nell'ira, così implacabile nell'adem pimento ili una risoluzione già presa; ma Ger mano era tanto abituato a regnare da tiranno nel cuore della nonna, che la severità di lei lo rese più arrogante, pure trasfondendogli un vago senso d'inquietudine.

— Sta bene; se hai da parlarmi fa presto, per chè voglio uscire. Cosa c'è?

— C'è che ho bisogno di parlarti — ella insi stette ruvidamente, sentendo il bisogno d'irrigidirsi e di agguerrirsi contro la tenerezza e la pietà, che già le gonfiavano il cuore all'idea del dispia cere di quel ragazzo idolatrato, a lei due volte figlio per sangue ed a cui aveva prodigato sino dall'infanzia le più squisite cure materne.

Germano, non osando mancare di rispetto a sua nonna e volendo in qualche modo sfogare la rab bia che già gli annebbiava il cervello, dette un calcio al povero F'iock, il quale strisciando col ventre la terra, andò a rifugiarsi . in un angolo della sala, dove il suo alto guaito di dolore mori in fioco gemito prolungato.

— Il signor Tebaldi, qui presente, asserisce che tu gli hai sedotta la figliuola. [p. 104 modifica]Non è vero. Non è vero!--gridò Germano esasperato, credendo che volessero farlo cadere in qualche tranèllo per istrappargli una confes sione, di cui valersi poi contro quella povera dia vola di Balbina, che egli non amava certo, ma che era dover suo difendere ad ogni costo.

Giovanni, all'aperto, violento diniego del Rosemberg, era balzato in piedi con atto eli furore. Se Germano avesse continuato a mentire, egli era deciso di saltargli al collo e conficcargli le unghie nella carne.

La signora Rosemberg accennò con la mano a Giovanni di quietarsi e, rivolta al nepote, con tinuò, spiccando bene le sillabe.

— La ragazza Tebaldi sta per essere disono rata agli occhi di tutti, e il padre di lei, qui pre sente, chiama te responsabile.

Se una voragine si fosse spalancata a' suoi piedi per inghiottirlo, Germano sarebbe rimasto meno sconvolto e atterrito. Quanto sua nonna asseriva non era possibile!

Il Tebaldi aveva subodorato qualche cosa e giuocava di audacia per venire in chiaro della faccenda e relegare forse in qualche convento la disgraziata Balbina. Il giovane doveva dunque salvare la ragazza, continuando a mentire con accanimento.

— Queste sono menzogne stupide! Io non so niente! La ragazza non sa niente! --· e, dandosi un colpo violento sul cappello per calcarselo bene in testa e alzando la spalla per aggiustarsi le cinghia del fucile, si avviò verso la porta di uscita dopo di avere chiamato a sè il cane con voce imperiosa.

Ma la nonna gli sbarrò il passo e gli si pose [p. 105 modifica]ritta davanti, mentre Giovanni, comprendendo bene che la violenza avrebbe guastato ogni cosa, si era avvicinato alla finestra e aveva fatto cenno a Balbina di salire.

— Lasciami andare, nonna — ripeteva Ger mano con le labbra livide e gli scintillanti occhi neri iniettati di sangue.

Un tremito lo scuoteva e piccolissime stille di sudore gl'imperlavano la fronte presso l'attacca tura dei capelli.

— E' vero o non è vero quanto il Tebaldi asserisce? — gli domandò la signora, posandogli sul braccio la mano lunga e scarna, nel cui anu lare brillava il sottile, consunto cerchio della fede d'oro.

Germano esitò un istante, indietreggiò di al cuni passi, poi con veemenza tanto maggiore quanto più scottante era in lui l'umiliazione della menzogna cui l'obbligavano, esclamò di nuovo disperatamente:

— Non è vero! Non è vero! Colui men tisce!

— La ragazza ha confessato. — Non è possibile! La ragazza non può avere confessato quello che non è — ma le braccia, ch'egli teneva protese in avanti nell'energia della smentita, gli caddero inerti lungo la persona, e gli occhi si fissarono sbarrati verso 1' ingresso della sala, quasi per la terrorizzante apparizione di un fantasma. La vecchia signora si volse e vide entrare Bal bina, umile nel portamento, dimessa nelle vesti, con lo sguardo inchiodato al suolo e un fazzo letto bianco, accuratamente piegato, stretto nelle mani unite nel gesto remissivo di una monacella [p. 106 modifica]che si presenti alla madre generale per accusarsi a lei di qualche grave infrazione.

Clelia seguiva impacciata e mortificata, timo rosa che l'accusassero, per l'accaduto, di poca oculatezza materna.

Germano e la nonna stavano adesso in piedi nel centro della sala, uno a fianco dell'altra; la signora Rosemberg immobile, il giovane con le mascelle contratte per non cedere alla voglia di ruggire e scagliarsi a testa bassa contro quei tre esseri che si erano insinuati obliquamente nella sua vita.

Flock, acquattato ai piedi del padrone, rin ghiava sommesso e mostrava i bianchi denti aguzzi agl'intrusi.

Giovanni chiuse accuratamente la porta d'in gresso, poi disse alla figlia:

— Il ragazzo nega; il ragazzo giura che non è vero.

Balbina si staccò dai genitori, che rimasero nell'ombra, vicino all'ingresso, e si avanzò len tamente, a passi brevi e silenziosi, fino alla si gnora Rosemberg. Le sollevò la mano con atto di religiosa sommessione, v'impresse lungamente le labbra; poi, curva, quasi genuflessa, parlò a fatica, evitando di volgere gli occhi dalla parte di Germano.

— Se il ragazzo nega, lo fa certo per il mio bene, per non compromettermi e non mortifi carmi. Anch'io ho tentato di negare, ma la bugia a che cosa può servire, se la mia vergogna do vrà saltare fra poco agli occhi di tutti? I miei genitori sono stati troppo buoni con me a per donarmi, e anche lei, signora, è troppo buona a non cacciarmi via come una ladra. Ho una sola [p. 107 modifica]scusa. Germano sa che io ero innocente come una bambina in fasce... — e non finì, soffocata dai singhiozzi.

— E mio nipote ti ha promesso di sposarti? — le chiese la signora Rosemberg pietosamente, soavemente.

— No, signora, no — si affrettò ad asserire Balbina, coprendosi il volto col fazzoletto. — Germano non mi ha promesso niente, io non gli ho chiesto niente. Quello che è successo si può dire che è stato per colpa mia. Toccava a me difendermi e io non mi sono difesa, perchè ero innamorata di Germano, e anche adesso sarei pronta a fare per lui qualsiasi cosa — e, vera mente agitata, veramente commossa in quel mo mento nel quale si decideva di turta la sua vita, ruppe in lacrime più copiose e si lasciò cadere convulsa nelle braccia della signora Rosemberg, che le disse:

— Non piangere cosi, figliuola mia; Germano è un galantuomo e sa quale è il suo dovere.

Germano soffocò l'urlo che gli saliva dal petto. Egli avrebbe voluto ruggire, a guisa di. leone arretito, cui un'orda di selvaggi astuti abbia teso l'agguato sapientemente, pazientemente.

Ma egli invano avrebbe ruggito, e i fortunati cacciatori potevano oramai fare argomento di scherno e sollazzo i conati furiosi e impotenti della preda regale.