Rosmunda (Alfieri, 1946)/Atto terzo

Atto terzo

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Atto secondo Atto quarto

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ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Almachilde, Romilda.

Almac. ... Deh! perdona, s’io forse inopportuno

chiederti osai breve udienza in questo
tuo limitar: ma troppo a me rileva
l’appalesarti quanto in cor diverso
io son per te dalla tua ria madrigna.
Romil. E il crederò? Deh, se tu ver dicessi!...
Ma che? son io sí misera, ch’io deggia
tener da te cosa del mondo?... Oh dura
mia sorte! il son, pur troppo. — A me di nozze
fa che mai piú non si favelli: io forse
a te dovrò la pace mia.
Almac.  Ben altro
a far per te presto son io, ben altro...
Tu d’Alarico preda, a cui due spose
visto abbiam trucidar, l’una di ferro,
di velen l’altra? Oh ciel! tu, che dovresti
d’ogni virtú, d’ogni gentil costume
essere il premio? e che col sol tuo aspetto
puoi far felice ogni uomo? — Ah! no; non fia
ciò mai, finch’io respiro. Io ’l vieterei,
s’anco pur tu il volessi; indi argomenta
s’io il vo’ soffrir, quando inaudita forza
trarvi ti de’. Preghi e ragion, da prima,

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minacce usar quindi Rosmunda udrammi;

e fatti poscia. Ove dal rio proposto
ella non pieghi, io la torrò. Piú ardente
di me non hai, no, difensore: o trarre
tu in questa reggia i giorni, o perder debbo
io col regno la vita.
Romil.  Or donde tanto
generoso ver me?...
Almac.  Piú fera pena
non ebbi io mai, che l’odio tuo.
Romil.  Ma, posso
cessare io mai d’odiarti? in suon di sdegno
l’inulto padre?...
Almac.  Oh ciel! non io l’uccisi:
il trucidò Rosmunda.
Romil.  A tutti è noto,
ch’eri sforzato al tradimento orrendo
dalle minacce sue: ma pur la scelta
fra il tuo morire, o al tuo signor dar morte,
ella ti dava. È ver, dell’empia fraude
ignaro tu, contaminato avevi
giá il talamo del re; ma col tuo sangue,
col sangue in un della impudica donna,
tu lavarlo dovevi; ammenda ell’era
al tuo delitto sola: e ammenda osasti
pur farne tu con vie maggior delitto?
Morte, che altrui tu davi, a te spettava:
pur giaci ancora nel tradito letto;
suddito tu, del signor tuo la sposa,
e l’usurpato sanguinoso soglio
tieni tuttora; e di gran cor ti vanti?
e umano parli? e vuoi ch’io ’l creda? e ardisci
sperar, ch’io men ti abborra? — Atre, funeste,
tai rimembranze dalla eterna notte
del silenzio non traggansi: tacerne,
ov’io non t’oda, posso. — Oggi sottrammi

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da quest’ultimo eccidio, e a me tu forse

liberator parrai. Ma, se a te penso,
ch’altro mi sei, che l’uccisor del padre?
Almac. E i rimorsi, e il pentire, e il pianger, nulla
fia che mi vaglia?
Romil.  Ma di ciò qual prendi
pensiero omai? nuocer fors’io ti posso?
L’odio mio, che t’importa? inerme figlia
di spento re, che giova lusingarla?
Almac. D’uomo è il fallir; ma dal malvagio il buono
scerne il dolor del fallo. In me qual sia
dolor, nol sai; deh, se il sapessi! — Io piango
dal dí, che fatto abitator di queste
mura lugúbri sono, ove ti veggio
sempre immersa nel pianto; eppure a un tempo
dolce nell’ira, e nel dolor modesta,
e nel soffrir magnanima... Qual havvi
sí duro cor, che di pietá non senta
moti per te?
Romil.  La tua pietá? m’è duro
troppo il soffrirla... Ahi lassa me!... Spregiarla
pur non poss’io del tutto.
Almac.  Or, pria che nulla
io di te merti, dimmi: è sol cagione
del non andarne ad Alarico, il nome
ch’egli ha di crudo?
Romil.  E d’Alboín la figlia,
nell’accettar l’ajuto tuo, se stessa
non tradisce abbastanza? anco del core
vuol ch’ella schiuda i sensi a te?
Almac.  V’ha dunque
ragion, che parti da tacermi? Il modo
forse cosí dappien servirti...
Romil.  E s’altra
pur ve n’avesse?... Ma, tu sei... — Che parli? —
Quí, crebbi, e quí, presso al mio padre, tomba

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aver mi giova: ecco ragione. Omai

pensier mio solo egli è il morir; ma stimo
quí men cruda la morte: indi vi chieggo
questo, a voi lieve, a me importante dono.
Almac. Morte? Ah Romilda! io tel ridico, avrai
quí lieta stanza; e piú ti dico: io spero,
che vi godrai d’ogni tuo sacro dritto.
Se il padre no, render ti posso il seggio;
e il debbo, e il voglio; e a non fallaci prove,
qual sia il mio cor farò vederti;... e quanto
profondamente... entro vi porti impressa...
la imagin tua...
Romil.  Che ascolto? Oimè! che sguardi?...
Che dirmi intendi?
Almac.  ...Ciò, che omai non posso
tacerti;... ciò, che tu scolpito leggi
sul mio volto tremante... Ardo, è gran tempo,...
d’amor... per te.
Romil.  Misera me! che sento?
che dirmi ardisci? O rio destin, serbata
a un tale oltraggio m’hai?
Almac.  Se l’amor mio
reputi oltraggio, io ben punirmi...
Romil.  Ahi vile!
E di virtú la passíon tua iniqua
tu colorire ardivi?
Almac.  Oh ciel! M’ascolta...
Iniquo amor,... ma non iniqui effetti
vedrai... Per te, tutto farò; ma nulla
chieggio da te.
Romil.  Taci. Tu, lordo ancora
del sangue del mio padre, amor nomarmi?
Amor, tu a me? — Sei di Rosmunda sposo;
e di null’altra degno.
Almac.  Ah! qual non merto
nome esecrando!... Eppur, ch’io t’ami è forza,

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irresistibil forza. Io, no, non sorgo

da’ piedi tuoi, se pria...
Romil.  Scostati, taci,
esci... Ma, vien chi spegnerá tal fiamma.
Almac. Chi veggo?


SCENA SECONDA

Rosmunda, Almachilde, Romilda.

Rosm.  Me, perfido, vedi. — Infami,

vili ambo voi del pari: aver certezza
de’ tradimenti vostri, a me fia il peggio;
ma sola il danno io non n’avrò. Le vostre
inique trame a romper vengo. — Ingrato,
tal mi rendi mercede? — E tu, con finta
virtude...
Romil.  A lui tutti riserba i nomi,
che a lui si aspettan solo: ei solo è il vile;
ei traditore, ei menzognero infido,
ei ti mantien fede qual merti; quella,
che a malvagio attener malvagio debbe.
Non son io l’empia; egli ad udir suoi detti
empio mi trasse or con inganno...
Almac.  Io voglio,
poiché tu il sai, tutto accertarti io stesso.
Amo, adoro Romilda; e non è fiamma,
ond’io deggia arrossirne. In te ricerca,
e trova in te, la rea cagion, per cui
non hai, qual tel pretendi, l’amor mio.
Io, non nato a’ delitti, amar potea
chi mi vi trasse, io mai? Distanza corre,
fra Rosmunda e Romilda, immensa; e il senti.
Amo Romilda, e i traditori abborro.
Ove possa tua fera ira superba
trarmi, giá il so; nota a me sei, pur troppo!

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Deh, potess’io cosí, come ho trafitto

il padre a lei, morir pur io! potessi
placar, spirando, di Romilda il giusto
sdegno! Deh mai non ti foss’io marito!
Ch’io regicida, e traditor non fora;
e all’amor mio Romilda il cor sí chiuso
or non avrebbe.
Romil.  Io? ti odierei pur anco
non uccisor del padre mio, non cinto
della mal tolta sua corona, e a cruda
madrigna non marito. Altro, ben altro
merto vuolsi, che il tuo, ben altro core,
a farmi udir d’amor: quanto esecrando
a me ti rende il trucidato padre,
tanto, e piú, ti fa vile agli occhi miei,
qual ch’ella sia, la tua tradita moglie.
Tu per lei primo hai tra gl’infami il seggio;
per lei famoso; a lei di nodo eterno
stringer ti dee quel sangue che versasti,
e il comune misfatto. Io mai non soffro,
né in mio pro, tradimenti; non ch’io soffra
il traditore. Altro piú nobil foco,
ond’io nel volto non arrossi, ho in petto.
Presta a morir, non a cessar, no mai,
son io d’amare...
Almac.  Ami?
Romil.  Ildovaldo.
Almac.  Ah! questo,
è questo il colpo, che davver mi uccide.
Rosm. Vero parli, o menzogna? ami Ildovaldo?
Romil. D’amore io l’amo, quale a voi non cape,
non che in core, in pensiero: alcun rimorso
noi non flagella di comun delitto;
schiette nostr’alme, in meglio amarsi han gara
fra lor, non altra. A lui miei tristi giorni,
questi, ch’io mal sopravvissuti ho forse

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all’ucciso mio padre, a lui li serbo:

a me sua vita, e l’alta fama, e il brando,
l’invincibil suo brando, egli a me serba.
Ma, dove pur sia il nostro viver vano;
dove ogni scampo, ogni vendetta tolta
ne venga; allor meno infelici sempre
sarem di voi. Morte n’è scampo; e invitta
l’avrem, che al vil mai non soggiace il prode;
lieta l’avrem, poiché fra noi divisa,
di pentimenti, e di rampogne scevra,
e di rimorsi, e di timore; in somma
morte avrem noi piú mille volte dolce,
che la tremante orribil vita vostra.
Rosm. Basta. Esci. Va. — Saprai tua sorte in breve.


SCENA TERZA

Rosmunda, Almachilde.

Rosm. Perfido, infame, disleal, spergiuro...

Libero al dir m’è al fin concesso il campo.
Altra ami tu?... Ma, ben provvide il cielo;
e, qual tu il merti, ríamato sei.
Oh ineffabile gioja! E chi potrebbe,
chi soffrir mai tuo amor? chi, se non io? —
Quasi or cara s’è fatta a me Romilda,
da ch’io l’udii parlarti. Oh! che non posso
quant’ella t’odia odiarti? A me, cui tanto
tu dei, tal premio rendi? a me, che il guardo
infino a te, vile, abbassai dal trono?
Or parla,... di’;... ma che dirai, che vaglia
a scolparti?
Almac.  A scolparmi? ai falli scusa
si cerca, e mal si trova. Amar virtude,
quanta il ciel mai ne acchiuse in cor di donna,
gloria m’è, gloria; e non delitto.

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Rosm.  Accoppi

al tradimento anco gli oltraggi?
Almac.  Oltraggio
chiami ogni laude, che a virtú si rende;
giá il so: ma che perciò? dove ella regna,
men pregiarla degg’io? M’odia Romilda,
l’udii pur troppo; e il cor trafitto ha d’altro
strale... Dolor, ch’ogni dolore avanza,
ne sento in me. Conosco al vento sparsi
i sospir miei; vana ogni speme io veggo:
pur, non amarla, ah! nol poss’io. — Dolerti
tu di mia fe non puoi; tu, che pur sai,
come, dove, perché, te l’abbia io data.
Tu il sai, che a dare, od a ricever morte
lá m’astringevi: a me la incerta mano
armavi tu del parricida acciaro;
sovvienti? e lá, fra il tradimento, e i pianti,
e le tenebre, e il sangue, amor giuravi,
chiedendo amor: ma, di vendetta all’are
lascia giurarsi amore? Io lá fui reo,
nol niegherò; ma tu, potevi, o donna,
di vero amor figlia estimar la fede
chiesta, e donata, in cosí orribil punto?
Rosm. Sí; m’ingannai: scerner dovea, che in petto
di un traditor mai solo un tradimento
non entra. Del tuo timido coraggio
dovea valermi a mia vendetta; e poscia
l’ombra placar del tuo signor tradito,
l’uccisore immolandole. Quest’era
dovuto premio a te; non la mia destra,
non il talamo mio, non il mio trono;...
non il mio core.
Almac.  Oh pentimento illustre!
Ben sei Rosmunda. — Or, ciò che allor non festi,
far nol puoi tutto? Altro Almachilde trova;
(e non ven manca) egli al primier tuo sposo

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pareggi me: quel marital tuo ferro,

su cui del primo tuo consorte il sangue
stassi, nel sangue ei del secondo il terga.
Non del tradirti, che non fia delitto,
ma del servirti, che a me fu gran fallo,
io tal ben merto, e tal ne aspetto io pena.
Ma, fin che il ciel chiaro non fa qual primo
deggia di noi punir l’un l’altro, io il giuro
pel trucidato mio signor, tu forza
non userai contro Romilda. — Intanto,
infra Ildovaldo e me, vedrassi a prova
qual sia di lei piú degno, e qual piú avvampi
d’ardente amor; qual piú in voler sia forte;
qual, per averla, piú intraprender osi.


SCENA QUARTA

Rosmunda.

E che imprender puoi tu? — Sí fello ardire

fu visto mai? — Ma, e che non può costui,
or ch’io stessa affidargli osai pur l’armi?...
Me dunque tu, qual io mi son, conosci?
Non quanta io sono. — Ed io t’amai?... Non t’amo,
e il vedrai tu. — Furore, odio, gelosa
rabbia, superbo sdegno, o misti affetti,
fuor tutti, fuor del petto mio: tu sola
riedi, o vendetta; riedi; e me riempi
tutta di tutto il Nume tuo; s’io sempre
per prima, e sola deitá mia t’ebbi. —
Ma, l’ire, e il tempo in vani accenti io spendo?
Preoccuparlo vuolsi; ogni empio mezzo
torgli; e primiera... Oh! chi vegg’io?

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SCENA QUINTA

Rosmunda, Ildovaldo.

Rosm.  Quí il cielo,

quí mi ti manda il ciel; vieni, Ildovaldo,
vendicator de’ torti miei: ministro
di tua letizia eterna a un tempo farti
spero, e di mie vendette. Ami, ed amato
sei da Romilda, il tutto so, né il danno;
anzi ne sento inesprimibil gioja.
Ma tu non sai, che il perfido Almachilde,
colui, per chi tanto sudor spargesti,
per cui perigli oggi affrontasti e morte;
quello stesso Almachilde, a me spergiuro,
ingrato a te, Romilda egli ama.
Ildov.  Ahi vile!
Ei di mia man morrá.
Rosm.  Né d’amor lieve
l’ama egli, no; ch’ogni dover piú sacro
per lei tradisce: a ogni empio eccesso è presto;
sen vanta; e il credo. È ver, che assai lo abborre
Romilda; è ver, che gli giurò poc’anzi
odio eterno; ed amor giurava a un tempo,
al mio cospetto, a te; per te (dicea)
poco il morir le pare... Ma, in udirla
si sgomenta Almachilde? Anzi, all’indegna
sua passíon fa d’ogni ostacol sprone. —
Chi ’l riterrá, se tu nol fai? Te spero
inciampo forte a sue malnate voglie:
per te lo dei; tel comando io. — Si taccia
d’ogni altro sposo di Romilda: è tua,
non di Alarico omai; tua la vogl’io.
Ceda all’odio novello in me l’antico;
teco sia lieta, prendila; e per sempre
dagli occhi miei la invola.

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Ildov.  È mia Romilda?

Oh gioja! or donde io non trarrolla?... È mia?... —
Ma, le vendette mie chi compie intanto?
Rosm. Va, raduna i tuoi fidi; armali ratto;
minaccia, inganna, sforza: ad ogni costo
di man dell’empio pria tranne tua donna;
vendetta poi, lasciala a me. Pria vegga
a se ritorre il rio fellon sua preda:
la vegga ei prima al suo rivale in braccio;
e se n’irriti, e sen disperi, e indarno...
Ildov. Ma che? giá forse in man di lui Romilda?...
Rosm. Antiveduto ei sta; né ardito meno,
né amante meno egli è di te...
Ildov.  Minore
in tutto ei m’è.
Rosm.  Tu prevenirlo dunque,
deluderlo dei tu. Lascio a tua scelta
i mezzi tutti: a dubbio evento esporre
l’amor tuo non vorrai.
Ildov.  Fraude usar duolmi;
che in fraude sol può vincermi Almachilde.
Veglia intanto sovr’esso; al campo io volo,
la mia forza raduno, e in brevi istanti
riedo a Romilda...
Rosm.  Affrettati, ed a tutto
pensa, e provvedi; arma l’ingegno, e il braccio
vero amator sei tu. Va, vola, riedi.


SCENA SESTA

Rosmunda.

Frattanto io quí m’adoprerò... — Ma, lieta

far del suo amor vogl’io costei, che abborro?
Lieta? — Nol sei tu ancora: — io vivo ancora.