Egloga I

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In morte dell'istessa Egloga II
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DAMONE EGLOGA I.


Argomento.


Mentre, che la Greggia di Damone và pascendo; & egli tessendo canestri discorre da sè la vita felice de’ Pastori dannando la cittadinesca, e loda la pastoral sua Fortuna, nell’età dell’oro somigliandola.


Damone Pastore.


P
Ascèa del buon Damone

La fortunata Greggia;
     Ed ei lieto, e contento
     Di sua sorte beàto
     Così dicèa del suo tranquillo stato.
Pascete Pecorelle
     La verde herbetta, ch’io
     lntesserò fra tanto
     Di molli giunchi un picciolo canestro
     Pascete, satellate,
     E cozzando scherzate,
     Ch’io mi pasco, e gioisco solo in questa
     Sorte, che ’l Ciel m’hà data.
     Felice Povertà, vita beata.
A mio piacer me n’ vò securo errando
     A le fere, à gli augelli
     In vari astuti modi
     Tessendo inganni, e frodi.
     Talhora stanco in mezo
     Giaccio d’un prato al rezo d’una pianta;

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     E la rustica voce,
     E i pastorali detti
     Al dolce canto accordo
     De i garruli augelletti.
     De’ folti boschi hor vò cercando l’ombra,
     Ove da un sasso un’onda
     Zampilli fresca, e chiara;
     Hora d’un fiumicello il mormorìo,
     E ’l tremolar di mille frondi, e mille
     Al più dolce spirar d’aura benigna
     Con mio piacere ascolto;
     Ed hor lieto rivolto
     A’ bei dipinti colli
     Vermiglie fraghe, & odorose io colgo;
     E ’n don le porgo poi
     Di fiori ornate à la mia Donna amata.
     Felice Povertà, vita beàta.
La vaga Pastorella, ch’io tant’amo
     Hor in azurra, ed hora
     In candidetta vesta
     M’appare; e ’n quella, e ’n questa vaga tanto,
     Che per ornarle il fianco
     Bramar io non saprei più degna spoglia.
     Cinge la schietta gola
     D’un bel vermiglio, e lucido corallo;
     Ma non però vermiglio,
     E lucido cotanto,
     Ch’à paragon de l’uno, e l’altro labbro
     Gli honori suoi non perda.
     Ella nel puro fonte
     Le pure sue bellezze,
     E la natural grazia adorna, e fregia;

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     E da l’istesso prende
     Consiglio come deggia,
     E di quai fiori ornar la bionda chioma;
     Onde l’azurro al bianco,
     O ’l perso al giallo opposto, ò ’nsieme unito
     Esca soàue porga
     Sol’ à questi occhi miei;
     Che di piacer à gli occhi altrui non brama.
     Così sol co’ tesori di Natura.
     Di Natura i tesori adorna, e terge:
     Poi lieta, e vezzosetta
     Il mio venire aspetta;
     Ed io, ch’altro non bramo
     Non già di seta, ò d’ostro il fianco cingo;
     Ch’ella ciò non desia:
     Ma de la pura lana
     Di quell’istessa Greggia,
     Che mi dona feconda
     I propri figli, e ’l latte sol mi vesto;
     E quasi al ballo io me n’andassi adorno
     Me n’ vò ratto là dove
     Secura ella m’attende;
     E sol del suo bel volto
     Pasco il digiun del core.
     Ella d’un bel rossor segno di gioia
     Amorosa s’accende;
     Vagheggia vagheggiata.
     Felice Povertà, vita beàta.
In duo petti un sol core
     Di piacer nutre Amore.
     Di piacer tal, che ’n terra
     Altro non gli s’agguaglia.

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     Co’ pomi poi, con le mature ghiande,
     E con altre vivande, onde l’Armento
     M’è cortese ad ogn’hor domo la fame;
     E ne la man viè più, che l’aurea Tazza
     A me gradita accolgo l’onda fresca;
     Onde acqueto la sete; e sovra l’herba,
     O ne l’humil casetta
     Chiudo le luci in grembo
     De la quiete avventurosa, e grata.
     Felice povertà, vita beàta.
Felice è quegli ancora,
     Che tutte le Città disprezza, e fugge,
     Contento di quel poco, che Natura
     Ne’ verdi campi gli apparecchia, e dona ,
     E ’n poverello albergo
     Rinchiude ogni sua speme.
     Questi se da le Nubi oscure scende
     Ingiuriosa pioggia
     Sì che n’allaghi i campi;
     O se da i Monti il vento
     Con impeto rivolge
     De le più salde piante
     Le ritorte radici al Cielo; ò pure
     Se grandine importuna
     La bionda messe, ò l’immaturo Bacco
     Gli invola; il cor non turba;
     Che soffre in pace quanto
     Van travolgendo le nemiche stelle;
     Che d’avarizia ingorda il cieco affetto
     Non desta in lui de l’oro
     L’ardente infame sete.
     Questi non aura popolar, che sempre

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     Infesta i buoni, e i giusti, avversa prova;
     Non lacera costui col fiero dente
     L’invidia peste universal del bene;
     La vana ambizion non gli è molesta;
     De le genti malvage
     Non conosce gli errori;
     Non è soggetto à le severe leggi
     Rigide sempre, e molte volte ingiuste;
     Non si cura habitar gli alti palazzi;
     Nè procura placar gli eterni Dei
     Del suo grave fallir con ricchi doni;
     Non di fantasmi la sua mente pasce,
     Nè per nuocer altrui parlando mente,
     Nè sospetto, ò paura il cor gli ingombra;
     Che nulla teme, ò spera
     Da propizia Fortuna,
     O d’avversa, e sdegnata.
     Felice Povertà, vita beata.
Ahi, che ne le Cittadi altere, e grandi
     Agitate dal vento del timore
     Vanno mai sempre le speranze errando.
     Quei vago di litigi à prezzo vende
     Bugiarde parolette
     Questi d’honor sentendo acuto sprone
     (D’honor, che spesso il cieco vulgo dona
     A chi meno lo stima, e n’è men degno)
     Il Mondo scorre ambizioso, ed erra.
     Questi in accumular ricchezze suda;
     Poi ne fà ne l’erario ampia conserva;
     Indi la mente è serva
     Di quell’oro di cui
     Guardiano è ’l patron più che signore.

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     Quegli à Principe serve,
     Che non gradisce, ò cura
     Servitù, nobiltà, saper, ò fede.
     Quegli combatte il Regno.
     Questi la Monarchìa brama del Mondo;
     E perde il cibo, e ’l sonno
     Machinando ad ogn’hor congiure, e frodi.
     Felice dunque io sono
     Ben mille volte, sì perch’io son tale,
     Si perche ancor conosco
     La mia felicitade;
     Vivendo in quella guisa
     Ne la qual visse quella prima etate,
     Quando habitar gli Dei la selva, e ’l colle.
     Nel cui tempo tranquillo, ed al Ciel caro
     Non premevano i legni audaci l’onde
     Di vele armati, ò pur di remi; alhora
     Cinte di forti mura,
     O di profonde fosse
     Non eran le Cittadi;
     Nè coperti d’acciar cruda tenzone
     Facean gli huomini fieri,
     Ne d’human sangue si spargèa la terra.
     Non era l’uso ancora
     Di por nei vasi d’or misto col vino
     L’atro mortal veleno.
     Non divideva i campi
     Termine alcun; che ’l desiderio ingordo
     Di posseder non accendèa veruno.
     Non furto alhor, non l’altrui casta Donna
     Impudico amator bramar solèa.
     Non sostenèa la terra

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     Del grave aratro ancor le crude offese;
     Ma benigna porgèa
     Da se medesma il cibo.
     Davan le ricche piante
     I lor dolci tesori
     Senza coltura à’ semplici Pastori.
     Le grotte erano alberghi
     Securi de le genti;
     Ch’à gli altrui danni alcuno
     Di fraude non havèa la mente armata.
     Felice Povertà, vita beàta.
Non rodèa l’odio, ò l’ira,
     Od altro morbo rìo
     L’anime semplicette.
     Non era il men possente ingiusta preda
     Del più forte, ò più rèo;
     E di ragione in vece
     Non s’usava la forza, e ’l ferro ignudo;
     Ma pensava ciascun come potesse
     Giovar al suo vicino.
     O dolce etade andata.
     Felice Povertà, vita beàta.
Pasciute Pecorelle andiamo à l’ombra;
     Che ’l Sol varcato di meriggio il segno
     Co’ veloci destrier corre à l’occaso.
     Ivi gustar il fonte,
     Ivi ruminar l’herbe, ivi posarvi
     Potrete, fin che ’n Mare.
     Egli raccolga in uno il giorno, e i rài.
     Andiamo, che finita
     E l’opra incominciata.
     Felice Povertà, vita beàta.