Quel che vidi e quel che intesi/Capitolo XXIII

Capitolo XXIII
Con Giorgio Mason sul lido di Ardea

../Capitolo XXII ../Capitolo XXIV IncludiIntestazione 25 febbraio 2021 75% Da definire

Capitolo XXIII
Con Giorgio Mason sul lido di Ardea
Capitolo XXII Capitolo XXIV

[p. 114 modifica]

XXIII

CON GIORGIO MASON SUL LIDO DI ARDEA.


A quell’epoca (1855) non ci vedevamo molto spesso con Mason. Il quale, dopo la dimora meco alla Locanda Martorelli e dopo l’ospitalità di Carterwright a Villa Sforza Cesarini, mentre io continuavo a stare il più del tempo all’Ariccia erasene tornato a dimora in Roma; nè la lasciava se non quando qualche amico lo conduceva seco per farlo godere delle bellezze delle vicine campagne.

Così, dopo il primo grande giro artistico che vedemmo, Carterwright lo volle seco anche in Sabina, ad Olevano, a Subiaco, a Castel Fusano. Per Mason era passato, allora, il regime delle castagne secche. Avea cominciato a vendere a suoi connazionali e poteva guadagnar fino a 600 sterline all’anno.

In quel tempo egli dipingeva un quadro magnifico. Questo, di cui il soggetto senza dubbio dovette essergli apparso sul vero, rappresentava un carro carico di aranci sprofondato nella sabbia che due forti bufali, spinti col pungolo da un uomo seduto sul carro, tirano. Da un lato del carro una donna con la culla del bambino e due altre donne seguono, mentre un uomo avanti alle teste dei bufali li tira, quasi per obbligarli [p. 115 modifica]allo sforzo necessario a scagliare il carro. Questa scena accade verso sera tra alberi ritorti dal vento marino; e nel fondo la nota bruna del mare sonoro.

Io pure avevo per le mani un soggetto in riva al mare con delle donne sortite dal bosco cariche di legna rubate. C’era il guardiano coperto di pelo di capra, che lasciava far le belle donne che «pazziavano» sulla rena.


Fu questa simiglianza dei nostri soggetti a suggerire a Mason ed a me di andare assieme a far degli studi a Tor Paterna. Prendemmo a nolo un barroccino a un cavallo per andar, intanto, a Pratica di Mare.

Al momento di salire sul barroccino, da noi noleggiato, ci domandammo l’un l’altro se sapessimo guidare; ed uno all’altro rispose di sì, ma con qualche titubanza. Io, però, cedetti le redini a Mason, essendo sicuro che come inglese dovesse saper guidare.

Ma eravamo appena a Porta San Paolo che Mason va ad arrotare un grosso carro antidiluviano che trasportava un masso di marmo. Era trainato da due buoi e due bufali. Avea ruote alte almeno tre metri e per timone un albero. Il bufalaro, andando avanti, accennava ai bufali la via con una pertica; ed il bovaro col pungolo stimolova due enormi buoi dalle lunghissime corna.

A noi piaceva tanto l’assieme di questa macchina che, senza avvedercene, andammo a darle un pericoloso bacio, schizzando poi da una parte. Mason gridava, prendendosela col conduttore del carro. Ma io mi affrettai a fargli capire che non era il caso davvero di attaccar brighe con quella razza di gente.

Attratti dalle pittoresche bellezze del paese attraversato, ed intenti ad ammirarle, sbagliammo parecchie volte la strada. Ma come Dio volle arrivammo a tarda sera a Pratica di Mare. Questa è poco distante dalla antica Ardea ed a quattro miglia dal mare. Sita in mezzo a boschi, formata da grandi casali con torre e cortile avente nel mezzo un solo grande pino gigante. [p. 116 modifica]È un luogo che ha in sè tutta la poesia della Campagna Romana. Era rifugio di malfattori fuggiaschi da Roma, perchè essendo sede di febbre mortale, la polizia malvolentieri vi si arrischiava.

Arrivati staccammo il cavallo e gli togliemmo il finimento; ma, entrambi mal pratici, sfibbiammo più del necessario. E ci trovammo ritti e pieni di stupore nel vederci ai piedi il finimento in tanti mai pezzi.

Domandammo asilo al casale per la notte. Ci venne offerto di dormire assieme ai lavoranti in un gran camerone poco odoroso e meno pulito, sopra certi pagliericci di vario colore e molto animati. Dovemmo accettare. Alla mattina il «capoccio» svegliò a pedate gli uomini da marra; i quali russavano tanto potentemente che se il grande dormitorio avesse avuto vetri li avrebbero fatti tremare.

Per fortuna noi eravamo desti, così non ci facemmo arrivar la efficacissima sveglia, quivi usata. Volemmo mettere assieme il finimento del cavallo, ma non raccapezzandoci, spazientiti, pensammo bene di liberarci del nostro equipaggio e scrivemmo a Roma perchè venissero a riprenderlo. E tanto più che per giungere al mare, dove contavamo alloggiar nella torre dei finanzieri, la strada da percorrere era tutt’altro che carrozzabile. Il bello si fu che la donna del casale, scoprendo dalla faccia di Mason ch’era inglese, pretendeva uno scudo di mancia per il servizio, essa diceva, della notte che era consistito nel rischio di essere destati a pedate.

Si arrivò a Tor Paterna carichi del nostro bagaglio. Implorammo alloggio dai finanzieri e l’ottenemmo.

Il paesaggio era tanto bello che si poteva credere il mondo nel sesto giorno della creazione.

Percorse circa tre miglia sulla spiaggia, ciascun di noi trovò il fondo che gli bisognava per il suo soggetto. Il Mar Tirreno, la rena che il mare baciandola livellava, la rena accumulata dal vento, le piante malmenate dalle tempeste e vegetanti a stento. E la rena alzata in alti tomboleti, che facean da riparo [p. 117 modifica]ad un bosco di ginepri che il vento marino faceva nani. Dietro a questi, piccoli pini; e, più addietro, alberi di alto fusto; i quali al posto delle foglie portate via dal libeccio, oppongono a questo una chioma di ispidi rami. Al di sotto di questi una fitta boscaglia di lauri con acquitrini e bufali.

lo, che nel mio quadro avevo gli alberi nel fondo, mi piazzai sulla rena ma per Mason fu più difficile trovar quanto gli occorreva. Poichè egli dovea vedere il mare tra gli alberi, cosa che è quasi sempre impossibile trovare nelle spiaggie piane.


II luogo era del tutto deserto, senza anima viva. Quando, dopo tre giorni che vi dipingevamo, sentimmo una forte ed irata voce di maschio che al suo figlio bambino dava del buono a nulla con espressioni che non si possono ripetere. Dopo poco uscì dalla macchia un uomo coperto di pelle di capra che portava al fianco un mozzicone di vecchia sciabola; il capo pure egli aveva coperto di pelo e portava dei cosciali pelosi che sembravano zampe di caprone. Era un vivente satiro. Egli si mise dietro di me, seduto e curvo sul mio lavoro, a guardare attentamente quel che io facevo dipingendo. Stette un pezzo a guardare e poi si decise a parlare, dicendomi:

Che Cristo stai freghendo da ste parti?

Sto pittando lu mare... — Risposi io.

Ma che me dici?... Sti sò gli arbucci....

Infatti io stava dipingendo quegli alberelli torti color avana, attraverso i quali si vedevano blù i colli Albani, tempestati da gemme di piccoli paeselli. Stavo dipingendo questi e poi ritornavo a dipingere uno degli alberelli. Ma il satiro mi disse:

Questo lascialo ì che l’hai fatto; nun lo vedi?

Mason che era lì vicino, scoppiato in una bella risata esclamò:

— Piglia sù!... L’hai avuta la lezione dal pagano...


Alla sera andavamo a dormire nello stesso stanzone dei finanzieri. Prima di addormentarci si doveva raccontare una [p. 118 modifica]storia ciascuno a turno. Mi dispiace di non poterne riportare alcuna, essendo tutte di molto ardito carattere boccaccesco. Quelle dei militi di finanza, naturalmente, erano esaltazione del militare nell’astuzia, nell’amore, nel coraggio di fronte al borghese. Mason ne disse delle belle narrando storie di studenti e di Irlandesi.

Molto problematico era il nostro mangiare; se il pane era sicuro, non era davvero sicuro il nostro companatico. Questo dipendeva dalla caccia che poteva far qualche finanziere nel bosco.

Una notte, nel brontolar dei marosi in tempesta, ci parve udire voci di uomini che gridavano al soccorso. Mason ed io accorremmo e vedemmo, ad una certa distanza dalla spiaggia, una barca peschereccia che tentava di prender terra. Il difficile era, per la barca, di oltrepassare le onde che si rompevano. Si avvicinava e si allontanava dalla spiaggia con l’andirivieni delle onde. Ad un certo momento degli uomini, portando una cima, si lanciarono nell’acqua per tirare la barca a spiaggia. Allora noi, senza che gli uomini lo avvertissero, ci attaccammo, dietro di loro, alla cima e lì tira. La forza, aumentata all’improvviso, fece che andammo tutti quanti in terra a gambe levate.

La mattina dopo tornammo alla barca, che si trovava arenata nel punto ove noi dipingevamo; domandammo di potervi dormire per trovarci presto sul luogo del lavoro, risparmiando un cammino di un par di miglia tra andare e tornare. Ma, purtroppo, la barca troppo abbondava di ogni varietà di insetti Quando il mare era in bonaccia andavamo anche noi alla pesca. Ed era tanto bello, quando vedevamo apparire alla superficie del mare le nere groppe dei delfini, che facevan la ruota ed i pescatori imprecavano:

— Per Sant’Antonio ecco i feroci!...

Nè avean torto. Perchè i delfini strappavano tutta la rete affondata nel mare per mangiarsene i pesci.

Io ho dipinta questa barca in secco, la quale, al calar del [p. 119 modifica]sole, segna sulla spiaggia una grande striscia di ombra; ed in questa i pescatori che se la dormono. «Dormono il giorno per pescare la notte», è il titolo di questo quadro.


Passata che avemmo qualche settimana in quel desolato sito marino, nella intensa contemplazione della natura per riprodurla, ce ne tornammo a Roma a piedi. Subito mettemmo mano ai nostri lavori. E, con Mason, stemmo qualche mese senza vederci, affinchè potesse, ciascun di noi senza influenza dell’altro, sviluppare il proprio pensiero ed il proprio sentimento.