Quel che vidi e quel che intesi/Capitolo XVII

Capitolo XVII
Lascio la casa peterna e ritorno all'arte

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Capitolo XVII
Lascio la casa peterna e ritorno all'arte
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XVII.

LASCIO LA CASA PATERNA E RITORNO ALL'ARTE.

CONTRO LA MALAVITA E PER I FUGGIASCHI.


Lasciata quella paterna, andai a stare in una casa in via Punta di Diamante. Questa era interamente disabitata, perchè si diceva che nella notte vi apparisse un frate il quale si raccomandava che si pregasse per lui onde liberarlo dalle pene del Purgatorio. Una tale leggenda mi aveva con molta convinzione narrata il mio medico omeopatico dott. Ladelci.

Dopo un mese di cannonate e di grandi emozioni sentivo un gran vuoto nella mia vita. In cerca di nuove emozioni, andai a trovarle laddove queste, spietate, non vollero apparire. Me ne dolsi col mio medico. Ed egli me ne dette la spiegazione, dicendomi che quel tale defunto Padre non voleva apparire a me, non avendo egli fede che le mie preghiere potessero arrivare al Cielo.

Subito mi cercai uno studio per rimettermi alla cara arte. Per la seconda volta andai da Massabò. Il quale, in quell’epoca, mi fece un ritratto che ancora conservo. Presi in fitto una camera nel suo studio ed in questa disegnavo gessi. Facevo, anche, qualche testina dal vero. Fra le altre feci quella di una certa Peppina, una molto graziosa «minente» la quale a quel [p. 82 modifica]tempo ancor vestiva il costume trasteverino ed era una delle più eleganti danzatrici di saltarello. Un giorno essa mi fece la confidenza che era in relazione amorosa con un certo Croce, ch’essa aveva poi scoperto essere capo di una banda di ladri. Che avrebbe voluto liberarsene; ma come non sapeva. Se essa avesse denunciato il Croce alla polizia, i compagni di lui l’avrebber senza fallo ammazzata. E domandava a me di liberarla.

Io le chiesi, allora, di trovar modo di farmi conoscere questo suo tiranno. Ed essa mi indicò una osteria di ponte Sant’Angelo ove questi ed i compagni suoi e le lor donne si riunivano alla sera per bere e per ballare.

Parlai della cosa ad Alessandro Castellani; e gli chiesi se egli voleva meco associarsi per liberare questa ragazza e farne smarrir le traccie. Piacque ad esso l’impresa. Andati di giorno ad ispezionar l’osteria, trovammo che questa oltre la porta sua grande, avea anche una porticina, che dava su un corridoio, ma chiusa di dentro e di fuori a chiavistello. Sapemmo, pure, dalla Peppina che l’oste era spaventato da questa orda di ladroni, ma che non sapeva come levarsi d’attorno tali tristi suoi avventori. Saputo questo, Castellani ed io camuffati da poliziotti andammo dall’oste e lo trattammo come un manutengolo; lo minacciammo di mettergli le manette. Egli si raccomandava, implorava pietà, si professava innocente. Si dichiarava, anzi, pronto ad aiutarci perchè lo liberassimo dalla pericolosa banda.

Volendo, allora, dare alla cosa il sapore di un’impresa rischiosa, combinammo con l’oste questo nostro piano. Che egli, alla sera, avesse dato molto da bere ai suoi ladroni senza farsi pagare altro che alla fine delle bevute. In ogni caso tutto avrebbe pagato la polizia. Ad un certo dato segno, al principio di una baruffa, egli prendesse il lume del banco ed andasse a far mostra di smoccolar la lanterna che pendeva in mezzo all’osteria; e che spengesse l’uno e l’altra facendo nell’osteria buio perfetto. Ma che, prima di tutto, togliesse il chiavistello esterno alla porticina ed ungesse ben bene quello interno.

[p. 83 modifica]Andammo la sera molto tardi. lo vestito da buttero, Alessandro Castellani da «minente» trasteverino. Già i ladri con le loro belle aveano assai bevuto; e le danze principiavano.

Noi, preso posto vicino alla porticina, applaudivamo la bravura dei ballerini; ma eravamo guardati con alquanto sospetto da quei gentiluomini.

Alessandro Castellani, che fu uomo di grandissimo spirito, propose di cantare. E cantò, come egli sapeva, con voce incantevole, insinuante, che gli valse subito la maggior simpatia di quel bestiale uditorio. II Cacciarino suonava la chitarra; e demmo la stura agli stornelli, che si usava cantare, un dopo l’altro. Cantò primo Alessandro deliziosamente:

«Venimo da via Rasella
«Colla nova tarantella»

— La volete?

La volemo! — rispondevano maschi e femmine.

— Badate che....

«Pizzica e mozzica
«E fa ogni cosa....
«. . . . . . . . .»

Venne la mia volta. Ed io, piantando gli occhi fissi in viso a Croce, cantai:

«Fiorin di serva
«Beato sia colui che me la sarva
«Da’ crudi artij della brutta berva».

Dopo aver un po’ ricamato su questo tanto semplice stornelluccio, mi volsi al Croce e gli dissi, ammiccando la Peppina:

Embéè, paranza nun me la volete cede un pò? Perchè noi semo paranze....

Ed egli:

Vennimmo a dì pè un discorso.... che questa è mmia e nun la cedo a gnissuno....

Ed io: [p. 84 modifica] — Perdio!... Che sei geloso?

E Croce:

— Ma tu chi sei?... Va a morì d’accidenti....

Questo in breve e concitatamente; e non levando l’uno gli occhi dagli occhi dell’altro. Intanto ci eravamo accostati ed entrambi ci frugavamo in tasca....

In quel momento l’oste, come intesi, lasciando andar il cordino fece cadere il lume centrale e spense il lume che avea in mano. Rimasti al buio più assoluto, afferrai la Peppina per la mano, Alessandro aprì la porticina e tutti e tre scivolammo nell’oscuro corridoio. Una carrozza, che ci aspettava, ci condusse allo studio di Massabò, dove nascosi Peppina nel mio studietto.


Assieme a Castellani, dopo questa prima, compimmo non poche altre simili imprese rischiose e divertentissime, essendo egli pien di spirito e molto coraggioso, tra la ferocissima malavita romana di quell’epoca.

Questa prima impresa, però, ebbe un seguito ed una fine del tutto impensata. L’oste andò a reclamare dalla polizia il pagamento del vino; e, pur senza averne voglia, svesciò ogni cosa.

La polizia, allora, fece una retata di tutta quanta l’onorata compagnia. Al Croce furon cavati fuori alcuni vecchi conti rimasti in sospeso e furon saldati con ventidue anni di galera.


A Roma, dopo l’assedio, si era tutti mazziniani. V’erano circa undicimila affiliati che pagavano una tassa mensile. V’erano, poi al lato di quelli, ma indipendenti le «Teste d’Argento», che erano una sorta di corpi franchi. Già le vedemmo all’opera prima dell’assedio. Nei primi tempi, dopo questo, colpirono Strinati, tenente dei carabinieri pontifici, ammazzarono Tableau feroce sbirro, ammazzarono Evangelisti, attentarono a Nardoni capo della polizia pontificia.

Verso il 1850 andai ad abitare al palazzo Lepri, ora Silvestrelli, in via della Mercede.

[p. 85 modifica]Un bel giorno venne da me Alessandro Castellani e mi portò una sacca da notte piena di cartucce che dovevo custodire. Con lo stesso mezzo me ne portò altre. In tutto mi furono affidate undicimila cartucce.

Molti dei ricercati dalla polizia pontificia e da quella francese vennero da noi messi in salvo, facendoli passare fuori degli Stati del Papa, fornendoli di mezzi di trasporto, di denaro e di ogni altro mezzo occorrente, come di falsi passaporti.

Io mi mantenevo in relazione con tutti i nostri fuggiaschi; i quali vivevano sparsi nei boschi e nei monti intorno a Roma. Un giorno li radunammo tutti quanti ad un gran pranzo sulla cima del Monte Gennaro. Avevamo molti modi di corrispondere a distanza; fra gli altri una cornetta da caccia con squilli e con ritornelli convenzionali noti a noi soli.

Tutti i fuggiaschi per rifornimenti, corrispondenze ed ogni altra occorrenza della loro vita da banditi, facean capo a San Polo dei Cavalieri piccolo paese sopra Tivoli. Tale paese era stato scelto per questi scopi non solo per la felicissima sua ubicazione ma, più ancora, per i sentimenti liberali e l’assoluta fedeltà di tutti quei paesani. Quando si era trattato di dare il voto per la Repubblica tutto quanto il paese, uomini, donne, vecchi, bambini andarono in massa al capoluogo, Tivoli, dove erano le urne del plebiscito.

Per almeno tre anni questi bravi montanari protessero da sbirri e gendarmi, tra i loro monti, riuscendo a salvarlo dalla cattura, Massimino Trusiani.

Il paese, a forma di pina, sul cucuzzolo di un monte, li favoriva; inoltre gli accorti paesani, per garentirsi da sorprese, tenevano tutto intorno al paese stesso come una catena di cani. E questi abbaiando davano l’allarme; talchè a Trusiani ed agli altri ricercati bastava fuggirsene dalla parte opposta a quella da cui i latrati segnalavano l’approssimarsi dei gendarmi, mettendosi in salvo nei boschi che coprivano Monte Gennaro.

[p. 86 modifica]Quasi tutti nel paese di San Polo aveano per casato Meucci; ed eran gente sicura, intelligente, con amor allo studio, poeti.

Ricordo tra gli altri, un Meucci, vecchio pecoraro, tipo originalissimo. Costui durante l’assedio, soleva montar ogni mattina su di una altura da cui poteva scorgere Roma e la cupola di San Pietro e visto che questa era tuttora intatta, tornando, non mancava mai di dire ai compaesani:

— La capanna c’è, il pecoraro torna!...


Dopo tre anni che Trusiani viveva da bandito tra quei boschi, intensificandosi i tentativi di acciuffarlo, non potendo più reggere ai disagi ed alle ansietà di quella vita randagia, mi fece sapere a mezzo di un carbonaro lucchese che una sera o l’altra sarebbe venuto da me, come piede a terra, ma che gli procurassi un passaporto per andarsene lontano.

Una sera, infatti, standomene io sempre all’erta, sentii picchiare alla mia porta. Aperto, mi vedo dinanzi due metri e mezzo di carbonaro, fra sacco ed uomo, che mi diceva di aver buon carbone. Era Trusiani. Lo abbracciai e lo baciai; poi andammo a lavarci insieme.

Dopo pochi giorni egli mi scriveva, da Genova, che era in salvo con la coscienza e la camicia netta.