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Prima Poscritta alle Osservazioni intorno alla Relazione sulla sincerità dei manoscritti d'Arborea

Carlo Baudi di Vesme

1871 P Indice:Archivio storico italiano, serie 3, volume 13 (1871).djvu Storia/Archivio storico italiano 1871/Sardegna Prima Poscritta alle Osservazioni intorno alla Relazione sulla sincerità dei manoscritti d'Arborea Intestazione 23 novembre 2017 75% Da definire

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Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della rivista Archivio storico italiano, serie 3, volume 13 (1871)

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PRIMA POSCRITTA


alle


OSSERVAZIONI INTORNO ALLA RELAZIONE


SULLA SINCERITÀ DEI MANOSCRITTI D’ARBOREA


pubblicata negli Atti della R. Academia delle Scienze di Berlino




1. La Rivista Europea, nel fascicolo di dicembre dell’ora scorso anno (Firenze, anno II, Vol. I, pag. 3-17) publicava, quale rivista delle precedenti mie Osservazioni sulle Carte di Arborea, un articolo di Monsignor Liverani, intitolato: Le Carte d’Arborea, e l’Academia delle Scienze di Berlino.

Sarebbe al tutto inutile al nostro proposito prendere qui per intero ad esame quel breve scritto; la questione che trattiamo non ne verrebbe in alcun modo illustrata. Ne citeremo adunque e ne esanimeremo soltanto alcuni brani sparsi, che ci paiono avere qualche importanza per chi voglia dare giudizio sulla presente questione; e sopratutto ne trarremo occasione a recare alcuni nuovi argomenti , e a porre in maggiore evidenza alcuni fra quelli già addotti, a dimostrazione della sincerità delle Carte di Arborea.

2. Quasi in sul limitare del suo articolo il Livorani, parlando della Relazione Academica di Berlino, fa (pag. 4) la notevole confessione, che «nessuno degli argomenti allegati dai dotti alemanni abbia il valore di una dimostrazione, e perciò dia loro il diritto di dichiarare false le Carte di Arborea». Ma tosto, in piena contradizione colla verità della premessa, concliiude: «Le cose però dai medesimi dette, e non contradette a pieno dal Conte di Vesme, sono tante e tali, da renderle ad ogni modo sospette, e abandonarle alla universale riprovazione». Ed altrove (pag. 15),

Volgendo suo parlare a me per punta,


«Si arrenda, dic’egli, alla leale sapienza dei severi alemanni, al valore dei quali si sono arrese le più bellicose nazioni di Europa. [p. 143 modifica]Tronchi questa vergognosa controversia; e alle nostre lettere, così povere, conservi almeno il pregio di essere intemerate e onorate.... Ne va del comun pro e della dignità nazionale, che il sospetto e la frode vengano a contristare la fede publica, e che il brigantaggio passi dalle foreste sui palinsesti, e dalle Calabrie negli archivi e nelle biblioteche. Questo consiglio e questa preghiera io rivolgo ad un uomo, che i suoi scritti rivelano, essere del pari erudito e candido e intemerato e giusto».

3. Ma, dico io, se nessuno degli argomenti dei dotti di Berlino ha il valore di una dimostrazione o dà il diritto di dichiarare false quelle Carte, ma al più tutti uniti valgono a renderle sospette: come mai dovranno per ciò essere abandonate alla publica riprovazione? Un importante documento che sia sospetto, si studia, si esamina, si pone a confronto con altri documenti, si dà opera insomma di accertarne o la falsità o la sincerità; ma non si abandona, soltanto perchè è sospetto, alla universale riprovazione. A rendere sospetto un documento basta, per esempio, che distrugga antichi pregiudizii, o si trovi in contradizione con ambizioni locali. Tali motivi appunto rendono sospette le Carte di Arborea; e per simili motivi fu lungo tempo sospetto, e dai più, particolarmente in Toscana, reputato spurio, il trattato di Dante De vulgari eloquio. Contradittori possono sorgere contro qualunque documento più sincero. Chi ha certa fede di trarne dallo tenebre alcuno, che valga a far progredire la scienza: s’egli ama la scienza, il cui studio fu suo compagno e sua precipua cura in tutta la vita; s’egli ama la patria, la cui storia da quei documenti viene illustrata: non egli si ritrarrà spaventato dalla riprovazione, e meno ancora dal dileggio, degli opponenti, per quanto al pari di lui leali e sinceri; le stesse lodi e l’approvazione di molti gli torneranno grate senza fallo, ma non saranno sua guida: senza deviare dal retto cammino, nelle parole e negli argomenti sì -dei fautori come degli avversarli cercherà sola e sempre la verità, e quanto gli apra la via non solo a conoscerla egli medesimo, ma a renderla anche agli altri manifesta1.

4. Passando poscia a trattare la questione della sincerità dei manoscritti, il Liverani dice che «quando si piglia a cimentare e sindacare l’antichità di un codice, gli argomenti atti a mostrarne [p. 144 modifica]la sincerità sono materiali, diretti ed estrinseci, cioè la perizia paleografica, coll’esame dei caratteri, della scrittura, della membrana, dell’inchiostro ec.» (pag. 4). In porre le norme di tale giudizio il Jaffé asserisce, che come ogni lettera dell’alfabeto, così ogni abbreviatura aveva la propria significazione. Il Liverani consente, che io diversi codici di diversi secoli da distinti cifristi ed abbreviatori si usavano bensì diverse cifre; ma soggiunge: «quel che non fu mai e non può essere, e pure incontra nelle carte di Arborea, si e di cambiare la chiave della cifra nello stesso codice e nella stessa pagina, scritta dalla stessa mano. Non è un cifrista, ma un giuntatore, chi si diporta io questa guisa» (pag. 7). Gli esempii da noi addotti (Osservazioni, §§ 10, 11, 17,20) dimostrano, che non solo nello stesso codice, e nella stessa pagina, ma nella stessa linea e nella stessa parola, in codici senza dubio autentici, ed anche estranei alla Sardegna, si trova cambiata quella, che il Liverani chiama chiave della cifra. Un dotto italiano, che ò a capo di uno dei più ricchi nostri archivii, avendo studiata sui documenti la presente questione, che si propone d’illustrare in apposito scritto, mi assicura, che non solo le carte private del suo archivio, ma gì’ istessi diplomi imperiali, che pure si devono supporre scritti colla massima regolarità e dai più periti calligrali, danno un’intera smentita ai canoni paleografici del Jaffé. - Un altro insigne publicatore ed illustratore di antichi documenti mi scrive: «Mi pare che quei signori dell’Academia di Berlino siano fuor di strada. Ne’ giorni passati ebbi fra le mani degli atti notarili del secolo X, originali, autentici, senz’ombra di sospetto. Essi distruggono da capo a fondo tutte le asserzioni del signor Jaffé sulle abbreviature». - Ed un altro, al quale di molte belle publicazioni da antichi manoscritti va debitrice l’Italia: ". .. Le giuro sul mio onore, che se le teorie messe in campo dal Jaffé mi fossero stato riferite, e non le avessi lette io stesso con questi occhi, non avrei craduto possibile che fossero uscite dalla sua bocca... Non passa giorno, che non mi cada sott’occhio un empio da contraporre alle dottrine paleografiche del Jaffé; le quali, posto che fossero vere, renderebbero anche molto più agevole che non è la lettura degli antichi manoscritti. Ma come va, che se talvolta m’è accaduto di non saper decifrare qualche parola di un documento, non seppero leggerla nemmeno i professori in paleografia? E potrei citare anche un esempio di cotal fatto accaduto al Jaffé quando venne qua due tre anni sono.... Mi guardi il cielo da non professare la debita riverenza a uomini che tutto il mondo onora; ma più che agli uomini, comunque si chiamino, porto rispetto alla verità».

[p. 145 modifica] 5. Dicevamo poco sopra, che un dotto Italiano si propone di illustrare fra breve con documenti inediti tratti da archivi italiani la questione paleogratica mossa dal Jaffé; colla medesima occasione e coi medesimi nuovi documenti, comproverà viepiù l’inesattezza dell’asserzione del Tobler, che lo Statuto di Sassari del 1316 sia il più antico documento che, fuori delle Carte d’Arborea, ci rimanga in lingua sarda (Relazione, § 52). È notabile, come quasi tutti i fatti asseriti in quella Relazione dai dotti di Berlino, anche quelli che, quando pur fossero veri, non sarebbero di verun peso ad infirmare l’autorità delle Carte d’Arborea, vengono ad uno ad uno da ogni parte smentiti: a riprova dell’incredibile leggerezza, colla quale la preconcetta opinione della falsità di quelle carte fe’ loro trattare la questione.

6. Il Liverani soggiunge poscia: «La perizia paleografica per i codici, quando sia data da giudici competenti, non v’è pericolo che si trovi in contradizione coi caratteri intrinseci del monumento. Un occhio esperto non giudicherà del X secolo un codice che descrive la pila di Volta o telegrammi transatlantici». (pag. 6). Ma qui, come in tutto questo suo scritto, il nostro critico oscilla incerto e si contradice; ed avendo nel citato passo asserita la sicurezza del giudizio paleografico, altrove (pag. 14, 15) la combatte coll’esempio di coloro che furono illusi da falsificazioni di autografi del Tasso, e di altre carte ed oggetti a esso relativi. Di questi pretesi autografi del Tasso vidi un solo, che è nella Biblioteca del Re in Torino; nè certo lo direi sincero. Vi ha manoscritti, dei quali la falsità appare evidente, ossia che non appartengano all’età o alla persona cui si vogliono attribuire; ve n’ha, intorno ai quali un prudente giudice non ardisce proferire sentenza; ve n’ha infine, la sincerità dei quali si dimostra certa, evidente. Eccettuati i dotti di Berlino, i quali furono fuorviati dall’autorità del Jaffé, e de’ suoi falsi canoni paleografici: quanti videro le carte di Arborea o le dissero indubitatamente sincere, od almeno, che nessun argomento estrinseco li portava a dichiararle spurie. Ancora di recente due principali fra gli oppositori di quelle Carte, i Signori Comparetti e D'Ancona professori in Pisa, di parecchie avendo sott’occhio gli originali, ed inoltre il facsimile fotografico dei due manoscritti esaminati dal Jaffé: pur dichiarandosi giudici incompetenti in materia di paleografia, mi confermavano, che questi due manoscritti, contro quanto il Jaffé asserisce (Relazione, § 16), apparivano di mano assai diversa: e che nelle carte originali che avevano dinanzi nulla trovavano, che li portasse a dichiararle spurie; ch’essi le rigettavano a motivo del loro contenuto, che reputavano nonché falso, impossibile. E tale è il [p. 146 modifica]ragionamento, che ad ogni tratto odo da quanti negano la sincerità dello Carte di Arborea.

7. È evidente, che non può essere sincero un codice od un documento qualsiasi, che contenga una cosa impossibile; ed impossibile, sotto questo aspetto, è qualsiasi fatto (nel più ampio senso della parola), che sia posteriore al tempo, al quale il manoscritto od il documento si dica appartenere. Ogni altro genere di errore, o anche di assurdità, riguarda la fede che sia da attribuirsi allo scritto, non la sincerità paleografica del codice. Quando adunque a nome di ragioni intrinseche si voglia condannare quale spurio un manoscritto od un documento, conviene dimostrare, che alcuna delle cose in esso contenute sia difatti, e certamente, posteriore al tempo, al quale si attribuisce il manoscritto od il documento. Fatti, nomi, datati posteriori all’età alla quale da chi le crede sincere vengono attribuite le Carte di Arborea, nessuno potò trovarne in quelle Carte, sì ricche di fatti, di nomi, di notizie; e pur molti con minuto ed ostinato studio vi si affaticarono. Ma l’uomo dotto facilmente si forma sistemi, si crea anacronismi a sua posta; e di questi nelle Carte d’Arborea si trovò a dovizia. Chi ravvisò un anacronismo nell’uso della lingua sarda negli scritti prima che ciò avvenisse di altre lingue neolatine -, chi in tale o tal altro pensiero o modo di dire, latino, sardo od italiano, che dichiararono o recente, od impossibile. Ognuno comprende di leggero, quanto tal genere di argomentazione sia fallace, e di niun peso a distruggere la fede di un documento. Qual è l’autore, od antico o moderno, l’opera del quale potrebbe reggere, se ad abbatterla bastassero le pretese impossibilità, che altri vi andasse imaginando e raccogliendo? Non v’ha forse uomo o scritto più impossibile di Dante e della Divina Comedia; tanto e l’uno e l’altra non solo sovrasta ma anche differisce da quanto ci diedero i due secoli, fra i quali è racchiuso quel portento


Al quale ha posto mano e Cielo e Terra.


Delle numerose opposizioni di tal genere fatte a queste Carte, le più già si dimostrarono indubiamente false; di nessuna fu provata la verità, ossia che il modo di dire od il pensiero in questione fosse difatti più recente del documento ove si contiene.

8. Più grave questione è quella degli antichi scritti in lingna italiana. È bensì vero, che non solo non è maraviglia che vi sia stata scuola di lingua e di poesia (che nel fatto nostro è tutt’uno) in Firenze nel secolo XII; che anzi dobbiamo necessariamente dire che così fu, poiché la lingua italiana senza dubio è figlia [p. 147 modifica]dell’idioma fiorentino; e già prima della metà del secolo XIII, a petto di varii altri dialetti, si poetava in lingua italiana da Bologna fino alla remota Sicilia; al più può far maraviglia, che di questo fatto, pur certissimo, non sia rimasta memoria in alcuno degli scarsi documenti di quella età. Ma la vera e maggior maraviglia sta nella lingua e nella poesia di tali documenti, oltremodo varia bensì secondo la varietà degli autori, ma l’una e l’altra, lungi dall’essere più rozza perchè più antica, come i Baronci del Boccaccio, è invece più bella e più gentile che non quella dei poeti del secolo seguente. La cosa ha del maraviglioso, ma non è impossibile, anzi, se bene se ne studiano le cagioni, nemmeno improbabile (Osservazioni, § 55, 62); e perciò non se ne può trarre argomento a dichiarare sospette, e molto meno a convincere d’anacronismo e condannare come spurie, le Carte che contengono tali poesie.

9. Se un manoscritto è sincero, di necessità (e lo riconosce anche il Liverani), sono sincere (diciamo sincere, non diciamo vere, poichè anche un documento sincero può dire il falso) le notizie che contiene. Quindi coloro che credono che la sincerità paleografica di un manoscritto possa riconoscersi a segni esterni, dall’evidente sincerità dei manoscritti d’Arborea si trovano costretti ad ammettere anche la sincerità dei documenti che contengono. Vidi parecchi, oppressi dalla forza dell’argomento, convinti ma non persuasi, recalcitrare contro le naturali e necessarie conseguenze di premesse ch’essi pure ammettevano; riconoscere sincere queste carte, e sentirsi maggiormente inclinati a rigettarle come spurie: tanta è la forza di inveterati pregiudizii, cui varrà a distruggere più ancora il corso degli anni, che non la luce che pur viene e verrà da sempre nuove dimostrazioni! - Coloro all’incontro, che assolutamente non vogliono ammettere, per esempio, l’autenticità di quelle poesie, essi, o i più almeno, riconoscendola manifesta falsità delle accuse paleografiche mosse contro quei manoscritti, e la vanità delle obiezioni di altro genere; e vedendo per soprapiù, come da giudici competentissimi quei codici siano dichiarati indubiamente sinceri; alcuno fra quei contradittori avendo anzi avuto sott’occhio parecchi di quei codici, e trovatili paleograficamente irreprensibili: sono costretti a schermirsi asserendo, che un abile paleografo può bensì dichiarare che un manoscritto è falso, non mai che è sincero; e contendendo, che non vi ha contrafazione impossibile ad un abile falsificatore. - Non concediamo, ma supponiamo un istante, che così sia; od anche poniamo, che più non compaiano gli antichi manoscritti. La sincerità dei documenti d’Arborea ne sarà meno evidente, ma non meno certa. Coll’esempio di quanto si fece nei luoghi e nei tempi a noi più noti noi imaginiamo, ma in sostanza [p. 148 modifica]ignoriamo pienamente, ciò che sapessero fare i nostri antichi, dell’età e dei luoghi ai quali appartengono le Carte di Arborea. Conosciamo all’incontro ciò che si fa e ciò che si può fare ai nostri giorni; e sappiamo fuor d’ogni dubio, che nè alcuno di questi documenti, nè a più forte ragione tutta la ingente loro mole, non può essere opera di alcuna persona dei nostri tempi, e molto meno di un Sardo, per le speciali condizioni politiche, economiche e letterarie di quell’Isola. Che diremo adunque, se a questa impossibile falsificazione si pretenda aggiunta quella, non meno assurda ed impossibile, di quei numerosi manoscritti?

10. Passando ora alle obiezioni che contro queste Carte muove il Liverani: la più grave, se fosse vera, si è, che in esse si contengano date anteriori alla cronologia. - Il datale più antico che nelle Carte d’Arborea si trovi in documento contemporaneo, è appunto quello del 740 citato dal Liverani. È noto che, cessata, dopo Giustiniano, la nomina dei consoli, i datali si segnarono invece cogli anni degli imperatori; e così senza fallo si praticò in Sardegna, finche vi durò la dominazione Bizantina. Invece nei diplomi, anche i più antichi, dei Giudici sardi, mai non troviamo, come communemente altrove si praticava, notato l’anno del regno, ma quello dell’era volgare. Da ciò scorgiamo, che quest’uso fu introdotto in Sardegna quando, al cadere della dominazione dei Greci, Pro detestatione eorum Renovantur omnia, Pubblica acta, signa, lingua, In eorum odium. L’introduzione adunque della nuova cronologia in Sardegna ebbe luogo in sul finire del secolo VII; che è appunto a un di presso il tempo, in che di siffatta numerazione si trovano le prime tracce anche sul Continente.

11. Pretende poi il Liverani di trovare un cumulo di assurdità nel Memoriale di Comita di Orrù; documento importantissimo, e per sé medesimo, e per alcuni frammenti che ci conserva in antico idioma italico. Ma queste obiezioni sono fondate sulla perpetua confusione che il nostro critico fa di tre diverse persone: Giorgio di Lacono, nato l’anno 1177, e morto l’anno 1269, autore di parecchie opere, tra le quali una Storia della lingua Sarda; Comita di Orrù, autore del presente Memoriale, scritto l’anno 1271; ed infine Pietro di Lacono, nipote di Giorgio, e dal quale Comita di Orrù ebbe in prestito la Storia della lingua Sarda dell’avolo Giorgio, morto due anni prima.- Quanto poi il Liverani asserisce (pag. 9-10), che nel vernacolo di Comita di Orrù sia penetrato l’elemento spagnuolo, è si manifesto errore, che non franca la pena di soffermarvisi.

12. Il Liverani tocca anche delle questioni filologiche, alle quali diedero occasione le Carte di Arborea; ma delle molte cose che [p. 149 modifica]con grande franchezza asserisce, non ne prova alcuna, e perciò non occorre ribattere le sue asserzioni. Dice, per esempio, che fra i volgari italici il fiorentino è più italiano perchè più si arrosta al latino (pag. 11); proposizione, che non so chi gli vorrà passare per buona: certo non Dante, il quale rigetta il volgare Sardo appunto a motivo della grande sua somiglianza col latino. «Sardos etiam, qui non Latini sunt, sed Latinis adsociandi videntur, ejiciamus, quoniam soli sine proprio vulgari esse videntur, gramaticam, tamquam simiae homines, imitantes; nam domus mea et dominus meus loquuntur». E Bruno de Thoro nella sua canzone ad Aldobrando chiama il linguaggio sardo


Dilettoso sermon, quasi latino.


13. Per simile modo il Liverani dà il nome di massiccio errore al mio «giudicare fiorentino il superlativo tragrande, traricco, ec. quand’egli è anzi provenzale e francese; col grandissimo, ricchissimo, ec. ereditati dal latino illustre (ter-dives-ditissimus)» (pag. 12). Per me sta la testimonianza del Salviati, autorità competentissima in tale materia, che quei dell’età del Boccaccio usavano il tra; il che non potendosi intendere degli scrittori, presso i quali il tra già era caduto in disuso, deve necessariamente intendersi del volgar fiorentino: per me sta l’uso odierno di quel popolo, che tuttora usa piuttosto una formola di superlativo simile a quella di cui parliamo, che non quella che gli scrittori introdussero togliendola dal latino; per me sta l’autorità di parecchi dotti Fiorentini, che giudicarono o vera o assai probabile la mia congettura; per me sta l’analoga forma sorgrande, sorbello, ec., similmente usata dagli antichi; per me finalmente il trovarsi più d’un esempio della forma non tronca dalla quale deriva il tra; per esempio nel Cento Novelle Antiche: di gran bontade e oltramaravigliosa prodezza. Anzi anche nel francese teniamo per fermo, che questa forma di superlativo non deriva da ter.

14. Non so trattenermi dal notare ancora un’altra contradizione del Liverani, dove dice (pag. 12), che «giudiziosissima sarebbe la comparazione fatta dal Vesme tra Aldobrando e fra Guittone, se il primo non fosse uno spettro, o qualche cosa di peggio». La proposizione del Liverani pecca dapprima in quanto si serve come di prova di ciò, che forma appunto l’oggetto della controversia, ossia la negata sincerità di queste Carte e dei loro autori. Ma inoltre, se la comparazione da me fatta è giudiziosissima, ossia se ho dimostrato all’evidenza, che Guittone imitò Aldobrando, e non all’incontro l’autore della canzone controversa imitò Guittone: viene [p. 150 modifica]dimostrato pel simil modo, che Aldobrado non è uno spettro, ma un poeta vero e reale, ed anteriore a Guittone, poiché questi potè imitarlo, e anche frantenderlo.

15. Dicevamo più sopra, che si può dimostrare la falsità di un manoscritto, provando ch’esso contiene cose posteriori alla pretesa sua antichità. Ma per contrario si può anche in modo positivo, e non solo per semplici induzioni, dimostrare la sincerità di un antico documento. Molte antiche notizie prima ignorate ci vengono di tratto in tratto rivelate da documenti novellamente scoperti. Supponiamo adunque, che, come difatti avviene, le Carte d’Arborea contengano nomi o fatti d’altronde ignorati, la verità dei quali sia confermata da documenti posteriormente tratti alla luce; la sincerità di quelle carte ne verrà dimostrata in modo incontrastabile. E da prima noteremo, che nomi e fatti rivelatici per mezzo dei frammenti palimsesti dell’orazione di Cicerone pro Scauro, e di iscrizioni scoperte nel corso di questo secolo, si trovano parimente nelle Carte d’Arborea; il che non solo esclude necessariamente ch’esse siano una falsificazione del secolo XV, come pretende il Tola; ma gli stessi dotti di Berlino, volendolo assolutamente spurie, dovettero dichiarare che la falsificazione era posteriore al 1840, e per alcune al 1856. Ma essi in parte ignorarono, in parte non posero mente, che parecchie di tali scoperte sono posteriori alla publicazione di dette Carte: onde rimane escluso non solo il sospetto, ma perrino la possibilità, che siano una recente impostura. Esempii notabilissimi ne abbiamo nelle notizie intorno al regno di parecchi giudici forniteci dalle Carte di Arborea, e nominatamente dalle pergamene 5.a e 4.a, publicate fino dagli anni 1846 e 1849; notizie che si trovano confermate dalle publicazioni posteriori, del Liber Jurium Reipublicae Genuensis e del Codice diplomatico di Sardegna del Tola: come altrove dimostreremo, dando la serie di quei Giudici emendata colla scorta concorde delle Carte di Arborea e dei diplomi, fra cui molti inediti, tra i quali parecchi di Pisa, e quelli di Montecassino, promessimi dalla cortesia del celebre Padre Luigi Tosti. Altri esempii di notizie delle Carte di Arborea confermate da scoperte posteriori abbiamo recato nelle precedenti Osservazioni (§ 101-106); alcuni qui ne aggiungeremo assai notevoli.

16. In una Cronaca arborese, stata publicata lino dall’anno 1860 dal Decastro, e ristampata nella Raccolta del Martini, si legge (Martini, pag. 250, not. E), che, poiché dai Vandali fu rotto l’antico acquedotto romano, i Cagliaritani «utebantur de antiquioribus cisternis in montibus circumstantibus positis e coeli aquis ibi collectis, et maxime e mana cisterna ante anphiteatrum posita, et ex aliis in sequentibus montibus positis, usque ad iter quod [p. 151 modifica]vadit ad Conam Viperae; quae aquae per canales in unum supra dictum congregatae ete.». Non può dirsi che imo scrittore momoderno abbia tratto tale notizia da tradizioni popolari, poiché di queste cisterne e di questi canali era perita ocrni memoria, in tanto, che non valsero a risuscitarla neppure le molte e diligenti ricerche fattesi nel corso di parecchi anni sul modo di fornire Cagliari d’acqua. Nell’aprile dell’anno 18fì6 per cura del municipio, e sotto la direzione del celebre archeologo commendatore Giovanni Spano, si pose mano a sgombrare le rovine dell’antico anfiteatro, che da secoli erano sepolte sotto molti metri di terra e di macerie; l’opera fu compita l’anno seguente. Questo lavoro mise allo scoperto le cisterne menzionate dal cronista arborese, e, ciò che e più notevole, il canale, ossia una grande e bella galleria, o, come con vocabolo più italiano dicono i Senesi, un bottino, che a traverso il monte conduce l’acqua alle cisterne inferiori, appunto nella direzione della Grotta della Vipera2.

17. Di una notizia dataci dapprima, l’anno 1849, dal Ritmo . e poscia confermata da altre Carte d’Arborea, fu dimostrata la verità da una scoperta recentissima. Quei documenti ci avevano fatto cononoscere, che nella penisola ora deserta detta della Frasca rimpetto a Tharros era sia il tempio di Sardopatre; ma indarno, dietro tale indicazione, vi era stato cercato dal La Marmora e da altri: e della notizia si erano fatto beffe coloro, ai quali il dileggio tien luogo di argomenti e di ragione. Ora il giovane geometra Luigi Crespi scoprì le rovine di quell’antico tempio, alle falde dell’altipiano della Frasca, nel sito detto San Giorgio, in faccia a Tharros e a Neapoli; e dai ruderi dell’edifizio rimasti ne ritrasse anche la pianta3.

18. Pur un solo di tali esempii di notizie dimostrate vere da documenti posteriormente scoperti basta non solamente a rimuovere ogni sospetto sulla falsità di un antico manoscritto, ma anche a fare certa fede dell’antichità di un documento che si abbia soltanto in copia recente. È anzi tale e tanta la forza di simile dimostrazione, che se alcuno asserisse avere imaginato del suo alcun racconto e i fatti ivi esposti, una di tali scoperte posteriori basterebbe a convincerlo invece trascrittore o compilatore da memorie antiche e sincere. Così con argomento certo, incontrastabile, si dimostra quello che abbiamo altrove asserito: che la falsità delle carte d’Arborea è impossibile: dunque non è; al che invano monsignor Liverani [p. 152 modifica]risponde Invertendo la proposizione, e portando come prova ciò che appunto gli neghiamo: è, dunque è possibile (pag. 14). 15 di tale impossibilità, e della sincerità delle Carte di Arborea, novello prove vengono alla luce ad ogni nuova publicazione che si fa di documenti relativi all’antica storia della Sardegna.

19. Il Liverani chiude il suo esame della controversia sulle Carte di Arborea dichiarando, come sopra notavamo, che le obiezioni mosse dai dotti Alemanni valgono al più a rendere sospetti quei documenti; ma dicendo di portare a sua volta un argomento, col quale (citiamo le sue parole) «rompendo ogni riserbo e indossando la giornea, dichiaro che le Carte d’Arborea sono non pure sospetto, come sinora fu detto dietro la scorta degli arbitri alemanni , ma una solenne impostura, palese, evidentissima, che non ammette dubbio o replica alcuna; e sfido tutto il mondo a dare alle mie parole una smentita. Ed è la frode tanto vergognosa , che i magistrati, guardiani e custodi dell’onore nazionale, dovriano farsi padroni della causa e provvedere secondo le leggi alla fede pubblica, e alla dignità del nome romano e italiano» (pag. 16). In una proscritta all’articolo il Liverani cerca mutare il senso delle sue parole nel seguente modo: «Non occorre dichiarare, che questo scritto non ha alcuna mira di mettere in dubbio la onoratezza delle persone, ma solo la sincerità dei documenti; nè i magistrati quivi invocati sono i tribunali, ma sì le accademie, a ciò espressamente deputate da chi ha in mano la direzione delle lettere italiane, cioè il Ministero della pubblica istruzione» (pag. 17). Teniamo come non aggiunta questa poscritta, che è in aperta contradizione col tratto precedente, e coll’azione dei tribunali già invocata anche altra volta nella flirta Europea (fascicolo mangio 1870), nel seguente modo: «Dopo ciò, per quanto sembra a noi, tali carte non possono interessare altri fra noi che il Ministero della giustizia, perchè vengano rintracciati i mistificatori».

20. Ma nè alcun Ministero nè alcuna Academia può sciogliere con una sua decisione una questione scientifica, come ben notava nella sua Relazione la Commissione berlinese. In questioni letterarie non ha luogo tribunale nè sentenza. Quindi anche è meno esatto il dire col Liverani pag. 3) ed altri, che io abbia «sommesso le Carte d’Arborea all’arbitrio della Reale Academia di Berlino». Nè ho ciò fatto, nè poteva farlo; nè a sua volta FAcademia di Rerlino pretese di farsi giudice, ma soltanto «di far conoscere il risaltato, qualunque fo?se per essere, dell’esame, onde contribuire così a rischiarare tale questione di non lieve importanza» (Relazione, § 1). Spetta all’incontro ai tribunali il giudicare di una questione di truffa. E poichè questa fu già per ben due volte messa [p. 153 modifica]inanzi: reputo mio dovere, lasciando quel riserbo che ogni persona che non senta troppo altamente di se deve tenere in una discussione meramente letteraria; ora che la questione venne portata sopra altro campo, farmi inanzi e contro il Liverani e contro tutti, e dire aperta ed intera la verità, difendendo altamente ed a viso alzato, e con quanto sia in me di voce e d’autorità, l’onoratezza di persone, che pienamente e da lunghi anni conosco. No, la Carte d’Arborea non sono un’impostura; e le persone che in varii scritti vennero più o meno apertamente indicati come autori di questa frode, alcuno dei quali mi onoro di avere ad amico, publicarono carte antiche e sincere, provenienti da Oristano. Quanto qui asserisco in faccia al publico, sono pronto a confermarlo dinanzi ai tribunali; e con me lo confermeranno con unanime consenso quanti conoscono i fatti e le persone in questione.

21. Ma quale è dunque cotesto sì potente, sì certo argomento, che mosse monsignor Liverani a lanciare la gravissima accusa contro persone onorate, ch’ei non conosce, e a pronunziare con tanta sicurezza su fatti a lui appieno ignoti? Sono le seguenti parole della biografia di Marcobo, che è una di quelle contenute nel codice Garneriano: «Sardi itaque . tantae patientiae laxi, jam insurrectionem minabantur». Ma anzi tutto debbo notare, che il Liverani cade nel medesimo errore, del quale già è stato fatto avvertito il Mommsen (Osservazioni, § 91): che quelle biografie non sono di "Sertonio nè del IV secolo, ma che, sui materiali da lui raccolti, furono compilate negli ultimi anni del VII secolo o nei primi dell’VIII da Deletone e da Narciso. L’argomento poi, che da quelle parole il Liverani pretese trarre contro la sincerità delle Carte di Arborea, consiste, nell’essere, secondo lui, «impossibile, ripugnante, assurdo, che uno scrittore del IV» (correggi «del VI o dell’VIII») «secolo usi la parola insurrectio nel significato di sedizione e rivolgimento, che è parto dell’89, e gitta odore di giacobini e di girondini.... Non poteva mai uno scrittore sardo del IV secolo» (correggi come sopra) «fare uso di vocaboli che sono nuovi per noi nel XIX, e nel significato speciale, che ricorda uno degli episodi più spiccati dell’istoria moderna». E forse per meglio confermare che la voce insurrectio è recentissima e gitta odore di giacobini e girondini, adduce l’autorità d’una patente di re Enrico d’Inghilterra degli 8 febraio 1400: De proclamatione super insurrectionibus et excessibus compescendis. E notisi, che qui non si tratta di qualche termine scientifico, ma di voce che dalla natura stessa di quel documento appare che era da tutti usata e compresa; nè è questione di mitragliatrici o di telegrammi transatlantici (Liverani, pag. 6), ma di cosa che fu e sarà sempre e dovunque [p. 154 modifica]mala signoria accori i popoli soggetti. Al modo stesso che tal voce nacque e recentemente in Francia, ed or fa cinque secoli e forse prima in Inghilterra, così è ragionevole che nascesse parimente in Sardegna. Sorgente principalissima di parole latine nel medio evo è la traduzione volgata de’ sacri libri. Ora in questa ἐπανιστάμενοι, ἐπανέστησαν è costantemente tradotto insurgentes, insurrexerunt. Per simile ragione se in alcun luogo del testo greco dei libri si fosse trovata la voce ἐπανάστασις, sarebbe naturalmente stata tradotta insurrectio. Così difatti avendo Deletone nelle Memorie raccolte da Sertonio trovato ἐπανάστασις, tradusse naturalmente insurrectionem; come tal voce e volgarizzata nel Tesoro di Enrico Stefano, che certo non trasse questo vocabolo dai girondini. Ma in conferma dell’antico uso della voce insurrectio abbiamo ancora un’autorità ben più grave al caso nostro, quella cioè di un Glossario greco- latino anteriore agli stessi Deletone e Narciso; essendo di tale antichità, ch’Enrico Stefano, che primo lo diede alla luce4, vuole che con quella testimonianza si arricchiscano i lessici della lingua latina. Ora in questo glossario leggiamo: ἐπανίστημι, insurgo, exsurgo; ἐπανάστασις, insurrectio.

22. E qui pongo fine ad ogni discussione, col fermo proposito di non riprenderla se non quando verranno da me publicate le numerose poesie edite ed inedite, che si contengono in queste Carte. Ed anche allora, cessando da ogni lotta, e lasciando d’ora in poi di combattere direttamente gli scritti degli oppositori, cercherò soltanto di recare quanta maggior luce per me si potrà nell’import une quastione, sia adducendo le ragioni che parranno più adatte a dimostrare, come cercando di sciogliere le objezioni state mosse finora o che si moveranno per combattere, la sincerità delle Carte di Arborea.

Carlo Vesme.          

Note

  1. E ciò appunto mi mosse a dare volgarizzata la Relazione dei dotti Berlinesi contro le Carte di Arborea, affinchè gl’Italiani più facilmente abbiano dinanzi agli occhi quanto venne detto pro e contro, e può condurli ad una retta sentenza, nella presente questione.
  2. Vedi Rivista Europea, Anno II, Vol. I, pag. 174; e Spano, Storia e descrizione dell’anfiteatro di Cagliari (Cagliari. 1868), pag. 4, 14 e 29.
  3. Spano, Memoria sopra l’antica Cattedrale di Ottana, e scoperte archeologiche fattesi nell’isola in tutto l’anno 1870. Cagliari, 1871, pag. 35.
  4. Glossaria duo e situ vetustatis eruta. Parisiis, 1573. Excudebat Enricus Stephanus.