Pamela maritata/Nota storica

Nota storica

../Appendice IncludiIntestazione 31 maggio 2020 100% Da definire

Appendice
[p. 187 modifica]

NOTA STORICA


La presente commedia, scritta dal Goldoni a Roma nel 1759, prima della sua partenza nel luglio, fu ivi stampata nel principio dell’anno seguente, a insaputa, pare, dell’autore: «La Pamela Maritata, Commedia di carattere in seguito della prima intitolala Pamela, del celebre Sig. Avvocato Carlo Goldoni, da rappresentarsi nel Teatro Capranica in Roma nel carnevale MDCCLX. Dedicata all’Ill.ma Signora, la Signora D. Maria Giulia Mellini Falconieri, in Roma MDCCLX, nella Stamparia dì Girolamo Mainardi. Con Lic. de’ Sup. — Si vendono da Agostino Palombini Libraro in Piazza Navona all’insegna di S. Anna».

Dal libretto, ormai raro, riferiamo la lettera di dedica, perchè vi si contiene l’origine della commedia stessa: «Illustrissima Signora: Conosciutosi da me con evidenza, di quanto gradimento ed applauso ne’ trasandati anni, e specialmente nell’anno scorso per la seconda volta da me fatta rappresentare in questo Teatro, riuscita sia a tutti, ed in particolare a questa mai sempre Gloriosa Romana Nobiltà, l’opera Comica della Pamela Fanciulla del Celebre Sig. Avvocalo Carlo Goldoni; per sodisfare, se non del tutto, in parte almeno al genio, che nutro, in compiacerla, mi è opportunamente caduto in pensiero, nel tempo della sua permanenza in questa Dominante, di far uscire dall’aurea Penna dello stesso Celebre Autore in seguela di essa la Pamela Maritata colla bella speranza del commun piacimento. E per darne con ciò effettivamente un picciolo, ma sincero attestato, ho stimato convenevole di porla alle pubbliche stampe. Ma siccome pria d’avventurare qualunque Componimento è stato mai sempre costume d’insignirlo in fronte col nome speciosissimo di qualche Illustre Personaggio, meritamente ho pensato fregiarla col ragguardevole nome di V. S. Ill.ma i di cui pregi, per essere in ogni dove bastantemente noti, e per non iscemarli con la mia, ne lascio ad altra penna più saggia ed erudita l’encomio; ed essendosi V. S. Ill.ma degnata accettarne il tributo, e per me, e per questo Teatro ne spero l’esito il più felice, ed atteso il lume di tante prerogative, di cui ne siete vagamente ornata, disperderassi qualunque ombra di difetto, che nella pubblica Rappresentanza innavedutamente potrebbe accadere, ed aggiungerassi alla nuova Pamela quello splendore, che forse senza la Vostra luminosa scorta potrebbe malignamente restare offuscata. Laonde a me non rimane, se non che riprotestarmi qual sempre mi son gloriato di essere — Di V. S. Illustrissima — Umil. Dev. ed Obligat. Servitore Giuseppe Balestra».

Tale racconto è confermato, come vedemmo, dal Goldoni, nella prefazione dettata per l’edizione del Pasquali, e leggesi anche nel cap. 38 della seconda parte delle Memorie. Del felice successo nel teatro Capranica, nel febbraio 1760 (v. il Diario ordinario di Roma, ricordato da A. Cametti, Critiche e satire teatrali romane del Settec., estr. dalla Rivista Music. It., Torino, Bocca, 1902, p. 6: «In questa settimana nel Teatro delle Dame è [p. 188 modifica]andato in scena il secondo dramma giocoso dell’Avvocato Goldoni intitolato La buona figliuola; nel Teatro de’ Signori Capranica la seconda Commedia del suddetto Avvocato Goldoni La Pamela maritata» n. 6645, del 9 febbr. 1760) rallegravasi l’autore nella lettera di dedica del Medico Olandese al principe Aless. Ruspoli, in data 12 luglio 1760 (st. nel t. VI dell’ed. Pitteri: v. vol. XIV della presente ed). Come fosse inedita, l’offerse il Goldoni ai suoi lettori nel primo tomo della famosa edizione Pasquali, che uscì nell’estate del 1761; e di qui la cavò l’anno dopo certo sig. Carlo Giorgi, il quale presiedeva alla stamperia Santini di Livorno, e la ripubblicò con una dedica alla signora Maria Armano Buonfigli.

Già per opera di «due altri scrittori» ben due commedie col titolo di Pamela maritata avevano fatto seguito alla Pamela goldoniana, come ricorda nella prefazione il dottor veneziano. L’una certamente dell’ab. Chiari, composta e recitata in prosa nel 1753, rifatta e stampata in verso martellano nel 1759 (v. vol. V della presente ed., p. 105); dell’altra nulla sappiamo, non potendosi affermare che il Cerlone facesse rappresentare prima del ’60 le due Pamele. Certo peccò di pietosa indulgenza il Goldoni, da poco riconciliato con l’abate bresciano, quando le chiamò «bellissime tutte due». Il Chiari, amante del romanzesco, turbando l’agnizione introdotta nella commedia dal dottor veneziano, fa credere a milord Bonfil di essere stato ingannato circa la nobiltà di Pamela, e lo fa imbestialire contro la virtuosa moglie e contro il figlioletto, finchè milord Artur riesce a scoprire l’impostura di un mentito conte d’Auspingh (G. Sommi Picenardi, Un rivale del Gold., Milano 1902, pp. 25-26; G. Ortolani, Settecento, pp. 477-8). Il Cerlone con fantasia più bizzarra trasforma la fanciulla puritana di Richardson in una eroina cattolica; e perchè Pamela abbandoni ancora la capanna del padre Andreuve, bisogna che milord Artur induca l’amico Bonfil ad abbracciare la fede della chiesa romana.

Goldoni più saviamente tentò un’altra volta, dopo la Donna forte (1758-1759), il dramma della gelosia (lontano era il ricordo della Dama prudente e del Geloso avaro). Rendere geloso Bonfil non era diffìcile, fargli un po’ per volta dubitare di milord Artur, non era impossibile: ma l’autore trattò l’argomento per compiacere altrui, non per sua scelta; lo trattò, come cento volte gli accadde, senza che la voce dell’arte lo invitasse a creare, obbedendo alla facilità e all’abilità di cui la natura e il lungo esercizio gli avevano fatto dono. La vita manca nei personaggi e nel dramma; e l’artificio è troppo evidente. Ebbe dunque ragione il Baretti di frustare la Pamela maritata (Frusta letteraria, n. 22, 15 ag. 1764); non già di menare i colpi a caso. Il Goldoni ha ben altrimenti peccato davanti al tribunale dell’arte che di qualche inverosimiglianza negli episodi, di qualche affettazione nel linguaggio e di una perfetta ignoranza de costumi inglesi. A malgrado di tali colpe la Pamela poteva riuscire un capolavoro: e il Baretti trasmoda qui, come il solito, nel suo odio invidioso contro il Goldoni e contro il Voltaire, sebbene dimostri una strana indulgenza per la lettera di dedica dell’umile commediografo veneziano al dittatore della letteratura francese: «Questa dedicatoria, considerata come una semplice scrittura, è certamente la meno cattiva delle tante che il Goldoni ha scritte». [p. 189 modifica]

Maggior fortuna trovò forse la Pamela maritata in Germania. La Biblioteck der schönen Wissenschaften ne lodò al primo apparire le situazioni, i caratteri, i dialoghi; e riprodusse qualche scena tradotta (I 3 e 15, II 3, III 16). Tuttavia non piacque al critico l’intervento del ministro Majer per risolvere o piuttosto per tagliare il nodo drammatico (P. Mathar, C. Goldoni auf dem deutschen Theater des XVIII Jahrhunderts, Montjoie, 1910, pp. 34-35). Nel 1763 la P. m. fu voltata in tedesco dal giovane J. G. von Laudes e recitata nel novembre a Vienna. Di questa versione poco fedele, e spesso spropositata (Mathar, l. c, 58-61), usciva nel ’65 a Vienna la terza edizione, rinnovata (Spinelli, Bibliografia gold., p. 254); altra, coi nomi degli interpreti, nel ’68 (schedario ined. di E. Maddalena). Nel 1766 ne stampò a Lipsia il testo italiano il maestro di lingua I. S. Fraporta. nel pnmo tomo della sua Scelta delle Commedie di C. G., (4.a rist. nel 1801) per uso degli studiosi. Infine nel 1770 diede in luce una nuova traduzione G. H. Saal, nel t. VI delle Commedie complete di C. Goldoni.

Una versione spagnola uscì pure nel Settecento a Barcellona, col titolo La bella inglesa Pamela en el estado de casada (Spinelli, I. e, 250). Altra, recente, si deve a Felix Enciso Castrillon (E. Maddalena, La fortuna della Locandiera ecc., estr. dalla Riv. d’It. nov. 1907, p. 752). In Francia fu tradotta nel 1801 da A. Amar Du Rivier e fu stampata col testo a fronte nel t. II dei Chef-d’oeuvres dramatiques de Ch. Goldoni (Lyon et Paris, An IX). Poco dopo, nel 1804, Pelletier-Volmeranges pubblicò la Pamèla mariée, ou le triomphe des épouses, dramma in tre atti composto in collaborazione con Michele Cubières Palmezeaux e rappresentato anche nel 1810 a Parigi con scarso successo (Porel et Monval, L’Odèon etc, Paris, 1876, pp. 247-8): voltato poi liberamente in italiano dall’attore Luigi Marchioni e più volte recitato a Venezia e a Milano, dopo la Pamela nubile del commediografo nostro, negli anni 18 9-22 (v. Gazzetta privil. di Ven. e Giornale delli teatri comici ecc.); tradotto pure in danese da N. T. Bruun e stampato nel 1810 a Copenaghen (schedario Maddalena). Finalmente nel 1833 uscì una versione bulgara a Costantinopoli, che prima vide luce nell appendice d’un giornale, per opera della signorina Irene Pop Georgieva Ekzarh (schedario cit.).

Ma già una Pamela maritata aveva prestato argomento a una farsa per musica del m. Giuseppe Farinelli di Este (poesia di Gaet. Rossi), cantata a Venezia nell’estate del 1802 (C. Musatti, Drami musicali di G. ecc., estr. dall’Ateneo Ven. 1898, p. 6) e a Milano nella primavera del 1805 (Serie cronolog. delle rappr.i ecc. dei principali teatri di Mil. ecc., Milano, 1818, pp. 131 e 219). Anzi lo stesso Goldoni che nel 1756 aveva verseggiato una specie di Pamela buffa, la famosissima Cecchina, ossia la Buona figliuola, stese con vena più infelice la Buona figliuola maritata, che Niccolò Piccinni rivesti di note nel 1761 e Giuseppe Scolari nel ’62 e Tommaso Traetta nel ’64 (Spinelli, l. c, 178-180 e Musatti, l. c, 5-6). E nel 1766 Ant. Bianchi pensò di aggiungere alle precedenti una Buona figliuola supposta vedova (musica di Gaet. Latilla: v. Musatti, p. 6).

Alla recita della Pamela fanciulla, o nubile, per lungo corso di anni si fece seguire la recita della maritata. La troviamo nel repertorio della compagnia Roffi in Toscana, nel Settecento (Rasi, I Comici italiani, al nome Jac. [p. 190 modifica]Corsini); la troviamo, nella prima metà dell’Ottocento, in quelli della Compagnia Reale Sarda (1822: v. Costetti, La Comp. R. S. ecc., Milano, 1893, p. 21) e della compagnia Fabbrichesi (I Teatri, giorn. dramm., Milano, I, 1827-28, p. 668). Vi si distinsero due grandi attrici, Carlotta Marchionni e Amalia Bettini (v. Rasi). Fu anche accolta dai filodrammatici di Milano (1822: G. Martinazzi, Accad.ia de’ Filo-dramm.i di Mil., Milano. 1879). — Di una recita delle due Pamele a Venezia nel dicembre del 1826, nel teatro di S. Gio. Grisostomo, da parte della comp. Fabbrichesi, di cui erano attori principali il De Marini, il Vestri e la giovane Bettini, non posso fare a meno di riferire per intero dalla Gazzetta privilegiata (n. 295, 16 die.) la cronaca (che facilmente s’indovina dettata da Tommaso Locatelli), sebbene della seconda Pamela nessun commento vi si contenga in particolare:

«Sia lodato il cielo, che dopo tante ribalderie, tradotte, tradite, ridotte dal francese, dal tedesco, dall’inglese, il signor Fabbrichesi ci ha dato finalmente due Commedie del nostro Goldoni. Ne la scelta poteva essere migliore, perchè le due Pamele di quel grande scrittore ci sembrano due delle più forbite e più appassionate Commedie che siano mai uscite dalla feconda sua penna: l’azione vi è condotta con semplicità, senza quei complicati accidenti, che accusano più l’arte che la natura; il sale vi è sparso con sobrietà, quanto basta a rallegrare l’uditore, senza che gliene nasca fastidio; i caratteri sono pieni di verità, e mirabilmente sostenuti, senza dare nell’esagerato; l’affetto poi vi domina da cima a fondo e smentisce le stolide accuse di coloro, che dicono che il G. non sa far piangere; noi abbiamo veduto in parecchi luoghi, specialmente della Pamela nubile, non pochi degli uditori, anche del sesso più forte, col fazzoletto agli occhi, per asciugar le lagrime da cui eran bagnati; e questa ci pare la più trionfale risposta che possa mai farsi a quegl’indiscreti censori. Il De Marini, che faceva il personaggio di Bonfil, se ci è paruto sempre grande, in questo ci parve grandissimo. Noi lo abbiamo osservato ed ascoltato con la più scrupolosa attenzione, abbiamo notato ogni suo gesto, ogni suo passo, ogni suo movimento, in somma non ne abbiamo perduto neppure una sillaba; e frutto di questa nostra attenzione si fu l’esserci sempre più raffermati in quella nostra opinione, che il De Marini è l’attore per eccellenza, e che merita che tutti gli altri il piglino per modello. Una cosa fra le altre abbiam notato, alla quale non so quanti avranno posto mente; e questa è di aver fatto conoscere ne’ suoi movimenti, ne’ suoi gesti, in tutto il suo contegno i varii gradi, o, se così vogliansi chiamarli, i vani aspetti di quell’amore, da cui è acceso lord Bonfil. Imperciocchè è ben vero, che questi sin dalle prime linee della rappresentazione si vede innamorato di Pamela; ma è vero altresì che sulle prime questo amore o non è onesto, o per lo meno è sospetto; si vede in lui un signore, che ama una povera giovane che ha in casa, ma che l’ama forse per illeciti fini; e questo è appunto quel sentimento che con decenza sì, ma con verità, esprime il nostro De Marini nelle prime scene. Poco era per esempio ch’ei nel principio, per entrare in grazia a Pamela, le donasse un anello; ci voleva quel grazioso e maliziosetto allungar del dito onde toccarle la mano, per isvelare tutto il mistero di quel dono. Ma quando la virtuosa Pamela oppone al poco regolare affetto del suo signore le più generose ripulse, e che mostra bensì di amarlo, ma di amar via più il proprio [p. 191 modifica]onore; allora è che la passione di Bonfii cangia aspetto, e allora altresì De Marini cangia stile; si vede allora in lui l’innamorato non della sola bellezza di Pamela; ma più ancora della sua virtù; egli non dice una parola, non move un gesto che non ci avvisi di questo mutamento del suo animo. A renderci care le due Pamele, conferirono anche la giovane Bettini, che riesce pur bene nelle parli che diconsi ingenue, la Fabbrichesi che è sempre facile, disinvolta, spontanea, e il Belisario che ci è piaciuto ogni qual volta l’abbiam veduto a sostenere il personaggio dell’étourdi».

Ma la Pamela maritata non trovò grazia soltanto presso il critico della Gazzetta privilegiata di Venezia. Il tipografo Bettoni l’aveva accettata fra le prime nella Scelta di commedie goldoniane che stampò a Padova nel 1811; l’accettò il Cameroni fra i Capolavori del Nostro editi a Trieste nel 1858. Il moralista Schedoni esclamo con entusiasmo: «Ella è una Commedia perfetta. Non vi ha uno scherzo indecente» (Principii morali del teatro ecc., Modena, 1828, pp. 51-52). Invece Ferdin. Meneghezzi è costretto a «entrare in gran parte nella sentenza del formidabile Aristarco. Questa seconda Pamela è assai lontana dallo uguagliare la prima, vuoi per caratteri, vuoi per condotta, vuoi per maneggio d’affetti... Veggiamo infatti che l’edifizio della P. m. è gittato su falsi fondamenti e che la gelosia [di Bonfil] non può nascere da più frivoli nè da più irragionevoli motivi» (Della vita e delle opere di C. G, Milano, 1827, pag. 84). Aggiunge che la sc. 13 dell’ultimo atto «potrebb’essere una delle più belle e interessanti di tutta l’azione» se il «pennello» fosse stato più delicato e Pamela meno «puerile» . — Fra gli scrittori recenti non è a tener conto di Guardione e di Phillimore che nelle loro storie letterarie lodarono questa commedia forse a caso, nè di Vittorio Ferrari che regalò al Goldoni una terza Pamela. Cadde nello stesso abbaglio Ferd. Galanti (C. G., Padova, 1882, p. 210), il quale chiamò la P. m. «lavoro bello per intelligenti osservazioni, per finezza di moralità» (p. 247). Attilio Momigliano, acutissimo indagatore dell’arte goldoniana, confessa che qui «si sente a quando a quando un ristagno». «Eppure», egli giudica. «non è delle peggiori commedie serie del Goldoni». Anzi sembra che ammiri «quel Bonfil... che ha veramente la febbre inquisitoria della gelosia» (Il mondo poetico di G., in Italia moderna, 17 marzo 1907, pp. 478 e 482); quel Bonfil «veramente roso dalla gelosia e quasi interamente serio» (La comicità e l’ilarità del G., in Giorn. stor. lett. it., vol. LXI, 1913, p. 215). A considerazioni d’altra natura ci porta Maria Ortiz, la quale osserva che le due prime «commedie a seguito» composte dal Goldoni, dopo la Putta onorata e la Buona moglie, furono le tre Persiane. Venne poi la P. m.; più tardi «la trilogia della Villeggiatura e quella di Zelinda e Lindoro» (Commedie esotiche del G., Napoli, 1905, p. 49 sgg.). Il Goldoni non ricordava che il solo esempio di Corneille, ma l’esempio suo, dopo la Buona moglie, era stato seguito con accanimento, diremo cosi, dall’ab. Chiari, nei tre Orfani, nelle due Marianne, nelle due Contadine incivilite ecc.

Quanto alla tela della Pamela maritata, non è vero che il Goldoni la togliesse dagli «ultimi due volumi della celebre raccolta richardsoniana», come afferma G. Bertoni (Modena a C. G., Modena, 1907, p. 411): questa volta l’autore veneziano, pure avendo cercato di serbare intatti i principali caratteri [p. 192 modifica]della prima Pamela, dovette cavar tutta l’invenzione dalia propria testa, nè di ciò gli faremo alcun merito. Dell’avvocato Goldoni è anche l’abitudine di rizzare il tribunale in mezzo al palcoscenico (benchè non mancassero esempi classici) e di commuovere gli uditori con le orazioni e le perorazioni.

Né ci verrà in mente di credere che il commediografo nostro avesse letto l’Otello, perchè il pazzo Ernold suscita nel petto di Bonfil il dubbio della gelosia con queste parole: «Milord Artur è filosofo; ma non lo crederei nemico dell’umanità. Se avessi moglie, non lo lascierei star seco da solo a sola» (I, 5). Dubbio che la maligna Miledi acuisce, ribadendo: «Eh, in questa sorte di cose gl’amici possono molto più dei nemici» e, sul conto di Pamela, insinuando: «Se non la terrete in dovere, è donna anch’ella come le altre» (I, 8). Pur troppo il paragone di Shakespeare schiaccia il misero tentativo dell’autore nostro.

Non vi é bisogno di presentare ai lettori il signor di Voltaire, a cui è dedicata la Pamela maritata. Che il Voltaire conoscesse il teatro di C. Goldoni prima di scrivere Le café ou l’Écossaise, non ci consta; ma nella pref. di questa commedia, stampata l’anno 1760, l’anonimo autore lodava pubblicamente «la naiveté et la vérité de l’estimable Goldoni», benchè sembrasse desiderare un po’ più «d’intrigue, de force et d’intérét» . In questo modo il patriarca di Ferney ripagava qualche debituccio contratto col commediografo veneziano (P. Toldo, Attinenze fra il teatro comico di V. e quello del G., in G. Stor. Lett. It. XXXI. 1898, f. 2-3; A. Neri, Una fonte dell’Écossaise di V., in Rass. bib. leti. it. VII, 1899, n. 2). E già fin dal febbraio di quell’anno giustamente scriveva all’Albergati: «J’aime sa personne quand je lis ses comédies; c’est vraiment un bon homme, un bon caractere, tout naturel, toute vérité»; e poco dopo gli mandava stampato il notissimo epigramma, En tout pays on se piqué etc, che il giovane senatore bolognese s’affrettava a rimettere al Goldoni, e che il Goldoni, pieno di legittima compiacenza, faceva stampare nella Gazzetta Veneta (n. 43, 9 luglio), compilata allora da Gasparo Gozzi. Il resto ci vien raccontato dallo stesso commediografo, del quale troveremo più avanti nell’epistolario qualche lettera al Voltaire, da Parigi, e nelle Memorie il racconto della visita fattagli nel 1778 (E. Maddalena, Bricciche goldoniane: La visita a Volt., Pitigliano 1898; ed È. Bouvy, Volt. et l’Italie, Paris 1898, pp. 2 19-229). Che il dittatore della repubblica letteraria nel Settecento conoscesse a fondo la lingua italiana, si può mettere in dubbio, che si prendesse soverchie licenze nello scrivere il dialetto veneziano, é vero, ma bisogna confessare ch’egli, a differenza dei suoi concittadini, aveva gettato uno sguardo acuto nel teatro goldoniano, e capì l’importanza della riforma teatrale, e tese generosamente la mano ormai senile, ma sempre più gloriosa, al dottore veneziano di fama ancora oscura oltre l’Alpi, benchè già da molti anni, specialmente nei paesi tedeschi, si applaudissero le sue commedie. Si ricordi come anche nel 1763 seguisse da lungi con occhio benevolo i tentativi del Goldoni sul Teatro Italiano a Parigi e lo credesse venuto a portare in Francia «la véritable comédie» (lett. al conte D’Argentai, 13 febbr.) E ai 1 maggio del medesimo anno scriveva al nostro Veneziano: «Je viens de relire l’Avventuriere onorato, il Cavaliere di buon gusto et la Locandiera. Tout cela est d’un goùt entiérement nouveau; et c’est, à mon sens, un trés grand mérite dans ce siècle-ci. [p. 193 modifica]Je suis toujours enchanté du naturel et de la facilité de votre style. Que j’aime ce bon et honnéte aventurier. Que je voudrais vivre avec lui! Il n’y a personne qui ne voulût ressembler au cavalier di buon gusto, et je suis toujours prêt de demander au marquis de Forlipopoli sa protection. En vérité, vous étes un homme charmant» . Queste lettere di Voltaire mitigavano in parte al Goldoni l’amarezza per le insolenze di Carlo Gozzi e del Baretti.

G. O.


La Pamela maritata uscì la prima volta a Roma, nel principio del 1760, presso l’editore Mainardi; poi fu ristampata, come fosse inedita, nel t. I dell’ed. Pasquali di Venezia, nel 1761, e di qui l’anno dopo a Livorno (Santini) e a Bologna (S. Tomaso d’Aquino). Trovasi inoltre nel t. XI (1774) dell’ed. Pitteri di Venezia, uguale al t. XI (1774) dell’ed. Savioli, nel t. I cl. 1 (1788) dell’ed. Zatta e nel t. I (1794) dell’ed. Garbo pure di Venezia, nel t. II ( 1788) dell’ed. Masi di Livorno e nel I (1788) dell’ed. Bonsignori di Lucca, e forse altrove nel Settecento. — La presente ristampa seguì principalmente il testo dell’ed. Pasquali curato dall’autore, ma reca nelle note a piè di pagina e nell’Appendice i passi e le scene dell’ed. Mainardi mutati poi, o soppressi. Valgono le solite avvertenze.