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nota 437


106, 7 (ma suddito -i XLIV 102, 2, XXXVII 117, 3 ecc.), dm in admette XXIV 38, 7 (ma Ruscelli ammette), nm in inmantinente VI 16, 6 (ma immantinente II 55, 5, VIII 12, 7 ecc.), dv in inadvertenza II 39, 3, XI 7, 5 (ma advertenza XX 2, 3, XXVII 4, 3, inavvertita 4, 3 ecc.), saran resi rispettivamente con tt, dd, mm, vv. Solo sovienmene XXXII 2, 7, pur conoscendo tiemmi XX 63, 3, conviemmi XXX 17, 3, non fu, d’accordo coi migliori, ritoccato.

Piú lungo discorso converrá dedicare allo z. Circa la pronunzia dell’Ariosto, nelle rime è distinto molto bene, secondo l’orecchio toscano, il suono sordo dal sonoro; la sola infrazione parrebbe sozzo (: mozzo: gozzo XXI 54), sozze (: nozze: mozze XLVI 109), ma tale non è, sia che ci si riferisca all’uso dei classici, o al dial. di Siena, se non addirittura al fiorentino del tempo1.

Quanto al suo proprio uso ortografico, contro il Fortunio e il Bembo che quasi senza eccezione pongono la lettera geminata, si vede dagli autogr. che il Poeta, salvo qualche distrazione, scrive per un rispetto mezo (medius), per un altro pezzo ecc. La distinzione accennata s’osserva pure in C con altrettanta regolaritá (estremamente rari gli errori come Azi III 32, 1, fatteze XLIII 16, 7, attizar XI 46, 6, che era scritto bene in α, attiza (: -izza) XXXV 71, 2, XLII 56, 3 ), e del resto non è infrequente presso gli stampatori del Cinquecento2; e però possono sorprendere le grafie sozopra XIV 128, 7, XVII 96, 4 ecc. (ci si attenderebbe sozzopra, che invece occorre una sol volta, XVIII 182, 8 ), e Svizer(o) -i XXXIII 36, 5, XVII 77, 2, 74, 6, XXXIII 43, 3, di cui non so darmi esatta ragione.

Questa particolaritá ortografica non riuscí nel Cinquecento, e tanto meno appresso, ad imporsi, e si comprende, chi pensi che, mentre considera solo una categoria di sorde e sonore, ha per di piú il difetto di mancare d’un mezzo adeguato d’espressione. L’uso della lettera geminata, sia pure con qualche incertezza, ha dunque finito per trionfare.

Torniamo al Furioso. Il Ruscelli stampa come C, salvo a correggere qualche incongruenza (cfr. III 32, 1, XLIII 16, 7 ecc.), e a conformare alla norma sozzopra XI 128, 7 ecc. e Svizzero XXXIII

  1. F. D’Ovidio, Un curioso particolare nella storia della nostra rima, nel vol. Versificazione italiana, Milano, 1910, pp. 82-3, 127.
  2. Cfr. D’Ovidio, Nuovi appunti sulla storia dello zeta, in Studï.. a Pio Rajna, Firenze, 1911, pp. 236 - 7.