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Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. III, 1928 – BEIC 1739118.djvu/136

130 canto


116
     Poi si feccion promettere ch’a quanti
mai verrian quivi, non durian ricetto,
o fosson cavallieri, o fosson fanti,
né ’ntrar li lascerian pur sotto un tetto,
se per Dio non giurassino e per santi,
o s’altro giuramento v’è piú stretto,
che sarian sempre de le donne amici,
e dei nimici lor sempre nimici;

117
     e s’avranno in quel tempo, e se saranno,
tardi o piú tosto, mai per aver moglie,
che sempre a quelle sudditi saranno,
e ubbidienti a tutte le lor voglie.
Tornar Marfisa, prima ch’esca l’anno,
disse, e che perdan gli arbori le foglie;
e se la legge in uso non trovasse,
fuoco e ruina il borgo s’aspetasse.

118
     Né quindi si partir, che de l’immondo
luogo dov’era, fèr Drusilla tòrre,
e col marito in uno avel, secondo
ch’ivi potean piú riccamente porre.
La vecchia facea intanto rubicondo
con lo stimulo il dosso a Marganorre:
sol si dolea di non aver tal lena,
che potesse non dar triegua alla pena.

119
     L’animose guerriere a lato un tempio
videno quivi una colonna in piazza,
ne la qual fatt’avea quel tiranno empio
scriver la legge sua crudele e pazza.
Elle, imitando d’un trofeo l’esempio,
lo scudo v’attaccaro e la corazza
di Marganorre e l’elmo; e scriver fenno
la legge appresso, ch’esse al loco denno.