Oreste (Euripide - Romagnoli)/Prologo

Prologo

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Euripide - Oreste (408 a.C.)
Traduzione dal greco di Ettore Romagnoli (1930)
Prologo
Personaggi Parodo
Questo testo fa parte della raccolta I poeti greci tradotti da Ettore Romagnoli


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elettra

Niuna parola v’è tanto terribile,
nessuna traversía, nessuna doglia
suscitata dai Numi, onde non debba
reggere il peso la natura umana.
Tantalo infatti, il fortunato — oltraggio
non faccio al suo tristo destino — il figlio,
come dicon, di Giove, in aria sta
sempre sospeso, e temer deve il sasso
che gli pende sul capo, e questa pena
sconta, dicon, perché della celeste
mensa, ei mortale, ebbe l’onore, e freno
alla lingua non pose: vizio turpe
quanto altro mai. Costui generò Pèlope,
e da Pèlope Atrèo nacque, per cui
la Parca, quando gli tessea lo stame,
la discordia filò, ché con Tieste
venisse a lotta, col fratello suo.
Ma che vo’ questi orrori enumerando?
Gli uccise i figli, e a banchettare Atrèo
l’invitò. Poi d’Atrèo — quanto seguí
non dico — nacque il celebre Agamènnone,
se celebre esso è pur, Menelao nacque:

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Èrope la cretese a lor fu madre.
E Menelao sposò la donna, invisa
ai Numi, Elena; e il principe Agamènnone,
di Clitemnèstra il talamo, famoso
fra gli Ellèni, salí: qui tre fanciulle,
Ifigenía, Crisòtemi, ed Elettra,
che sono io stessa, ed un fanciullo, Oreste,
nacquero a lui da quella sposa empissima,
che nei lacci di rete inestricabile
poi lo cinse e l’uccise; e per qual causa,
dire a fanciulla non conviene; oscuro
lascio tal punto, ad altri che l’indaghino.
Or, d’ingiustizia incriminare Febo
lecito è forse? A uccidere la madre
onde pur nacque, Oreste egli convinse:
opra a cui tutti dar lode non possono.
Pure al Nume ubbidí, morte le inflisse.
Ed io partecipai, quanto una donna
potea, la strage; e Pílade con noi
compié lo scempio. Ma dal morbo oppresso
Oreste ora è, consunto; e sopra il letto
piombato, giace; e della madre il sangue
col delirio lo incalza: il nome esprimere
delle Dive benigne onde atterrato
fu nella lotta, non ardisco. Il sesto
giorno questo è, da che la madre spenta
purificata fu sul fuoco; e cibo
non passò per le sue fauci, lavacro
il corpo suo piú non toccò. Ravvolto
nel suo mantello, allor che tregua ha il male,
in senno torna, e piange, e dalle coltri
talor s’avventa, in furïosi giri,

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come puledro libero dal giogo.
Ed Argo, dove siamo, ha decretato
che niuno in casa sua, che niuno all’are
noi matricidi accolga, o ci favelli.
E il giorno è questo designato, in cui
Argo dovrà deliberar se spenti
cader dovremo sotto i sassi, o infiggerci
di nostra mano l’affilata spada
dentro la gola. Un’unica speranza
di non morir ci resta: è giunto in questa
terra, da Troia, Menelao: nel porto
di Nauplia venne la sua flotta, approdo
fece a quei lidi, dopo un lungo errare
per i flutti del mare. E mandò Elena
calamitosa, in casa nostra, l’ore
della notte cogliendo, affinché i figli
di quei che cadder sotto Ilio, vedendola
per via di giorno, non la lapidassero.
Ed in casa ora ella è, che la sorella
e la sciagura della stirpe lagrima.
Eppur, qualche sollievo ha dei suoi mali,
ché la fanciulla che lasciò, quand’ella
a Troia s’involò, che Menelao
da Sparta ad Argo addusse, e l’affidò,
per educarla, alla mia madre, Ermíone,
l’ha qui trovata, e se ne allegra, e i mali
pone in oblio. Verso ogni strada or guardo,
cerco se giunge Menelao: che deboli
le nostre forze son troppo, qualora
ei non ci salvi. Manca ad una casa
colpita da sciagura, ogni sostegno.

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Dalla reggia esce Elena.

elena

Figlia di Clitemnestra e d’Agamènnone,
tu che da tanto sei fanciulla, Elettra,
come, o infelice, matricida Oreste
sciagurato con te divenne? Macchia
se teco io parlo, non mi tocca, quando
spetta la colpa a Febo. E intanto, piango
di Clitemnestra, della suora mia
la trista sorte: ch’io, dal dí che a Troia
navigai, come navigai, sospinta
da celeste follía, piú non la vidi,
e, privata di lei, piango il suo fato.

elettra

Elena, a che dovrei pur dirti quello
che da te vedi, in che sciagure sono
d’Agamènnone i figli? Io seggo qui,
custode insonne a questo morto misero:
ché morto è già, tanto n’è lieve l’alito:
non dico i mali suoi: sarebbe oltraggio.
Ma tu felice, il tuo sposo felice
giungete a noi, fra tanti mali immersi.

elena

Da quanto tempo esso nel letto giace?

elettra

Da quando il sangue materno versò.

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elena

Misero! E madre misera! Che morte!

elettra

È tanto grave il mal, ch’io ne dispero.

elena

Vuoi seguire in un punto il mio consiglio?

elettra

Quando il conceda questa mia custodia.

elena

Gir vuoi per me di mia sorella al tumulo?

elettra

Di mia madre, tu dici? Ed a qual fine?

elena

Le mie chiome a recare, i miei libami.

elettra

Chi ti vieta alla tomba ir dei tuoi cari?

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elena

Agli Argivi mostrarmi, io n’ho vergogna.

elettra

Tardi assenni: a disdoro un dí fuggisti.

elena

Saggio parlare è il tuo, ma non benevolo.

elettra

E che vergogna hai tu dei Micenèi?

elena

Temo i padri di quei che ad Ilio caddero.

elettra

Terribilmente in Argo a te s’impreca.

elena

Va’ tu per me: dal timore affrancami.

elettra

Mirar potrei della mia madre il tumulo?

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elena

Pur non conviene a servi un tale ufficio.

elettra

Perché non mandi la tua figlia Ermíone?

elena

Tra la folla sconvien muovere a vergini.

elettra

Renderebbe mercede a chi la crebbe.

elena

Tu dici bene, e il tuo consiglio io seguo:
mia figlia manderò: tu dici bene. —
Esci di casa, o mia figliuola, o Ermíone.
Esce la fanciulla Ermione.

Questi libami e queste ciocche prendi
dalle mie mani, ed alla tomba recati
di Clitemnèstra, e latte a miel commisto
versaci, e spuma di purpureo vino,
e del tumulo stando in su la vetta
parla cosí: «Questi libami t’offre
Elena, tua sorella: al tuo sepolcro
non venne, per temer l’argive turbe».
E a me benigna, e a te volga la mente,
dille, e al mio sposo, e a questi due, che, miseri,

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tolse un Nume di senno; e quanti doni
funebri a mia sorella offrire io devo,
fa’ di tutti promessa. O figlia, in fretta
muovi, i libami su la tomba effondi,
e súbito al ritorno abbi pensiero.
Ermione si allontana. Elena rientra nella reggia.

elettra

O istinto, che gran mal sei tu per gli uomini,
e che ben, quando retto sei! Vedete
come recise ha le sue chiome agli apici,
per conservar la sua bellezza? È sempre
la stessa donna. I Numi t’aborriscano,
ché tu sei stata la rovina mia,
e di costui, di tutta quanta l’Ellade.
Si avanza il coro, composto di donne argive coetanee di Elettra.

Misera me! Ma vedi che s’avanzano
queste dei lagni miei compagne care.
Forse il fratello mio che calmo posa
risveglieranno, e faran sí che il ciglio
mio di pianto si bagni, allor ch’io vedo
il mio fratello delirare. — O donne
dilettissime, il pie’ lieve movete,
rumor non fate, calpestío non s’oda.
Cara amica mi sei; ma se dal sonno
desti il fratel, sarà sciagura grande.