Tomo XVI

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Prefazioni dell'edizione Pasquali - Tomo XV Prefazioni dell'edizione Pasquali - Tomo XVII

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L'AUTORE

A CHI LEGGE.

(Tomo XVI)


C
ONTENTO, contentissimo di aver principiato a metter mano ai caratteri, e assicurato dalla Compagnia, ch’era in Terraferma a passar la Primavera e l’Estate, che il Momolo Cortesan avea piaciuto fuori, come in Venezia, stava già preparandone una seconda, quando venne a distrarmi un affar totalmente diverso.

Il Signor Cristoforo Pizzioli, degnissimo Cittadino, buon amico e buon galantuomo, venne a ritrovarmi in casa, e con giubbilo e cordiale amicizia mi disse, che i Nobil Uomini Fratelli Lion Gavazza Patrizj Veneti, e Feudatarj di Sanguinetto avevano avuto molte lamentazioni di quegli abitanti contro il loro Vicario: che lo credevano onesto, e lo desideravano innocente; ma che per render giustizia alla verità e soddisfare1 que’ Popolani, volevano andar sopra luogo, formar una spezie d’inquisizione, processare il Ministro accusato, assolverlo, o condannarlo; e che avendo bisogno d’un Assessore pratico non solo del Criminale, ma conoscitore del mondo, capace di scoprire la verità, senza passare per tutte le tediose e cavillose difficoltà del Foro, avevano posti gli occhi sopra di me, e mi pregavano di accettare.

Frattanto che l’amico Pizzioli mi narrava il fatto, e mi dipingeva il carattere amabile e generoso di que’ due Cavalieri, ed esaltava l’importanza ed i privilegi di quel feudo antico ed insigne, pensava fra me medesimo, come mai in una Città sì abbondante di persone di merito in tal mestiere avessero prescelto me, che dopo la Cancelleria di Feltre non avea più veduto una carta di Criminale; e riflettendo che voleasi un uomo conoscitore del mondo, affè, dicea fra me stesso, la mia Commedia mi fa passar per politico. Accettai l’onorevole offerta, andai a ringraziar l’Eccellenze loro; stabilirono il giorno della partenza, e si andò ad eseguire [p. 130 modifica]l’inquisizione. Qual fu l’esito di questa missione? L’inquisito assolto e corretto; i malcontenti mortificati, i Padroni contenti, e l’Assessor ben pagato.

Ritornato a Venezia ripresi il lavoro della Commedia divisata; ma fui una seconda volta interrotto. L’esito passabile del mio Gustavo al Teatro di San Samuele fece sperare a S. E. Grimani ch’io farei qualche cosa di meglio per quello di San Giovanni Crisostomo, e mi ordinò un Dramma nuovo pe ’l Carnovale seguente.

Era la prima Donna la Signora Francesca Bagnoli Romana, che alla bravura del canto accoppiava la bellezza del volto e la vivacità dello spirito. Ella riusciva singolarmente in abito d’uomo; ma come voleva anche far pompa della sua leggiadria cogli abbigliamenti di donna, desiderava un Dramma, nel quale comparire potesse nell’una e nell’altra figura. Io l’ho servita. Il mio talento particolare è stato sempre di uniformarmi al desiderio ed al carattere delle persone; e quanto più ci ho trovato delle difficoltà nell’esecuzione, tanto più mi ci sono impegnato. Siccome il Tenore, che dovea recitare in quell’anno, era il bravo Attore Pinacci Fiorentino, il quale avea la figura severa, l’azione forte, e la voce di Baritono, scrissi per lui la parte principale di un Dramma, intitolato Oronte Re degli Sciti; e scrissi per la Bagnoli quella di Artalice Principessa di Dacia, la quale nell’atto secondo, prendendo il nome e gli abiti di Alcamene suo Germano estinto, in virtù di una perfetta rassomiglianza inganna Oronte, lo combatte, e lo vince. Il Maestro, che dovea comporre la Musica, era il celebre Buranello; ed il Pittore, che dovea far lo scenario, era il bravissimo Jolli, il quale desiderando di farsi onore con delle scene magnifiche, io gliene ho data l’occasione, ed egli è riuscito mirabilmente. So che lo spettacolo, tutto insieme, riuscì assai bene: ma non so, s’io possa appropriare al libro qualche parte della buona riuscita. Era scritto un poco meglio degli altri; ma la mascherata della prima Donna è più da Commedia, che da Tragedia; ed il mio Oronte non so che sia stato rappresentato in alcun altro Paese. Signori miei, lo sapete: a me piace dire la verità. [p. 131 modifica]

Ritorniamo alla mia Commedia, che m’interessa assai più. Veggendo la buona riuscita del Momolo dell’anno passato.... (saprete che Momolo vuol dir Girolamo) ho pensato di fare un altro Momolo ancor quest’anno per il medesimo Golinetti, ed ho intitolato la nuova Commedia: Momolo sulla Brenta, o sia il Prodigo, ch’è il titolo, con cui è stampata. La Commedia era sì bene presa dalla Natura, che molti si persuadevano d’indovinarne l’originale; ma s’ingannavano. Ho preso la mia Commedia dall’universale, e non dal particolare, anzi mi hanno determinato a farla i ragionamenti di quei che condannano un tal costume, piuttosto che gli esempj da me stesso veduti, temendo sempre di abusare della confidenza di quelli, che quasi per forza mi hanno voluto partecipe delle loro prodigalità in campagna. Parlo de’ prodighi, non parlo de’ generosi: parlo di quelli, che fanno per ambizione più di quello che possono; e rispetto e lodo que’ tali, che facendo buon uso delle loro ricchezze, fanno onore a se medesimi ed alla Patria loro.

Circa all’incontro di questa Commedia, è necessario che prima di parlarne racconti una burletta, una bizzarria, che mi è caduta in capo in quel tempo. Il bravo Golinetti non contento dell’applauso che meritava la buona esecuzione della parte, che io gli aveva data nel Momolo Cortesan, ha voluto ancora arrogarsi il merito dell’invenzion delle scene e del dialogo, che piaceva. Siccome una gran parte di quella Commedia era a soggetto, ha fatto credere agli amici suoi, che anche la parte sua era opera del suo talento, e che tutto quel che diceva, lo dicea all’improvviso. Tutti non pensano, che chi parla all’improvviso non dice sempre le stesse cose, e molti non badavano che il suo discorso era sempre il medesimo, e gli credevano. Piccato anch’io, non so se dall’amor proprio, e se dall’amor della verità, ho immaginato di trovar la via di umiliarlo, e di farlo in pubblico. Ho scritto dunque intieramente il Prodigo sulla Brenta, e poi ho ricavato dalla Commedia lo scheletro, o sia il Soggetto, e l’ho dato ai Comici, tenendo nascosta la Commedia scritta. Trovarono il Soggetto buono; accennai qualche cosa per istruire gli Attori sopra quel che dovevan [p. 132 modifica]dire; la Commedia andò in iscena, e non dispiacque; ma il Golinetti andò in terra, perdette affatto il suo spirito, la sua facondia, e non riconoscevan più quel bravo Momolo, che li aveva incantati.

Ritirai la Commedia tre giorni dopo, ed il medesimo giorno diedi ai Comici l’altra, ch’io aveva scritto; e copiate le parti, e provata e rappresentata, comparve un’altra, e riuscì sì bene che niente più si poteva desiderare. Il Golinetti confessò il suo torto, riacquistò il suo credito di buon Attore, senza usurparsi quello di Autore, e tutti i Comici cominciarono allora a conoscere la differenza, che vi è dal dialogo studiato a quello che sorte a caso da varie teste, da varj umori non sempre felici, e quasi sempre fra loro discordi.

Nell’anno seguente non seguì cambiamenti notabili nella Compagnia. Fu aggregato in quella soltanto Francesco Majani Bolognese in qualità di primo Amoroso, unitamente al Casali, e tutti due sotto la direzione dell’Imer. Seguì bensì un notabile cambiamento nella mia persona e negli interessi della mia Casa.

Morì in quell’anno a Venezia il Conte Tuo della riviera di Genova, il quale aveva servito per più e più anni in qualità di Console quella Repubblica Serenissima. Avendo io Moglie Genovese e de’ buoni Parenti in Genova, scrissi colà, che mi procurassero l’onore di un tale impiego, e fra le mie protezioni e le loro l’ottenni. Eccomi in una nuova carriera con un titolo onorevole e in un impiego piacevole; poichè essendo il Console di Genova il solo Ministro in Venezia di quella Repubblica, supplisce, oltre al mercantile, al politico; ond’io, mettendo in pratica in tale occasione quello ch’io aveva appreso a Milano e a Crema sotto gli ordini e la direzione del Veneto Residente, faceva tutti i Sabati2 il mio dispaccio, ed ebbi l’onor di piacere a quel Pubblico Serenissimo. La casa, ch’io abitava a San Lio, non era sufficiente per tale impiego. Ne presi una ad affìtto molto più comoda e più decente in Calle della Testa, appartenente all’Illustrissimo Signor Lorenzo Marchesini, Segretario di Senato.

L’ingrandimento della casa mi obbligò ad aumentare i mobili [p. 133 modifica]e la servitù; e l’occasione di trattare frequentemente co’ Ministri stranieri mi pose in necessità di alterare il mio sistema di vivere, e di sconcertare un’altra volta le mie finanze. La patente di Console non parlava di emolumenti; ma io mi lusingava che ci dovessero essere; li ho attesi per qualche tempo; li ho in seguito domandati, e rimasi stordito, quando ebbi in risposta, che la carica non ne avea de’ fissati; che il Conte Tuo mio predecessore avea servito vent’anni senza salario, e che in grazia del mio buon servizio qualche cosa avrei potuto sperare, se la guerra di Corsica non avesse reso esausto il Tesoro Pubblico.

Ciò non ostante i Protettori e gli Amici mi lusingavano, che sarei stato col tempo ricompensato; ed io aspettava questo tempo felice, e continuava a spendere ed a servire.

La nuova mia carica non mi occupava in maniera da dover per mancanza di tempo abbandonare il Teatro; ma non parendomi conveniente che un Ministro di una Repubblica fosse stipendiato da Comici, rinonziai all’emolumento annual di San Samuele, e mi riservai solamente quello onorifico di San Giovanni Crisostomo; onde fra il lucro cessante e il danno emergente, e coll’aggiunta di quelle avventure che si combinarono in mio danno, come vedremo, ebbi occasion di dire a me stesso col principe de’ Poeti Latini: Quo diversus abis? E mi son servito del motto medesimo sotto il frontispizio di questo Tomo, che rappresenta quest’epoca per me sfortunata.

Dispiacque ai Comici il vedermi da lor separato; promisi che non li avrei privati del tutto de’ miei Componimenti, di che il genio mio naturale e costante potea assicurarli. Dimandai grazia soltanto per gl’intermezzi, che mi avevano estremamente annojato, e continuai a dar loro qualche Commedia a titolo di regalo.

In fatti l’anno seguente composi una terza Commedia per il Golinetti. La carica mia, più mercantile che altro, mettendomi a portata di conoscere più Mercatanti, e di vedere i fallimenti che accadevano in varie Piazze, mi venne in mente di comporla su quest’argomento.

Avevano i Comici fra le Commedie loro dell’Arte: Il [p. 134 modifica]Mercante fallito, uno de’ soggetti i più sconci e più mal condotti, nel quale il Pantalone, oltre essere un libertino, era ancora uno sciocco, un ridicolo, un babbuino. Io ho avuto in animo di fare una Commedia morale; instruttiva per quelli, che per mala condotta sono in pericolo di fallire; correttiva e piccante per quelli, che hanno fallito con mala fede; ed utile per coloro, che si lasciano sedurre dall’interesse o dall’amicizia a fidare i loro capitali a persone sospette. Ho intitolato la mia Commedia la Bancarotta: non so s’ella abbia prodotto que’ buoni effetti, ch’io aveva divisati; ma so ch’è stata gustata e applaudita. Mi sono provato per la prima volta in questa Commedia, s’era possibile di tirar partito de’ personaggi i meno abili ed i meno intelligenti, dando loro una parte tagliata sul loro dosso ed adattata alle loro forze; cosa che mi pareva utile per il Teatro, e che mi è riuscita felicemente. Eravi in quella Compagnia la Moglie del Comico Majani, buona donna ed onesta, ma che non aveva mai recitato; ed era reputata da tutti incapace di recitare la parte la più facile e la più comune, a causa di una freddezza estrema, che non poteva correggere, a causa dell’esteriore, che niente poteva promettere, e della strettissima pronunzia Bolognese, che conservava. Quando ho proposto di farla recitare, tutti si misero a ridere, ed ella non lo voleva, ed il marito era quasi montato in collera, non volendo che la Moglie sua si mettesse in ridicolo; e veramente non lo meritavano i di lei buoni costumi, ed io non avrei osato di farlo; ma la mia intenzione era non solo di farla recitare, ma di far che piacesse, ed in fatti riuscì uno de’ più dilettevoli personaggi della Commedia. Se leggete la Bancarotta3, osservate in quella commedia la donna, che si chiama Graziosa. Ella non comparisce che come un personaggio episodico, e (se volete) un personaggio di più; ma la sua melansaggine era sì necessaria per tal carattere, che un’altra donna non l’avrebbe sì bene rappresentato. Dissi che questa tale Graziosa è un personaggio di più. So ch’è un difetto l’introdurre in una Commedia un personaggio non necessario; ma l’ho fatto apposta per poterlo levare occorrendo, se [p. 135 modifica]non riusciva secondo la mia intenzione. Mi si perdoni in grazia del buon evento. Prima di finire questo ragionamento ai Lettori chiedo la permission di narrare un’altra avventura onorevole, che mi è arrivata in quel medesimo anno.

Trovavasi allora in Venezia il Principe Real di Polonia ed Elettoral di Sassonia, Padre dell’Elettore Regnante. I quattro nobili Patrizj Deputati dalla Repubblica Serenissima per essere presso di questo Principe, e promovere que’ grandiosi divertimenti, che si fanno godere a simili Personaggi in quella rinomata Città, non mancarono di corrispondere all’intenzion del Senato, e di soddisfare alla loro generosità, e far onore al Principe forestiere ed alla propria loro Nazione. Niente risparmiarono di grande, di magnifico, di elegante. Una Regata4 delle più sontuose; feste da ballo le più ricche e le più brillanti; la caccia del Toro nella piazza San Marco ridotta in Anfiteatro; spettacoli nell’Arsenale colla costruzion di una nave, eseguita sugli occhi del Principe; Opera insigne nel Teatro di San Giovanni Crisostomo, e palchetti sontuosamente addobbati in tutti gli altri Teatri. Solevano i quattro Cavalieri suddetti, prima di condurre il Principe ereditario ai Teatri delle Commedie chiedergli qual Tragedia o Commedia desiderava vedere. Non so chi gli avesse parlato del mio Enrico Re di Sicilia; ma so che sua Altezza Reale mostrò piacer di vederlo: furono avvisati i Comici, ed io pure ne fui prevenuto.

Consolatissimo d’una tal nuova, m’informai del dì della recita, e avendo quattro giorni di tempo la feci immediatamente stampare; ebbi l’onore di presentarne io stesso una copia decente a quel Principe, lo stesso giorno che la Tragedia doveva rappresentarsi; ne fornii delle copie per tutto il seguito, e la sera feci dispensar gratis tutto il resto dell’edizione a tutti quelli che vi concorsero. Piacque la Tragedia al giovinetto Reale, e per segno del suo aggradimento mi fè l’onore di domandarne la replica, e di vederla una seconda volta rappresentare.

Avrei desiderato di dedicargli la mia Tragedia; ma siccome egli viaggiava sott’altro nome, non mi fu permesso di farlo, e in [p. 136 modifica]luogo di dedica, dissi nell’avviso ai Lettori, che io l’aveva fatta unicamente stampare per comodo di uno de’ maggiori Principi dell’Europa. Con qual piacere avrei parlato delle sue virtù, del suo talento e di quella dolcissima umanità, che lo distingueva? Ma se allora non potei farlo, mi soddisfeci in parte nell’occasione seguente.

Lo condussero i Cavalieri Deputati alla visita de’ quattro insigni Ospitali, ch’io ho descritti al principio del Tomo XV. Era già stato agl’Incurabili ed ai Mendicanti, ed aveva colà ammirato e goduto la Musica la più eccellente, frammischiata di qualche pezzo novello fatto apposta per lui. Doveva esser condotto verso la metà della Quaresima all’Ospitale della Pietà, e quelle giovani Virtuose desideravano di farsi onore e di sorpassare le altre, s’era possibile. L’Eccellentissimo Signor Pietro Foscarini, Procurator di San Marco, era uno de’ Governatori di quell’armonico Conservatorio, e presiedeva al Coro in quell’anno. Desiderava egli di secondare il desiderio delle Coriste, ed avrebbe voluto far qualche cosa di nuovo; ma il tempo era ristretto e la composizion della musica ne esigeva molto di più. Avea io composto per commissione del Cavaliere medesimo, e ad uso di camera delle figlie suddette, tre cantate per Musica, una a due voci, intitolata la Ninfa saggia, una a tre, Gli Amanti felici, e una a quattro, intitolata Le quattro Stagioni, poste in musica tutte tre dal Signor Gennaro d’Alessandro, Maestro di cappella e Compositore di detto Ospitale. Mi fece l’onore sua Eccellenza il Signor Procuratore di consultarmi in quell’occasione, e di domandarmi se in queste cantate, le quali avevan piaciuto, si poteva qualche cosa innestare, che riguardasse il Principe particolarmente. Chiesi tempo a rispondere; gli comunicai il giorno dopo la mia intenzione, gli piacque, ed ecco quello che ho fatto.

Nelle tre cantate suddette intervenivano nove di quelle figlie di Coro, ch’erano le principali. Feci un nuovo Componimento, intitolato le Nove Muse, e senza cambiare una nota, ne delle arie, nè de’ recitativi, feci servire la musica delle tre cantate alle parole della novella Composizione; e facendo parlare le Muse secondo [p. 137 modifica]quegli attributi, che hanno loro i Poeti accordati, mi apersi un largo campo per parlare del Principe, che vi dovea intervenire. Niuno poteva accorgersi di tal lavoro, e avrebbero tutti giurato che parole e musica, tutt’era nuovo. Il Maestro di Cappella restò stordito egli stesso, quando vide la sua Musica trasportata sopra un nuovo Soggetto, senza aversi da incomodare a cangiar la menoma cosa, trovando non solo la misura ben conservata; ma le lunghe e le brevi, e gli accenti e i respiri, e tutto finalmente a suo luogo.

Io aveva fatto altre volte un simil lavoro per mascherare qualche Aria vecchia, in grazia di qualche Cantante o di qualche Compositore; ma non l’aveva mai fatto per li recitativi, che sono ancora più difficili a trasportare. In fine la cosa riuscì a comune soddisfazione; il divertimento comparve nuovo; il Principe lo aggradì; il Pubblico lo ammirò; ed io mi confermai sempre più nel credere, che l’uomo coll’ingegno e colla pazienza fa tutto quello che vuole.

  1. Testo: sottisfare. - Ed.
  2. Testo: Sabbati. - Ed.
  3. Nel testo: Banca rotta. - Ed.
  4. Testo: Regatta. - Ed.