Michele Strogoff/Parte Prima/Capitolo VI. Fratello e sorella

Parte Prima - Capitolo VI. Fratello e sorella

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Jules Verne - Michele Strogoff (1876)
Traduzione dal francese di Anonimo
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CAPITOLO IV.

fratello e sorella.


Codeste misure, funestissime agli interessi privati, erano assolutamente giustificate dalle circostanze.

«Proibizione ad ogni suddito russo di uscire dalla provincia.» Se Ivan Ogareff era ancora nella provincia, ciò gli impediva di raggiungere Féofar-Kan, almeno senza estreme difficoltà — il che toglieva al capo tartaro un luogotenente formidabile. [p. 69 modifica]

«Ordine a tutti gli stranieri di origine asiatica di lasciar la provincia entro ventiquattr’ore;» codesto tendeva ad allontanare in massa i trafficanti venuti dall’Asia centrale e le folle di zingari che hanno, qual più qual meno, affinità colle popolazioni tartare o mongole che la fiera aveva radunato.

Tante teste, tante spie — e la loro espulsione era certamente comandata dallo stato delle cose.

Ma si comprende facilmente l’effetto di questi due colpi di folgore, che cadevano sulla città di Nijni-Novgorod, necessariamente presa di mira e colpita più d’ogni altra.

Dunque i nazionali, che dalle faccende loro erano chiamati al di là delle frontiere siberiane, più non potevano lasciar la provincia, almeno temporaneamente. Il primo articolo dell’ordinanza lo diceva chiaro e non ammetteva eccezione. Qualsiasi interesse privato doveva cancellarsi di fronte all’interesse generale.

Quanto al secondo articolo dell’ordinanza, l’ordine di espulsione che conteneva, era anch’esso senza replica, non si riferiva ad altri stranieri fuorchè a quelli di origine asiatica; ma costoro altro non avevano da fare che imballare le mercanzie e ripigliar la via che avevano percorso. Quanto a tutti quei saltimbanchi, il cui numero era grande e che avevano quasi mille verste da percorrere per giungere alla frontiera più vicina, era per essi la miseria imminente.

Perciò corse da principio contro l’insolita ordinanza un mormorio di protesta, un grido di disperazione che la presenza dei Cosacchi e degli agenti di polizia ebbe prontamente represso.

E quasi subito incominciò quello che si [p. 70 modifica]potrebbe chiamare lo sgombero della vasta pianura. Si ripiegavano le tele tese dinanzi alle bottegucce; i teatri ambulanti se ne andarono a bocconi, cessarono le danze ed i canti; tacquero le trombe dei saltimbanchi, si spensero i fuochi, si allentarono le corde degli equilibristi; ed i vecchi cavalli che spingevano i casotti ambulanti tornarono dalla scuderia agli stangoni. Agenti e soldati collo scudiscio e colla bacchetta in mano stimolavano i tardivi, e talvolta atterravano le tende prima ancora che i poveri zingari le avessero lasciate.

Evidentemente, sotto l’influenza di quelle misure, prima di sera la piazza di Nijni-Novgorod doveva essere del tutto sgombra, ed al tumulto del gran mercato doveva succedere il silenzio del deserto. E bisogna pur ripeterlo — perchè era un aggravio necessario di quelle misure — a tutti quei nomadi che il decreto di espulsione colpiva direttamente, erano anche chiuse le steppe della Siberia, onde toccherebbe loro gettarsi nel sud del mar Caspio, in Persia, in Turchia o nelle pianure del Turkestan. I posti dell’Ural e delle montagne, che formano come a dire il prolungamento di questo fiume nella frontiera russa, non avrebbero loro permesso di riposare. Era dunque un migliajo di verste che dovevano necessariamente percorrere prima di poter premere un suolo libero.

Al momento in cui la lettura dell’ordinanza era stata fatta dal mastro di polizia, Michele Strogoff fu colpito da una coincidenza che corse istintivamente nel suo spirito.

— Singolare coincidenza, pensò egli, fra questa ordinanza che caccia gli stranieri originarî dell’Asia, e le parole scambiate stanotte fra quei due [p. 71 modifica]zingari di razza tsigana. «È il padre medesimo che ci manda dove vogliamo andare!» così ha detto quel vecchio. Ma il Padre è l’imperatore! Non lo si designa altrimenti dal popolo. E come mai questi zingari potevano essi prevedere l’ordinanza fatta contro di loro? e come l’hanno conosciuta prima, e dove vogliono andare? Ecco persone sospette a cui il decreto del governatore mi sembra per altro dover essere più utile che nocivo.

Ma questa riflessione, giustissima senza dubbio, fu troncata di botto da un’altra che doveva cacciare ogni altro pensiero dallo spirito di Michele Strogoff. Dimenticò egli gli zingari, i loro discorsi sospetti, la strana coincidenza che risultava dalla pubblicazione dell’ordinanza... e ciò perchè eraglisi presentato a un tratto il ricordo della giovane livoniana.

— La povera fanciulla, esclamò egli come mal suo grado, non potrà più passare la frontiera!

Infatti la giovinetta era di Riga, vale a dire livoniana, russa, e non poteva dunque lasciar più il territorio russo. Quel permesso che gli era stato dato prima delle nuove misure, evidentemente più non valeva. Tutte le vie della Siberia le erano spietatamente chiuse, e qualunque fosse il motivo che la conducesse ad Irkutsk, le era fin d’ora vietato di recarvisi.

Questo pensiero inquietò vivamente Michele Strogoff. Egli aveva pensato vagamente dapprima, che, senza trascurar nulla di quanto da lui esigeva la sua importante missione, gli sarebbe forse facile venire in ajuto alla coraggiosa giovinetta, e quest’idea gli aveva sorriso. Conoscendo i pericoli che doveva personalmente sfidare, egli, uomo [p. 72 modifica]energico e vigoroso, in un paese le cui strade gli erano pur famigliari, non poteva disconoscere che quei pericoli sarebbero infinitamente più grandi per una fanciulla. Posto che ella si recava ad Irkutsk, dovrebbe seguire la medesima sua strada, passare in mezzo ad orde d’invasori come egli medesimo stava per tentar di fare. Se inoltre, secondo ogni probabilità, ella non aveva a sua disposizione se non i mezzi necessarî ad un viaggio intrapreso in circostanze normali, come riuscirebbe mai a compierlo nelle condizioni che gli avvenimenti dovevano rendere non solo pericolose, ma costosissime?

— Ebbene! aveva egli detto a sè stesso, posto che ella segue la via di Perm, è quasi impossibile che io non la incontri; potrò dunque vegliare sopra di lei senza che ella se ne accorga, e siccome la mi ha tutta l’aria di aver premura al par di me di giungere ad Irkutsk, non mi cagionerà alcun ritardo.

Ma un pensiero ne tira un altro. Michele Strogoff non aveva ragionato finora che nella ipotesi di una buona azione da compiere, di un servigio da rendere. Una nuova idea nacque nel suo cervello, e la quistione si presentò a lui in differente aspetto.

— Infatti, pensò, io posso aver bisogno di lei più che essa di me medesimo. La sua presenza può non essermi inutile e servirebbe a sventare ogni sospetto a mio riguardo. Nell’uomo che corre solo attraverso la steppa si può indovinare più facilmente il corriere dello czar; se al contrario questa giovinetta mi accompagna, io agli occhi di tutti apparirò meglio il Nicola Korpanoff del mio podarosna. Adunque conviene che essa mi [p. 73 modifica]


[p. 74 modifica]accompagni; dunque bisogna che ad ogni costo io la ritrovi! Non è probabile che da jeri sera abbia potuto procurarsi qualche carrozza per lasciare Nijni-Novgorod; cerchiamola e che Dio mi guidi!

Michele Strogoff lasciò la gran piazza di Nijni-Novgorod, in cui il tumulto prodotto dalla esecuzione delle misure prescritte giungeva allora al suo colmo. Recriminazioni di stranieri proscritti, grida di agenti e di Cosacchi che li trattavano brutalmente, tutto ciò formava un tumulto indescrivibile. La giovinetta che egli cercava non poteva essere lì.

Erano le nove del mattino. Lo steam-boat non partiva che al mezzodì. Michele Strogoff aveva quasi due ore da impiegare a trovar colei di cui voleva farsi la compagna di viaggio.

Attraversò di nuovo il Volga e percorse i quartieri dall’altra sponda, dove la folla era molto minore. Visitò, si può dire, via per via la città alta e la bassa. Entrò nelle chiese, rifugio naturale di tutto ciò che piange, di tutto ciò che soffre. Non incontrò in nessun luogo la giovane livoniana.

— Eppure, ripeteva egli, non può ancora aver lasciato Nijni-Novgorod. Cerchiamo sempre.

Michele Strogoff vagò così per due ore. Andava senza arrestarsi, non sentiva la stanchezza, obbediva ad un sentimento imperioso che non gli permetteva più di riflettere.

Gli venne allora in mente che la giovane non avesse forse avuto cognizione dell’ordinanza; cosa improbabile per altro, perchè un simile colpo di folgore non aveva potuto scoppiare senza essere inteso da tutti. Interessata naturalmente a conoscere le minime notizie che venivano dalla Siberia, [p. 75 modifica]come avrebbe ella potuto ignorare le misure prese dal governatore, misure che la colpivano così direttamente?

Ma infine, se essa le ignnorava, doveva venire fra qualche ora alla ripa d’imbarco, e colà qualche agente spietato le avrebbe impedito brutalmente d’imbarcarsi! Bisognava ad ogni costo che Michele Strogoff la vedesse prima e che ella potesse in grazia sua evitare quello scacco.

Ma le sue ricerche furono vane, ed egli ebbe presto perduta ogni speranza di ritrovarla.

Erano allora le undici: Michele Strogoff, benchè in ogni altra occasione ciò sarebbe stato inutile, pensò a presentare il suo podarosna agli ufficî del mastro di polizia. L’ordinanza non poteva evidentemente colpirlo, poichè il caso era preveduto per lui, ma voleva assicurarsi che nulla si opponesse alla sua uscita dalla città.

Michele Strogoff dovette dunque tornare sull’altra riva del Volga, nel quartiere ove si trovavano gli ufficî del mastro di polizia.

Colà era grande affluenza, perchè se gli stranieri avevano ordine di lasciare la provincia, non cessavano perciò di essere soggetti a certe formalità per partire. Senza queste precauzioni, qualche Russo, più o meno compromesso nel movimento tartaro, avrebbe potuto, trasvestendosi, passar la frontiera, — ciò che l’ordinanza pretendeva di impedire. In altri termini, vi si mandava via, ma bisognava anche che aveste il permesso di andarvene.

Giocolieri, zingari, tsigani, misti ai mercanti della Persia, della Turchia, dell’India, del Turkestan, della China, ingombravano dunque il cortile e la casa di polizia. [p. 76 modifica]Ciascuno s’affrettava perchè i mezzi di trasporto dovevano essere singolarmente ricercati da quella folla di persone espulse; e coloro che ci avessero a pensare troppo tardi, correvano rischio di non essere in grado di lasciar la città nel termine prescritto: cosa che gli avrebbe esposti a qualche brutale intervento degli agenti del governatore.

Michele Strogoff, lavorando di gomiti, potè attraversare il cortile; ma entrare negli ufficî e giungere fino allo scrittojo degli impiegati era cosa ben altrimenti difficile. Una parola detta all’orecchio d’un ispettore e pochi rubli dati a tempo ebbero però la forza di farlo passare.

L’agente, dopo averlo introdotto nella sala d’aspetto, andò ad avvertire un impiegato superiore.

Michele Strogoff non poteva dunque tardare ad essere in regola colla polizia e libero ne’ suoi movimenti.

Frattanto guardò intorno a sè, e che vide?

Colà, sopra una panca, abbandonata meglio che seduta, una giovinetta in preda ad una muta disperazione, benchè egli potesse appena vederne la faccia, il cui profilo soltanto si disegnava sulla muraglia.

Michele Strogoff non si era ingannato. Aveva riconosciuto la giovane livoniana.

Non conoscendo l’ordinanza del governatore, era costei venuta all’ufficio di polizia per far vidimare il suo permesso!... Naturalmente si rifiutò il visto; ella era, senza dubbio, autorizzata a recarsi ad Irkutsk, ma il decreto era formale, annullavasi qualsiasi permesso antecedente, onde le vie della Siberia le si chiudevano. [p. 77 modifica]

Michele Strogoff, felicissimo d’averla finalmente trovata, si accostò alla giovinetta.

Costei lo guardò un istante, e la sua faccia s’illuminò d’un bagliore fuggitivo vedendo il suo compagno di viaggio. Si rizzò in piedi per istinto e come un naufrago che si aggrappa ad una tavola per domandargli assistenza...

In quella l’agente toccò la spalla di Michele Strogoff.

— Il maestro di polizia vi aspetta, diss’egli.

— Bene.

E senza dire una parola a colei che tanto avea cercato alla vigilia, senza rassicurarla con un gesto che avrebbe potuto compromettere lei e sè medesimo, Michele Strogoff seguì l’agente attraverso la folla.

La giovane livoniana, vedendo sparire colui che forse era il solo che potesse venirle in ajuto, ricadde sulla panca.

Non erano scorsi tre minuti che Michele Strogoff ricompariva nella sala accompagnato dall’agente.

Teneva in mano il suo podarosna che gli faceva libere le vie della Siberia.

Si accostò egli alla giovane livoniana e porgendole la mano:

— Sorella... disse.

La giovinetta comprese. Si levò in piedi come se qualche improvvisa inspirazione non le avesse concesso di esitare.

— Sorella, ripetè Michele Strogoff, noi abbiamo il permesso di continuare il nostro viaggio ad Irkutsk; vieni tu?

— Ti seguo, fratello, rispose la fanciulla mettendo la mano in quella di Michele Strogoff; ed entrambi lasciarono la casa di polizia.