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Capitolo XXXII

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CAPITOLO XXXII

Prove, esposizione al pubblico del dramma: Le droghe d’amore. Scoperta da me fatta con sorpresa e dolore, in una parte cambiata con malizia contro la mia prima disposizione. Effetto del dramma. Mia predizione avverata. Susurri spiacevoli.

Ho detto ch’io aveva perduta ogni mia facoltá sul povero mio dramma. Mi restava soltanto un desiderio, cagionato in me dalla spiacevole noia delle chiacchiere che volavano, ch’egli entrasse in iscena, che fosse fischiato e ributtato e che fossero con la di lui morte chiusi i mantachetti delle gole affaccendatissimi in un argomento tanto puerile.

Molti giorni dopo essere state dal Sacchi, omai ridotto plenipotenziario sull’opera mia, consegnate le parti agli attori e alle attrici che dovevano rappresentare quella meschinitá, la Ricci una sera ne’ stanzini del palco scenario, affettando franchezza e premura per il suo dovere, con un atto dinotante del rincrescimento ch’io avessi sospeso da tanto tempo di andare alla sua abitazione a insegnarle le parti, trasse dalla saccoccia la parte sua di Leonora contessa di Nola, pregandomi di ascoltarla e di darle quegli avvertimenti e suggerimenti che a me paressero necessari. La sua simulata franchezza, suggerita in disperazione di causa, era assai tarda. Il colpo di perniziosa impressione sull’universale era giá fatto.

Ascoltai pazientemente dalla Ricci la parte, e quantunque la sua abilitá non avesse gran bisogno di avvertimenti e di correzioni, non mancai di darle i ricordi opportuni sopra alcune azioni ed alcuni sensi.

Molti altri giorni dopo fui pregato dalla comica compagnia ad intervenire alla prova della commedia. V’andai con poco buon animo, ma per una condiscendenza in me facile e per una consuetudine. [p. 54 modifica]

Trovai la novitá che la parte del don Adone cugino del duca di Salerno, ch’io aveva disposta per il comico Luigi Benedetti romano, era stata consegnata al comico Giovanni Vitalba e che la parte di certo don Alessandro gran cancelliere del duca, ch’io aveva disposta per il Vitalba, era stata assegnata al Benedetti, senza nemmeno farmi parola sopra un tal cambiamento. Puossi vedere nel mio originale innocente, ch’è il medesimo licenziato alla pubblica revisione e ch’è appresso di me, la disposizione delle parti di mio pugno registrata.

Io sono uno di que’ spiriti pacifici che non fanno gran caso degli arbitri che si prendono i comici sulle opere che scrivono e donano o vendono per il teatro. Ho sempre avuto pochissimo affetto alle sceniche composizioni ch’io scrissi per capriccio e donai, per l’unica compiacenza di divertire con della allegra ma sana morale i miei compatrioti e di proccurare dell’utile a delle povere genti che formavano in que’ tempi la mia conversazione. Ho vedute moltissime teatrali opere mie esposte negli anni susseguenti al primo anno in cui furono prodotte, mutilate, difformate e guaste dalla comica virtú senza la menoma ricerca del mio consentimento, né mi sono mai disturbato o degnato di far sopra un tale arbitrio un picciolo cenno di lagnanza.

Chiesi tuttavia ad alcuni de’ comici ragione di quel baratto, i quali mi protestarono di non saper altro se non che il Sacchi aveva consegnate le parti disposte in quel modo ch’io vedeva.

Chiesi ragione al Sacchi ed egli mi rispose che essendo la parte di quel don Alessandro, di carattere d’un geloso furente, molto comica e teatrale, egli s’era preso la libertá, contro la mia disposizione, di darla al Benedetti come ad attore di maggior fuoco del Vitalba, persona fredda, con sicurezza che il Benedetti avrebbe sostenuto quel carattere molto bene e tenuta allegra una gran parte della commedia.

Per dire il vero parvemi ch’egli non riflettesse male, e fu per avventura il mio temperamento non mai disposto a inquietarsi per frivolezze che non mi lasciò nemmeno sognare che in quel baratto di parte ci fosse una serpe velenosa e schifa celata. [p. 55 modifica]Ella v’era, e alimentata da’ possenti nimici del Gratarol, all’udito de’ quali erano forse giunte le di lui incaute biliose detrazioni. M’avvidi di quella esosa serpe soltanto alla prima rappresentazione in cui ella mi si affacciò agli occhi improvvisamente, come dirò. Che non può il desiderio di vendetta in alcuni animi e che non può la cieca e lorda brama di lucro ne’ commedianti! Solo obbligato dal confessore perdonerei a coloro che mi giudicassero capace di questi due sentimenti.

Alla seconda prova del dramma la Ricci mi chiese come alla sfuggita s’io sapessi il perché fosse avvenuto il cambio della parte ch’era destinata al Benedetti. Le risposi d’aver chiesta ragione di ciò anch’io al Sacchi e che m’aveva risposto la tale e tal ragione. Aggiunsi: — Vi prego a non chiedermi piú nulla sul proposito di questo maledetto dramma che non è piú mio, sopra cui non ho piú nessuna facoltá, che si rappresenta a mio dispetto, del quale sono fracidissimo e che non vedo l’ora ch’egli sia cacciato nel fondo degli abissi, la qual cosa non dovrebbe mancare.

La Ricci tacque. Forse ella aveva degl’indizi ch’io non aveva e che tenne occulti, giudicandomi col suo mal animo verso di me di consenso negli apparati secreti, indiscreti e inonesti che si macchinavano, tenuti a me impenetrabili. Credei la dimanda di quella femmina una semplice donnesca curiositá superfiziale e rimasi nella mia buona fede ignorante.

Finalmente quel dramma, divenuto pallone scherzo delle altrui volontá e argomento di tutti i veneti favellari, entrò in iscena nel teatro detto di San Salvatore a di dieci di gennaio dell’anno 1776, vale a dire, sul metodo veneto, dell’anno 1777.

Da quanto ho sin ora con candidezza narrato, il mio lettore, se però avrò lettori, avrá compreso che quella sciagurata opera mi fu strappata da delle seccantissime circuizioni, ch’io non fui giammai persuaso di darla al pubblico per la sua immensa lunghezza e languidezza, che feci quanto il mio istinto non aspro può fare per negarla alla comica compagnia, che appena avvedutomi della inaspettata maligna intenzione della comica Ricci aveva sospesa la produzione, che i movimenti intempestivi e mal [p. 56 modifica]consigliati del Gratarol avvelenato da un’attrice, i passi inonesti e venali del Sacchi, i puntigli e infine i rispettabili tribunali avevano rovesciato ogni mia pacifica profetica buona volontá, spogliatomi di qualunque padronanza sull’infelice mio parto donato e troncati tutti i miei uffizi urbani per sopprimere almen in quell’anno la esposizione del mio aborto.

Entrai quella sera nel teatro potendo appena a gran fatica aprire il torrente delle persone affollatissime all’uscio. Vidi il vasto teatro empiuto e calcato in un modo che non ha esempio. Il fragore del popolo da piú di tre ore concorso per occupare i sedili metteva spavento. Mi si disse che le chiavi de’ palchetti erano state comperate ad un prezzo sterminato.

Tutto ciò averebbe gonfiata di vanagloria la umanitá d’un altro scrittore. La mia umanitá rimase estremamente rattristata, riconfermandosi sul tristo effetto d’una illusione giá stabilita e da me pronosticata. Per mio delirio e per sciagura del Gratarol v’era in apparecchio anche quel piú ch’io non poteva sapere.

Con la necessitá di molto spingere per le genti che occupavano sino il passaggio degli anditi interni e stavano in quelli murate senza sapere che si facessero o che volessero, potei penetrare e salire per un momento sul palco scenario. Lo trovai imbrogliato da molte maschere supplichevoli d’aver un asilo per qualche modo.

— Che diavolo è questo insolito concorso? — diss’io ad alcuni degli attori e con un poco di calore in me non consueto.

La Ricci sola mi rispose con dell’impeto le seguenti e precise parole: — Oh bella! La cittá è tutta piena che questa commedia sia una satira particolare.

Mi volsi a lei con della nausea dicendo: — Signora, è piú d’un anno ch’Ella sa che l’opera mia non è una satira particolare. Io m’attengo a’ generali e non fo satire particolari. Se a questi giorni de’ lordi uffizi diabolici, delle folli imprudenze, de’ passi falsi e degli inopportuni puntigli averanno fatto divenire la mia commedia una satira particolare, la colpa non sará mia. — Ella tacque abbassando gli occhi, ed io le volsi le spalle, discesi dal palco e m’avviai ad un palchetto che aveva nel terzo ordine del teatro. [p. 57 modifica]

Salendo la prima scala vidi la sfortunata moglie del Gratarol che mi precedeva, e udii che con una chiassata allegra ella diceva a certi signori co’ quali s’era incontra: — Ho voluto venir a vedere mio marito sulla scena. — Le parole di quella infelice abbandonata spiegarono abbastanza la fama che correva e un’illusione apparecchiata.

Non saprei dire la causa d’una esultanza generale che spirava per il teatro, né perché sino una moglie fosse persuasa di vedere il marito esposto alle pubbliche risa e fosse venuta per vederlo con esultanza.

Posso riflettere soltanto che in un secolo abbandonato alle leggerezze e alle voluttá di Citera, una infinitá di femmine sedotte e piantate, una infinitá di rivali sopraffatti, una infinitá di mariti gelosi e non in tutto filosofi moderni, e delle mogli abbandonate da’ mariti e desolate formano un complesso di spettatori pericoloso in una circostanza com’era quella della commedia: Le droghe d’amore.

Entrai nel mio palchetto, dove il Sacchi che quella sera non recitava, venne a trovarmi.

Giurerei che contro al mio naturale sempre risibile io era la piú conturbata persona che fosse in quel vasto ricinto. Tutti coloro che mi conoscono e m’hanno veduto essere indifferente e ridere tutte le molte sere ch’io esposi al pubblico le nuove sceniche favole mie, sanno che la cagione del turbamento del mio spirito quella sera non era cagionato dal dubbio dell’incontro felice o infelice d’una composizione ch’io m’era ridotto ad abborrire.

Girai coll’occhio il circolo del teatro affollatissimo d’un bulicame e non mai piú per tal modo calcato.

Scòrsi in un palchetto il Gratarol, che fuori di tempo e assai tardi s’era immaginato di venire a far il Socrate con una bellezza muliebre a canto. La mia previsione mi fece tremar per lui.

Alzato il sipario e cominciata la rappresentazione, vidi gli attori recitare l’opera ottimamente secondo la maniera italiana, né posso per giustizia accusare la Ricci che non abbia usata [p. 58 modifica]tutta l’accuratezza nel rappresentare la parte sua di Leonora contessa di Nola, però con alquanta di quella affettazione che aveva adottata, ma che non disdiceva col carattere d’una capricciosa bizzarra.

Tutti i caratteri da me posti in assetto trovavano sul pubblico que’ vantaggi, quegli applausi e quell’allegro divertimento ch’io non m’aspettava; e dovei confessare che la parte data dal Sacchi a Luigi Benedetti romano, contro la mia disposizione, di don Alessandro geloso furente, era perfettamente appoggiata. Si rideva, si applaudiva, il dramma piaceva come una delle solite mie critiche generali sui costumi, sui caratteri e sui cuori degli uomini e delle femmine, e il tristo preludio ch’io aveva fatto scompariva.

Alla sedicesima scena dell’atto primo, ch’è la penultima di quell’atto, usci il don Adone cugino del duca.

Al presentarsi di quel personaggio, la parte di cui era stata appoggiata al comico Vitalba col baratto sopraddetto, m’avvidi tosto della serpe che mi s’era tenuta occulta con una malizia impenetrabile e ch’io non averei mai potuto né sospettare né immaginare.

Ecco il fondamento d’un diabolico manupolio concertato, di cui non posso accusare che la comica abborribile venalitá favorita

manupolio che legato alle anteriori disseminazioni e con un’illusione anticipatamente fissata da’ passi sconsigliati del Gratarol, ha dato corpo solido a ciò che non era nemmeno un’ombra.

Il comico Vitalba, buon uomo ma cattivo attore, per sua sciagura aveva i capelli tendenti al biondo come quelli del Gratarol e la sua statura era poco piú poco meno consimile. Da ciò nacque il traditore artifizio del baratto di parte.

Ma piú. La pettinatura di quell’attore era affettatamente imitata da quella del detto signore. Il colore de’ vestiti, il taglio, i ricami e l’attillatura erano pure imitati. E peggio. Quel comico, per se stesso persona da bene ed onesta, era stato ammaestrato non so da chi, forse con di lui cecitá, ne’ gesti, ne’ passi marcati del Gratarol; per modo che quantunque io non [p. 59 modifica]abbia giammai avuta la menoma inurbana mira di porre il Gratarol in sulla scena, devo dire con mio dolore: il Gratarol si è posto e fu posto in iscena nella mia commedia: Le droghe d’amore.

Presentatosi appena in sul palco quel personaggio, un enorme applauso e un’universale picchiata di palme che andò alle stelle m’avvertirono abbastanza che le anteriori prevenzioni avevano stabilita un’illusione perfetta e che con l’indegno soccorso d’acconciatura, di vestiti, di gesti e di passi insegnati all’attore, era presentato agli occhi de’ spettatori in carne ed in ossa il Gratarol.

Se quanto ho prima narrato colla voce della candida veritá non difende la mia innocenza su questo proposito da me abbonito, altro non mi rimane che il commettermi alle lingue delle oneste persone informate e che mi conoscono alienissimo dal tener mano a tali disusate, inurbane, anzi abbominevoli azioni, sapendo ben io che non siamo ne’ tempi dell’antica repubblica d’Atene né dell’audace comico scrittore Aristofane.

Averei bramato in quel punto che il comico Vitalba riscuotesse, non riguardo a quel buon uomo ma riguardo al nero artifizio tramato, le urla che si meritava piuttosto che applausi.

La generalitá delle unanimi acclamazioni mi fecero compiangere il Gratarol come un uomo poco amato e meno considerato di ciò che per avventura egli si considerava.

Nel vedere il personaggio in quell’apparecchio mi rovesciai all’indietro con del dispetto, dicendo con impeto al Sacchi ch’era nel palchetto giulivo: — Che figura è quella? Ora trovo la vera ragione dell’arbitrio della parte cambiata. Quanto vedo mi duole e mi penetra sino all’anima. Questo è un troppo abusare della mia sofferenza e condiscendenza. Domani il dramma ragionevolmente vi sará sospeso. Lo desidero, e solo m’increscerá che venga addotta da’ pubblici parlari una falsa causa di tal sospensione a pregiudizio mio.

Quel capocomico mi rispose con un sangue freddissimo: — Temo anch’io una sospensione per mio danno, essendo la faccenda molto bene avviata contro il suo svantaggioso preludio. [p. 60 modifica]

Arrabbiai contro al mio istinto; ma vedendo inutili le doglianze serie con un comico solo sensibile alla venalitá e che tentava di farmi ridere d’un proposito che a me tanto doleva, mi costrinsi e m’occupai ad osservare la rappresentazione fremendo e sperando prima della metá di quella lungaggine tanti sbadigli e tante fischiate che non ci fosse bisogno d’altre sospensioni.

Tuttavia la contessa di Nola co’ suoi puntigli, le sue stravaganze, le sue bizzarie; la marchesa di Taranto con la sua flemma e le sue finte semplicitá; Alessandro gran cancelliere colle sue infuocate gelosie; don Carlo amico del duca colle sue critiche pungenti, sincere e morali; il duca colle sue titubanze tra l’amore e l’amicizia; Garbo cameriere del duca, imbrogliato ne’ capricci delle femmine, colle sue facezie satiriche; Lisa damigella della contessa di Nola colle sue zelanti prediche alla padrona, divertivano: ma veramente il personaggio del don Adone, piú freddo episodio degli altri, ad ogni sua uscita cagionava una procella di acclamazioni con mio estremo rammarico.

Tale fu l’esito di quel dramma la prima sera della sua produzione sino alla metá del terzo ed ultimo atto, dopo la qual metá il don Adone non ha piú che poco o nulla di parte.

Non era ancora estinta in me la speranza delle provvide fischiate. Un’opera teatrale d’una lunghezza esterminata, d’un intreccio strano, di poco interesse, niente popolare, con un teatro pieno per la metá di basso popolo in quella stagione, sostenuta da’ soli dialoghi, da’ sali, dalla critica sul costume, e sia detto con mia pace, tediosa e cattiva, non doveva essere sostenibile nemmeno sino a quel punto; ed è cosa certa che i puntelli suoi furono le illusioni anteriormente apparecchiate, le allusioni stiracchiate in sul fatto da’ spettatori sui personaggi, e specialmente sul personaggio del don Adone con lorda comica insidia abbigliato, pettinato e ammaestrato.

Fu maraviglia che presso a duemila persone entrate a pressarsi in un bariglione due ore e piú prima del cominciare la commedia, sofferto ch’ebbero quasi sett’ore d’affannoso disagio, [p. 61 modifica]spezialmente nella platea calcatissima, tardassero a impazientarsi sino alla metá dell’ultimo atto; né è da stupire che molti nella platea, maschi e femmine, cacciati dalla stanchezza, dal caldo, dal tedio e forse da delle necessitá naturali, cercando inudl mente d’uscire dal teatro, urtassero, risvegliassero de’ contrasti, de’ tumulti ed un romorio che impedisse l’udire e disturbasse il resto de’ spettatori pazienti.

Non è pure nemmeno incredibile che i partigiani degli altri teatri, sempre pronti e mal disposti emissari alle prime rappresentazioni d’opere nuove, accrescessero il fragore lor favorevole; e che alcuni discreti, ragionevoli, d’animo ben costrutto e sensibile, nauseati alla vista di ciò ch’io fui e sono il primo a condannare, non appoggiassero al tumulto suscitato, per troncare la riproduzione e le repliche di quella commedia.

I riflessi miei non servano a far credere ch’io voglia difendere come buona un’opera da me prima di tutti sprezzata e considerata intimamente cattiva. Ella tale sará trovata nella pubblicazione a stampa ch’io farò d’essa unita a queste Memorie, a solo fine di far conoscere che soltanto un cervello acceso, inconsiderato e violente, per una troppo facile credulitá, colle sue mosse imprudenti, le sue collere senza argomento e le sue detrazioni pericolose, poteva farla degenerare in una satira personale.

Molte opere sceniche cattive hanno spesso un buon evento nel teatro. Per la stessa ragione le mie Droghe d’amore potevano averlo; ma veramente mal mio grado, con dolore ed a forza devo confessare che della irruzione cagionata da quelle non dovrei aver l’obbligo che alle imprudenze del signor Gratarol, suscitate in lui dalla leggerezza maligna d’un’attrice per dare a me un dispiacere e senza riflettere alla sciagura che cagionava al di lei amico. Avemmo tutti due una grandissima dose io di dispiaceri egli di sciagure, ma sempre per le interminabili imprudenze del di lui cervello infiammato, delirante, iracondo e in vero commiserabile.

II dramma terminò quella prima sera tra il susurro procelloso d’urla, di fischi e d’acclamazioni, ma non inteso e precipitato [p. 62 modifica]da’ comici sbalorditi dallo strepito dalla metá dell’ultimo atto sino alla fine.

Parvemi d’essere sollevato da un peso insopportabile, e considerando con vera persuasione per tutte le mie viste che quel mostro non dovesse piú essere riprodotto in sul teatro, mi volsi al Sacchi dicendo: — De’ turpi apparecchi meritavano questa punizione. Vi sarete finalmente avveduto della veritá del mio pronostico. — Oibò! — risposagli. — Il dramma piacque assai sino presso al fine, a tal segno ch’io sono certo che la gran piena, la impertinenza e la estrema lunghezza sieno state le sole cause di questa finale stravaganza. — Ciò detto, senza attendere da me altre parole, tutto riscaldato uscí dal palchetto, piantandomi senza dirmi nemmeno buona notte.

Me ne andai cheto alla mia abitazione colla sicurezza che quella commedia o per parere de’ comici o per un precetto da obbedirsi non dovesse piú ricomparire sulle scene. Il mio pensiero non era che l’inganno d’una mia confortatrice lusinga.