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Meditazioni sull'Italia/Prima parte/I

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Prima parte Prima parte - II
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I


Della tragica grandezza d’Italia


I.


VOLONTA’ DI MORTE

La nostra civiltà è cosí dura, che tollera soltanto un’inumana grandezza. Si ignorano le moltitudini di uomini geniali morti in silenzio.


Non c’è spettacolo in Italia, che mi stupisca più che la dolcezza di tutte le cose visibili. Una luce viola tinge le città di marmo, che spesse mura rivestite d’edera chiudono sulle vette delle colline. Quando non sorgono sull’orizzonte di una pianura selvaggia, quando non si cingono di oliveti come dee nascenti dalle spume marine, queste capitali abbandonate dai Re deposti o dai patrizi impoveriti, rispecchiano nelle acque delle lagune le memorie della loro antica magnificenza.


  • Questo studio sull’Italia noi abbiamo trovato tra le carte manoscritte di Leo. Ma dall’articolo di Samuel Putnam che riproduciamo fra i giudizi risulta che fu scritto nel ’29 per una rivista americana. — N. degli editori. [p. 4 modifica]

Le donne sono belle, sorridenti e gravi. Il mare stesso sembra offrire alla penisola, per incorniciarla, non so che sogno di lontananza. Ma è certo stabilito dal Destino che gli uomini scontino con delle pene invisibili la voluttà di vivere in un paese fatto di preziose apparenze. Anche per i pochi che lo conoscono è difficile capire come tanti monumenti siano stati eretti da quelli che vorrei chiamare i capimastri delle rovine.

Lo splendore, il vigore stesso dell’Italia si fondano sopra una contraddizione: la vita che nasce da una volontà di morte. Questa aura mortale non appare tanto nelle rovine, nelle colonne tronche, in quelle testimonianze dei secoli che il sole e la pioggia riducono lentamente in polvere, quanto in tutti i monumenti rispettati dal tempo: nella Divina Commedia, nella cupola di Santa Maria del Fiore, miracolosamente sfuggite alla stretta mortale del paese che se ne gloria. Il segreto dell’Italia, che gli stranieri non possono leggere negli occhi ridenti dei mendicanti accovacciati sui ponti, è la lotta mortale tra il popolo e le aristocrazie; la massa cerca d’istinto di distruggere l’élite e la civiltà dell’Italia nasce da questa collisione, come la scintilla sprizza dal cozzo di due pietre.

Non ho citato a caso la Divina Commedia e la cupola di Santa Maria del Fiore, due dei monumenti più belli della più bella, della più feconda e della più velenosa fra le città italiane. [p. 5 modifica]

Alle sublimi invettive della Divina Commedia, Dante fu spinto dalla forza stessa della collera e del sentimento della giustizia ferita: il poema è l’opera dell’Italia, che riuscí a farsi detestare cosí meravigliosamente. Ricevendo il Purgatorio, Giovanni del Virgilio invitó Dante a riscattare il tempo perduto in giochi volgari, con delle egloghe nella maniera di Virgilio. L’Italia esiliava il poeta e respingeva il poema.

E se l’uomo è stato condannato a morte, forse che il poeta è stato riconosciuto? E’ questo un punto che i biografi di Dante han trascurato di studiare.

Nella sua vita di Brunelleschi, Vasari ha colto e dipinto uno dei momenti in cui la volontà di morte degli italiani si è smascherato pubblicamente. Che segreto rancore, che misterioso istinto di distruzione spinge la giuria fiorentina a scartare il progetto del Brunelleschi? Il cupolone fu innalzato tra il dispetto dei committenti e le sommosse degli operai.

Brunelleschi era il solo che sapesse costruire una cupola. Aveva immaginato di dividerla in quarti, che il peso stesso del lucernaio avrebbe assicurati. Ma la semplicità della sua idea provoca la diffidenza e vale a Brunelleschi tutte le tirate sarcastiche in cui eccellono i fiorentini; quando lo scacco degli altri architetti obbliga i giudici ad esaminare i suoi disegni e ad affidargli l’impresa, gli operai si ribellano. Fino all’ultimo momento nessuno ha fiducia in lui! [p. 6 modifica]

Nel suo necrologio degli intellettuali italiani Quinet elenca:


Dante — due volte condannato a morte, la sua casa rasa al suolo.


Arnaldo da Brescia — arso vivo.


Giovanni da Padova — bruciato vivo.


Platina e gli Accademici di Roma — messi alla tortura.


Machiavelli — messo alla tortura.


Spinola — affogato.


Bonfadio, autore degli Annali di Genova — decapitato e bruciato.


Collenuccio — strangolato.


Tibertus — decapitato.


Carnesecchi — bruciato vivo.


Paleario — bruciato vivo.


Montalcino — strozzato.


Dominis — bruciato vivo.


Giordano Bruno — bruciato vivo.


Campanella — sette volte sottoposto alla tortura e imprigionato per 27 anni.


Sarpi — pugnalato.


Vannini — la lingua strappata e bruciato vivo.


Berni — avvelenato.


Tasso — rinchiuso per sette anni come pazzo.


Galileo — messo alla tortura e imprigionato a perpetuità.


Pallavicini — decapitato.


Giannone — vent’anni carcerato. [p. 7 modifica]Tenevelli — fucilato.


Pagano — impiccato.


Conforti — fucilato.

E il seguito si può leggere nelle «Mie prigioni» di Silvio Pellico.

La nostra civiltà è cosí dura, che tollera soltanto un’inumana grandezza. Si ignorano le moltitudini di uomini geniali morti in silenzio — di cui è svanito il ricordo e scomparsa l’ombra. Più spesso, gli uomini grandi si rimpiccioliscono per non offendere.

La storia di un popolo come il nostro è popolata di massacri, di assassinii, di soffocamenti, di mutilazioni sconosciute: sforzi grandiosi, inutili e dimenticati.

Il destino delle «élites» greche non è stato più fortunato.

In Atene: il roseo Partenone rammenta ancora la fuga e l’assassinio di Fidia; una caverna in cui i ragazzi si rifugiano quando giuocano a nascondersi, l’esecuzione di Socrate; la collina di Pnyx, le ombre degli esuli e l’arguzia d’una nazione che usava la ricchezza della sua lingua nello stesso tempo a cantar la luce del sole e a redigere con eleganza sentenze di morte.

Ma forse peggiore che il tempo in cui l’Italia si solleva tutta contro i propri grandi è il tempo in cui li abbandona e diviene come invisibile. In questi momenti di angoscioso silenzio, in cui tra popolo e aristocrazia non c’è più lotta ma [p. 8 modifica]ignoranza reciproca, i libri sono senza lettori, i teatri senza pubblico, le botteghe senza clienti, i capi senza partigiani e tutti gli uomini indifferenti a tutto quello che è per ognuno di loro la principale ragione di vivere. Allora anche «l’élite» più forte rinuncia al suo compito, il paese è simile a una campagna sotto la neve, nei giorni in cui il sole è coperto da nubi: le ombre sembrano sparire e i rumori spegnersi.

Come spiegare che i due più grandi cicli della storia, la Roma pagana e la Roma cattolica, si siano sviluppati in un paese occupato senza posa a distruggere le proprie classi superiori? Che i greci al IV e al V secolo abbiano gettato le basi della nostra civiltà e le abbian preservate durante dieci secoli a Bisanzio?

Gli è che tra gli elleni come tra gli italiani, come tra tutti i popoli accaniti contro la vita, i grandi uomini possono acquistare una sovrumana grandezza. Si può dire che l’Italia e la Grecia soltanto abbiano visto nascere gli eroi che hanno lottato senza sperare. Dante e Socrate, Machiavelli e Temistocle non ignoravano la sorte che li attendeva. Osservatori acuti, essi ne avevan certo veduto l’immagine nella storia. Ma questi uomini, che l’ingiustizia e lo spettacolo del male parevano purificare e render aspri, hanno affrontato i pericoli e la morte sotto l’assillo d’un imperativo categorico della coscienza; poiché la speranza d’una ricompensa: gratitudine, rispetto, ammirazione, non poteva balenare in Italia e in [p. 9 modifica]Grecia che alla mente dei ciechi e degli stolidi. Per quanto disprezzassero i popoli a cui consacravano la loro vita, questo pessimismo teorico non li distoglieva dall’affrontare sdegnosi il «martirio». — Quando si studiano le lettere o le note degli apostoli e dei Santi, si trova quasi sempre il presentimento dell’ingratitudine e le prove d’una contraddizione tra la loro attività e il disgusto per tutto quello che li attrista e dovrebbe paralizzarli.

In alcuni spiriti sovrumani questa lotta contro tutti agisce come un vero stimolo. Socrate prima di morire ha pronunciato le più ispirate parole della sua vita e Dante non avrebbe scritta la Divina CommediaMachiavelli il suo Principe e il suo Discorso se non fossero stati cacciati da Firenze.

A notare che c’è non so quale feroce gaiezza nei paesi in cui ogni generazione demolisce quello che la generazione precedente ha edificato, ogni uomo distrugge l’opera di tutti gli altri, e in cui le tradizioni non possono mettere un freno, nè opporre un ostacolo all’impetuosità di quelli che concepiscono idee nuove.

Ricche in progetti le nuove generazioni trovano davanti a sè un terreno sempre pronto. L’inizio di ogni carriera è tanto più facile perchè i vecchi stessi, non contenti di porsi ostacoli a vicenda, si servono dei giovani per ammazzarsi l’un l’altro. E’ solo dopo il primo successo che il paese intero sembra provar rimorso dei propri applausi e si affretta a gridar abbasso all’uomo che aveva poco prima acclamato.