Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Simone Mosca

Simone Mosca

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Iacopo da Puntormo Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Girolamo e Bartolomeo Genga e Giovambattista San Marino genero di Girolamo IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Iacopo da Puntormo Girolamo e Bartolomeo Genga e Giovambattista San Marino genero di Girolamo

VITA DI SIMONE MOSCA SCULTORE ET ARCHITETTO

Dagli scultori antichi greci e romani in qua, niuno intagliatore moderno ha paragonato l’opere belle e difficili che essi feciono nelle base, capitegli, fregiature, cornici, festoni, trofei, maschere, candellieri, uccelli, grottesche o altro corniciame intagliato, salvo che Simone Mosca da Settignano, il quale ne’ tempi nostri ha operato in questa sorte di lavori talmente, che egli ha fatto conoscere con l’ingegno e virtù sua che la diligenza, e studio degl’intagliatori moderni, stati innanzi a lui, non aveva insino a lui saputo imitare il buono dei detti antichi, né preso il buon modo negl’intagli. Conciò sia che l’opere loro tengono del secco et il girare de’ loro fogliami dello spinoso e del crudo, là dove gli ha fatti egli con gagliardezza et abondanti e ricchi di nuovi andari con foglie in varie maniere intagliate, con belle intaccature e con i più bei semi, fiori e vilucchi che si possano vedere, senza gl’uccegli che in fra i festoni e fogliame ha saputo graziosamente in varie guise intagliare. In tanto che si può dire che Simone solo (sia detto con pace degl’altri) abbia saputo cavar del marmo quella durezza che suol dar l’arte spesse volte alle sculture, e ridotte le sue cose con l’oprare dello scarpello a tal termine, ch’elle paiono palpabili e vere; et il medesimo si dice delle cornici et altri somiglianti lavori da lui condotti con bellissima grazia e giudizio. Costui avendo nella sua fanciullezza atteso al disegno con molto frutto e poi fattosi pratico nell’intagliare, fu da maestro Antonio da San Gallo, il quale conobbe l’ingegno e buono spirito di lui, condotto a Roma, dove e’ gli fece fare, per le prime opere, alcuni capitegli e base e qualche fregio di fogliami, per la chiesa di San Giovanni de’ Fiorentini, et alcuni lavori per lo palazzo d’Alessandro, primo cardinal Farnese. Attendendo in tanto Simone, e massimamente i giorni delle feste e quando poteva rubar tempo, a disegnare le cose antiche di quella città, non passò molto che disegnava e faceva piante con più grazia e nettezza che non faceva Antonio stesso; di maniera che, datosi tutto a studiare disegnando i fogliami della maniera antica et a girare gagliardo le foglie et a traforare le cose per condurle a perfezzione, togliendo dalle cose migliori il migliore, e da chi una cosa e da chi un’altra, fece in pochi anni una bella composizione di maniera e tanto universale, che faceva poi bene ogni cosa et insieme e da per sé, come si vede in alcun’armi che dovevano andare nella detta chiesa di San Giovanni in strada Giulia. In una delle quali armi facendo un giglio grande, antica insegna del comune di Firenze, gli fece addosso alcuni girari di foglie con vilucchi e semi così ben fatti, che fece stupefare ognuno. Né passò molto che, guidando Antonio da San Gallo per Messer Agnolo Cesis l’ornamento di marmo d’una cappella e sepoltura di lui e di sua famiglia, che fu murata poi l’anno 1550 nella chiesa di Santa Maria della Pace, fece fare parte d’alcuni pilastri e zoccoli pieni di fregiature che andavano in quell’opera a Simone, il quale gli condusse sì bene e sì begli, che senza ch’io dica quali sono, si fanno conoscere alla grazia e perfezzione loro in fra gl’altri. Né è possibile veder più belli e capricciosi altari da fare sacrifizii all’usanza antica di quelli che costui fece nel basamento di quell’opera. Dopo, il medesimo San Gallo, che facea condurre nel chiostro di San Pietro in Vincola la bocca di quel pozzo, fece fare al Mosca le sponde con alcuni mascheroni bellissimi. Non molto dopo, essendo una state tornato a Firenze et avendo buon nome fra gl’artefici, Baccio Bandinelli che faceva l’Orfeo di marmo, che fu posto nel cortile del palazzo de’ Medici, fatta condurre la basa di quell’opera da Benedetto da Rovezzano, fece condurre a Simone i festoni et altri intagli bellissimi che vi sono, ancor che un festone vi sia imperfetto e solamente gradinato. Avendo poi fatto molte cose di macigno, delle quali non accade far memoria, disegnava tornare a Roma, ma seguendo in quel mentre il Sacco non andò altrimenti, ma preso donna, si stava a Firenze con poche faccende, perché, avendo bisogno d’aiutare la famiglia e non avendo entrate, si andava trattenendo con ogni cosa. Capitando adunque in que’ giorni a Fiorenza Pietro di Subisso, maestro di scarpello aretino, il quale teneva di continuo sotto di sé buon numero di lavoranti, però che tutte le fabriche d’Arezzo passavano per le sue mani, condusse fra molti altri Simone in Arezzo, dove gli diede a fare per la casa degl’eredi di Pellegrino da Fossombrone, cittadino aretino, la qual casa avea già fatta fare Messer Piero Geri, astrologo eccellente, col disegno d’Andrea Sansovino, e dai nepoti era stata venduta, per una sala un camino di macigno et un acquaio di non molta spesa. Messovi dunque mano e cominciato Simone il cammino lo pose sopra due pilastri, facendo due nicchie nella grossezza di verso il fuoco e mettendo sopra i detti pilastri architrave, fregio e cornicione et un frontone di sopra con festoni e con l’arme di quella famiglia. E così continuando, lo condusse con tanti e sì diversi intagli e sottile magistero, che ancor che quell’opera fusse di macigno, diventò nelle sue mani più bella che se fusse di marmo e più stupenda, il che gli venne anco fatto più agevolmente, però che quella pietra non è tanto dura quanto il marmo e più tosto renosiccia che no. Mettendo dunque in questo lavoro un’estrema diligenza, condusse ne’ pilastri alcuni trofei, di mezzo tondo e basso rilievo, più belli e più bizzarri che si possano fare; con celate, calzari, targhe, turcassi et altre diverse armadure; vi fece similmente maschere, mostri marini et altre graziose fantasie, tutte in modo ritratte e traforate, che paiono d’argento. Il fregio poi, che è fra l’architrave et il cornicione, fece con un bellissimo girare di fogliami, tutto traforato e pien d’uccelli, tanto ben fatti, che paiano in aria volanti, onde è cosa maravigliosa vedere le piccole gambe di quelli, non maggiori del naturale, essere tutte tonde e staccate dalla pietra, in modo che pare impossibile. E nel vero, quest’opera pare più tosto miracolo che artifizio. Vi fece oltre ciò in un festone alcune foglie e frutte, così spiccate e fatte con tanta diligenza sottili, che vincono in un certo modo le naturali. Il fine poi di quest’opera sono alcune mascherone e candellieri veramente bellissimi; e se bene non dovea Simone in un’opera simile mettere tanto studio, dovendone essere scarsamente pagato da coloro che molto non potevano, nondimeno, tirato dall’amore che portava all’arte e dal piacere che si ha in bene operando, volle così fare; ma non fece già il medesimo nell’acquaio de’ medesimi, però che lo fece assai bello, ma ordinario. Nel medesimo tempo aiutò fare a Piero di Sobisso, che molto non sapea, molti disegni di fabriche, di piante di case, porte, finestre et altre cose attenenti a quel mestiero. In sulla cantonata degl’Albergotti, sotto la scuola e studio del comune, è una finestra fatta col disegno di costui assai bella. Et in Pelliceria ne son due nella casa di ser Bernardino Serragli, et in sulla cantonata del palazzo de’ Priori è di mano del medesimo un’arme grande di macigno di papa Clemente Settimo. Fu condotta ancora di suo ordine e parte da lui medesimo una cappella di macigno d’ordine corinto, per Bernardino di Cristofano da Giuovi, che fu posta nella Badia di Santa Fiore, monasterio assai bello in Arezzo di monaci Neri. In questa cappella voleva il padrone far fare la tavola ad Andrea del Sarto e poi al Rosso, ma non gli venne fatto perché, quando da una cosa e quando da altra impediti, non lo poterono servire. Finalmente voltosi a Giorgio Vasari ebbe anco con esso lui delle difficultà e si durò fatica a trovar modo che la cosa si accomodasse. Perciò che, essendo quella cappella intitolata in San Iacopo et in San Cristofani, vi voleva colui la Nostra Donna col Figliuolo in collo e poi al San Cristofano gigante un altro Cristo piccolo sopra la spalla, la quale cosa, oltre che parea mostruosa, non si poteva accomodare né fare un gigante di sei in una tavola di quattro braccia. Giorgio adunque, disideroso di servire Bernardino, gli fece un disegno di questa maniera: pose sopra le nuvole la Nostra Donna con un sole dietro le spalle et in terra fece San Cristofano ginocchioni, con una gamba nell’acqua da uno de’ lati della tavola, e l’altra in atto di moverla per rizzarsi, mentre la Nostra Donna gli pone sopra le spalle Cristo fanciullo con la palla del mondo in mano; nel resto della tavola poi aveva da essere accomodato in modo San Iacopo e gl’altri Santi, che non si sarebbono dati noia. Il quale disegno piacendo a Bernardino, si sarebbe messo in opera, ma perché in quello si morì, la cappella si rimase a quel modo agl’eredi, che non hanno fatto altro. Mentre dunque che Simone lavorava la detta cappella, passando per Arezzo Antonio da San Gallo, il quale tornava dalla fortificazione di Parma et andava a Loreto a finire l’opera della cappella della Madonna, dove aveva aviati il Tribolo, Raffaello Monte Lupo, Francesco giovane da San Gallo, Girolamo da Ferrara e Simon Cioli et altri intagliatori, squadratori e scarpellini, per finire quello che alla sua morte aveva lasciato Andrea Sansovino imperfetto, fece tanto che condusse là Simone a lavorare, dove gl’ordinò che non solo avesse cura agl’intagli, ma all’architettura ancora et altri ornamenti di quell’opera. Nelle quali commessioni si portò il Mosca molto bene, e, che fu più, condusse di sua mano perfettamente molte cose et in particolare alcuni putti tondi di marmo che sono in sui frontespizii delle porte, e, se bene ve ne sono anco di mano di Simon Cioli, i migliori, che sono rarissimi, son tutti del Mosca. Fece similmente tutti i festoni di marmo che sono a torno a tutta quell’opera, con bellissimo artifizio e con graziosissimi intagli e degni di ogni lode. Onde non è maraviglia se sono amirati et in modo stimati questi lavori, che molti artefici da’ luoghi lontani si sono partiti per andargli a vedere. Antonio da San Gallo adunque, conoscendo quanto il Mosca valesse in tutte le cose importanti, se ne serviva con animo. Un giorno, porgendosegli l’occasione di remunerarlo e fargli conoscere quanto amasse la virtù di lui, perché essendo, dopo la morte di papa Clemente, creato sommo pontefice Paulo Terzo Farnese, il quale ordinò, essendo rimasa la bocca del pozzo d’Orvieto imperfetta, che Antonio n’avesse cura, esso Antonio vi condusse il Mosca acciò desse fine a quell’opera, la quale aveva qualche difficultà et in particulare nell’ornamento delle porte, perciò che, essendo tondo il giro della bocca, colmo di fuori e dentro voto, que’ due circoli contendevano insieme e facevano difficoltà nell’accomodare le porte quadre con l’ornamento di pietra. Ma la virtù di quell’ingegno pellegrino di Simone accomodò ogni cosa e condusse il tutto con tanta grazia e perfezzione, che niuno s’avede che mai vi fusse difficultà. Fece dunque il finimento di questa bocca e l’orlo di macigno et il ripieno di mattoni, con alcuni epitaffi di pietra bianca bellissimi et altri ornamenti, riscontrando le porte del pari; vi fece anco l’arme di detto papa Paulo Farnese di marmo, anzi, dove prima erano fatte di palle per papa Clemente che aveva fatto quell’opera, fu forzato il Mosca, e gli riuscì benissimo, a fare delle palle di rilievo, gigli, e così a mutare l’arme de’ Medici in quella di casa Farnese, non ostante, come ho detto (così vanno le cose del mondo), che di cotanto magnifica opera e regia fusse stato autore papa Clemente Settimo, del quale non si fece, in quest’ultima parte e più importante, alcuna menzione. Mentre che Simone attendeva a finire questo pozzo, gl’Operai di Santa Maria del Duomo d’Orvieto, disiderando far fine alla cappella di marmo, la quale con ordine di Michele San Michele veronese s’era condotta infino al basamento con alcuni intagli, ricercorno Simone che volesse attendere a quella, avendolo conosciuto veramente eccellente: per che, rimasi d’accordo e piacendo a Simone la conversazione degl’orvietani, vi condusse, per stare più comodamente, la famiglia, e poi si mise con animo quieto e posato a lavorare, essendo in quel luogo da ognuno grandemente onorato. Poi dunque che ebbe dato principio, quasi per saggio, ad alcuni pilastri e fregiature, essendo conosciuta da quegl’uomini l’eccellenza e virtù di Simone, gli fu ordinata una provisione di dugento scudi d’oro l’anno, con la quale continuando di lavorare condusse quell’opera a buon termine. Perché nel mezzo andava, per ripieno di questi ornamenti, una storia di marmo, cioè l’adorazione de’ Magi di mezzo rilievo, vi fu condotto, avendolo proposto Simone suo amicissimo, Raffaello da Monte Lupo scultore fiorentino, che condusse quella storia, come si è detto, infino a mezzo bellissima. L’ornamento dunque di questa cappella sono certi basamenti che mettono in mezzo l’altare di larghezza braccia dua e mezzo l’uno, sopra i quali sono due pilastri per banda alti cinque e questi mettono in mezzo la storia de’ Magi. E nei due pilastri di verso la storia, che se ne veggiono due faccie, sono intagliati alcuni candellieri con fregiature di grottesche, maschere, figurine e fogliami, che sono cosa divina. E da basso nella predella che va ricignendo sopra l’altare fra l’uno e l’altro pilastro, è un mezzo Angioletto che con le mani tiene un’inscrizione con festoni sopra, e fra i capitegli de’ pilastri, dove risalta l’architrave, il fregio e cornicione tanto quanto sono larghi i pilastri. E sopra quelli del mezzo, tanto quanto son larghi, gira un arco che fa ornamento alla storia detta de’ Magi, nella quale, cioè in quel mezzo tondo, sono molti Angeli. Sopra l’arco è una cornice che viene da un pilastro all’altro, cioè da quegl’ultimi di fuori che fanno frontespizio a tutta l’opera, et in questa parte è un Dio Padre di mezzo rilievo; e dalle bande dove gira l’arco sopra i pilastri, sono due Vettorie di mezzo rilievo. Tutta quest’opera adunque è tanto ben composta e fatta con tanta ricchezza d’intaglio, che non si può fornire di vedere le minuzie degli strafori, l’eccellenza di tutte le cose che sono in capitelli, cornici, maschere, festoni e ne’ candellieri tondi, che fanno il fine di quella certo degno di essere come cosa rara amirato. Dimorando adunque Simone Mosca in Orvieto, un suo figliuolo di quindici anni, chiamato Francesco e per sopranome il Moschino, essendo stato dalla natura prodotto quasi con gli scarpelli in mano e di sì bell’ingegno, che qualunque cosa voleva facea con somma grazia, condusse sotto la disciplina del padre in quest’opera, quasi miracolosamente, gl’Angeli che fra i pilastri tengono l’inscrizioni, poi il Dio Padre del frontespizio e finalmente gl’Angeli che sono nel mezzo tondo dell’opera, sopra l’Adorazione de’ Magi fatta da Raffaello, et ultimamente le Vittorie dalle bande del mezzo tondo, nelle quali cose fé stupire e maravigliare ognuno. Il che fu cagione che finita quella cappella, a Simone fu dagl’Operai del Duomo dato a farne un’altra a similitudine di questa, dall’altra banda, acciò meglio fusse accompagnato il vano della cappella dell’altare maggiore, con ordine che, senza variare l’architettura, si variassono le figure, e nel mezzo fusse la visitazione di Nostra Donna, la quale fu allogata al detto Moschino. Convenuti dunque del tutto, misero il padre et il figliuolo mano all’opera, nella quale, mentre si adoperarono, fu il Mosca di molto giovamento et utile a quella città, facendo a molti disegni d’architettura per case et altri edifizii. E fra l’altre cose fece in quella città la pianta e la facciata della casa di Messer Raffaello Gualtieri, padre del vescovo di Viterbo, e di Messer Felice, ambi gentiluomini e signori onorati e virtuosissimi; et alli signori conti della Cervara similmente le piante d’alcune case. Il medesimo fece in molti de’ luoghi a Orvieto vicini et in particolare il signor Pirro Colonna da Stripicciano, i modelli di molte fabriche e muraglie. Facendo poi fare il Papa in Perugia la fortezza dove erano state le case de’ Baglioni, Antonio San Gallo, mandato per il Mosca, gli diede carico di fare gl’ornamenti, onde furono con suo disegno condotte tutte le porte, finestre, camini et altre sì fatte cose, et in particolare due grandi e bellissime armi di Sua Santità. Nella quale opera avendo Simone fatto servitù con Messer Tiberio Crispo che vi era castellano, fu da lui mandato a Bolsena dove, nel più alto luogo di quel castello riguardante il lago, accomodò parte in sul vecchio e parte fondando di nuovo, una grande e bella abitazione con una salita di scale bellissima e con molti ornamenti di pietra. Né passò molto che, essendo detto Messer Tiberio fatto castellano di Castel Santo Agnolo, fece andare il Mosca a Roma, dove si servì di lui in molte cose nella rinovazione delle stanze di quel castello. E fra l’altre cose gli fé fare sopra gl’archi che imboccano la loggia nuova, la quale volta verso i prati, due armi del detto Papa di marmo, tanto ben lavorate e traforate nella mitra o vero regno, nelle chiavi et in certi festoni e mascherine, ch’elle sono maravigliose. Tornato poi ad Orvieto per finire l’opera della cappella, vi lavorò continuamente tutto il tempo che visse papa Paulo, conducendola di sorte, ch’ella riuscì, come si vede, non meno eccellente che la prima e forse molto più. Perciò che portava il Mosca, come s’è detto, tanto amore all’arte e tanto si compiaceva nel lavorare, che non si faticava mai di fare, cercando quasi l’impossibile, e ciò per disiderio di gloria che d’accumulare oro, contentandosi più di bene operare nella sua professione che d’acquistare roba. Finalmente, essendo l’anno 1550 creato papa Giulio Terzo, pensandosi che dovesse metter mano da dovero alla fabrica di San Piero, se ne venne il Mosca a Roma e tentò con i deputati della fabrica di S. Piero di pigliare in somma alcuni capitelli di marmo, più per accomodare Giandomenico suo genero che per altro. Avendo dunque Giorgio Vasari, che portò sempre amore al Mosca, trovatolo in Roma dove anch’egli era stato chiamato al servizio del Papa, pensò ad ogni modo d’avergli a dare da lavorare, perciò che avendo il cardinal vecchio di Monte, quando morì, lasciato agl’eredi che se gli dovesse fare in San Piero a Montorio una sepoltura di marmo, et avendo il detto papa Giulio suo erede e nipote ordinato che si facesse e datone cura al Vasari, egli voleva che in detta sepoltura facesse il Mosca qualche cosa d’intaglio straordinaria. Ma avendo Giorgio fatti alcuni modelli per detta sepoltura, il Papa conferì il tutto con Michelagnolo Buonarruoti prima che volessi risolversi; onde, avendo detto Michelagnolo a Sua Santità che non s’impacciasse con intagli perché, se bene aricchiscono l’opere, confondono le figure, là dove il lavoro di quadro, quando è fatto bene, è molto più bello che l’intaglio e meglio accompagna le statue, perciò che le figure non amano altri intagli attorno, così ordinò Sua Santità che si facesse. Per che il Vasari non potendo dare che fare al Mosca in quell’opera, fu licenziato e si finì senza intagli la sepoltura che tornò molto meglio che con essi non arebbe fatto. Tornato dunque Simone a Orvieto, fu dato ordine col suo disegno di fare nella crocera a sommo della chiesa due tabernacoli grandi di marmo, e certo con bella grazia e proporzione; in uno de’ quali fece in una nicchia Raffaello Monte Lupo un Cristo ignudo di marmo con la croce in ispalla e nell’altro fece il Moschino un S. Bastiano similmente ignudo. Seguitandosi poi da far per la chiesa gl’Apostoli, il Moschino fece della medesima grandezza S. Piero e S. Paulo, che furono tenute ragionevoli statue. Intanto non si lasciando l’opera della detta cappella della Visitazione, fu condotta tanto inanzi vivendo il Mosca, che non mancava a farvi se non due uccelli, et anco questi non sarebbono mancati, ma Messer Bastiano Gualtieri, vescovo di Viterbo, come s’è detto, tenne occupato Simone in un ornamento di marmo di quattro pezzi, il quale finito mandò in Francia al cardinale di Loreno che l’ebbe carissimo, essendo bello a maraviglia e tutto pieno di fogliami e lavorato con tanta diligenza, che si crede questa essere stata delle migliori che mai facesse Simone; il quale non molto dopo che ebbe fatto questo si morì, l’anno 1554, d’anni 58, con danno non piccolo di quella chiesa d’Orvieto, nella quale fu onorevolmente sotterrato. Dopo, essendo Francesco Moschino dagl’Operai di quel medesimo Duomo eletto in luogo del padre, non se ne curando, lo lasciò a Raffaello Monte Lupo e, andato a Roma, finì a Messer Ruberto Strozzi due molto graziose figure di marmo, cioè il Marte e la Venere che sono nel cortile della sua casa in Banchi. Dopo, fatta una storia di figurine piccole, quasi di tondo rilievo, nella quale è Diana che con le sue ninfe si bagna e converte Atteon in cervio, il quale è mangiato da’ suoi proprii cani, se ne venne a Firenze e la diede al signor duca Cosimo, il quale molto disiderava di servire, onde sua eccellenza avendo accettata e molto commendata l’opera, non mancò al disiderio del Moschino, come non ha mai mancato a chi ha voluto in alcuna cosa virtuosamente operare. Per che, messolo nell’Opera del Duomo di Pisa, ha insino a ora con sua molta lode fatto nella cappella della Nunziata, stata fatta da Stagio da Pietrasanta, con gl’intagli et ogni altra cosa l’Angelo e la Madonna in figure di quattro braccia; nel mezzo Adamo ed Eva che hanno in mezzo il pomo et un Dio Padre grande con certi putti nella volta della detta cappella tutta di marmo, come sono anco le due statue che al Moschino hanno acquistato assai nome et onore. E perché la detta cappella è poco meno che finita, ha dato ordine sua eccellenza che si metta mano alla cappella [che] è dirimpetto a questa, detta dell’Incoronata, cioè subito all’entrare di chiesa a man manca. Il medesimo Moschino, nell’apparato della serenissima reina Giovanna e dell’illustrissimo prencipe di Firenze, si è portato molto bene in quell’opere che gli furono date a fare.

IL FINE DELLA VITA DI SIMONE DETTO IL MOSCA DA SETTIGNANO