Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Girolamo e Bartolomeo Genga e Giovambattista San Marino genero di Girolamo

Girolamo e Bartolomeo Genga e Giovambattista San Marino genero di Girolamo

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Simone Mosca Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Michele San Michele IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Girolamo e Bartolomeo Genga e Giovambattista San Marino genero di Girolamo
Simone Mosca Michele San Michele

VITA DI GIROLAMO E DI BARTOLOMEO GENGA E DI GIOVAMBATTISTA SAN MARINO GENERO DI GIROLAMO PITTORI FIORENTINI

Girolamo Genga, il quale fu da Urbino, essendo da suo padre di dieci anni messo all’Arte della Lana, perché l’essercitava malissimo volentieri, come gli era dato luogo e tempo di nascosto con carboni e con penne da scrivere andava disegnando. La qual cosa vedendo alcuni amici di suo padre, l’essortarono a levarlo da quell’arte e metterlo alla pittura, onde lo mise in Urbino appresso di certi maestri di poco nome, ma veduta la bella maniera che avea e ch’era per far frutto, come’egli fu di quindici anni lo accomodò con maestro Luca Signorelli da Cortona, in quel tempo nella pittura maestro eccellente, col quale stette molti anni e lo seguitò nella Marca d’Ancona in Cortona et in molti altri luoghi, dove fece opere e particolarmente ad Orvieto, nel Duomo della qual città fece, come s’è detto, una cappella di Nostra Donna con infinito numero di figure, nella quale continuamente lavorò detto Girolamo e fu sempre de’ migliori discepoli ch’egli avesse. Partitosi poi da lui, si mise con Pietro Perugino, pittore molto stimato, col quale stette tre anni circa et attese assai alla prospettiva, che da lui fu tanto ben capita e bene intesa, che si può dire che ne divenisse eccellentissimo, sì come per le sue opere di pittura e di architettura si vede, e fu nel medesimo tempo che con il detto Pietro stava il divino Raffaello da Urbino, che di lui era molto amico. Partitosi poi da Pietro se n’andò da sé a stare in Fiorenza, dove studiò tempo assai; dopo, andato a Siena vi stette appresso di Pandolfo Petrucci anni e mesi, in casa del quale dipinse molte stanze, che per essere benissimo disegnate e vagamente colorite meritorno essere viste e lodate da tutti i senesi e particolarmente dal detto Pandolfo, dal quale fu sempre benissimo veduto et infinitamente accarezzato. Morto poi Pandolfo, se ne tornò a Urbino, dove Guidobaldo duca Secondo lo trattenne assai tempo, facendogli dipignere barde da cavallo che si usavano in que’ tempi, in compagnia di Timoteo da Urbino pittore di assai buon nome e di molta esperienzia, insieme col quale fece una cappella di S. Martino nel Vescovado per Messer Giovampiero Arivabene mantovano, allora vescovo d’Urbino, nella quale l’uno e l’altro di loro riuscì di bellissimo ingegno sì come l’opera istessa dimostra, nella qual è ritratto il detto Vescovo che pare vivo. Fu anco particolarmente trattenuto il Genga da detto Duca, per far scene et apparati di commedie, le quali perché aveva bonissima intelligenza di prospettiva e gran principio di architettura, faceva molto mirabili e belli. Partitosi poi da Urbino, se n’andò a Roma, dove in strada Giulia, in Santa Caterina da Siena, fece di pittura una Resurrezzione di Cristo, nella quale si fece cognoscere per raro et eccellente maestro, avendola fatta con disegno, bell’attitudine di figure, scorti e ben colorita, sì come quelli che sono della professione che l’hanno veduta ne possono far bonissima testimonianza. E stando in Roma attese molto a misurare di quelle anticaglie, sì come ne sono scritti appresso de’ suoi eredi. In questo tempo, morto il duca Guido e successo Francesco Maria duca Terzo d’Urbino, fu da lui richiamato da Roma e constretto a ritornare a Urbino in quel tempo che ’l predetto Duca tolse per moglie e menò nel stato Leonora Gonzaga, figliuola del marchese di Mantova, e da sua eccellenza fu adoperato in far archi trionfali, apparati e scene di commedie, che tutto fu da lui tanto ben ordinato e mezzo in opera, che Urbino si poteva assimigliare a una Roma trionfante; onde ne riportò fama et onore grandissimo. Essendo poi col tempo il Duca cacciato di stato, da l’ultima volta che se ne andò a Mantova, Girolamo lo seguitò sì come prima avea fatto nelli altri esilii, correndo una medesima fortuna e riducendosi con la sua famiglia in Cesena, dove fece in Sant’Agostino all’altare maggiore una tavola a olio, in cima della quale è una Annunziata e poi di sotto un Dio Padre e più a basso una Madonna con un Putto in braccio in mezzo ai quattro Dottori della Chiesa, opera veramente bellissima e da essere stimata. Fece poi in Forlì a fresco, in San Francesco, una cappella a man dritta, dentrovi l’Assunzione della Madonna con molti Angeli e figure a torno, cioè Profeti et Apostoli, che in questa anco si cognosce in quanto mirabile ingegno fusse, perché l’opera fu giudicata bellissima. Fecevi anco la storia dello Spirito Santo per Messer Francesco Lombardi, medico, che fu l’anno 1512 ed egli la finì, et altre opere per la Romagna, delle quali ne riportò onore e premio. Essendo poi ritornato il Duca nello stato, se ne tornò anco Girolamo e da esso fu trattenuto ed adoperato per architetto e nel restaurare un palazzo vecchio e farli giunta d’altra torre nel monte dell’Imperiale sopra Pesaro. Il qual palazzo per ordine e disegno del Genga fu ornato di pittura d’istorie e fatti del Duca, da Francesco da Forlì, da Raffael dal Borgo, pittori di buona fama, e da Cammillo Mantovano, in far paesi e verdure rarissimo, e fra li altri vi lavorò anco Bronzino fiorentino giovinetto, come si è detto nella vita del Puntormo. Essendovi anco condotti i Dossi ferraresi, fu allogata loro una stanza a dipignere; ma perché finita che l’ebbero non piacque al Duca, fu gittata a terra e fatta rifare dalli sopra nominati. Fecevi poi la torre alta 120 piedi con 13 scale di legno da salirvi sopra, accomodate tanto bene e nascoste nelle mura che si ritirano di solaro in solaro agevolmente, il che rende quella torre fortissima e maravigliosa. Venendo poi voglia al Duca di voler fortificare Pesaro et avendo fatto chiamare Pierfrancesco da Viterbo, architetto molto eccellente, nelle dispute che si facevano sopra la fortificazione, sempre Girolamo v’intervenne et il suo discorso e parere fu tenuto buono e pieno di giudizio. Onde, se m’è lecito così dire, il disegno di quella fortezza fu più di Girolamo che d’alcun altro, se bene questa sorte di architettura da lui fu sempre stimata poco, parendoli di poco pregio e dignità. Vedendo dunque il Duca di aver un così raro ingegno, deliberò di fare al detto luogo dell’Imperiale vicino al palazzo vecchio un altro palazzo nuovo, e così fece quello che oggi vi si vede, che per esser fabrica bellissima e bene intesa, piena di camere, di colonnati e di cortili, di logge, di fontane e di amenissimi giardini, da quella banda non passano prencipi che non la vadino a vedere; onde meritò che papa Paulo Terzo, andando a Bologna con tutta la sua corte, l’andasse a vedere e ne restasse pienamente sodisfatto. Col disegno del medesimo il Duca fece restaurare la corte di Pesaro et il Barchetto facendovi dentro una casa che, rappresentando una ruina, è cosa molto bella a vedere; e fra le altre cose vi è una scala, simile a quella di Belvedere di Roma, che è bellissima. Mediante [lui] fece restaurare la rocca di Gradara e la corte di Castel Durante in modo che tutto quello che vi è di buono venne da questo mirabile ingegno. Fece similmente il corridore della corte d’Urbino, sopra il giardino, et un altro cortile ricinse da una banda con pietre traforate con molta diligenza. Fu anco cominciato col disegno di costui il convento de’ Zoccolanti a Monte Baroccio e Santa Maria delle Grazie a Senigaglia, che poi restarono imperfette per la morte del Duca. Fu ne’ medesimi tempi con suo onore ordine e disegno cominciato il Vescovado di Sinigaglia, che se ne vede anco il modello fatto da lui. Fece anco alcune opere di scultura e figure tonde di terra e di cera, che sono in casa de’ nipoti in Urbino, assai bene. All’Imperiale fece alcuni Angeli di terra, i quali fece poi gettar di gesso e mettergli sopra le porte delle stanze lavorate di stucco nel palazzo nuovo, che sono molto belli. Fece al vescovo di Sinigaglia alcune bizzarrie di vasi di cera da bere per farli poi d’argento, e con più diligenzia ne fece al Duca per la sua credenza alcuni altri bellissimi. Fu bellissimo inventore di mascherate e d’abiti, come si vidde al tempo del detto Duca, dal quale meritò per le sue rare virtù e buone qualità essere assai remunerato. Essendo poi successo il duca Guidobaldo suo figliuolo, che regge oggi, fece principiare dal detto Genga la chiesa di San Giovambattista in Pesaro, che essendo stata condotta secondo quel modello da Bartolomeo suo figliuolo, è di bellissima architettura in tutte le parti, per avere assai immitato l’antico e fattala in modo ch’ell’è il più bel tempio che sia in quelle parti, sì come l’opera stessa apertamente dimostra, potendo stare al pari di quelle di Roma più lodate. Fu similmente per suo disegno et opera fatto da Bartolomeo Ammannati fiorentino scultore, allora molto giovane, la sepoltura del duca Francesco Maria in Santa Chiara d’Urbino, che per cosa semplice e di poca spesa riuscì molto bella. Medesimamente fu condotto da lui Battista Franco, pittore veniziano, a dipignere la cappella grande del Duomo d’Urbino, quando per suo disegno si fece l’ornamento dell’organo del detto Duomo che ancor non è finito. E poco dappoi, avendo scritto il cardinale di Mantova al Duca che gli dovesse mandare Girolamo perché voleva rassettare il suo Vescovado di quella città, egli vi andò e rassettollo molto bene di lumi e di quanto disiderava quel signore; il quale oltre ciò, volendo fare una facciata bella al detto Duomo, gliene fece fare un modello che da lui fu condotto di tal maniera, che si può dire che avanzasse tutte l’architetture del suo tempo; perciò che si vede in quello grandezza, proporzione, grazia e composizione bellissima. Essendo poi ritornato da Mantova già vecchio, se n’andò a stare a una sua villa nel territorio d’Urbino, detta la Valle, per riposarsi e godersi le sue fatiche; nel qual luogo, per non stare in ozio fece di matita una conversione di San Paolo con figure e cavalli assai ben grandi e con bellissime attitudini, la quale da lui con tanta pazienza e diligenza fu condotta, che non si può dire né vedere la maggiore, sì come appresso delli suoi eredi si vede, da’ quali è tenuta per cosa preziosa e carissima. Nel qual luogo stando con l’animo riposato, oppresso da una terribile febbre, ricevuti ch’egli ebbe tutti i sacramenti della chiesa, con infinito dolore di sua moglie e de’ suoi figliuoli finì il corso di sua vita nel 1551, agli 11 di luglio, di età d’anni 75 incirca, dal qual luogo essendo portato a Urbino fu sepolto onoratamente nel Vescovado innanzi alla cappella di San Martino già stata dipinta da lui, con incredibile dispiacere de’ suoi parenti e di tutti i cittadini. Fu Girolamo uomo sempre da bene, in tanto che mai di lui non si sentì cosa mal fatta; fu non solo pittore, scultore et architettore, ma ancora buon musico. Fu bellissimo ragionatore et ebbe ottimo trattenimento; fu pieno di cortesia e di amorevolezza verso i parenti et amici, e quello di che merita non piccola lode, egli diede principio alla casa dei Genghi in Urbino con onore, nome e facultà. Lasciò due figliuoli, uno de’ quali seguitò le sue vestigia et attese alla architettura nella quale, se da la morte non fusse stato impedito, veniva eccellentissimo, sì come dimostravano li suoi principii, e l’altro, che attese alla cura famigliare, ancor oggi vive. Fu, come s’è detto, suo discepolo Francesco Menzochi da Furlì, il quale prima cominciò, essendo fanciulletto, a disegnare da sé, immitando e ritraendo in Furlì nel Duomo una tavola di mano di Marco Parmigiano da Forlì, che vi fé dentro una Nostra Donna, San Ieronimo et altri Santi, tenuta allora, delle pitture moderne, la migliore, e parimente andava immitando l’opere di Rondinino da Ravenna, pittore più eccellente di Marco, il quale aveva poco innanzi messo allo altar maggiore il detto Duomo una bellissima tavola, dipintovi dentro Cristo che comunica gli Apostoli et in un mezzo tondo sopra un Cristo morto, e nella predella di detta tavola storie di figure piccole de’ fatti di Santa Elena, molto graziose, le quali lo ridussono in maniera, che venuto come abbiàn detto Girolamo Genga a dipignere la cappella di S. Francesco di Furlì per Messer Bartolomeo Lombardino, andò Francesco allora a star col Genga e da quella comodità d’imparare; e non restò di servirlo mentre che visse; dove, et a Urbino et a Pesero nell’opera dell’Imperiale, lavorò come s’è detto continuamente, stimato et amato dal Genga, perché si portava benissimo come ne fa fede molte tavole di sua mano in Furlì, sparse per quella città e particolarmente tre, che ne sono in San Francesco, oltre che in palazzo nella sala v’è alcune storie a fresco di suo. Dipinse per la Romagna molte opere; lavorò ancora in Vinezia per il reverendissimo patriarca Grimani quattro quadri grandi a olio posti in un palco d’un salotto in casa sua, attorno a uno ottangolo che fece Francesco Salviati, ne’ quali sono le storie di Psiche tenuti molto belli. Ma dove egli si sforzò di fare ogni diligenza e poter suo, fu nella chiesa di Loreto, alla cappella del Santissimo Sagramento, nella quale fece intorno a un tabernacolo di marmo, dove sta il corpo di Cristo, alcuni Angeli e nelle facciate di detta cappella dua storie, una di Melchisedec, l’altra quando piove la manna, lavorate a fresco, e nella volta spartì con varii ornamenti di stucco quindici storiette della Passione di Gesù Cristo, che ne fé di pittura nove, e sei ne fece di mezzo rilievo, cosa ricca e bene intesa, e ne riportò tale onore, che non si partì altrimenti che nel medesimo luogo fece una altra cappella della medesima grandezza di rincontro a quella intitolata nella Concezione, con la volta tutta di bellissimi stucchi, con ricco lavoro, nella quale insegnò a Pietro Paulo suo figliuolo a lavorargli, che gli ha poi fatto onore e di quel mestiero è diventato pratichissimo. Francesco adunque nella facciate fece a fresco la natività e la presentazione di Nostra Donna, e sopra lo altare fece Santa Anna e la Vergine con Figliuolo in collo e dua Angeli che l’ancoronano, e nel vero l’opere sue sono lodate dagl’artefici e parimente i costumi e la vita sua; molto cristianamente è vissuto con quiete, godutosi quel ch’egli ha provisto con le sue fatiche. Fu ancora creato del Genga Baldassarri Lancia da Urbino, il quale avendo egli atteso a molte cose d’ingegno, s’è poi essercitato nelle fortificazioni, dove e per la Signoria di Lucca provisionato da loro, nel qual luogo sté alcun tempo, e poi è coll’illustrissimo duca Cosimo de’ Medici venuto a servirlo nelle sue fortificazioni dello stato di Fiorenza e di Siena, e l’ha adoperato et adopera a molte cose ingegnose, et affaticatosi onoratamente e virtuosamente Baldassarri, dove n’ha riportato grate remunerazioni da quel signore. Molti altri servirono Girolamo Genga, de’ quali per non essere venuti in molta grande eccellenza, non iscade ragionarne. Di Girolamo sopra detto essendo nato in Cesana l’anno 1518 Bartolomeo mentre che il padre seguitava nell’esilio il Duca suo signore, fu da lui molto costumatamente allevato e posto poi, essendo già fatto grandicello, ad apprendere gramatica, nella quale fece più che mediocre profitto. Dopo, essendo all’età di 18 anni pervenuto, vedendolo il padre più inclinato al disegno che alle lettere, lo fece attendere al disegno appresso di sé circa due anni, i quali finiti lo mandò a studiare il disegno e la pittura a Fiorenza, là dove sapeva che è il vero studio di quest’arte per l’infinite opere che vi sono di maestri eccellenti così antichi come moderni. Nel qual luogo dimorando Bartolomeo et attendendo al disegno et all’architettura fece amicizia con Giorgio Vasari pittore et architetto aretino e con Bartolomeo Amannati scultore, da’ quali imparò molte cose appartenenti all’arte. Finalmente, essendo stato tre anni in Fiorenza, tornò al padre che allora attendeva in Pesaro alla fabrica di S. Giovanni Battista, là dove il padre, veduti i disegni di Bartolomeo, gli parve che si portasse molto meglio nell’architettura che nella pittura, [e] che vi avesse molto buona inclinazione; per che, trattenendolo appresso di sé alcuni mesi, gl’insegnò i modi della prospettiva, e dopo lo mandò a Roma, acciò che là vedesse le mirabili fabriche che vi sono antiche e moderne, delle quali tutte in quattro anni che vi stette, prese le misure e vi fece grandissimo frutto. Nel tornarsene poi a Urbino, passando per Firenze per vedere Francesco San Marino suo cognato, il quale stava per ingegnero col signor duca Cosimo, il signor Stefano Colonna da Palestina, allora generale di quel signore, cercò, avendo inteso il suo valore, di tenerlo appresso di sé con buona provisione, ma egli, che era molto ubligato al duca d’Urbino, non volle mettersi con altri. Ma tornato a Urbino, fu da quel Duca ricevuto al suo servizio e poi sempre avuto molto caro, né molto dopo, avendo quel Duca presa per donna la signora Vettoria Farnese, Bartolomeo ebbe carico dal Duca di fare gl’apparati di quelle nozze, i quali egli fece veramente magnifici et onorati. E fra l’altre cose fece un arco trionfale nel borgo di Valbuona tanto bello e ben fatto, che non si può vedere né il più bello, né il maggiore, onde fu conosciuto quanto nelle cose d’architettura avesse acquistato in Roma. Dovendo poi il Duca, come generale della Signoria di Vinezia, andare in Lombardia a rivedere le fortezze di quel dominio, menò seco Bartolomeo, del quale si servì molto in fare siti e disegni di fortezze e particolarmente in Verona, alla porta S. Felice. Ora, mentre che era in Lombardia, passando per quella provincia il re di Boemia che tornava di Spagna al suo regno, et essendo dal Duca onorevolmente ricevuto in Verona, vide quelle fortezze, e perché gli piacquero, avuta cognizione di Bartolomeo lo volle condurre al suo regno per servirsene con buona provisione in fortificare le sue terre, ma non volendogli dare il Duca licenza, la cosa non ebbe altrimenti effetto. Tornati poi a Urbino, non passò molto che Girolamo, suo padre, venne a morte; onde Bartolomeo fu dal Duca messo in luogo del padre sopra tutte le fabriche dello stato e mandato a Pesero, dove seguitò la fabrica di S. Giovanni Battista col modello di Girolamo. Et in quel mentre fece nella corte di Pesero un apartamento di stanze sopra la strada de’ Mercanti, dove ora abita il Duca, molto bello, con bellissimi ornamenti di porte, di scale e di camini, delle qual cose fu eccellente architetto; il che avendo veduto il Duca volle che anco nella corte d’Urbino facesse un altro appartamento di camere, quasi tutto nella facciata che è volta verso San Domenico, il quale finito riuscì il più bello alloggiamento di quella corte, o vero palazzo, et il più ornato che vi sia. Non molto dopo, avendolo chiesto i signori bolognesi per alcuni giorni al Duca, sua eccellenza lo concedette loro molto volentieri, et egli andato, gli servì in quello volevano di maniera che restarono sodisfattissimi et a lui fecero infinite cortesie. Avendo poi fatto al Duca, che disiderava di fare un porto di mare a Pesero, un modello bellissimo, fu portato a Vinezia in casa il conte Giovan Iacomo Leonardi, allora ambasciadore in quel luogo del Duca, acciò fusse veduto da molti della professione, che si riducevano spesso con altri begl’ingegni a disputare e far discorsi sopra diverse cose in casa il detto conte, che fu veramente uomo rarissimo. Quivi dunque essendo veduto il detto modello et uditi i bei discorsi del Genga, fu da tutti senza contrasto tenuto il modello artifizioso e bello et il maestro che l’aveva fatto di rarissimo ingegno. Ma tornato a Pesero non fu messo il modello altrimenti in opera perché nuove occasioni di molta importanza levarono quel pensiero al Duca. Fece in quel tempo il Genga il disegno della chiesa di Monte l’Abbate e quello della chiesa di S. Piero in Mondavio, che fu condotta a fine da don Pier Antonio Genga in modo che per cosa piccola non credo si possa veder meglio. Fatte queste cose, non passò molto che essendo creato papa Giulio Terzo e da lui fatto il duca d’Urbino capitan generale di Santa Chiesa, andò sua eccellenza a Roma e con essa il Genga, dove volendo Sua Santità fortificar borgo, fece il Genga a richiesta del Duca alcuni disegni bellissimi che con altri assai sono appresso di sua eccellenza in Urbino. Per le quali cose divolgandosi la fama di Bartolomeo, i genovesi, mentre che egli dimorava col Duca in Roma, glielo chiesero per servirsene in alcune loro fortificazioni, ma il Duca non lo volle mai concedere loro, né allora, né altra volta che di nuovo ne lo ricercarono, essendo tornato a Urbino. All’ultimo, essendo vicino il termine di sua vita, furono mandati a Pesero dal gran mastro di Rodi due cavalieri della loro Religione ierosolimitana a pregare sua eccellenza che volesse concedere loro Bartolomeo, acciò lo potessero condurre nell’isola di Malta, nella quale volevano fare non pure fortificazioni grandissime, per potere difendersi da’ Turchi, ma anche due città, per ridurre molti villaggi che vi erano in uno o due luoghi; onde il Duca, il quale non avevano in due mesi potuto piegare i detti cavalieri a voler compiacere loro del detto Bartolomeo, ancor che si fussero serviti del mezzo della Duchessa e d’altri, ne gli compiacque finalmente per alcun tempo determinato a preghiera d’un buon padre capuccino, al quale sua eccellenza portava grandissima affezzione e non negava cosa che volesse; e l’arte che usò quel sant’uomo, il quale di ciò fece coscienza al Duca, essendo quello interesse della repubblica cristiana, non fu se non da molto lodare e comendare. Bartolomeo adunque, il quale non ebbe mai di questa la maggior grazia, si partì con in detti cavalieri di Pesero a dì 20 di genaio 1558, ma trattenendosi in Sicilia, dalla fortuna del mar impediti, non giunsero a Malta se non a undici di marzo, dove furono lietamente raccolti dal gran mastro. Essendogli poi mostrato quello che egli avesse da fare, si portò tanto bene in quelle fortificazioni, che più non si può dire, in tanto che al gran mastro e tutto que’ signori cavalieri pareva d’avere avuto un altro Archimede, e ne fecero fede con fargli presenti onoratissimi e tenerlo, come raro, in somma venerazione. Avendo poi fatto il modello d’una città, d’alcune chiese e del palazzo e residenza di detto gran mastro, con bellissime invenzioni et ordine, si amalò dell’ultimo male, perciò che, essendosi messo un giorno del mese di luglio, per essere in quell’isola grandissimi caldi, a pigliar fresco fra due porte, non vi stette molto che fu assalito da insoportabili dolori di corpo e da un flusso crudele che in diciassette giorni l’uccisero con grandissimo dispiacere del gran mastro e di tutti quegl’onoratissimi e valorosi cavalieri ai quali pareva aver trovato un uomo secondo il loro cuore, quando gli fu dalla morte rapito. Della quale trista novella essendo avvisato il signor duca d’Urbino, n’ebbe incredibile dispiacere e pianse la morte del povero Genga; e poi risoltosi a dimostrare l’amore che gli portava a’ cinque figliuoli che di lui erano rimasi, ne prese particolare et amorevole protezzione. Fu Bartolomeo bellissimo inventore di mascherate e rarissimo in fare apparati di commedie e scene; dilettossi di fare sonetti et altri componimenti di rime e di prose, ma niuno meglio gli riusciva che l’ottava rima, nella qual maniera di scrivere fu assai lodato componitore. Morì d’anni quaranta, nel 1558. Essendo stato Giovambatista Bellucci da San Marino genero di Girolamo Genga, ho giudicato che sia ben fatto non tacere quello che io debbo di lui dire, dopo le vite di Girolamo e Bartolomeo Genghi, e massimamente per mostrare che [ai] belli ingegni (solo che vogliano) riesce ogni cosa, ancora che tardi si mettono ad imprese difficili et onorate, imperò che si è veduto avere lo studio, aggiunto all’inclinazioni di natura, aver molte volte cose maravigliose adoperato. Nacque adunque Giovambatista in San Marino a dì 27 di settembre 1506 di Bartolomeo Bellucci, persona in quella terra assai nobile, et imparato che ebbe le prime lettere d’umanità, essendo d’anni diciotto, fu dal detto Bartolomeo suo padre mandato a Bologna ad attendere alle cose della mercatura appresso Bastiano di Ronco, mercante d’arte di lana, dove, essendo stato circa due anni, se ne tornò a San Marino amalato d’una quartana che gli durò due anni. Dalla quale finalmente guarito, ricominciò da sé un’arte di lana, la quale andò continuando infino all’anno 1535. Nel qual tempo vedendo il padre Giovambatista bene avviato, gli diede moglie in Cagli una figliuola di Guido Peruzzi, persona assai onorata in quella città; ma essendosi ella non molto dopo morta, Giovambatista andò a Roma a trovare Domenico Peruzzi suo cognato, il quale era cavalerizzo del signor Ascanio Colonna. Col qual mezzo, essendo stato Giovambatista appresso quel signore due anni come gentiluomo, se ne tornò a casa; onde avvenne che, praticando a Pesero Girolamo Genga, conosciutolo virtuoso e costumato giovane, gli diede una figliuola per moglie e se lo tirò in casa. Laonde, essendo Giovambatista molto inclinato all’architettura et attendendo con molta diligenza a quell’opere che di essa faceva il suo suocero, cominciò a possedere molto bene le maniere del fabricare et a studiare Vetruvio, onde a poco a poco, fra quello che acquistato da se stesso e che gl’insegnò il Genga, si fece buono architettore e massimamente nelle cose delle fortificazioni et altre cose appartenenti alla guerra. Essendogli poi morta la moglie l’anno 1541 e lasciatogli due figliuoli, si stette insino al 1543 senza pigliare di sé altro partito, nel qual tempo capitando del mese di settembre a San Marino un signor Gustamante spagnuolo, mandato dalla maestà cesarea a quella repubblica per alcuni negozii, fu Giovambatista da colui conosciuto per eccellente architetto, onde per mezzo del medesimo venne non molto dopo al servizio dell’illustrissimo signor duca Cosimo per ingegneri, e così giunto a Fiorenza se ne servì sua eccellenza in tutte le fortificazioni del suo dominio, secondo i bisogni che giornalmente accadevano. E fra l’altre cose, essendo stata molti anni innanzi cominciata la fortezza della città di Pistoia, il San Marino, come volle il Duca, la finì del tutto con molta sua lode, ancor che non sia cosa molto grande. Si murò poi, con ordine del medesimo, un molto forte baluardo a Pisa. Per che, piacendo il modo del fare di costui al Duca, gli fece fare, dove si era murato come s’è detto al poggio di San Miniato, fuor di Fiorenza, il muro che gira dalla porta San Niccolò alla porta San Miniato, la Forbiciaia che mette con due baluardi una porta in mezzo e serra la chiesa e monasterio di San Miniato, facendo nella sommità di quel monte una fortezza che domina tutta la città e guarda il difuori di verso levante e mezzogiorno; la quale opera fu lodata infinitamente. Fece il medesimo molti disegni e piante per luoghi dello stato di sua eccellenza per diverse fortificazioni, e così diverse bozze di terra e modelli che sono appresso il signor Duca. E perciò che era il San Marino di bello ingegno e molto studioso, scrisse un’operetta del modo di fortificare, la quale opera, che è bella et utile, è oggi appresso Messer Bernardo Puccini gentiluomo fiorentino, il quale imparò molte cose d’intorno alle cose d’architettura e fortificazione da esso San Marino suo amicissimo. Avendo poi Giovambatista l’anno 1554 disegnato molti baluardi da farsi intorno alle mura della città di Fiorenza, alcuni de’ quali furono cominciati di terra, andò con l’illustrissimo signor don Grazia di Tolledo a Mont’Alcino dove, fatte alcune trincee, entrò sotto un baluardo e lo ruppe di sorte che gli levò il parapetto, ma nell’andare quello a terra toccò il San Marino un’archibusata in una coscia. Non molto dopo, essendo guarito, andato segretamente a Siena, levò la pianta di quella città e della fortificazione di terra che i sanesi avevano fatto a porta Camolia, la qual pianta di fortificazione mostrando egli poi al signor Duca et al marchese di Marignano, fece loro toccar con mano che ella non era difficile a pigliarsi né a serrarla poi dalla banda di verso Siena; il che esser vero dimostrò il fatto la notte ch’ella fu presa dal detto Marchese, col quale era andato Giovambatista, d’ordine e commessione del Duca. Perciò dunque, avendogli posto amore il Marchese e conoscendo aver bisogno del suo giudizio e virtù in campo, cioè nella guerra di Siena, operò di maniera col Duca, che sua eccellenza lo spedì capitano d’una grossa compagnia di fanti, onde servì da indi in poi in campo come soldato di valore et ingegnoso architetto. Finalmente essendo mandato dal Marchese all’Aiuola, fortezza nel Chianti, nel piantare l’artiglieria fu ferito d’una archibusata nella testa. Per che, essendo portato dai soldati alla pieve di San Polo del vescovo da Ricasoli, in pochi giorni si morì e fu portato a San Marino, dove ebbe dai figliuoli onorata sepoltura. Merita Giovambatista di essere molto lodato, perciò che oltre all’essere stato eccellente nella sua professione, è cosa maravigliosa che, essendosi messo a dare opera a quella tardi, cioè d’anni trentacinque, egli vi facessi il profitto che fece, e si può credere, se avesse cominciato più giovane, che sarebbe stato rarissimo. Fu Giovambatista alquanto di sua testa, onde era dura impresa voler levarlo di sua openione; si dilettò fuor di modo di leggere storie e ne faceva grandissimo capitale, scrivendo con sua molta fatica le cose di quelle più notabili. Dolse molto la sua morte al Duca et ad infiniti amici suoi, onde venendo a baciar le mani a sua eccellenza Giannandrea suo figliuolo, fu da lei benignamente raccolto e veduto molto volentieri, e con grandissime offerte per la virtù e fedeltà del padre, il quale morì d’anni quarantotto.