Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Fra' Giovanni da Fiesole dell'Ordine de' Frati Predicatori

Fra' Giovanni da Fiesole dell'Ordine de' Frati Predicatori

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Piero della Francesca Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Leon Batista Alberti IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Piero della Francesca Leon Batista Alberti

VITA DI FRA’ GIOVANNI DA FIESOLE DELL’ORDINE DE’ FRATI PREDICATORI PITTORE

Frate Giovanni Angelico da Fiesole, il quale fu al secolo chiamato Guido, essendo non meno stato eccellente pittore e miniatore che ottimo religioso, merita per l’una e per l’altra cagione che di lui sia fatta onoratissima memoria. Costui, se bene arebbe potuto commodissimamente stare al secolo, et oltre quello che aveva, guadagnarsi ciò che avesse voluto con quell’arti che ancor giovinetto benissimo fare sapeva, volle nondimeno, per sua sodisfazione e quiete, essendo di natura posato e buono, e per salvare l’anima sua principalmente, farsi relligioso dell’Ordine de’ frati predicatori; perciò che se bene in tutti gli stati si può servire a Dio, ad alcuni nondimeno pare di poter meglio salvarsi ne’ monasterii che al secolo. La qual cosa quanto ai buoni succede felicemente, tanto per lo contrario riesce, a chi si fa relligioso per altro fine, misera veramente et infelice. Sono di mano di fra’ Giovanni, nel suo convento di S. Marco di Firenze, alcuni libri da coro miniati, tanto belli che non si può dir più; et a questi simili sono alcuni altri, che lasciò in S. Domenico da Fiesole, con incredibile diligenza lavorati. Ben è vero che a far questi fu aiutato da un suo maggior fratello che era similmente miniatore et assai esercitato nella pittura. Una delle prime opere che facesse questo buon padre di pittura, fu nella Certosa di Fiorenza una tavola che fu posta nella maggior cappella del cardinale degl’Acciaiuoli, dentro la quale è una Nostra Donna col Figliuolo in braccio e con alcuni Angeli a’ piedi, che suonano e cantano, molto belli, e dagli lati sono S. Lorenzo, S. Maria Madalena, S. Zanobi e S. Benedetto. E nella predella sono di figure piccole, storiette di que’ Santi fatte con infinita diligenza. Nella crociera di detta cappella, sono due altre tavole di mano del medesimo: in una è la incoronazione di Nostra Donna, e nell’altra una Madonna con due Santi, fatta con azzurri oltramarini bellissimi. Dipinse dopo, nel tramezzo di S. Maria Novella, in fresco a canto alla porta dirimpetto al coro, S. Domenico, S. Caterina da Siena e S. Piero martire et alcune storiette piccole nella capella dell’incoronazione di Nostra Donna, nel detto tramezzo. In tela fece nei portegli che chiudevano l’organo vecchio, una Nunziata che è oggi in convento, dirimpetto alla porta del dormentorio da basso, fra l’un chiostro e l’altro. Fu questo padre, per i meriti suoi, in modo amato da Cosimo de’ Medici, che avendo egli fatto murare la chiesa e convento di S. Marco, gli fece dipignere in una faccia del capitolo tutta la Passione di Gesù Cristo, e dall’uno de’ lati tutti i Santi che sono stati capi e fondatori di religioni, mesti e piangenti a’ piè della croce, e dall’altro un S. Marco Evangelista intorno alla Madre del Figliuol di Dio, venutasi meno nel vedere il Salvatore del mondo crucifisso, intorno alla quale sono le Marie, che tutte dolenti la sostengono, e S. Cosimo e Damiano. Dicesi che nella figura del S. Cosimo fra’ Giovanni ritrasse di naturale Nanni d’Antonio di Banco, scultore et amico suo. Di sotto a questa opera fece in un fregio, sopra la spalliera, un albero che ha San Domenico a’ piedi; et in certi tondi, che circondano i rami, tutti i papi, cardinali, vescovi, Santi e maestri di teologia, che aveva avuto insino allora la religione sua de’ frati predicatori. Nella quale opera, aiutandolo i frati, con mandare per essi in diversi luoghi, fece molti ritratti di naturale, che furono questi: S. Domenico in mezzo, che tiene i rami dell’albero, papa Innocenzio Quinto franzese, il beato Ugone, primo cardinale di quell’Ordine, il beato Paulo Fiorentino patriarca, S. Antonino arcivescovo fiorentino, il beato Giordano tedesco, secondo Generale di quell’Ordine, il beato Niccolò, il beato Remigio fiorentino, Boninsegno fiorentino martire; e tutti questi sono a man destra; a sinistra poi: Benedetto II trivisano, Giandomenico cardinale fiorentino, Pietro da Palude, patriarca ierosolimitano, Alberto Magno todesco, il beato Raimondo di Catelogna, terzo Generale dell’Ordine, il beato Chiaro Fiorentino provinciale romano, S. Vincenzio di Valenza, et il beato Bernardo Fiorentino; le quali tutte teste sono veramente graziose e molto belle. Fece poi nel primo chiostro, sopra certi mezzi tondi, molte figure a fresco bellissime, et un Crucifisso con S. Domenico a’ piedi, molto lodato; e nel dormentorio, oltre molte altre cose per le celle e nella facciata de’ muri, una storia del Testamento Nuovo, bella quanto più non si può dire. Ma particolarmente è bella a maraviglia la tavola dell’altar maggiore di quella chiesa, perché oltre che la Madonna muove a divozione chi la guarda, per la semplicità sua, e che i Santi che le sono intorno sono simili a lei, la predella nella quale sono storie del martirio di S. Cosimo e Damiano e degl’altri, è tanto ben fatta che non è possibile imaginarsi di poter veder mai cosa fatta con più diligenza, né le più delicate o meglio intese figurine di quelle. Dipinse similmente a S. Domenico di Fiesole, la tavola dell’altar maggiore, la quale, perché forse pareva che si guastasse, è stata ritocca da altri maestri e peggiorata. Ma la predella et il ciborio del Sacramento sonosi meglio mantenuti; et infinite figurine, che in una gloria celeste vi si veggiono, sono tanto belle che paiono veramente di paradiso, né può, chi vi si accosta, saziarsi di vederle. In una capella della medesima chiesa, è di sua mano, in una tavola, la Nostra Dama anunziata dall’angelo Gabriello, con un profilo di viso tanto devoto, delicato e ben fatto, che par veramente non da un uomo, ma fatto in Paradiso; e nel campo del paese è Adamo et Eva, che furono cagione che della Vergine incarnasse il Redentore; nella predella ancora sono alcune storiette bellissime. Ma sopra tutte le cose che fece, fra’ Giovanni avanzò se stesso e mostrò la somma virtù sua e l’intelligenza dell’arte, in una tavola, che è nella medesima chiesa allato alla porta, entrando a man manca, nella quale Gesù Cristo incorona Nostra Donna in mezzo a un coro d’angeli, et in fra una multitudine infinita di Santi e Sante, tanti in numero, tanto ben fatti e con sì varie attitudini e diverse arie di teste, che incredibile piacere e dolcezza si sente in guardarle, anzi pare che que’ spiriti beati non possino essere in cielo altrimente, o per meglio dire, se avessero corpo, non potrebbono; perciò che tutti i Santi e le Sante che vi sono, non solo sono vivi e con arie delicate e dolci, ma tutto il colorito di quell’opera par che sia di mano d’un Santo o d’un Angelo, come sono; onde a gran ragione fu sempre chiamato questo da ben religioso, frate Giovanni Angelico. Nella predella poi, le storie che vi sono della Nostra Donna e di S. Domenico, sono in quel genere divine; et io per me posso con verità affermare che non veggio mai questa opera che non mi paia cosa nuova, né me ne parto mai sazio. Nella capella similmente della Nunziata di Firenze, che fece fare Piero di Cosimo de’ Medici, dipinse i sportelli dell’armario dove stanno l’argenterie, di figure piccole, condotte con molta diligenza. Lavorò tante cose questo padre, che sono per le case de’ cittadini di Firenze, che io resto qualche volta maravigliato, come tanto e tanto bene potesse, eziandio in molti anni, condurre perfettamente un uomo solo. Il molto reverendo don Vincenzio Borghini, spedalingo degl’Innocenti, ha di mano di questo padre una Nostra Donna piccola, bellissima; e Bartolomeo Gondi amatore di queste arti al pari di qual si voglia altro gentiluomo, ha un quadro grande, un piccolo et una croce di mano del medesimo. Le pitture ancora, che sono nell’arco sopra la porta di S. Domenico, sono del medesimo. Et in S. Trinita una tavola della sagrestia, dove è un Deposto di croce, nel quale mise tanta diligenza che si può, fra le migliori cose che mai facesse, annoverare. In S. Francesco, fuor della porta di S. Miniato, è una Nunziata; et in S. Maria Novella, oltre alle cose dette, dipinse di storie piccole il cero pasquale et alcuni reliquiari, che nelle maggiori solennità si pongono in sull’altare. Nella Badia della medesima città, fece sopra una porta del chiostro un S. Benedetto che accenna silenzio. Fece a’ Linaiuoli una tavola, che è nell’uffizio dell’Arte loro; et in Cortona un archetto sopra la porta della chiesa dell’Ordine suo, e similmente la tavola dell’altar maggiore. In Orvieto cominciò in una volta della capella della Madonna, in Duomo, certi profeti, che poi furono finiti da Luca da Cortona. Per la Compagnia del Tempio di Firenze fece in una tavola un Cristo morto. E nella chiesa de’ monaci degl’Angeli un Paradiso et un Inferno di figure piccole, nel quale con bella osservanza fece i beati bellissimi e pieni di giubilo e di celeste letizia; et i dannati apparecchiati alle pene dell’Inferno in varie guise mestissimi e portanti nel volto impresso il peccato e demerito loro; i beati si veggiono entrare celestemente ballando per la porta del Paradiso, et i dannati dai demonii all’Inferno nell’eterne pene strascinati. Questa opera è in detta chiesa, andando verso l’altar maggiore a man ritta, dove sta il sacerdote, quando si cantano le messe, a sedere. Alle monache di San Piero martire, che oggi stanno nel monasterio di San Felice in piazza, il quale era dell’ordine di Camaldoli, fece in una tavola la Nostra Donna, S. Giovanni Battista, San Domenico, San Tommaso e San Piero martire, con figure piccole assai. Si vede anco nel tramezzo di Santa Maria Nuova una tavola di sua mano. Per questi tanti lavori, essendo chiara per tutta Italia la fama di fra’ Giovanni, papa Nicola Quinto mandò per lui, et in Roma gli fece fare la cappella del palazzo, dove il papa ode la messa, con un Deposto di croce et alcune storie di S. Lorenzo bellissime, e miniar alcuni libri che sono bellissimi. Nella Minerva fece la tavola dell’altar maggiore, et una Nunziata che ora è a canto alla cappella grande, appoggiata a un muro. Fece anco per il detto Papa la cappella del Sagramento in palazzo, che fu poi rovinata da Paulo Terzo per dirizzarvi le scale, nella quale opera, che era eccellente in quella maniera sua, aveva lavorato in fresco alcune storie della vita di Gesù Cristo, e fattovi molti ritratti di naturale, di persone segnalate di que’ tempi, i quali per avventura sarebbono oggi perduti, se il Giovio non avesse fattone ricavar questi per il suo museo: papa Nicola Quinto, Federigo imperatore, che in quel tempo venne in Italia, frate Antonino, che poi fu arcivescovo di Firenze, il Biondo da Furlì e Ferrante d’Aragona. E perché al Papa parve fra’ Giovanni, sì come era veramente, persona di santissima vita, quieta e modesta, vacando l’arcivescovado in quel tempo di Firenze, l’aveva giudicato degno di quel grado; quando intendendo ciò il detto frate, supplicò a Sua Santità che provedesse d’un altro, perciò che non si sentiva atto a governar popoli, ma che avendo la sua Religione un frate amorevole de’ poveri, dottissimo di governo e timorato di Dio, sarebbe in lui molto meglio quella dignità collocata, che in sé. Il Papa sentendo ciò, e ricordandosi che quello che diceva era vero, gli fece la grazia liberamente; e così fu fatto arcivescovo di Fiorenza frate Antonino dell’Ordine de’ predicatori, uomo veramente, per santità e dottrina, chiarissimo, et insomma tale che meritò che Adriano Sesto lo canonizzasse a’ tempi nostri. Fu gran bontà quella di fra’ Giovanni, e nel vero cosa rarissima concedere una dignità et uno onore e carico così grande, a sé offerto da un sommo pontefice, a colui che egli, con buon occhio e sincerità di cuore, ne giudicò molto più di sé degno. Apparino da questo Santo uomo i religiosi de’ tempi nostri, a non tirarsi addosso quei carichi che degnamente non possono sostenere et a cedergli a coloro che dignissimi ne sono. E volesse Dio, per tornare a fra’ Giovanni, sia detto con pace de’ buoni, che così spendessero tutti i religiosi uomini il tempo, come fece questo padre veramente angelico, poi che spese tutto il tempo della sua vita in servigio di Dio e benefizio del mondo e del prossimo. E che più si può o deve disiderare, che acquistarsi vivendo santamente il regno celeste, e virtuosamente operando eterna fama nel mondo? E nel vero non poteva e non doveva discendere una somma e straordinaria virtù, come fu quella di fra’ Giovanni, se non in uomo di santissima vita; perciò che devono coloro che in cose ecclesiastiche e sante s’adoperano, essere ecclesiastici e santi uomini, essendo che si vede, quando cotali cose sono operate da persone che poco credino e poco stimano la religione, che spesso fanno cadere in mente appetiti disonesti e voglie lascive; onde nasce il biasimo dell’opere del disonesto, e la lode ne l’artificio e nella virtù. Ma io non vorrei già che alcuno s’ingannasse, interpretando il goffo et inetto, devoto, et il bello e buono, lascivo; come fanno alcuni, i quali vedendo figure, o di femina o di giovane un poco più vaghe e più belle et adorne che l’ordinario, le pigliano subito e giudicano per lascive non si avedendo che a gran torto dannano il buon giudizio del pittore, il quale tiene i Santi e Sante, che sono celesti, tanto più belli della natura mortale, quanto avanza il cielo la terrena bellezza e l’opere nostre; e, che è peggio, scuoprono l’animo loro infetto e corrotto, cavando male e voglie disoneste di quelle cose, delle quali, se e’ fussino amatori dell’onesto, come in quel loro zelo sciocco vogliono dimostare, verrebbe loro disiderio del cielo e di farsi accetti al Creatore di tutte le cose, dal quale perfettissimo e bellissimo nasce ogni perfezzione e bellezza. Che farebbono, o è da credere che facciano questi cotali, se dove fussero o sono bellezze vive accompagnate da lascivi costumi, da parole dolcissime, da movimenti pieni di grazia, e da occhi che rapiscono i non ben saldi cuori, si ritrovassero, o si ritruovano, poiché la sola immagine e quasi ombra del bello, cotanto gli commove? Ma non perciò vorrei che alcuni credessero che da me fussero approvate quelle figure, che nelle chiese sono dipinte, poco meno che nude del tutto, perché in cotali si vede che il pittore non ha avuto quella considerazione che doveva al luogo; perché, quando pure si ha da mostrare quanto altri sappia, si deve fare con le debite circostanze, et aver rispetto alle persone, a’ tempi et ai luoghi. Fu fra’ Giovanni semplice uomo e santissimo ne’ suoi costumi; e questo faccia segno della bontà sua, che, volendo una mattina papa Nicola Quinto dargli desinare, si fece coscienza di mangiar della carne senza licenza del suo priore, non pensando all’autorità del Pontefice. Schivò tutte le azzioni del mondo; e puro e santamente vivendo, fu de’ poveri tanto amico, quanto penso che sia ora l’anima sua del cielo. Si esercitò continuamente nella pittura, né mai volle lavorare altre cose che di Santi. Potette esser ricco e non se ne curò, anzi usava dire che la vera ricchezza non è altro che contentarsi del poco. Potette comandare a molti e non volle, dicendo esser men fatica e manco errore ubidire altrui. Fu in suo arbitrio avere dignità ne’ frati e fuori, e non le stimò, affermando non cercare altra dignità che cercare di fuggire l’Inferno et accostarsi al Paradiso. E di vero qual dignità si può a quella paragonare, la qual deverebbono i religiosi, anzi pur tutti gl’uomini, cercare? E che in solo Dio e nel vivere virtuosamente si ritruova? Fu umanissimo e sobrio; e castamente vivendo, dai lacci del mondo si sciolse, usando spesse fiate di dire, che chi faceva questa arte aveva bisogno di quiete e di vivere senza pensieri, e che chi fa cose di Cristo, con Cristo deve star sempre. Non fu mai veduto in collera tra i frati; il che grandissima cosa e quasi impossibile mi pare a credere; e soghignando semplicemente aveva in costume d’amonire gl’amici. Con amorevolezza incredibile, a chiunche ricercava opere da lui, diceva che ne facesse esser contento il priore, e che poi non mancherebbe. Insomma fu questo non mai a bastanza lodato padre in tutte l’opere e ragionamenti suoi umilissimo e modesto, e nelle sue pitture facile e devoto; et i Santi che egli dipinse, hanno più aria e somiglianza di Santi, che quegli di qualunche altro. Aveva per costume non ritoccare, né racconciar mai alcuna sua dipintura, ma lasciarle sempre in quel modo che erano venute la prima volta, per creder (secondo ch’egli diceva) che così fusse la volontà di Dio. Dicono alcuni che fra’ Giovanni non arebbe messo mano ai penelli, se prima non avesse fatto orazione. Non fece mai Crucifisso che non si bagnasse le gote di lagrime; onde si conosce nei volti e nell’attitudini delle sue figure la bontà del sincero e grande animo suo nella religione cristiana. Morì d’anni sessantotto nel 1455, e lasciò suoi discepoli Benozzo fiorentino, che imitò sempre la sua maniera; Zanobi Strozzi, che fece quadri e tavole per tutta Fiorenza, per le case de’ cittadini, e particolarmente una tavola, posta oggi nel tramezzo di S. Maria Novella, allato a quella di fra’ Giovanni, et una in S. Benedetto, monasterio de’ Monaci di Camaldoli, fuor della porta a Pinti, oggi rovinato; la quale è al presente nel monasterio degl’Angeli, nella chiesetta di S. Michele, inanzi che si entri nella principale, a man ritta andando verso l’altare, apoggiata al muro; e similmente una tavola in S. Lucia, alla capella de’ Nasi; et un’altra in S. Romeo et in guardaroba del Duca è il ritratto di Giovanni di Bicci de’ Medici, e quello di Bartolomeo Valori in uno stesso quadro, di mano del medesimo. Fu anco discepolo di fra’ Giovanni Gentile da Fabbriano e Domenico di Michelino, il quale in S. Apolinare di Firenze fece la tavola all’altare di S. Zanobi et altre molte dipinture. Fu sepolto fra’ Giovanni dai suoi frati nella Minerva di Roma, lungo l’entrata del fianco, appresso la sagrestia in un sepolcro di marmo tondo, e sopra esso egli, ritratto di naturale; nel marmo si legge intagliato questo epitaffio.

Non mihi sit laudi, quod eram velut alter Apelles; sed quod lucra tuis omnia, Christe, dabam: altera nam terris opera extant, altera coelo. Urbs me Ioannem flos tulit Etrurie.

Sono di mano di fra’ Giovanni in S. Maria del Fiore due grandissimi libri miniati divinamente, i quali sono tenuti con molta venerazione e riccamente adornati, né si veggiono se non ne’ giorni solennissimi. Fu ne’ medesimi tempi di fra’ Giovanni, celebre e famoso miniatore, un Attavante fiorentino, del quale non so altro cognome; il quale fra molte altre cose miniò un Silio Italico che è oggi in S. Giovanni e Polo di Vinezia; della quale opera non tacerò alcuni particolari, sì perché sono degni d’essere in cognizione degl’artefici, sì perché non si truova, ch’io sappia, altra opera di costui; né anco di questa averei notizia, se l’affizione che a queste nobili arti porta il molto reverendo Messer Cosimo Bartoli, gentiluomo fiorentino, non mi avesse di ciò dato notizia, acciò non stia come sepolta la virtù dell’Attavante. In detto libro dunque, la figura di Silio ha in testa una celata cristata d’oro et una corona di lauro; indosso una corazza azzurra tocca d’oro all’antica; nella man destra un libro, e la sinistra tiene sopra una spada corta. Sopra la corazza ha una clamide rossa affibbiata con un gruppo dinanzi, e gli pende dalle spalle, fregiata d’oro; il rovescio della quale clamide apparisce cangiante e ricamato a rosette d’oro. Ha i calzaretti gialli e posa in sul piè ritto in una nicchia. La figura, che dopo in questa opera rappresenta Scipione Africano, ha indosso una corazza gialla, i cui pendagli e maniche di colore azzurro, sono tutti ricamati d’oro; ha in capo una celata con due aliette et un pesce per cresta. L’effigie del giovane è bellissima e bionda; et alzando il braccio destro fieramente, ha in mano una spada nuda; e nella stanca tiene la guaina, che è rossa e ricamata d’oro. Le calze sono di color verde e semplici e la clamide, che è azzurra, ha il didentro rosso con un fregio attorno d’oro; et agruppata avanti alla fontanella, lascia il dinanzi tutto aperto, cadendo dietro con bella grazia. Questo giovane, che è in una nicchia di mischi verdi e bertini con calzari azzurri ricamati d’oro, guarda con ferocità inestimabile Annibale, che gli è all’incontro nell’altra faccia del libro. E la figura di questo Annibale, d’età di anni 36 in circa, fa due crespe sopra il naso a guisa di adirato e stizzoso, e guarda ancor essa fiso Scipione. Ha in testa una celata gialla, per cimiero un drago verde e giallo; e per ghirlanda un serpe; posa in sul piè stanco, et alzato il braccio destro, tiene con esso un’asta d’un pilo antico, o vero partigianetta; ha la corazza azzurra et i pendagli parte azzurri e parte gialli, con le maniche cangianti d’azzurro e rosso, et i calzaretti gialli. La clamide è cangiante di rosso e giallo, aggruppata in sulla spalla destra e foderata di verde; e tenendo la mano stanca in sulla spada, posa in una nicchia di mischi gialli, bianchi e cangianti. Nell’altra faccia è papa Nicola Quinto, ritratto di naturale, con un manto cangiante pagonazzo e rosso, e tutto ricamato d’oro; è senza barba in profilo affatto e guarda verso il principio dell’opera, che è dirincontro; e con la man destra accenna verso quella, quasi maravigliandosi; la nicchia è verde, bianca e rossa. Nel fregio poi sono certe mezze figurine in un componimento fatto d’ovati e tondi, et altre cose simili con una infinità d’ucelletti e puttini tanto ben fatti, che non si può più disiderare. Vi sono appresso in simile maniera Annone cartaginese, Asdrubale, Lelio, Massinissa, C. Salinatore, Nerone, Sempronio, M. Marcello, Q. Fabio, l’altro Scipione e Vibio. Nella fine del libro si vede un Marte sopra una carretta antica, tirata da due cavalli rossi. Ha in testa una celata rossa e d’oro, con due aliette nel braccio sinistro, uno scudo antico che lo sporge inanzi, e nella destra una spada nuda. Posa sopra il piè manco solo, tenendo l’altro in aria. Ha una corazza all’antica tutta rossa e d’oro, e simili sono le calze et i calzaretti. La clamide è azzurra di sopra, e di sotto tutta verde ricamata d’oro. La carretta è coperta di drappo rosso ricamato d’oro, con una banda d’ermellini attorno et è posta in una campagna fiorita e verde, ma fra scogli e sassi. E da lontano vede paesi e città in un aere d’azzurro eccellentissimo. Nell’altra faccia un Nettuno giovane ha il vestito a guisa d’una camicia lunga, ma ricamata a torno del colore che è la terretta verde; la carnagione è pallidissima; nella destra tiene un tridente piccoletto e con la sinistra s’alza la vesta; posa con amendue i piedi sopra la carretta, che è coperta di rosso, ricamato d’oro, e fregiato intorno di zibellini. Questa carretta ha quattro ruote, come quella del Marte, ma è tirata da quattro delfini, sonvi tre ninfe marine, due putti et infiniti pesci, fatti tutti d’un acquerello simile alla terretta et in aere bellissime. Vi si vede dopo Cartagine disperata, la quale è una donna ritta e scapigliata, e di sopra vestita di verde e dal fianco in giù aperta la veste, foderata di drappo rosso ricamata d’oro, per la quale apritura si viene a vedere altra veste, ma sottile e cangiante di paonazzo e bianco. Le maniche sono rosse e d’oro, con certi sgonfi e svolazi, che fa la vesta di sopra; porge la mano stanca verso Roma che l’è all’incontro, quasi dicendo: "Che vuoi tu? Io ti risponderò"; e nella destra ha una spada nuda, come infuriata. I calzari sono azzurri, e posa sopra uno scoglio in mezzo del mare circondato da un’aria bellissima. Roma è una giovane tanto bella quanto può uomo imaginarsi, scompigliata, con certe trecce fatte con infinita grazia e vestita di rosso puramente, con un solo ricamo da piede. Il rovescio della veste è giallo, e la veste di sotto, che per l’aperto si vede, è di cangiante paonazzo e bianco; i calzari sono verdi, nella man destra ha uno scettro, nella sinistra un mondo, e posa ancora essa sopra uno scoglio, in mezzo d’un aere, che non può essere più bello. Ma sì bene io mi sono ingegnato come ho saputo il meglio, di mostrare con quanto artifizio fussero queste figure da Attavante lavorate, niuno creda però che io abbia detto pure una parte di quello che si può dire della bellezza loro, essendo che per cose di que’ tempi, non si può di minio veder meglio, né lavoro fatto con più invenzione, giudizio e disegno; e sopra tutto i colori non possono essere più belli, né più delicatamente ai luoghi loro posti, con graziosissima grazia.

FINE DELLA VITA DI FRA’ GIOVANNI DA FIESOLE