Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Leon Batista Alberti

Leon Batista Alberti

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Fra' Giovanni da Fiesole dell'Ordine de' Frati Predicatori Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Lazzaro Vasari IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Fra' Giovanni da Fiesole dell'Ordine de' Frati Predicatori Lazzaro Vasari

VITA DI LEON BATISTA ALBERTI ARCHITETTO FIORENTINO

Grandissima commodità arrecano le lettere, universalmente a tutti quelli artefici che di quelle si dilettano, ma particolarmente agli scultori, pittori et architetti, aprendo la via all’invenzioni di tutte l’opere che si fanno; senzaché non può essere il giudizio perfetto in una persona (abbia pur naturale a suo modo) la quale sia privata dell’accidentale, cioè della compagnia delle buone lettere; perché chi non sa che nel situare gl’edifizii bisogna filosoficamente schifare la gravezza de’ venti pestiferi, la insalubrità dell’aria, i puzzi e vapori dell’acque crude e non salutifere? Chi non conosce che bisogna con matura considerazione sapere o fuggire o apprendere per sé solo, ciò che si cerca mettere in opera, senza avere a raccomandarsi alla mercé dell’altrui teorica, la quale separata dalla pratica il più delle volte giova assai poco? Ma quando elle si abbattono per avventura a esser insieme, non è cosa che più si convenga alla vita nostra, sì perché l’arte col mezzo della scienza diventa molto più perfetta e più ricca; sì perché i consigli e gli scritti de’ dotti artefici hanno in sé maggior efficacia e maggior credito che le parole o l’opere di coloro che non fanno altro che un semplice esercizio, o bene o male che se lo facciano. E che tutte queste cose siano vere, si vede manifestamente in Leon Batista Alberti, il quale, per avere atteso alla lingua latina, e dato opera all’architettura, alla prospettiva et alla pittura, lasciò i suoi libri scritti di maniera che, per non essere stato fra gl’artefici moderni chi le abbia saputo distendere con la scrittura, ancor che infiniti ne siano stati più eccellenti di lui nella patria, e’ si crede comunemente (tanta forza hanno gli scritti suoi nelle penne e nelle lingue de’ dotti) che egli abbia avanzato tutti coloro che hanno avanzato lui con l’operare. Onde si vede per esperienza, quanto alla fama et al nome, che fra tutte le cose gli scritti sono di maggior forza e di maggior vita, atteso che i libri agevolmente vanno per tutto, e per tutto si acquistano fede, pure che siano veritieri e senza menzogne. Non è maraviglia dunque, se più che per l’opere manuali è conosciuto per le scritture il famoso Leon Batista, il quale nato a Fiorenza della nobilissima famiglia degl’Alberti, della quale si è in altro luogo ragionato, attese non solo a cercare il mondo e misurare le antichità, ma ancora, essendo a ciò assai inclinato, molto più allo scrivere che all’operare. Fu bonissimo aritmetico e geometrico, e scrisse dell’architettura dieci libri in lingua latina, publicati da lui nel 1481, et oggi si leggono tradotti in lingua fiorentina dal reverendo Messer Cosimo Bartoli, preposto di San Giovanni di Firenze. Scrisse della pittura tre libri, oggi tradotti in lingua toscana da Messer Lodovido Domenichi; fece un trattato de’ tirari et ordini di misurar altezze; i libri della vita civile et alcune cose amorose in prosa et in versi; e fu il primo che tentasse di ridurre i versi volgari alla misura de’ latini, come si vede in quella sua epistola:

Questa per estrema miserabile pistola mando a te, che spregi miseramente noi.

Capitando Leon Batista a Roma, al tempo di Nicola Quinto, che aveva col suo modo di fabricare messo tutta Roma sottosopra, divenne, per mezzo del Biondo da Furlì suo amicissimo, familiare del Papa, che prima si consigliava nelle cose d’architettura con Bernardo Rossellino scultore et architetto fiorentino, come si dirà nella vita d’Antonio suo fratello. Costui, avendo messo mano a rassettare il palazzo del papa et a fare alcune cose in Santa Maria Maggiore, come volle il Papa, da indi inanzi si consigliò sempre con Leon Batista. Onde il Pontefice col parere dell’uno di questi duoi e coll’esseguire dell’altro, fece molte cose utili e degne di esser lodate; come furono il condotto dell’acqua vergine, il quale essendo guasto si racconciò; e si fece la fonte in sulla piazza de’ Trievi con quelli ornamenti di marmo che vi si veggiono, ne’ quali sono l’arme di quel Pontefice e del popolo romano. Dopo, andato al signor Sigismondo Malatesti d’Arimini, gli fece il modello della chiesa di S. Francesco, e quello della facciata particolarmente che fu fatta di marmi, e così la rivolta della banda di verso mezzogiorno, con archi grandissimi e sepolture per uomini illustri di quella città. Insomma ridusse quella fabrica in modo che per cosa soda ell’è de’ più famosi tempii d’Italia. Dentro ha sei cappelle bellissime, una delle quali, dedicata a San Ieronimo, è molto ornata, serbandosi in essa molte reliquie venute di Gierusalem. Nella medesima è la sepoltura del detto signor Sigismondo, e quella della moglie, fatte di marmi molto riccamente l’anno 1450, e sopra una è il ritratto di esso signore, et in altra parte di quell’opera quello di Leon Batista. L’anno poi 1457 che fu trovato l’utilissimo modo di stampare i libri da Giovanni Guittembergh germano, trovò Leon Batista, a quella similitudine per via d’uno strumento, il modo di lucidare le prospettive naturali e diminuire le figure, et il modo parimente da potere ridurre le cose piccole in maggior forma e ringrandirle; tutte cose capricciose, utili all’arte e belle affatto. Volendo ne’ tempi di Leon Batista, Giovanni di Paulo Rucellai fare a sue spese la facciata principale di Santa Maria Novella tutta di marmo, ne parlò con Leon Battista, suo amicissimo; e da lui avuto non solamente consiglio ma il disegno, si risolvette di volere ad ogni modo far quell’opera per lasciar di sé quella memoria; e così, fattovi metter mano fu finita l’anno 1477 con molta sodisfazione dell’universale a cui piacque tutta l’opera, ma particolarmente la porta, nella quale si vede che durò Leonbattista più che mediocre fatica. A Cosimo Rucellai fece similmente il disegno del palazzo che egli fece nella strada che si chiama la Vigna, e quello della loggia che gl’è dirimpetto, nella quale, avendo girati gl’archi sopra le colonne strette nella faccia dinanzi e nelle teste, perché volle seguitare i medesimi e non fare un arco solo, gl’avanzò da ogni banda spazio, onde fu forzato fare alcuni risalti ne’ canti di dentro; quando poi volle girare l’arco della volta di dentro, veduto non potere dargli il sesto del mezzo tondo, che veniva stiacciato e goffo, si risolvette a girare in sui canti, da un risalto all’altro, certi archetti piccoli, mancandogli quel giudizio e disegno che fa apertamente conoscere che oltre alla scienza bisogna la pratica, perché il giudizio non si può mai far perfetto, se la scienza, operando, non si mette in pratica. Dicesi che il medesimo fece il disegno della casa et orto de’ medesimi Rucellai, nella via della Scala, la quale è fatta con molto giudizio e commodissima, avendo oltre agl’altri molti agi, due logge, una volta a mezzogiorno e l’altra a ponente, amendue bellissime e fatte senza archi sopra le colonne, il qual modo è il vero e proprio che tennero gl’antichi, perciò che gl’architravi, che son posti sopra i capitegli delle colonne spianano, là dove non può una cosa quadra, come sono gl’archi che girano, posare sopra una colonna tonda, che non posino i canti in falso. Adunque il buon modo di fare vuole che sopra le colonne si posino gl’architravi, e che quando si vuol girare archi, si facciano pilastri e non colonne. Per i medesimi Rucellai in questa stessa maniera fece Leon Batista in San Brancazio una cappella che si regge sopra gl’architravi grandi, posati sopra due colonne e due pilastri, forando sotto il muro della chiesa, che è cosa difficile ma sicura. Onde questa opera è delle migliori che facesse questo architetto. Nel mezzo di questa cappella, è un sepolcro di marmo molto ben fatto, in forma ovale e bislungo, simile, come in esso si legge, al sepolcro di Gesù Cristo in Gierusalem. Ne’ medesimi tempi, volendo Lodovico Gonzaga marchese di Mantoa, fare nella Nunziata de’ Servi di Firenze la tribuna e cappella maggiore col disegno e modello di Leon Battista, fatto rovinar a sommo di detta chiesa una cappella quadra, che vi era vecchia e non molto grande, dipinta all’antica, fece la detta tribuna capricciosa e difficile, a guisa d’un tempio tondo, circondato da nove cappelle, che tutte girano in arco tondo e dentro sono a uso di nicchia: per lo che, reggendosi gl’archi di dette cappelle in sui pilastri dinanzi, vengono gl’ornamenti dell’arco di pietra, accostandosi al muro, a tirarsi sempre in dietro per appoggiarsi al detto muro, che secondo l’andare della tribuna gira in contrario; onde quando i detti archi delle cappelle si guardano dagli lati par che caschino indietro e che abbiano, come hanno invero, disgrazia, se bene la misura è retta et il modo di fare difficile. E invero se Leonbattista avesse fuggito questo modo, sarebbe stato meglio; perché, se bene è malagevole a condursi, ha disgrazia nelle cose piccole e grandi e non può riuscir bene. E che ciò sia vero nelle cose grandi, l’arco grandissimo dinanzi che dà l’entrata alla detta tribuna, dalla parte di fuori è bellissimo, e di dentro, perché bisogna che giri secondo la cappella che è tonda, pare che caschi all’indietro e che abbia estrema disgrazia. Il che forse non arebbe fatto Leonbattista, se con la scienza e teorica, avesse avuto la pratica e la sperienza nell’operare; perché un altro arebbe fuggito quella difficultà e cercato più tosto la grazia e maggior bellezza dell’edifizio. Tutta questa opera in sé, per altro, è bellissima, capricciosa e difficile, e non ebbe Leonbattista se non grande animo a voltare in quei tempi quella tribuna nella maniera che fece. Dal medesimo Lodovico marchese condotto poi Leonbattista a Mantoa, fece per lui il modello della chiesa di S. Andrea, e d’alcune altre cose; e per la via d’andare da Mantoa a Padoa, si veggiono alcuni tempii fatti secondo la maniera di costui. Fu esecutore de’ disegni e modelli di Leonbattista, Salvestro Fancelli fiorentino, architetto e scultore ragionevole, il quale condusse secondo il volere di detto Leonbattista tutte l’opere che fece fare in Firenze, con giudizio e diligenza straordinaria. E in quelli di Mantoa un Luca fiorentino, che abitando poi sempre in quella città e morendovi lasciò il nome, secondo il Filareto, alla famiglia de’ Luchi, che vi è ancor oggi. Onde fu non piccola ventura la sua aver amici che intendesseno, sapessino e volessino servire; perciò che non potendo gl’architetti star sempre in sul lavoro, è loro di grandissimo aiuto un fedele et amorevole essecutore, e se niuno mai lo seppe, lo so io benissimo per lunga pruova. Nella pittura non fece Leonbattista opere grandi né molto belle, conciò sia che quelle che si veggiono di sua mano, che sono pochissime, non hanno molta perfezzione; né è gran fatto, perché egli attese più agli studi che al disegno; pur mostrava assai bene, disegnando, il suo concetto, come si può vedere in alcune carte di sua mano che sono nel nostro libro; nelle quali è disegnato il ponte Sant’Agnolo et il coperto che col disegno suo vi fu fatto a uso di loggia, per difesa del sole ne’ tempi di stati, e delle piogge e de’ venti l’inverno; la quale opera gli fece far papa Nicola Quinto, che aveva disegnato farne molte altre simili per tutta Roma, ma la morte vi s’interpose. Fu opera di Leonbattista quella che è in Fiorenza su la coscia del ponte alla Carraia in una piccola cappelletta di Nostra Donna, cioè uno scabello d’altare, dentrovi tre storiette con alcune prospettive, che da lui furono assai meglio descritte con la penna che dipinte col pennello. In Fiorenza medesimamente è in casa di Palla Rucellai un ritratto di se medesimo fatto alla spera, et una tavola di figure assai grandi di chiaro e scuro. Figurò ancora una Vinegia in prospettiva, e San Marco; ma le figure che vi sono furono condotte da altri maestri; et è questa una delle migliori cose che si veggia di sua pittura. Fu Leonbattista persona di civilissimi e lodevoli costumi, amico de’ virtuosi, e liberale e cortese affatto con ognuno, e visse onoratamente, e da gentiluomo com’era, tutto il tempo di sua vita. E finalmente essendo condotto in età assai ben matura, se ne passò contento e tranquillo a vita migliore, lasciando di sé onoratissimo nome.

FINE DELLA VITA DI LEONBATTISTA ALBERTI