Le odi e i frammenti (Pindaro)/Ode Pitica X

Ode Pitica

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Pindaro - Le odi e i frammenti (518 a.C. / 438 a.C.)
Traduzione di Ettore Romagnoli (1927)
Ode Pitica
Prefazione Le odi siciliane - Ode Pitica VI
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ODE PITICA X

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È questa la prima delle odi di Pindaro giunte sino a noi. Fu composta nel 498, quando il poeta aveva 24 anni. È per la vittoria di un Ippocle, di Pelinnia in Tessaglia; ma fu commessa al poeta da Torace, uno dei tiranni di Larissa, amici o forse parenti del vincitore. Questi principi, che dovevano poi guadagnarsi non invidiabile fama per la tenacia con cui sostennero contro la propria patria la causa dei Persiani, erano figli di Aleva, che si pretendeva discendente di Eracle, e quindi anche di Perseo, avo di Alcmena, madre d’Eracle.

Il nesso delle idee nell’ode è, per sommi capi, il seguente. Pensando alla nobile origine che stringe i signori di Larissa a quelli di Sparta, discendenti anch’essi dagli Eraclidi, Pindaro dichiara felice Sparta e Tessaglia, rette da uomini che provengono da tali eroi, e se ne mostrano tuttora degni con le loro prodezze (1-8). — Gli Alevadi, Pito, luogo della vittoria, Pelinnia, città natale del vincitore, hanno chiesto a Pindaro l’inno. Ha vinto Ippocle: perché Apollo ha voluto; ma anche perché buon sangue non mentisce: ché il padre di lui, Fricia, vinse nella corsa in arme a Pito (sotto la balza di Cirra), e due volte in Olimpia. Essi hanno fortuna e ricchezza: l’abbiano sempre. Chi ha cuore sereno, è un Dio: chi poi vince e vede vincere il proprio figlio, non tocca il cielo, ma giunge fin dove può giungere un mortale (9-37). — Né per terra né per mare si può pervenire oltre i limiti umani, agli [p. 4 modifica]Iperborei, dove un dí giunse Perseo, e vide quelle genti felici, dilette ad Apollo, che spesso si reca a visitarle. E qui si rammentano altre gesta di Perseo, la uccisione della Gorgone, e gl’isolani di Serifo impietrati dal capo di Medusa (38-64). — Il poeta ha divagato e richiama sé stesso all’argomento. E, figurando, con immagine qui sottintesa, e altrove mirabilmente svolta (fine della Nemea V), che la sua canzone sia quasi un battello, esorta sé stesso a gittar l’ancora. Tanto piú che l’epinicio non deve troppo a lungo rimanere in un sol punto, bensí svolazzare come un’ape da questo a quell’argomento (65-69). Nutre speranza che, quando gli Efirî, cioè i Tessali di Crànnone sul Peneo, designatti per la esecuzione dell’inno, canteranno Ippocle, questi diverrà famoso fra i giovani e sarà desiderato dalle fanciulle. — Chi ama una cosa, chi l’altra; ma poiché nessuno può prevedere il futuro, quando ci càpita quello che desideriamo, è bene acciuffarlo senz’altro (70-82). — Congedo, con un saluto a Torace ed ai suoi fratelli, che mantengono inalterate, come devono fare i buoni, le leggi della città. Essi dimostrano la loro eccellenza alla prova, come l’oro sulla pietra di paragone (82-92).

Il tessuto dei pensieri è quello che troveremo poi ripetuto nelle odi infinite volte. Del resto, questa opera giovanile, chiarissima, è piena di freschezza e d’ispirazione, e contiene per intero, sebbene in boccio, tutta la maniera pindarica. Impreveduto e pieno d’impeto il principio. Lo stacco brusco dalla divagazione all’argomento (65), che vedremo tornar tante volte, e spesso disadorno, è qui svolto in una di quelle immagini dinamiche che dànno tanto movimento alla poesia pindarica. Notevole è soprattutto come già nei suoi giovani anni Pindaro mostrasse la sua predilezione per dipingere i paesi irreali, ultramondani. Questa pittura degli Iperborei si colloca naturalmente accanto all’altra della Olimpia III (31 sg.), a quella delle Isole dei Beati (O. II), all’Olimpo sospeso al suono [p. 5 modifica]della lira d’Apollo (P. I), all’altra vita ultramondana descritta nei Threni (Framm. 129). E al confronto, non scàpita troppo. Il particolare della salacia degli asinelli (46) introduce uno sprazzo di comicità assai rara in Pindaro. E fa pensare che non per nulla il poeta osservava le numerose figurazioni di tíasi bacchici che con tanta predilezione mettevano in rilievo le tendenze erotiche di tutti i personaggi del corteggio dionisiaco.


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PER IPPOCLE DI TESSAGLIA

VINCITORE NELLA DOPPIA CORSA DEI FANCIULLI A PITO


I



Strofe

Sparta felice! Tessaglia
beata! Su l’una e su l’altra
la stirpe d’Alcide
guerriero, da un padre discesa, ha lo scettro.
Ma che? Forse impronto m’esalto? No. Pito
mi chiama, e la rocca Pelínnia,
e i figli d’Alèva, che braman per Ippocle
si desti nell’agape, a gloria, la voce dei cori.

Antistrofe

Gode egli i premî; ed il grembo
parrasio, fra il popolo accolto,
a lui la vittoria
gridò tra i fanciulli, nel duplice corso.
O Apollo, gli eventi degli uomini han prospero,
se un Dio li sospinge, l’inizio
e il fine: tal gesta compié per tua grazia;
ma pure per insita virtú su le tracce egli mosse

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Epodo

del padre, di Fricia, che, chiuso nell’armi
di Marte, due volte ebbe il serto
d’Olimpia; e sott’esse le balze
feraci di Cirra,
la corsa gli diede vittoria.
Prosegua Fortuna; e nei giorni
venturi, fiorisca magnanima ricchezza per essi.


II



Strofe

Parte non scarsa dei beni
che l’Ellade porge, ora godono:
deh, mai non tramuti
lor sorte l’invidia dei Súperi! È un Dio
chi cuore ha sereno: felice, e cantato
dai vati, è colui, che, vincendo
col pugno e col piede veloce, consegue
il premio supremo per possa e fiero animo; e vede,

Antistrofe

vivo tuttora, la Sorte
largire a un suo figlio fanciullo
i serti di Pito.
Il bronzëo cielo cosí non ascende;
ma d’ogni delizia concessa ai mortali
il limite estremo egli attinge.
Né a piedi, né sopra naviglio tu trovi
la via prodigiosa che ai ludi iperborei mena.

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Epodo

Un dí fra quei popoli giunse, a banchetto
con essi fu il duce Persèo.
Li colse che offrivano al Nume
insigni ecatombi
d’onàgri: ché assai Febo ha cari
i loro festini e le preci;
e l’irta mirando salacia dei bruti, sorride.


III



Strofe

Né dai loro usi è proscritta
la Musa: carole di vergini
lí sempre s’aggirano,
e grida di lire, di flauti strepiti.
Ed oro di lauri cingendo a le chiome,
banchettan con animo lieto:
né morbi né uggiosa vecchiezza la sacra
progenie contamina; e senza travagli né guerre,

Antistrofe

passan la vita, schivando
la Nèmesi. Il figlio di Dànae,
spirante prodezza
dal cuore, pervenne, guidandolo Atena,
fra questo consesso di genti beate;
e uccise la Gòrgone; e il capo
chiomato di lucidi guizzi di serpi
— lapidea morte — fra genti isolane portò.

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Epodo

«Nessuna fra l’opre dei Numi, sí strana
mi sembra, che fede io le nieghi. —
Il remo trattieni, da prora
di súbito l’àncora
affonda, e gli scogli a fior d’acqua
evíta: ché il fiore degl’inni
su quest’argomento e su quello, come ape, si lancia.


IV



Strofe

Spero che quando gli Efirî
d’intorno al Penèo verseranno
la dolce mia voce,
mercè del mio canto, piú fulgido Ippòcle
sarà pei suoi serti, fra quanti ha compagni
negli anni, fra quanti provetti,
e dolce pensiero di tenere vergini.
Infiamman desiri diversi la mente degli uomini.

Antistrofe

Quello che alcuno desidera,
se a sorte lo trova, ghermisca
la brama fuggevole
che ai piedi si scorge: ché niuno l’evento
degli anni prevede. — Confido in Toràce
che ospizio mi die’, che dei cantici
miei vago, aggiogava per me la quadriga
pïeria: che ama ed onora chi l’ama e l’onora.

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Epodo

A chi su la pietra lo saggia, ben l’oro
rifolgora, e l’animo schietto.
E noi leveremo la lode
pei buoni fratelli
che alta la legge dei Tèssali
mantengono; e pregio è dei buoni
secondo le leggi dei padri guidar le città.



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