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È questa la prima delle odi di Pindaro giunte sino a noi. Fu composta nel 498, quando il poeta aveva 24 anni. È per la vittoria di un Ippocle, di Pelinnia in Tessaglia; ma fu commessa al poeta da Torace, uno dei tiranni di Larissa, amici o forse parenti del vincitore. Questi principi, che dovevano poi guadagnarsi non invidiabile fama per la tenacia con cui sostennero contro la propria patria la causa dei Persiani, erano figli di Aleva, che si pretendeva discendente di Eracle, e quindi anche di Perseo, avo di Alcmena, madre d’Eracle.

Il nesso delle idee nell’ode è, per sommi capi, il seguente. Pensando alla nobile origine che stringe i signori di Larissa a quelli di Sparta, discendenti anch’essi dagli Eraclidi, Pindaro dichiara felice Sparta e Tessaglia, rette da uomini che provengono da tali eroi, e se ne mostrano tuttora degni con le loro prodezze (1-8). — Gli Alevadi, Pito, luogo della vittoria, Pelinnia, città natale del vincitore, hanno chiesto a Pindaro l’inno. Ha vinto Ippocle: perché Apollo ha voluto; ma anche perché buon sangue non mentisce: ché il padre di lui, Fricia, vinse nella corsa in arme a Pito (sotto la balza di Cirra), e due volte in Olimpia. Essi hanno fortuna e ricchezza: l’abbiano sempre. Chi ha cuore sereno, è un Dio: chi poi vince e vede vincere il proprio figlio, non tocca il cielo, ma giunge fin dove può giungere un mortale (9-37). — Né per terra né per mare si può pervenire oltre i limiti umani, agli