Atto II

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Atto I Atto III

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ATTO SECONDO.

SCENA PRIMA.

Bottega di caffè.

Ferdinando e Nicolò caffettiere.

Ferdinando colla lettera aperta in mano.

Ferdinando. Ehi Nicolò.

Nicolò.   Lustrissimo.
Ferdinando.   Dimmi, questo viglietto
Da chi ti fu lasciato?
Nicolò.   Nol so, da poveretto.
Mi no giera a bottega, quando che i l’ha portà.
Ho domanda ai mi zoveni, ma gnanca lori el sa.
Ferdinando. È una cosa curiosa. Tu che sei Veneziano,
Dimmi nel tuo linguaggio cosa vuol dir galano?

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Nicolò. Galano? no capisse.

Ferdinando.   Qui non dice così?
(gli fa vedere la parola nella lettera)
Nicolò. Sta parola galano no l’ho sentia ai mi dì.
Galan color de rosa, adesso capirò.
Galan, e no galano.
Ferdinando.   Non è tutt’un?
Nicolò.   Sior no.
Vuol dir una cordella bianca, celeste o sguarda;
Ligada, per esempio, in modo de coccarda.
Ferdinando. Ora, ora ho capito. (Chi mi mandò il viglietto,
Avrà per segno un nastro color di rosa in petto).
Nicolò. Me comandela gnente?
Ferdinando.   Sia il caffè preparato.
Nicolò. Lo vorla qua?
Ferdinando.   Preparami un camerin serrato.
Se verran delle maschere, vogliam la libertà.
Nicolò. La perdona, lustrissimo, no posso in verità.
Le botteghe onorate no serra i camerini.
Ferdinando. Non posso a modo mio spendere i miei quattrini?
Nicolò. Lustrissimo patron, mi ghe domando scusa.
In sto nostro paese ste cosse no se usa.
In pubblico se vien a bever el caffè.
E col se beve in pubblico, da sospettar no gh’è.
Femene d’ogni rango da nu la vederà
In tempo delle maschere vegnir con libertà.
Ma co la libertà xe resa universal,
In fazza del gran mondo se schiva el mazor mal.
Ferdinando. Di rendermi sospetto non era il pensier mio.
Quel che gli altri accostumano, vo’ costumare anch’io.
Preparate il caffè.
Nicolò.   Per quanti?
Ferdinando.   Io non lo so.
Nicolò. Co saverò per quanti, subito ghel farò.
L’acqua calda xe pronta, el caffè xe brusà;

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Subito che i me l’ordena, lo maseno in t’un fià1.

El xe più bon assae, quando el xe fatto a posta.
Al caffè de Venezia, la el sa, no gh’è risposta.
In materia de questo, l’ha da vegnir da nu.
Per caffè de Levante, Venezia e po no più.
(si ritira in bottega)
Ferdinando. Questa incognita amante chi diamine sarà?
Mi ha posto questa lettera in gran curiosità.
Pratica di Venezia non ho formato ancora;
Stretta non ho amicizia con veruna signora.
Senz’altro, chi mi scrive, esser dee una di quelle
Che ho veduto al festino. Ve n’eran delle belle.
Che fosse la ragazza, cui l’anello ho donato?
Non crederei; sarebbe l’ardir troppo avanzato.
Parvemi onesta. È vero che l’anellino ha preso,
Ma vidi il di lei volto di bel rossore acceso.
Quella certa signora che Marinetta ha nome,
Che aveva più d’ogn’altra begli occhi e belle chiome,
Mi fe’ qualche finezza, ma la conosco in ciera:
È furba come il diavolo, non pensa in tal maniera.
Chi scrisse in questo foglio, mostra di spasimare;
Ma scrivermi potrebbe ancor per corbellare.
Ecco una mascheretta. Quella del nastro aspetto.
Oh cospetto di bacco! ha la coccarda in petto.

SCENA II.

Marinetta ed il suddetto, e Felice un poco indietro.

Marinetta. Fermeve qua un pochetto; lassè che vaga mi.

Coverzive el galan, e co ve par, vegnì.
(a Felice, in disparte)
Ferdinando. (Si darà da conoscere). Servo suo riverente.
(Marinetta gli fa una riverenza)
Il desio di vederla rendevami impaziente.

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Marinetta. Mi?

Ferdinando.   Sarei fortunato2,
Se l’onor di servirla mi concedesse il fato.
Marinetta. Disela a mi, patron?
Ferdinando.   A lei, signora mia.
Marinetta. Me cognossela?
Ferdinando.   Ancora non so dir chi ella sia.
Marinetta. Con chi no se cognosse, no se se tol sto impegno.
Ferdinando. Se non conosco il volto, vi riconosco al segno.
Marinetta. A che segno?
Ferdinando.   A quel nastro.
Marinetta.   O bella in verità!
No gh’è altri galani in tutta sta città?
Ferdinando. (Parvemi nella voce che sia la Marinetta.
Cercherò di chiarirmi). Graziosa mascheretta.
Comandate il caffè?
Marinetta.   Grazie, la me perdona.
Che se vien mio mario, dasseno3 el me bastona.
Ferdinando. Siete voi maritata?
Marinetta.   Sior sì, per mia sfortuna.
Gh’ho quattro fantolini, e una putella in cuna.
Ferdinando. (Dunque non sarà questa quella ch’io mi credeva).
Che foste maritata, signora, io non sapeva.
Quel nastro mi ha ingannato.
Marinetta.   Sto nastro? Cara ella
La me diga el perchè.
Ferdinando. Vi dirò l’istoriella.
Un’incognita amante scrissemi in un viglietto,
Ch’io l’averei veduta con questo segno al petto.
Marinetta. No se poderia dar, senza intaccar l’onor,
Che qualche maridada gh’avesse dell’amor?
Ferdinando. Dar si potrebbe ancora. Sareste voi la bella,
Che in questo foglio istesso meco d’amor favella?

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Marinetta. Mi? no so gnanca scriver.

Ferdinando.   Siete donna ordinaria?
Marinetta. Sior foresto carissimo, sta volta la zavaria4.
Civil più che nol crede son nata in casa mia,
E sotto de ste maschere no se sa chi ghe sia.
Ferdinando. Dite non saper scrivere.
Marinetta.   Digo de sì e de no,
Co me par e piase5.
Ferdinando.   Scriveste voi?
Marinetta.   Sior no.
Ferdinando. Eppure io giurerei che vostro è questo scritto.
Marinetta. Zuro sull’onor mio, che mi no ghe l’ho scritto.
Ferdinando. Dite, mi conoscete?
Marinetta.   Lo conosso benissimo.
Ferdinando. E chi son io, signora?
Marinetta.   Un signor gentilissimo.
Ferdinando. Mi vedeste altre volte?
Marinetta.   L’ho visto, e gh’ho parlà.
Ferdinando. Dove? quando?
Marinetta.   Dasseno me l’ho desmentegà.
Ferdinando. Eh signora, lo vedo, volete divertirvi.
Fatemi questa grazia, vi prego di scoprirvi.
Marinetta. Sola no me convien. Amiga, vegnì qua. (a Felice)
(Felice si avanza, e scopre il nastro)
Ferdinando. (Ecco un nastro compagno; che diavolo sarà?)
Felice. Serva, sior Ferdinando.
Ferdinando.   Mi conoscete? Oh bella!
Con questi nastri al petto qual di voi sarà quella?
Felice. Mi son quella siguro.
Marinetta.   Quella son anca mi.
Ferdinando. Ma chi di voi ha scritto questo foglio che è qui?
Felice. Mi no.
Marinetta.   Gnanca mi certo.

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Ferdinando.   Si potrebbe saper

Da voi, chi l’abbia scritto?
Felice.   Se el so, nol vôi saver.
Ferdinando. Ah sì, voi siete quella che arde per me nel seno.
(a siora Felice)
Felice. El s’inganna de grosso, sior forestier, dasseno.
Ferdinando. Dunque voi siete quella che amor per me vi sente.
(a Marinella)
Marinetta. Sior forestier, dasseno, no lo gh’ho gnanca in mente.
Ferdinando. Quand’è così, potete andarvene di qua.
Felice. Oh che bella creanza!
Marinetta.   Che bella civiltà!
Felice. Xelo elo el patron?
Marinetta.   Comandelo qua drento?
Alle donne civil se fa sto complimento?
Ferdinando. Ma se voi vi credete di corbellar con me...
Felice. Gnanca no se esebisse un strazio de caffè?
Ferdinando. Subito, volentieri. Caffè. (farle)
Nicolò.   Vengo a servirla.
Ferdinando. (Se si cava la maschera, potrò almeno scoprirla).
Voi lo berrete ancora. (a Marinella)
Marinetta.   Farò quel che farà
La mia compagna.
Ferdinando.   Brava. Ci ho gusto in verità.
Nicolò. Servide del caffè. Se voile comodar?
Ferdinando. Favorite sedere.
Felice.   No me voggio sentar.
Marinetta. Gnanca mi.
Ferdinando.   Molto zucchero? (a Felice)
Felice.   Piuttosto in quantità.
Ferdinando. Così?
Felice.   Ancora un pochetto.
Ferdinando.   E voi? (a Marinella)
Marinetta.   Poco me fa.
(Nicolò versa il caffè)

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Ferdinando. Signore, colla maschera bevere non si può.

Marinetta. Via, che el lo beva elo.
Ferdinando.   Anch’io lo beverò.
Questo è per voi, signora. (a Marinetta)
Marinetta.   Oh, xe qua mio mario.
Ferdinando. Io non vedo nessuno. (guardando intorno)
Felice.   Oh, che xe qua mio fio.
Patron. (a Ferdinando)
Marinetta.   La reverisso. (a Ferdinando)
Felice.   La se conserva san.
Marinetta. La lo mantegna caldo, che el beverò doman.
Felice. La prego a compatir, se vago via e l’impianto. (parte)
Marinetta. Quelle dal galanetto la reverisse tanto. (parte)

SCENA III.

Ferdinando e Nicolò, poi Lucietta e Bettina.

Nicolò. Lo comandela ela?

Ferdinando.   Va al diavolo anche tu.
Nicolò. (Co sta sorte de matti no me n’intrigo più).
(si ritira in bottega)
Ferdinando. Sì, voglio, per conoscerle, seguirle a suo dispetto.
Ecco dell’altre maschere con il galano al petto.
Chi sa che una di queste?... che diavol d’imbarazzo!
Voglion le Veneziane farmi diventar pazzo.
Lucietta. (Le amighe no se vede. Aspettemo un pochetto).
(piano a Bettina)
Bettina. (La varda, siora mare, quello dall’aneletto).
Lucietta. (Sì, per diana. Sta zitta, femolo zavariar).
Bettina. (No vorave che Bortolo...).
Lucietta.   (Màndelo a far squartar.
Xe do anni debotto, che el vien in casa mia;
Nol t’ha mai donà gnente. Bortolo xe un’arpia).
Bettina. (In verità dasseno, che no la dise mal).
Lucietta. (Devertimose un poco; semo de carneval).

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Ferdinando. (Sto a veder della scena qual sia la conclusione.

Quei nastri maledetti mi han posto in confusione).
Lucietta. Patron.
Ferdinando.   Servo divoto.
Bettina.   Serva.
Ferdinando.   Padrona mia.
Lucrezia. La fa delle so grazie una gran carestia.
Ferdinando. Non capisco, signora.
Lucrezia.   Me capisso ben mi.
Ma delle amighe vecchie no se se degna pi.
Ferdinando. In Venezia, signora, non ho amicizia alcuna.
Se acquistar ne potessi, sarebbe una fortuna.
Lucrezia. S’avemo cognossù in paese lontan.
Ferdinando. Dove?
Lucrezia.   Se no m’inganno, o a Torcello, o a Buran.
Ferdinando. Non so questi paesi dove siano nemmeno.
Fatemi la finezza dirmi chi siete almeno.
Lucrezia. Mi gh’ho nome Pandora.
Ferdinando.   Pandora? e voi? (a Bettina)
Bettina.   Marfisa.
Ferdinando. Due nomi veramente da muovere alle risa.
Brave, signore mie; veggo che volentieri
Si usa da voi talvolta burlar coi forastieri.
Piacemi estremamente nel vostro sesso il brio.
Ma però vi avvertisco che so burlare anch’io.
Lucrezia. La falla, mio patron; no se usa in sta città
Burlar i forestieri. Xelo mai sta burlà?
Ferdinando. E come! e in che maniera! Volete voi sentire
Se mi han ben corbellato? or ve lo fo capire.
Vi leggerò un viglietto, che affè vale un tesoro.
(Scoprirò se per sorte l’ha scritto una di loro).
Ferdinando adorabile. A me?
Lucrezia.   Nol xe ben ditto?
Ferdinando. Vi par ch’io sia adorabile?
Lucrezia.   Se sa chi ghe l’ha scritto?

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Ferdinando. Io non lo so finora. Ferdinando adorabile.

Lucetta. Fin qua no ghe xe mal.
Bettina.   Nol xe gnanca sprezzabile!
Ferdinando. Grazie dell’opinione che formano di me.
(Se lodano il viglietto, qualche sospetto c’è).
Un’incognita amante vi ha consacrato il core.
Costretta notte e giorno a sospirar d’amore
.
Per me. Sentite come l’incognita beffeggia?
Lucietta. Noi lo merita fursi?
Bettina.   Xela una maraveggia?
Ferdinando. (Quella che ha scritto il foglio, par che in esse vi sia).
Lucietta. La fenizza de lezer.
Bettina.   (Chi diavolo è custia?)
Ferdinando. Appena vi ha veduto, coi rai del vostro viso.
Si è sentita colpire da un fulmine improvviso
.
Questo ha del romanzesco.
Lucietta.   Perchè? no se ne dà
De sti amori improvvisi?
Bettina.   Co i lo scrive, sarà.
Ferdinando. (Se una di queste due vergato ha questo foglio,
Chi sia di lor l’autrice, assicurarmi io voglio).
Sentite, or viene il buono. La vostra innamorata
Per un riguardo onesto si tiene ancor celata.
Oggi voi la vedrete con mascherato aspetto,
E avrà un galan per segno, color di rosa, in petto
.
Lucietta. (Diavolo!)
Bettina.   (Cossa sèntio?)
Ferdinando.   Ditemi, quel galano
L’hanno tutte le donne del popol Veneziano?
Lucietta. Perchè?
Ferdinando.   Perchè poc’anzi due maschere civili
Avevano dinanzi due nastri a quei simili.
Lucietta. Dasseno?
Ferdinando.   Certamente.
Lucietta.   (Cossa distu, Bettina,

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Anca sì che sta lettera xe scritta da Marina?)

(piano a Bellina)
Bettina. (La xe anca capace).
Lucrezia.   (No scoverzimo gnente).
Ferdinando. (Vien da loro il viglietto. Si vede apertamente).
Lucrezia. Gh’ala nissun sospetto, chi possa averghe scritto?
Ferdinando. Direi, se non temessi, d’essere troppo ardito.
Lucrezia. Via, la diga.
Ferdinando.   Mi pare che sia la Veneziana,
Che mi ha scritto il viglietto, poco da me lontana.
Lucrezia. A vu, maschera. (a Bellina)
Bettina.   A mi?
Ferdinando.   Se è ver quello che dite,
Se il viglietto è sincero, perchè non vi scoprite?
Bettina. Mi non ho scritto certo.
Lucrezia.   Mi no so de biglietto.
Sala chi averà scritto? quella dall’aneletto.
Ferdinando. Come sapete voi, ch’io ho donato un anello?
Lucrezia. Sior sì, savemo tutto.
Bettina.   L’ho anca visto; el xe bello.
Ferdinando. Dite, sareste mai una di voi Bettina?
Bettina. Mi Bettina? sior no.
Lucrezia.   Sala chi son? Marina.
Ferdinando. La signora Marina? Quella giovine bella,
Che sul festin ier sera brillò come una stella?
Bettina. (Malignazo!)6
Ferdinando.   Signora, vi giuro in verità,
Mi ha incontrato la vostra amabile beltà.
Di quante che ho veduto, siete la più brillante,
L’unica che può rendere questo mio core amante.
Lucrezia. De rider e burlar lo so che el se diletta.
Quella dell’aneletto xe bella e zovenetta.
Ferdinando. Bettina avrà il suo merito, ma francamente il dico:
In paragon di voi, io non la stimo un fico.

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Bettina. Maschera, andemo via. (a Lucietta)

Lucrezia.   Vegno; aspettè un pochetto.
Donca no la ghe piase quella dell’aneletto.
Ferdinando. È bella, se vogliamo; ma non saprei amarla.
E poi quella sua madre non posso tollerarla.
Lucietta. Andemo, che xe tardi. (a Bettina)
Ferdinando.   Vonno andar via? perchè?
Non mi fanno l’onore di bevere un caffè.
Lucietta. Grazie, grazie. (Asenazzo). (Andemo a travestirse.
No vôi che el ne cognossa, se el gh’ha idea de chiarirse).
(a Bettina)
Bettina. La diga, sior foresto, ghe piase Marinetta?
Ferdinando. La signora Marina mi piace e mi diletta.
La venero, la stimo, e lusingarmi io voglio,
Ch’ella sinceramente mi parli in questo foglio.
Lucietta. Quel foggio no xe mio; ghel digo e ghel mantegno.
Ste lettere no scrive chi ha un pochetto d’inzegno.
Marina lo ringrazia della so gran bontà,
E in premio la lo manda tre mia7 de là da stra8.
(parte)
Ferdinando. Questo cosa vuol dire? (a Bettina)
Bettina.   Vol dir liberamente
Che delle so finezze no ghe pensemo gnente.
Che se Marina el manda tre mia de là da stra,
Lo manderà Bettina sedese mia più in là. (parte)

SCENA VI.

Ferdinando solo.

Maladetta Bettina, Marina, e quante sono!

Tutte a beffar mi vengono sul medesimo tuono?
So pure che per fama le donne Veneziane
Passano per gentili, vaghe, discrete e umane.

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Intesi da ciascuno lodarle in ogni parte.

So che di farsi amare onestamente han l’arte,
E so che i forestieri che furo in questo loco,
Della lor gentilezza si lodano non poco.
A me, per mia sventura, sinor mi è capitato
Gente da cui mi vedo deriso e beffeggiato.
Anche Marina istessa m’insulta e mi corbella?
Ma chi sa poi se è vero, e se Marina è quella?
Parmi ancora impossibile, che donna sì gentile
Possa a un uom corrispondere con animo sì vile.

SCENA V.

Silvestra e detto, poi Nicolò.

Silvestra. (Le cerco, e no le trovo. Dove sarale andae?

Chi sa, ste frasconazze dove le xe imbusae 9).
Ferdinando. (Chi scrisse questo foglio tento scoprire invano.
Ecco qui un’altra maschera col solito galano).
Silvestra. (Oh, in verità dasseno el forestier xe qua,
Che sul festin giersera ha tanto chiaccolà).
Ferdinando. (Megli’è ch’io me ne vada, pria d’impazzire ancora).
(in atto di partire)
Silvestra. La diga. (lo chiama)
Ferdinando.   Mi comandi.
Silvestra.   Vala via?
Ferdinando.   Sì, signora.
Silvestra. La senta una parola.
Ferdinando.   Posso servirla in niente?
Silvestra. Tutto quel che la vol.
Ferdinando.   (Questa è più compiacente).
Vuole il caffè?
Silvestra.   Son sola, daresto el beveria.
Ferdinando. Non basta un uom d’onore sia seco in compagnia?

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Silvestra. No ghe voi far un torto, cognosso el so buon cuor.

Ferdinando. Vuol che l’ordini adunque?
Silvestra.   La me farà favor.
Ferdinando. Caffettiere.
Nicolò.   Comandi.
Ferdinando.   Un caffè.
Nicolò.   Patron mio,
Co l’averò portà, me lo darala indrio10?
Ferdinando. Spicciati, impertinente, porta il caffè.
Nicolò.   (Da putto,
Ghe fazzo boggier11 quello con el zucchero e tutto).
(da sè, e parte)
Ferdinando. (Almen, se non mi burla, in volto la vedrò).
Silvestra. Ho caminà. Son stracca.
Ferdinando.   Sieda.
Silvestra.   Me senterò.
Che el se senta anca elo, che da giersera in qua
Nol pol esser che basta gnancora destraccà12.
Ferdinando. È ver, fui sul festino. Ci foste voi?
Silvestra.   Sior sì.
Ferdinando. Ho ballato di molto.
Silvestra.   L’ha ballà anca con mi.
Ferdinando. Ho ballato con tutte.
Silvestra.   L’ha fatto ben, xe giusto;
Ma me par che con mi l’abbia ballà de gusto.
Ferdinando. Posso saper chi siete?
Silvestra.   Che el l’indivina mo.
Ferdinando. Mi confondon le maschere; indovinar non so.
E quello che confondere mi fa più d’ogni cosa,
È quel nastro incarnato, o sia color di rosa.
Silvestra. Sto galan ghe fa spezie13?
Ferdinando.   Certo, perchè un viglietto
Dissemi, che l’avrebbe chi mi vuol bene, in petto.

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Silvestra. La diga, sto viglietto principielo cussì?

Ferdinando adorabile.
Ferdinando.   Senz’altro, eccolo qui.
Voi potrete svelarmi quel che saper desio.
Chi vergò questo foglio?
Silvestra.   El carattere è mio.
Ferdinando. Dunque voi siete quella che ad onorarmi inclina?
Silvestra. (Veggio farme del merito, za no ghe ze Marina).
Certo quella mi son, come dise el biglietto.
Costretta notte e zorno a sospirar d’affetto.
Ferdinando. Ti ringrazio, fortuna, alfin scoperto ho il vero.
Ma il vostro cor, signora, posso sperar sincero?
Silvestra. Caspita! sincerissimo; le zovene par mie
In sta sorte de cosse no le dise busie.
Ferdinando. Oh ciel! siete fanciulla, vedova, o maritata?
Silvestra. Oh son putta, son putta.
Ferdinando.   Perchè andar scompagnata?
Silvestra. Gh’ho la mia compagnia qua da drio in t’un canton.
Son vegnua per parlarghe senza aver suggizion.
Ferdinando. (Al gesto, alla maniera, parmi che sia bellina).
La vostra condizione?
Silvestra.   Son quasi cittadina.
Ferdinando. Sarà per me una sorte ch’io non merito certo,
Servire una signora qual siete voi di merto.
Scopritevi, di grazia. Questo caffè non viene? (forte)
(Il desio di vederla mi fa vivere in pene). (da sè)
Nicolò. El caffè xe qua pronto.
Ferdinando.   Si smascheri, signora.
Silvestra. Vien zente?
Ferdinando.   Siamo soli. Affè, non vedo l’ora.
Silvestra. Me cognossela? (smascherandosi)
Ferdinando.   (Oimè!)
Silvestra.   Coss’è Sta?
Ferdinando.   Niente, niente.
Silvestra. Ghe vien mal?

[p. 143 modifica]
Ferdinando.   Non signora; par che mi dolga un dente.

Silvestra. Via, via, ghe passerà. Xelo bon sto caffè?
(mettendosi molto zucchero)
Nicolò. Lal senta.
Ferdinando.   (Gran fortuna che oggi è toccata a me!)
Silvestra. Deme dell’altro zucchero; vegnì qua, caro fio. (a Nicolò)
Nicolò. Ancora? se col zuccaro mezz’ora l’ha bogio.
Silvestra. A mi me piase el dolce. E a ela? (a Ferdinando)
Ferdinando.   Certamente.
Silvestra. Col caffè no xe dolce, nol me piase per gnente.
Oh caro sto dolcetto!
(succhiando lo zucchero in fondo della lazza)
Nicolò.   (L’è vecchia co è la luna).
Me consolo con ela. (a Ferdinando)
Ferdinando.   Di che?
Nicolò.   De sta fortuna, (parte)
Ferdinando. Anche costui mi burla.
Silvestra.   Vorla che andemo via?
Ferdinando. Vada pur.
Silvestra.   No son degna della so compagnia?
Ferdinando. Ma! non è accompagnata?
Silvestra.   Via, che el vegna con mi.
Co le putte civil no se tratta cussì.
Ferdinando. Dove destina andare?
Silvestra.   A casa.
Ferdinando.   Che diranno,
Se una putta sua pari col forastier vedranno?
Silvestra. Cossa vorla che i diga? Vôi far quel che me par.
Nissun no me comanda, e son da maridar.
La me daga la man.
Ferdinando.   (Godiam questa vecchietta).
Eccomi qui a servirla.
Silvestra.   Cara quella grazietta! (partono)

Fine dell’Atto Secondo.


Note

  1. «Lo macino in un batter d’occhio»: Cameroni, l. c.
  2. Per una distrazione dell’autore, o dello stampatore, manca al verso un intero settenario.
  3. Davvero.
  4. Ella vaneggia: vol. XII, 453, n. 6.
  5. Probabilmente il verso, mancante di una sillaba, è da correggersi: Come me par e piase (v. anche Cameroni, l. c.) opp. co me par e me piase.
  6. Maledetto.: vol. VII!, 115, n. g.
  7. Miglia.
  8. Mandare al diavolo. Gioco di parole fra la particella stra e la villa di Strà, sul fiume Brenta: v. vol. II, 600.
  9. Nascoste, intanate. Da buso, buco. V. Patriarchi e Boerio
  10. Indietro.
  11. Bollire.
  12. Riposato: v. Patriarchi e Boerìo.
  13. «Le fa maraviglia?» Cameroni, l. c.