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Le Mille ed una Notti/Storia del secondo fratello del barbiere

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Storia del secondo fratello del barbiere

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Storia del secondo fratello del barbiere
Storia del primo fratello del barbiere Storia del terzo fratello del barbiere

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STORIA

DEL SECONDO FRATELLO DEL BARBIERE.


«Il mio secondo fratello, che chiamavasi Bakbarah lo Sdentato, camminando un giorno per la città, incontrò in una via remota una vecchia, la quale, accostatosegli, disse: — Ho da dirvi una parola; vi prego di fermarvi un momento.» Egli si fermò, domandandole cosa volesse. — Se avete tempo di venir meco,» ripigliò quella, «vi condurrà in un palazzo magnifico, ove vedrete una dama più bella del sole; vi accoglierà essa con molto piacere, e vi darà da colazione con buon vino: non c’è bisogno di dirvi di più. — E proprio vero quello che dite?» replicò mio fratello. — Non sono una bugiarda,» soggiunse la vecchia; «non vi propongo nulla che non sia vero; ma sentite cosa esige da voi: bisogna che siate saggio, parliate poco, ed abbiate molta compiacenza.» Avendo Bakbarah accettata la condizione, andò essa innanzi, ed ei la seguì, finchè giunsero alla porta d’un gran palazzo, ov’erano molti ufficiali e schiavi, alcuni de’ quali vollero fermare mio fratello; ma non appena la vecchia ebbe loro parlato, lo lasciarono passare. Allora, voltasi verso di lui, gli disse:

«— Ricordatevi almeno che la giovane dama, presso la quale vi conduco, ama la dolcezza ed il contegno, nè vuol essere contraddetta. Se saprete contentarla, potete far conto di ottenere da lei tutto ciò che vorrete.» La ringraziò Bakbarah dell’avviso, e promise di approfittarne.

«Lo fece essa entrare in un bell’appartamento, grande edificio quadrato che corrispondeva alla [p. 119 modifica]magnificenza del palazzo; una galleria correva tutto all’intorno, e nel mezzo si vedeva un bellissimo giardino. Fattolo sedere sur un ricco sofà, la vecchia gli disse di aspettare un momento, finchè andasse ad avvertire del suo arrivo la dama.

«Mio fratello, che non era mai entrato in luogo sì splendido, si mise a considerare tutte le bellezze che gli si offrivano agli occhi, e dallo sfarzo che vedeva giudicando della sua buona fortuna, durava fatica a moderare la gioia. Poco dopo udì un gran fracasso, prodotto da una turba di giovani schiave giulive, che gli mossero incontro schiamazzando dalle risa, e vide in mezzo a loro una giovane di straordinaria bellezza, cui riconoscevasi agevolmente essere la padrona pei riguardi che tutte le usavano. Bakbarah, il quale aspettavasi un abboccamento particolare colla dama, stupì al sommo vedendola arrivare in sì allegra compagnia. Intanto le schiave, avvicinandosi a lui, presero un’aria grave; e quando la giovane dama fu vicina al sofà, mio fratello, ch’erasi alzato, le fece una profonda riverenza. Pres’ella il posto d’onore, e poi avendolo pregato di rimettersi al suo, gli disse con far ridente: — Son lieta di vedervi, e vi auguro tutto il bene che potete desiderare. — Signora,» rispose Bakbarah, «non so bramarne uno più grande dell’onore che ho di comparirvi davanti. — Mi sembra siate di buon umore,» soggiunse la dama, «e spero vorrete passar il tempo piacevolmente con noi. —

«Comandò allora subito che si servisse la colazione, e coperta una tavola di parecchi canestri di frutti e confetture, essa sedè a tavola colle schiave e con mio fratello. Essendosi egli collocato rimpetto alla dama, quando apriva la bocca per mangiare, questa vedeva ch’era sdentato, e facevalo notare alle schiave, le quali ne ridevano con lei di tutto cuore. [p. 120 modifica]Bakbarah, che tratto tratto alzava la testa per guardarla, vedendola ridere, s’immagino fosse pel piacere della sua venuta, e lusingossi che presto, allontanate le schiave, sarebbe rimasta con lui senza testimoni. Indovinò ella il di lui pensiero; e dilettandosi a mantenerlo in sì grato errore, gli volse mille dolci parolette, presentandogli di propria mano le cose migliori.

«Finita la colazione e tolte le mense, dieci schiave presero vari stromenti, e cominciarono a suonare e cantare, mentre altre danzavano. Mio fratello, per far il vezzoso, ballò anch’egli, e la giovane dama fece lo stesso. Dopo aver danzato qualche tempo, sedettero per respirare; e la giovane, fattosi recare un bicchier di vino, guardò mio fratello sorridendo, quasi ad indicargli che voleva bere alla di lui salute. Per corrispondere a quella civiltà, si alzò egli e stette in piedi finchè ebbe bevuto; quindi essa, invece di restituir il bicchiere, lo fece riempire, e lo presentò a mio fratello, eccitandolo a farle onore...»

Scheherazade voleva proseguire il racconto, ma notando ch’era giorno, cessò di parlare; la notte seguente lo ripigliò, dicendo al sultano delle Indie:


NOTTE CLXXI


— Sire, il barbiere, continuando la storia di Bakbarah, disse:

«Mio fratello prese la tazza di mano della giovane dama, baciandogliela, e bevve in piedi per mostrare la sua gratitudine del ricevuto favore. Poscia la giovane se lo fece sedere accanto, e cominciò ad accarezzarlo, passandogli la mano dietro alla testa, e dandogli di tempo in tempo alcuni schiaffetti. [p. 121 modifica]Estatico per quei favori, egli stimavasi il più felice uomo del mondo, ed era tentato di scherzar pure con quell’amabile persona; ma non osava prendersi tal libertà davanti a tante schiave, che gli tenevano gli occhi addosso, e non cessavano di ridere di quei trastulli. Continuò la giovane dama a dargli schiaffi, ed alla fine, gliene applicò uno sì aspramente, che ne rimase scandalizzato. Arrossì e si alzò per allontanarsi da sì ruvida giuocatrice. Allora la vecchia, stata sua guida, lo guardò in guisa da fargli comprendere che aveva torto, e non ricordavasi dell’avvertimento datogli di essere compiacente. Riconosciuto il proprio errore, per porvi riparo si riaccostò alla giovane, fingendo di non essersene allontanato per mal umore. Lo tirò essa pel braccio, se lo fece sedere nuovamente vicino, e continuò a fargli mille maliziose carezze. Le sue schiave, che cercavano soltanto di divertirla, si misero della partita; e l’una dava al povero Bakbarah buffetti con tutta la forza sul naso, l’altra gli tirava le orecchie fino a strappargliele, ed altre finalmente davangli guanciate, che oltrepassavano ogni scherzo. Mio fratello soffriva tutto con mirabile pazienza, affettava anzi un’aria allegra, e guardando la vecchia con forzato sorriso: — L’avete detto bene,» diceva, «che avrei trovata una dama assai buona, piacevole e seducente! Quante obbligazioni vi debbo! — Questo è ancor niente,» rispose la vecchia; «lasciate fare, e vedrete ben altro.» La giovane dama prese allora la parola, e disse: — Voi siete un brav’uomo: sono contenta di trovare in voi tanta dolcezza e compiacenza pe’ miei capricci, ed un umore sì somigliante al mio. — Signora,» ripigliò Bakbarah, lusingato da que’ detti, «son tutto vostro, e potete disporre di me come vi parrà. — Quanto piacere mi fate,» replicò la dama, «dimostrandomi tanta sommissione. Sono contenta di voi, e voglio che lo [p. 122 modifica]siate pure di me. Si portino,» soggiunse, «il profumo e l’acqua di rose.» A quell’ordine, due schiave partirono, tornando subito, una con un bicchiere d’argento ov’era legno d’aloè squisitissimo, col quale lo profumò, e l’altra con acqua di rose che gli gettò sul volto e sulle mani. Mio fratello non capiva più in sè dalla gioia al vedersi trattato con tali onori.

«Dopo quella cerimonia, la giovane comandò alle schiave, che avevano già suonato e cantato, di ricominciare i loro concerti. Obbedirono quelle, e frattanto la dama, chiamata un’altra schiava, le impose di condur seco mio fratello, dicendole: — Fategli, quel che sapete, e quando avrete finito, riconducetelo.» Bakbarah, udendo quell’ordine, si alzò ratto, ed avvicinandosi alla vecchia, ch’erasi pur alzata per accompagnare la schiava e lui, la pregò di dirgli cosa gli volessero fare. — La mia padrona è curiosa,» rispose colei sottovoce; «essa desidera di vedere come starete vestito da donna; e questa schiava, che ha ordine di condurvi con lei, vi dipingerà le sopracciglia, vi raderà i mustacchi, e vi vestirà da donna. — Mi dipingano pure le sopracciglia fin che si vuole,» replicò mio fratello, «vi acconsento, perchè poi mi potrò lavare: ma quanto a farmi radere, ben vedete che non posso permetterlo; come oserei comparir dopo senza mustacchi? — Guardatevi dall’opporvi a quanto si esige da voi,» ripigliò la vecchia; «guastereste i vostri affari, che or vanno a gonfie vele. Siete amato, e si vuole rendervi felice; rinuncereste forse, per quei brutti mustacchi, ai più deliziosi favori che uom possa bramare?» Cedè Bakbarah alle ragioni della vecchia, e senza dir parola, si lasciò condurre dalla schiava in una stanza, ove questa gli pinse in rosso le sopracciglia, gli tagliò i mustacchi, e già si accingeva a radergli anche la barba: ma la docilità di mio fratello non potè andar più oltre. [p. 123 modifica]— Oh! quanto alla barba,» gridò, «non permetterò mai che mi venga tagliata.» Gli rappresentò la schiava essere inutile che gli avesse tolti i mustacchi, se non voleva acconsentire ad aver rasa la barba; che un volto barbuto non conveniva ad un vestito muliebre; e ch’ella si maravigliava come un uomo, il quale era sul punto di possedere la più bella persona di Bagdad, ricalcitrasse all’idea di perdere la barba. La vecchia aggiunse nuove ragioni al discorso della schiava, e minacciò mio fratello della collera della giovine dama; insomma gliene disse tante, che si lasciò fare quello che volevano.

«Vestitolo dunque da donna, fu condotto davanti alla giovine, la quale si mise a rider tanto al vederlo, che cadde rovescioni sul sofà, ove stava seduta. Altrettanto fecero le schiave battendo le mani, talchè mio fratello rimase imbarazzatissimo. Si rialzò la giovine, e senza cessar dalle risa, gli disse: — Dopo la compiacenza che aveste per me, farei male se non vi amassi di tutto cuore; ma bisogna che facciate un’altra cosa per amor mio: che danziate così come siete abbigliato.» Obbedì egli, e la giovine e le sue schiave danzarono con lui, ridendo come pazze. Quand’ebbero ballato un pezzo, gettaronsi tutte sul miserabile, e gli diedero tanti schiaffi, pugni e calci, ch’ei cadde a terra quasi fuor dei sensi. Lo aiutò la vecchia a rialzarsi, e per non dargli tempo d’andar in collera per quei maltrattamenti: — Consolatevi,» gli disse all’orecchio; «siete finalmente giunto al termine delle vostre sofferenze, e già state per raccoglierne il frutto...»

Il giorno, che già spuntava, impose silenzio alla sultana Scheherazade, la quale proseguì di tal modo la notte seguente:

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NOTTE CLXXII


— «La vecchia,» disse il barbiere, «continuò a parlare così a Bakbarah: — Non vi resta più,» soggiunse, «se non una sola cosa da fare, ed è questa una bagattella. Dovete sapere che la mia padrona è solita, quando ha bevuto un poco, come oggi, di non lasciarsi avvicinare da quelli cui ama, se non sono in camicia, ed in tale stato, essa fa alcuni passi innanzi, e si mette a correre davanti a loro per la galleria e di camera in camera, finchè l’abbiano raggiunta. Anche questa è una delle sue bizzarrie; ma per quanto possa ella essere innanzi, leggiero e lesto come siete, in breve potrete porle addosso le mani. Orsù dunque, mettetevi in camicia; spogliatevi senza tante smorfie. —

«Troppo aveva fatto il mio buon fratello per retrocedere. Si spogliò dunque, ed intanto la giovine si fece levare la veste, e rimase in guarnelletto per correre più leggermente. Quando furono ambedue in istato di cominciare la corsa, la dama andò avanti una ventina di passi circa, e si mise a correre con sorprendente velocità. La seguì mio fratello a tutta possa, non senza eccitare le risa delle schiave, le quali battevano le mani: frattanto la giovine, invece di perdere il vantaggio preso prima, acquistandone anzi sempre più su mio fratello, gli fe’ fare due o tre giri di galleria; entrata quindi in un lungo corridoio oscuro, evase per un luogo a lui sconosciuto. Avendola, Bakbarah, che la seguiva sempre, perduta di vista nel corridoio, fu costretto, a cagione dell’oscurità, di rallentare il passo, e scorto in fine un lume, ripigliando verso quello la corsa, uscì da una porta, che gli fu subito chiusa dietro. Immaginatevi la di lui [p. 125 modifica]sorpresa al trovarsi in mezzo ad una strada di conciapelli! ned essi il furono meno vedendolo in camicia, cogli occhi pinti di rosso, senza barba e senza mustacchi. Cominciarono a battere le mani, a fischiarlo, ed alcuni, corsigli dietro, gli sferzarono colle pelli le natiche, indi fermatolo, e postolo sur un asino, cui incontrarono per caso, lo fecero girare per la città, esposto alle beffe di tutta la plebaglia.

«Per colmo di sciagura, passando davanti alla casa del giudice di polizia, volle quel magistrato sapere la causa del tumulto; e riferitogli dai conciapelli di aver veduto uscire mio fratello, nello stato in cui era, da una porta dell’appartamento delle donne del gran visir, che metteva sulla strada, il giudice, udito ciò, fe’ dare all’infelice Bakbarah cento colpi di bastone sotto la pianta de’ piedi, e lo scacciò quindi dalla città, colla proibizione di non mai più tornarvi.

«Ecco, Commendatore dei credenti,» dissi al califfo Mostanser Billah, «l’avventura del mio secondo fratello, che voleva raccontare a vostra maestà. Egli ignorava che le dame dei nostri più potenti signori divertonsi talvolta a fare tali scherzi ai giovani che sono tanto sciocchi da cadere in simili tranelli...»

Scheherazade fu costretta a fermarsi in questo luogo, a cagione del giorno che vide comparire. La notte seguente riprese la sua narrazione, dicendo al sultano delle Indie:


NOTTE CLXXIII


— Sire, il barbiere, senza interrompere il suo discorso, passò alla storia del terzo fratello.