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Le Mille ed una Notti/Storia del Mercante divenuto infelice

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Storia del Mercante divenuto infelice
Storia del re Azadbakht o dei Dieci Visiri Storia del Mercante imprudente e de' suoi due Figli
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STORIA


DEL MERCANTE DIVENUTO INFELICE.


«— Iddio prolunghi i giorni di vostra maestà, o sire,» riprese il giovine intendente. «Viveva altre volte in Bagdad un mercante, le cui intraprese riuscirono dapprima secondo i suoi desiderii: il suo commercio prosperava, ed i di lui fondi aumentavano in guisa che con una dramma ne guadagnava cento; ma la fortuna che l’aveva per lungo tempo favorito, gli diventò d’improvviso nemica. Il mercatante, nulla sospettando di tal cambiamento, e volendo cominciar a fruire del frutto de’ propri risparmi, disse fra sè: — Io ora son ricco; eppure m’affanno ancora, intraprendendo lunghi viaggi, e corro irrequieto da un [p. 247 modifica] paese all’altro; è ormai tempo di non uscir più di casa, e mi riposi di tante fatiche fin ora sopportate. Continuerò a commerciare, vendendo e comperando qui le merci. —

«Era allora d’estate, e gli agricoltori avevano fatto una copiosa messe di grano; il mercatante prese la metà del denaro che possedeva, e ne comperò molto, sperando rivenderlo nell’inverno con grosso guadagno.

«Il risultato non corrispose alla sua aspettativa: il grano non valse all’inverno, che la metà del prezzo a cui avevalo comprato. Il mercatante, afflittissimo di quel ribasso, risolse di aspettare l’anno venturo per disfarsene. Il ricolto fu ancor più bello, ed il prezzo diminuì ancora.

«Un amico del mercatante venne allora a trovarlo, gli disse che non sarebbe giammai fortunato nel commercio del grano, e lo consigliò a vendere a qualunque prezzo quello che possedeva. Il mercatante rispose che non guadagnava nulla da molto tempo, che non poteva decidersi alla ragguardevol perdita, e che se dovesse anche serbarlo dieci anni, non lo avrebbe venduto che con guadagno. Nel medesimo tempo, per far vedere all’amico quanto fosse risoluto a tenerlo ancora, fece murare la porta del granaio.

«Poco tempo dopo, caddero piogge quasi continue e in tanta copia, che l’acqua penetrò dall’alto del magazzino, il quale ne fu quasi intieramente innondato. Il grano si guastò al punto che l’odore della putrefazione si faceva sentire anche al di fuori. Il mercatante fu costretto di far portar via il frumento guasto e gettarlo fuori della città. I facchini che prese, profittando della circostanza, si fecero pagare assai caro: talchè dovette sborsare cinquecento pezze d’oro per isbarazzarsene.

«L’amico del mercatante venne un’altra volta a [p. 248 modifica] trovarlo, e gli disse: — Io vi aveva avvertito che non sareste fortunato in questo commercio, ma non voleste ascoltarmi. Voi non baderete certamente a quanto potrei ora dirvi; ma, di grazia, andate a consultare un astrologo, e fategli tirare il vostro oroscopo. —

«Il mercatante, volendo allora mostrare qualche compiacenza per l’amico, andò a consultare un astrologo. Questi dimandò al mercatante il giorno e l’ora della sua nascita, e gli volse molte altre dimande; consultò poscia i suoi libri, fece alcuni calcoli, e parlò quindi così:

«— Il vostro oroscopo annuncia una fortuna poco durevole: foste felice per qualche tempo, ma adesso dovete aspettarvi soltanto a disgrazie; evitate di fare alcuna intrapresa: nulla vi potrà ormai riuscire. —

«Il mercatante rise fra sè della predizione dell’astrologo, e formò un progetto di cui credeva certo il successo: aveva, comperando il grano, posta in serbo la metà del denaro contante, non prendendone se non il necessario per vivere tre anni; la somma che gli restava era ancor ragguardevole. La impiegò ad equipaggiare un vascello, lo caricò cogli effetti e le mercanzie che gli rimanevano, ed imbarcossi.

«La cattiva stella del mercante parve per questa volta cessare dalla sua maligna influenza; quel primo viaggio non fu del tutto sfortunato; egli fece all’incirca il guadagno che se ne aspettava.

«Incoraggiato da quel successo, il mercadante risolse di domandare a diversi negozianti quali fossero gli oggetti su cui potevasi fare maggior guadagno, ed in qual paese bisognava trasportarli. I negozianti gli fecero conoscere le merci sulle quali poteva guadagnare il cento per uno, trasportandole in un paese assai lontano.

«Senza esitare, s’imbarcò di nuovo pel paese statogli indicato. Dopo alcuni giorni di navigazione [p. 249 modifica] felice, sorse una terribile burrasca: le vele andarono lacerate, gli alberi infranti; il vascello, trasportato per qualche tempo in balia dell’onde, ruppe ad uno scoglio, e si affondò. Il mercatante, atterrata una tavola, fu spinto felicemente dal vento su d’una spiaggia ove scorgevansi molte abitazioni.

«Il naufrago, spossato dalla fatica, rese grazie a Dio di avergli conservata la vita, e si avanzò nudo verso il più vicino villaggio. Incontrò dapprima un vecchio, che gli diede un abito e chiesegli chi fosse. Il mercatante allora gli raccontò le sue sciagure.

«Il vecchio, vivamente commosso dalle disgrazie dell’infelice, gli fe’ portar da mangiare, e gli propose in seguito di prenderlo al proprio servizio in qualità d’uomo d’affari, per invigilare i vari lavori d’agricoltura, promettendogli cinque dramme al giorno.

«Il naufrago ringraziò ii vecchio, ed implorò su di lui le benedizioni del cielo; accettò volentieri l’impiego propostogli, e cominciò ad esercitarne le funzioni. Ebbe cura di far lavorare, seminare, mietere, battere e trebbiare il grano; il suo padrone non pensava a cosa alcuna, lasciandogli la cura di tutto.

«Scorso un anno, il mercante pensò che il padrone potrebbe anche non pagargli il salario ond’erano convenuti, ed immaginò che il mezzo più sicuro fosse di mettere in disparte una porzione del raccolto, pel valore d’un anno di stipendlo, salvo a renderlo al padrone qualora lo avesse pagato. Prese dunque una certa quantità di grano, la nascose, e consegnò il resto al vecchio, misurandolo alla di lui presenza.

«Appena finita quell’operazione, il vecchio disse al mercante di tenersi per sè una quantità di grano equivalente al salario convenuto, e disporre del denaro ricavato a proprio talento. Il vecchio aggiunse che fin tanto egli fosse rimasto al suo servizio, lo pagherebbe nello stesso modo e con pari esattezza. [p. 250 modifica]«Il mercatante, commosso dall’onestà del vecchio, e non volendo fargli alcun torto, andò a cercar subito il grano nascosto; ma qual fu la sua sorpresa, accorgendosi che lo avevano rubato! N’ebbe tal dolore, che il vecchio se ne avvide e gliene chiese la cagione. L’altro non potè a meno di confessargli la cosa come stava. Il vecchio, irritato, sclamò: — Si ha ragione di dire che un infelice non può sottrarsi al proprio destino!» Poscia gli rimproverò la sua diffidenza, e giurò che siccome erasi pagato da sè, non gli darebbe più nulla, e scacciollo dal suo servizio.

«Il mercatame, sempre più afflitto, camminava piangendo lungo la spiaggia, allorchè incontrò vari palombari che tuffavansi nel mare in cerca di perle. Essi videro che piangeva, e gli domandarono qual fosse il soggetto delle sue lagrime. Avendo narrate le sue sciagure, commossi dal suo declino, lo compiansero, gli dissero di aspettare un poco, che andavano a pescare, o ne dividerebbero con lui il prodotto. Buttaronsi infatti nell’acqua, e pescarono con tanta fortuna, che risalirono con dieci conchiglie, ciascuna delle quali conteneva due grosse perle.

«I pescatori, sorpresi e pieni di gioia, dissero al mercaiante essere sicura per quella volta la sua fortuna e cessato il suo avverso destino. Gli diedero, poi dieci perle, lo consigliarono di venderne due, per formar un capitale, e tenere il resto per servirsene al bisogno. Il miserello, al colmo della gioia, prese le perle, ne mise due in bocca, e cuci le altre nell’abito.

«Mentre il mercante nascondeva le otto perle nella veste, fu veduto da un ladro, il quale andò tosto ad avvertirne i compagni. Essi si riunirono, e gettatisi sul povero diavolo, e toltagli la veste, fuggirono. Il mercadante si consolò pensando alle due perle che gli rimanevano, ed entrato in una città vicina per venderle, le diede ad un pubblico banditore. [p. 251 modifica]«Il caso volle che si fossero rubate da poco tempo ad un gioielliere della città dieci perle simili a quello del mercatante. Il gioielliere, vedendo le due perle nelle mani del banditore, gli chiese a chi appartenessero. Questi gli mostrò l’uomo che gliele aveva date da vendere. Il gioielliere, vedendo quel tapino poveramente vestito, credette aver trovato il ladro delle sue dieci perle.

«In tale persuasione, avvicinatoseglì, gli domandò con dolcezza dove fossero le altre otto. Il mercadante, di buona fede, credette che si parlasse delle otto perle cucite nella veste, e rispose ingenuamente essergli state rubate dai ladri.

«A quelle parole, il gioielliere non dubito più che il mercatante non avesse preso le perle. Gli si scagliò addosso, e condottolo del giudice di polizia, l’accusò di aver derubate le sue dieci perle, allegando in prova la somiglianza delle due colle sue, e la confessione del mercatante che diceva aver avuto in mano le altre otto. Il giudice di polizia, al quale il gioielliere aveva fatto prima la dichiarazione del furto, fece bastonate il mercatante e lo mandò in prigione.

«Era già un anno che lo sventurato trovavasi in carcere, allorchè il caso vi fece mettere uno dei pescatori che gli avevano regalato le perle. Questi lo riconobbe, gli dimandò per qual motivo si trovasse in prigione, ed udita la sua storia, si maravigliò della sventura che lo perseguitava accanitamente.

«Il pescatore, messo in libertà poco dopo, fece conoscere al re l’innocenza del mercadante, e protestò di avergli regalate le perle onde lo si accusava di aver rubate. Il re fece scarcerare il mercatante, pregò di raccontargli la sua storia, e fu sì impietosito delle sue disgrazie, che gli diede alloggio nel proprio palazzo e gli assegnò una pensione. [p. 252 modifica]«Il mercatante, benedicendo la bontà del monarca, credette questa volta di aver ricuperata la fortuna, e che avrebbe passato tranquillamente il resto de’ suoi giorni sotto la protezione di quel principe.»


NOTTE CDL


— «Eravi nella casa abitata dal mercadante una finestra chiusa da molto tempo, ma in modo poco solido. Curioso di vedere in qual luogo si guardasse da quella finestra, levò alcune pietre acconciate sol colla sabbia; ma accortosi che quella finestra, guardava nell’appartamento delle donne del re, colto da timore, rimise le pietre al posto.

«Malgrado la prontezza colla quale il mercatante aveva riturata la finestra, fu veduto da un eunuco del serraglio, il quale ne avvertì tosto il padrone. Il re, volendo assicurarsi della verità, andò dal mercatante, e riconobbe in persona che le pietre erano state tolte e messe nuovamente al posto. Trasportato di rabbia a tal vista, gli disse: — Scellerato! tu volevi introdurti nel mio harem! È cosi che riconosci le mie bontà? —

«E per punire l’indiscrezione del disgraziato, ordinò che gli si cavassero gli occhi. L’ordine fu subito eseguito, ed il meschino, ricevendo i suoi occhi in mano, gridò: — Il destino, dopo avermi tolto i miei beni, s’attacca alla mia persona.» Ridotto allora a mendicare per le vie, lo sfortunato mercatante deplorava la sua sorte, ed eccitava la pietà dei passaggeri, sclamando: — Il lavoro è inutile senza la fortuna, e non si può riuscir bene senza il soccorso del cielo. — [p. 253 modifica]«Così dunque, o re,» continuò il giovane intendente, volgendosi ad Azadbakht, «fin quando la fortuna mi fu favorevole, tutto mi riuscì; ora che mi è divenuta contraria, tutto cospira contro di me. —

«La storia raccontata dal giovane intendente, la sua aria di candore e d’innocenza, attutirono alquanto la collera del re. — Sia ricondotto in prigione,» disse; «il giorno è ormai vicino al tramonto; domani mi occuperò del suo affare, e sarà punito della sua temerità. —

«All’indomani, il secondo visir, chiamato Beherun, il quale, non meno del primo, desiderava di veder perire il giovane favorito, si presentò al re, e gli disse: — Sire, l’azione di questo giovane è un delitto orribile, un’ingiuria fatta alla vostra persona, un attentato contro l’onore di vostra maestà. —

«Il re, udendo quelle parole, ordinò che si conducesse il prigioniero, e quando gli fu davanti: — Sciagurato,» gli disse, «bisogna che ti faccia morire vergognosamente; tu hai commesso un enorme delitto, ed io devo dare un esempio che spaventi il resto de’ miei sudditi. —

«Il giovane rispose colla medesima tranquillità del giorno prima:

«— Sire, non affrettatevi a farmi perito; un maturo esame in tutte le cose è il sostegno dei re, e la più sicura guarentigia della prosperità e della durata del loro impero. Chi non esamina tutte le conseguenze delle cose, ed agisce con troppa fretta, prova sovente rammarici simili a quelli del mercatante che gettò in mare i suoi figli. Chi invece esamina le conseguenze delle cose, ed agisce con savia lentezza, ottiene spesso, come il figlio di quel medesimo mercatante, una felicità cui non si aspettava.

«— Io vorrei,» disse tosto Azadbakht, «sapere la storia di questo mercante.