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Le Mille ed una Notti/Avventure di tre Principi figliuoli del sultano della China

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Avventure di tre Principi figliuoli del sultano della China

../Avventure della bella Haifa, figlia di Mirgyhane, sultano di Hind, e di Gioseffo, figlio di Sahul, Sultano di Sind ../Storia del Buon Visir ingiustamente carcerato IncludiIntestazione 9 marzo 2018 100% Da definire

Avventure di tre Principi figliuoli del sultano della China
Avventure della bella Haifa, figlia di Mirgyhane, sultano di Hind, e di Gioseffo, figlio di Sahul, Sultano di Sind Storia del Buon Visir ingiustamente carcerato

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AVVENTURE DI TRE PRINCIPI

FIGLIUOLI DEL SULTANO DELLA CHINA.

— La moglie d’un possente monarca della China infermò d’una malattia incurabile. I medici l’abbandonarono, dicendo che non poteva essere guarita se non coll’acqua di vita, dichiarando inoltre essere quasi impossibile di procurarsene prima che la natura non fosse esausta nella principessa, attesochè il [p. 248 modifica] paese, nel quale trovavasi quell’acqua, era a grandissima distanza. Aveva la sultana tre figliuioli, i quali amavano la madre, in guisa, che nella speranza di salvarla, risolsero d’andar in traccia del prezioso farmaco, e presero sul momento la strada indicata dai medici. Percorsi vari paesi senza trovare l’oggetto delle loro ricerche, convennero di prendere ciascuno una via diversa, sperando che uno di loro almeno avrebbe la fortuna di scoprire la miracolosa bibita, e tornar in tempo di salvare la genitrice. Voltisi adunque un tenero addio, proseguirono il viaggio ciascuno dalla propria parte, essendosi prima spogliati, per precauzione, delle insegne della loro dignità, indossando invece abiti grossolani.

«Il maggior fratello, percorso un paese deserto, giunse in fine presso una grande città abitata dalla maledetta razza degli Ebrei, e vicino alla quale sorgeva una superba sinagoga. Stanco del lungo cammino, entrò nel tempio, e si coricò sul tappeto. Vi riposava da alcuni istanti, quando gli si accostò un rabbino, al quale il principe chiese, per l’amor di Dio, qualche cosa che potesse ristorargli le forze. Ma lungi dal soccorrerlo, il perfido infedele, che odiava i veri credenti, l’uccise, ed avvoltone il cadavere in una stuoia, lo gettò in un canto della sinagoga. Per inconcepibile fatalità, anche il secondo fratello giunse alla domane nel luogo istesso, e fu dal Giudeo trattato alla stessa crudelissima guisa. Infine, due giorni dopo capitò al medesimo sito il terzo fratello, e l’infame Giudeo gli avrebbe fatto subire egual destino, se l’avvenenza straordinaria del principe non avesse suggerito a quell’uomo l'idea d’impossessarsi della vittima, e venderlo come schiavo, per ricavarne una buona somma. Gli parlò dunque con affettuoso accento, gli porse cibi, e chiesegli se volesse servirlo, incaricandosi di tener pulita la sinagoga ed [p. 249 modifica] accendere le lampade. Il giovane, nello stato di miseria in cui si trovava, non vedendo pel momento altro mezzo di provvedere a’ propri bisogni, accettò la proposta, deciso d’evadersi appena si fosse alquanto ristabilito. Lo condusse l’Ebreo nella casa che teneva in città, ed affettò per lui la tenerezza medesima che dimostrava a’ propri figliuoli. Alla domane, il principe recossi alla sinagoga per adempire al dovere impostogli, e scoprì i cadaveri de’miseri fratelli. Colto d’orrore all’orrendo spettacolo, mentre deplorava la triste loro fine con copiose lagrime, la memoria del proprio pericolo o l’idea d’essere in potere dell’assassino de’ fratelli, lo empirono di spavento. Rimessosi però alquanto, sentì rinascere il primiero coraggio, e riflettè ai mezzi di vendicare sul sanguinario Israelita la morte degl’infelici. Sempre meditando al suo disegno, terminò il lavoro, e quando il Giudeo venne a fare la sua visita, nascose la propria emozione, e dissimulò tanto bene, da non lasciar trasparire il minimo segno del dolore che lo crucciava. Il padrone lo lodò della sua diligenza, e lo fe’ cenare colla propria famiglia, composta della moglie e di due figliuoli. Erasi allora nel mezzo della state, e siccome faceva un caldo soffocante, ritiraronsi per darsi al riposo su d’altissima terrazza. Nel cuor della notte, allorchè ciascuno fu immerso in profondo sonno, il principe, impossessatosi della sciabola dell'infame infedele, gli recise d'un sol colpo la testa; poscia, presi i due ragazzi, li precipitò dall’alto del terrazzo, e già disponessi a finire anche la moglie del Giudeo, ma l’idea che potesse servirgli, ne trattenne il braccio. La destò pian piano, ed ingiuntole di seguirlo, le partecipò la strage de’ fratelli, e la vendetta presa dell’indegno suo marito. La donna, musulmana in cuore, udì con indifferenza, e quasi con gioia, la morte del malvagio Ebreo che [p. 250 modifica] l'aveva suo malgrado sposata, e fattele soffrire soventi volte iniqui trattamenti. Quanto al dolore che le produsse la perdita de’ figiiuoli, fu questo addolcito dalla conservazione della propria vita, nè potè far a meno di scusare il giovane, cui la morte dei fratelli, indegnamente scannati, aveva portato ad un atto di vendetta sì naturale, e di riconoscere l'esistenza dalla generosa di lui compassione. Gli manifestò allora che l'officina del defunto conteneva immensa quantità di droghe preziose, e tra le altre l’acqua di vita ch’egli da tanto tempo cercava. Lieto il principe di quella notizia, offrì alla donna di prenderla sotto la sua protezione, e dessa acconsentì a seguirlo in un paese abitato dai veri credenti. Fatto fardello delle droghe e d’alcune gioie di gran valore, e caricata ogni cosa con provvigioni ed altri oggetti necessari su due camelli, vi salirono anch’essi, e lasciata, senza essere riconosciuti, la città, giunsero felicemente alla capitale della China, ove il principe stupì al sommo nel sentire la morte del genitore, mentre la madre trascinava ancora penosa l'esistenza. I ministri, i quali, nella speranza del ritorno de’ tre fratelli, avevano impedito, non senza stento, che il trono venisse occupato da uno degli eredi collaterali, rallegraronsi alla vista del giovane principe, ed appena conosciuta la morte de' due maggiori, lo proclamarono sultano. Prima sua cura fu di guarire la madre, alla quale l’acqua di vita restituì subito la salute. Occupossi poi degli affari di stato, e se ne disimpegnò con tanta giustizia e moderazione, che, facendosi amare dai sudditi, divenne modello agli altri sovrani.

"Un giorno, qualche tempo dopo il suo avvenimento al trono, il sultano, divertendosi alla caccia, vide un vecchio Arabo, il quale, accompagnato dalla figliuola, viaggiava a cavallo. Avendo il vento scomposto il velo della giovinetta, offrì agli occhi [p. 251 modifica] ammaliati del principe una beltà si seducente, che il suo cuore se ne accese ratto, ed arse della brama di sposarla. La chiese per ciò al padre, ma grande fu la di lui sorpresa quando l’Arabo glie la negò, dicendo d’aver giurato di dare la figlia se non ad un uomo che sapesse qualche utile mestiere, col quale guadagnarsi il vitto. — Buon veglio,» replicò il sultano, «che bisogno ho io d’imparare un vil mestiere, quando tengo a mia disposizione i tesori d’un regno? — Sì,» rispose l’Arabo; «ma tali sono le vicissitudini delle cose di quaggiù, che potete perdere la vostra corona, e cadere nella massima miseria, se non sapete esercitare una professione, che possa servirvi all’uopo.» Sentì il principe tutta l’assennatezza del ragionamento, ed applaudito alla prudenza del padre, lo supplicò a non disporre della mano di sua figlia in favore d’un altro, essendo risoluto di adempire alla savia condizione impostagli, quella, cioè, d’imparare un’arte qualunque. Accondiscese l’Arabo, ed in breve il giovane monarca, sottopostosi ad un laborioso garzonato, divenne abilissimo nell’arte di tessere stuoie di giunco e di canna per ornamenti di sofà e cuscini: allora il vecchio Arabo più non si oppose alla di lui unione colla figliuola, e le nozze celebraronsi con pompa ed in mezzo ad ogni sorta di allegrezze.

«I due sposi passarono alcuni anni in una felicità perfetta. Il sultano era solito percorrere spessissimo, sotto l’abito di dervis, i vari quartieri della città, e col favore di quel travestimento scandagliare l’opinione del popolo ed invigilare la condotta della polizia. Un giorno, in una di quelle sue gite, venne a passar vicino alla bottega d’un trattore, e sentendosi appetito, vi entrò per prendere qualche cosa. Condotto, con tutti i possibili riguardi, in una sala appartata, guernita d’un tappeto a fiori coperto da [p. 252 modifica] trasparente mussolina, si cavò i sandali, e postosi a sedere, d’improvviso si sentì, con altrettanta sorpresa che terrore, sprofondar sotto il sedile, e trovossi in un nero antro, dove la fievol luce d’una lampada gli permise distinguere cadaveri ignudi di molti infelici, che parevan assassinati di recente. Considerava con orrore il tremendo spettacolo, quando vide uscire da una botola, sin allora inosservata, un negro di ceffo feroce, che brandendo la scimitarra, sclamò : — Sciagurato, preparati alla morte.» Benchè pieno di terrore, il sultano conservò tutta la sua presenza di spirito. — . Di qual utilità,» gli disse,«può essere la mia morte a te od a quelli che guidano il tuo braccio? Non posseggo se non l’abito che indosso, ma risparmiami la vita: io sono abilissimo in un’arte che procurerà ai tuoi padroni immense ricchezze.» Que’ detti arrestarono l’infame manigoldo, il quale, andato a trovar il padrone, gli partecipò la proposta del vecchio dervis. Il trattore corse sull’atto ad assicurarsi della verità. — Datemi solo,» gli disse lo sfortunato monarca,«alcune canne ed alquanti giunchi tinti di diversi colori; vi farò un tessuto che potrete presentare al palazzo, ed il visir ve lo pagherà mille pezze d’oro.» Gli si presentò subito il necessario, ed in pochi giorni egli intrecciò una stuoia, nella quale ebbe la felice idea di far il racconto della misera sua situazione in certi caratteri noti soltanto a lui ed al suo ministro. Finito il lavoro, lo consegnò al trattore, il quale, ammiratane la bellezza, e non dubitando della somma che sarebbe per averne dal ministro, corse a portarlo alla reggia. Il visir, il quale dava in quel momento udienza, comandò che s’introducesse il mercante; ma qual non fu la sua maraviglia quando, avendo il trattore spiegato il tessuto, egli vi potè vedere rappresentato il pericolo imminente del principe, cui credeva nel serraglio! In [p. 253 modifica] fatti, la sultana, sperando che non tardasse a tornare, ne aveva tenuta segreta l'assenza per prevenire i torbidi che la notizia avrebbe potuto cagionare. Il visir, fatto arrestar il traditore, corse subito a liberare il principe dallo spaventoso carcere. Quella casa fu demolita, e l’infame messo a morte con tutta la sua famiglia; la qual avventura provò al sultano tutta l’utilità della cognizione d’un mestiere, poichè quello da lui imparato, riuscì a salvarlo dal massimo periglio.»

Scheherazade finiva, mentre i primi raggi già indoravano l’orizzonte. La notte seguente si accinse ad un’altra novella in codesti sensi: