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Pagina:Le mille ed una notti, 1852, VII-VIII.djvu/266


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paese, nel quale trovavasi quell’acqua, era a grandissima distanza. Aveva la sultana tre figliuioli, i quali amavano la madre, in guisa, che nella speranza di salvarla, risolsero d’andar in traccia del prezioso farmaco, e presero sul momento la strada indicata dai medici. Percorsi vari paesi senza trovare l’oggetto delle loro ricerche, convennero di prendere ciascuno una via diversa, sperando che uno di loro almeno avrebbe la fortuna di scoprire la miracolosa bibita, e tornar in tempo di salvare la genitrice. Voltisi adunque un tenero addio, proseguirono il viaggio ciascuno dalla propria parte, essendosi prima spogliati, per precauzione, delle insegne della loro dignità, indossando invece abiti grossolani.

«Il maggior fratello, percorso un paese deserto, giunse in fine presso una grande città abitata dalla maledetta razza degli Ebrei, e vicino alla quale sorgeva una superba sinagoga. Stanco del lungo cammino, entrò nel tempio, e si coricò sul tappeto. Vi riposava da alcuni istanti, quando gli si accostò un rabbino, al quale il principe chiese, per l’amor di Dio, qualche cosa che potesse ristorargli le forze. Ma lungi dal soccorrerlo, il perfido infedele, che odiava i veri credenti, l’uccise, ed avvoltone il cadavere in una stuoia, lo gettò in un canto della sinagoga. Per inconcepibile fatalità, anche il secondo fratello giunse alla domane nel luogo istesso, e fu dal Giudeo trattato alla stessa crudelissima guisa. Infine, due giorni dopo capitò al medesimo sito il terzo fratello, e l’infame Giudeo gli avrebbe fatto subire egual destino, se l’avvenenza straordinaria del principe non avesse suggerito a quell’uomo l'idea d’impossessarsi della vittima, e venderlo come schiavo, per ricavarne una buona somma. Gli parlò dunque con affettuoso accento, gli porse cibi, e chiesegli se volesse servirlo, incaricandosi di tener pulita la sinagoga ed accen-