La mia vita, ricordi autobiografici/XX

Capitolo XX. Napoleone Panerai ed Enrico Nencioni

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Capitolo XX. Napoleone Panerai ed Enrico Nencioni
XIX XXI
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XX.

Napoleone Panerai ed Enrico Nencioni.

Napoleone Panerai, uomo d’indiscutibile ingegno a cui la scena italiana deve dei fini proverbi e delle squisite commedie lasciate ingiustamente in abbandono pel crescente favore ottenuto oggi dal teatro nordico e — perchè non convenirne? — dalle pochades più o meno indecenti del repertorio francese, ebbe una grande influenza sulla mia vita intellettuale e sull’indirizzo dei miei studii. Mentre il Dazzi, innamorato delle forme antiche, mi faceva indugiare sui trecentisti e vivere nel passato poetico tra le cui nebbie appena afferrabili si profilano le vaporose figure dei due Guidi, di Gino, e di Dino Compagni: mentre mi consigliava, con sincera convinzione di giovare alla mia educazione letteraria, i lunghi e pazienti spogli de’ classici, le fedeli imitazioni e le minute ricerche filologiche, il Panerai mi schiudeva la porta magica d’un nuovo mondo, abbagliante di luce e lieto di calore: un mondo pieno di persone reali che s’amavano, che si odiavano, che, magari, si uccidevano ma con atteggiamenti vivi, passionati, sinceri. Non più pallide e perfette Beatrici, scortanti i poeti in plaghe immaginarie, popolate d’angeli e di spettri: ma fervide Giuliette, desiderose d’amore e di nozze terrene: ma Tecle disperate, invano ululanti sulla fossa dell’amante trafitto; ma l’umana leggenda di Faust che l’amore e l’arte non appagano e che [p. 122 modifica] solamente trova pace nella visione sfolgorante del Bene.

Mai due temperamenti artistici, entrambi indiscutibilmente innamorati della Bellezza, furono più spiccatamente opposti.

Il Dazzi non vedeva che forme. Una testina dovuta al pennello di qualche freddo artefice della scuola fiorentina, una ballatetta assai preziosa ma di schietto sapore classico, un puro motivo di architettura greca lo accendevano del medesimo entusiasmo che suscitavano nell’anima, vibrante e moderna del Panerai, certe impressioni del Michetti, uno scorretto e generoso canto del Cavallotti, una cattedrale gotica lanciante in un fosco cielo la fierezza delle sue guglie.

Dai poeti di Giulietta e di Tecla, Napoleone Panerai mi conduceva dolcemente con sapiente ed agile gradazione alla conoscenza e quindi alla famigliarità de’ nostri più chiari ed amati scrittori moderni.

E mentre il Dazzi m’intratteneva intorno alle varie interpretazioni della Commedia dantesca e con parola imaginosa ricostruiva le caratteristiche figure dei poeti precursori: mentre m’invitava a dotti confronti sulle tre forme di poesia su cui l’Arte dell’Alighieri doveva elevarsi come monumento granitico su più fragili basi, il Panerai mi parlava del Carducci, del Panzacchi, di Ferdinando Martini, di Mario Rapisardi. E siccome (posso ben permettermi questo piccolo vanto!) ho letto sempre molto bene, così leggevo con lui che me ne faceva notare e gustare le bellezze, le odi più originali del Carducci, le tenere romanze del Panzacchi, gli spiritosi Proverbi del Martini e le splendide audacie del poeta catanese... [p. 123 modifica]

Un giorno (come ricordo quel giorno!) egli mi disse:

— Fra poco le presenterò un mio amico, un uomo ancor giovane a cui è riserbato, certo, un bell’avvenire se potrà riacquistare la propria indipendenza.

Al mio atto interrogativo:

— Si chiama Enrico Nencioni. Lo vedrà, lo conoscerà e — ne sono persuaso — le piacerà moltissimo. È una sensitiva. Ora è ancora a Napoli, precettore in casa Caramanico. Ma Ferdinando Martini, direttore, come ella sa, del Fanfulla della Domenica lo chiamerà con sè a Roma a lavorare pel giornale...

— Ha scritto ancora nulla cotesto Nencioni? — domandai.

— Sì. Un volumetto di versi che egli mi manderà e che leggeremo insieme. Sentirà che bellezza!...

Un’altra volta fui io che annunziai al Panerai una mia importante scoperta.

— Sa? — gli dissi — spunta sull’orizzonte un nuovo astro...

— Di che sesso?

— Femminile. Si chiama Matilde Serao. Dev’essere una giovane sui vent’anni. È una redattrice del Piccolo e ha raccolto in un volumetto i migliori suoi bozzetti pubblicati su quel giornale. Li ha intitolati «Dal vero». E come sono veri e umani e sinceri e passionali! Li leggeremo insieme. Sentisse com’è descritta la piccola borghesia e la vita di provincia!

Intanto avveniva un fatto curioso. Impressionata dalle conversazioni col Panerai, pieno il pensiero di nuove idealità artistiche che egli mi faceva splendere al [p. 124 modifica] pensiero, recavo nelle mie lezioni col Dazzi, una vivacità insolita, un ardore di conquiste intellettuali, una tal febbre di emancipazione dalle solite pastoie classiche, che alla fine, insensibilmente, guadagnarono anche lui... Tanto che il brav’uomo cominciò a venire a lezione, quando col Coppeé che allora menava gran grido in Francia, quando con Sully-Prudhomme, quando col grandissimo Victor Hugo!

E maestro e scolara facevano a gara a cercare, a leggere, a ritenere a memoria i passi più splendidi dei tre poeti! ... Venerabili ombre di Dino Compagni, di Ciullo d’Alcamo e di Onesto Bolognese, dove vi nascondevate in quei momenti?

Vengo al Nencioni.

Tutti, più o meno in Italia, intonarono l’epicedio al morto gentile poeta: alcuni, e fra questi giova ricordare Matilde Serao, Ferdinando Martini, Gabriele d’Annunzio e Rastignac della antica Tribuna, ebbero parole veramente alte, ispirate ad alto dolore, a sincero rimpianto: la maggior parte, come al solito, si servì del morto per sodisfare alla propria vanità e piovvero alle redazioni de’ giornali (anche alla mia Cordelia!) le Odi, le Elegie i Discorsetti, le Istantanee in cui il povero Enrico veniva strapazzato peggio d’un cristiano in mano di un turco. Io nulla potei scrivere intorno all’amico dolcissimo: ma oggi sono ben lieta, ben orgogliosa di dichiarare che io non aspettai a conoscere, a stimare, a venerare il Nencioni quando la sua fama era già assicurata e il suo nobile ingegnò universalmente riconosciuto: io, signori, [p. 125 modifica] fui la prima in Italia a salutarlo pubblicamente poeta, tanto ch’io m’ebbi da Lui una di quelle nervose e vibranti letterine di gratitudine di cui egli solo aveva il segreto. Il mio articolo sul Nencioni comparve nella Gazzetta della Domenica (anno I, n. 30) che si pubblicava a Firenze (editore l’avv. Carlo Pancrazi) nel 1880.

Ed ecco l’articolo:

Le poesie di Enrico Nencioni.

«Certo: se il merito d’un libro dovesse stare in proporzione diretta col successo che esso ottiene, o con le polemiche a cui dà occasione, noi potremmo classificare le poesie di questo nobilissimo giovane fra le mediocrità più o meno appariscenti di quest’ultimo fortunato periodo letterario.

Abbiamo però sottolineato la voce successo perchè ci piacerebbe analizzarne il vero significato.

V’hanno varii successi: quello di stima, il quale si riduce a un freddo e garbato omaggio tributato all’autorità d’un nome o alla sua intemeratezza: v’è il successo d’entusiasmo che si rivela per mezzo di calorose ovazioni, di servili incensamenti, di pazze idolatrie; v’è il successo d’immoralità che ha reso immortali i nomi dell’Aretino e dell’Abate Casti, per tacere di molti altri.

Ora, è evidente che nessuno di questi tre successi è toccato alle poesie del Nencioni: a lui, poeta mite, gentile, soavissimo, non si poteva, infatti, aver l’audacia di stender la mano con l’anima freddamente cortese di chi sa di proteggere una mediocrità; non si poteva urlare al miracolo nè alla maraviglia, perchè in quel delizioso libriccino non v’ha nulla di mastodontico o di strano: molto meno poi il Nencioni poteva [p. 126 modifica] aspirare a destar quel febbrile eccitamento che ne spinge alla caccia clandestina delle pagine meno platoniche o delle pitture più audaci.

Ecco, su per giù, le ragioni per cui questi versi non sono stati troppo strombazzati sui fogli pubblici, nè hanno meritato l’onore di eruditi commenti.

Ora che tutti gl’ideali son morti, eccetto quello del sudiciume1, qual fortuna poteva incontrare un poeta giovane, casto, altero, pietoso, che canta gli ospedali, la musica di Beethoven, i fiori e la morte?

Che fortuna poteva toccare a una diecina di poesie nelle quali non c’è un solo pensiero voluttuoso, una sola parola scorretta?

Qual fortuna, ripeto, poteva ripromettersi questo poeta che crede ed ama fortemente e chiama la morte con questi accenti melodici e puri?

Quando morrem, Signor, quando morremo?
Quando vedremo sotto i pie leggieri
Flettersi i belli arcobaleni, e in giro
Roteare le stelle e i fior divini
Spontanei odorar del paradiso?
Ed aure nove spirerem, dov’apre
Il giardino di Dio le sfolgoranti
Sue corolle fra gli astri e gl’inni eterni;
E l’arpe d’oro toccherem, poeti?
Quando avrem l’ali rapide, e i sereni
Campi celesti toccherem sicuri?
Quando fìa che saremo angeli, e lievi
Spiriti e fantasie libere e sciolte
Inneggianti, volanti e a Dio dilette?

· · · · · · · · · · · · · ·
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E perchè il Nencioni ha sentito altamente di sè e dell’arte e perchè egli non l’ha prostituita al successo e al lucro, pochi valorosi han parlato di lui e se qualcun altro gli ha fatto l’onore d’occuparsene, è stato per tributargli una pallida lode o per assomigliarlo al nebuloso Young.

E qui chiediamo al valente articolista della Nuova Antologia su quali criterii ha potuto dar base a quel suo strano paragone: che ci può esser egli di comune fra quel triste e manierato gufo nordico e nostro poeta gentile che se pur talvolta sale sulle tombe, si è unicamente per vedere più da vicino le stelle e l’azzurro di cui è innamorato?

Leggiamo, su, via, una delle Notti del poeta inglese e se dopo quella lettura non ci sentiamo disperati, incerti, avviliti e pallidi di paura, vuol dire che non abbiamo nel cranio se non un po’ d’umore vischioso: ma il Nencioni ci produce tutt’altro affetto: sia che percorriamo con lui le afose corsie dello spedale o i viali sabbiosi d’un giardino abbandonato: sia che egli c’inviti a essergli compagno in quelle sue melanconiche passeggiate campestri, quando il solleone brucia le mèssi e uccide i poveri lavoranti, e in mezzo a quel fuoco campeggia la bianca figura di San Simone Stilita: egli non ci desta nell’anima nulla di fosco o di lugubre. La sua poesia è una musica, è un profumo, è un sospiro ineffabilmente mesto; e lo assomiglierei volentieri a taluna di quelle melodie belliniane che ci fecero piangere ai giorni della nostra giovinezza.

Il dolore di Young è disperazione: nel Nencioni è poesia, è insegnamento, è preghiera. [p. 128 modifica]

Uditelo come ei parli ad un usignolo:

O rosignol che solo alla foresta
Canti e versi armonia dal fragil petto,
Quando alla stella più vicina e mesta
Vai confidando il tuo segreto affetto;

Io, come te, l’alta quiete aspetto
Che gli astri melanconici ridesta,
E al raggio delle stelle il mio concetto
Ritmico vola e la mia gioia è questa.

Gioia che nasce d’infinito duolo,
E coll’oblio confina e colla speme,
Virtù, mistero, e natural preghiera.

Deh conserviam, armonico usignolo,
Questo tesoro ed inneggiamo insieme,
Finchè il cielo abbia stelle, ombre la sera.

E perchè la parola insegnamento occorsa poco sopra potrebbe fare arricciare il naso agli adoratori del nuovo nume o dar loro a supporre che le poesie del Nencioni fossero una diversione elegante al Fior di Memoria o all’Arpa della Giovinezza, noi ci affretteremo subito a dichiarare che esse hanno, almeno per noi e per chi la pensa come noi, il linguaggio educativo sì, ma eloquente e passionato d’un bel dipinto del Robert o d’un canto di Tommaso Moore.

Ma basti su ciò. La conoscete la vera, la potente ragione per cui si contrasta al Nencioni l’originalità della forma e de’ concetti e gli si affibbia l’epiteto d’inglese?

Perchè egli sentendosi soffocare nel famoso ambiente in cui a detta della celebre scuola verista, è mestieri [p. 129 modifica] vivere e necessario morire, ne ha cercato uno più arieggiato e più sano: perchè ha creduto che la famiglia non fosse ridicola, ma avesse la sua poesia... perchè ha creduto che il sentimento vivo della natura e i fiori e gli azzurri profondi del suo cielo meridionale potessero venir sostituiti ai salottini muschiati... Ecco tutti i suoi torti.

Ma il libro vivrà, come vivono le quiete stelle che dall’alto del loro seggio vedono rotearsi ai piedi le meteore luminose e i fuochi d’artifizio: esso vivrà, come sono vissute fra i lazzi cortigianeschi del Gianni cavaliere e improvvisatore le severe odi del Parini; come vivranno tutte le giovani e forti creazioni delle anime grandi che all’idealismo delle fogne preferiscono l’idealismo delle altezze».




  1. Erano i tempi in cui in Italia, colla scusa di tener alta la bandiera del Vero, si travisavano le intenzioni di Lorenzo Stecchetti e se ne scimmiottavano le audacie.