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aspirare a destar quel febbrile eccitamento che ne spinge alla caccia clandestina delle pagine meno platoniche o delle pitture più audaci.

Ecco, su per giù, le ragioni per cui questi versi non sono stati troppo strombazzati sui fogli pubblici, nè hanno meritato l’onore di eruditi commenti.

Ora che tutti gl’ideali son morti, eccetto quello del sudiciume1, qual fortuna poteva incontrare un poeta giovane, casto, altero, pietoso, che canta gli ospedali, la musica di Beethoven, i fiori e la morte?

Che fortuna poteva toccare a una diecina di poesie nelle quali non c’è un solo pensiero voluttuoso, una sola parola scorretta?

Qual fortuna, ripeto, poteva ripromettersi questo poeta che crede ed ama fortemente e chiama la morte con questi accenti melodici e puri?

Quando morrem, Signor, quando morremo?
Quando vedremo sotto i pie leggieri
Flettersi i belli arcobaleni, e in giro
Roteare le stelle e i fior divini
Spontanei odorar del paradiso?
Ed aure nove spirerem, dov’apre
Il giardino di Dio le sfolgoranti
Sue corolle fra gli astri e gl’inni eterni;
E l’arpe d’oro toccherem, poeti?
Quando avrem l’ali rapide, e i sereni
Campi celesti toccherem sicuri?
Quando fìa che saremo angeli, e lievi
Spiriti e fantasie libere e sciolte
Inneggianti, volanti e a Dio dilette?

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  1. Erano i tempi in cui in Italia, colla scusa di tener alta la bandiera del Vero, si travisavano le intenzioni di Lorenzo Stecchetti e se ne scimmiottavano le audacie.