La Scolastica/Atto quarto

Atto quarto

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Atto terzo Atto quinto

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ATTO QUARTO.




SCENA I.

BONIFACIO, EURIALO.


Bonifacio.Va ratto, che sii là prima che giungano,1
E ch’altra guida piglino; e ricordati
Di menarli di qua, sì che non passino
Dall’uscio vostro. Io chiamarò qui Eurialo
Di fuor, e avvertiròllo dell’astuzia
Ch’abbiam tu ed io composta per soccorrerlo.
Io vô, a ogni modo, ajutar questo giovene,
E dir dieci bugíe perchè ad incorrere
Non abbia con suo padre in rissa e in scandolo:
E così ancor quest’altro mio, che all’ultima
Disperazione è condotto da un credere
Falso, e da gelosía che a torto il stimola.
Nè mi vergognarò d’ordir o tessere
Fallacie e giunti, e far ciò che son soliti

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Gli antichi servi in l’antiche commedie:2
Chè veramente l’ajutare un povero
Innamorato, non mi pare ofizio
Servil, ma di gentil qualsivoglia animo.
Non so perchè la Chiesa non l’annoveri
Per l’ottava opra di misericordia.3
Ma ecco Eurialo a tempo.
Eurialo.                                          Bonifacio,
Havvi parlato Accursio?
Bonifacio.                                        Sì.
Eurialo.                                              E narratovi
Ov’io mi trovo, per voler attendere
Al suo consiglio?
Bonifacio.                           Ogni cosa per ordine
M’ha detto.
Eurialo.                   Che vi par?
Bonifacio.                                        Fu temerario
Consiglio il suo, ogni modo: pur rimedio
Ci prenderemo, secondo che prendere
Si può in tal caso; e spero che succedere
Debbia.
Eurialo.            N’aréi speranza anch’io, se spingere
Io potessi di casa, pur lo spazio
D’un quarto d’ora, mio padre solummodo,4
Tanto che queste femmine passassino
In casa vostra. Ma il frate che predica
In duomo, è seco; e buon pezzo tenuto lo
Ha in parole, e son posti ad una tavola,
Ch’appunto è al dirimpetto della camera
In che serrate queste donne5 fingono
Di dormir.
Bonifacio.                    Non vi accade di nasconderle:
Lasciate pur.
Eurialo.                      Non so dove mi volgere,
Se non a voi. Così a voi da principio

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Mi foss’io vôlto, che non sarei6 ai termini
Ov’io mi trovo con tanto pericolo!
Chè mi par tuttavía che messer Lazzaro,
La moglie e la figliuola vegga a giongere.
Io mi vi raccomando.
Bonifacio.                                    Avete dubbio
Che noi v’abbandoniam, messer Eurialo?
Eurialo.Per bontà e cortesia vostra, ajutatemi;
Che in più travaglio, in più affanno, in più angustia
Mi trovo, in che mai si trovasse misero.
Bonifacio.Io non vi mancarò; fate buon animo.
Eurialo.Levatelo di casa un poco, e ditegli
Che vi bisogna in piazza la sua opera.
Bonifacio.E di che opra ho bisogno io?
Eurialo.                                                  Fingetela:
Che qualche vostra causa ai segretarii
O al podestà raccomandi.
Bonifacio.                                          Io non litigo.
Eurialo.Di qualche amico vostro immaginatevi
Qualche faccenda.
Bonifacio.                              Ed anco senza môverlo
Di casa, o che le donne di qua passino,
Ben serà luogo ove quest’altre alloggino
Con lor comoditade, senza strepito.
Eurialo.Come! Volete voi che messer Lazzaro
Con le sue venga, e che quest’altre femmine
Ci trovi in casa?
Bonifacio.                              Non cotesto: statemi
Un poco a udir. Mandate innanzi Accursio
Al porto, che vi stia tanto che giungano,
E gli raccoglia allegramente, e menili
Qui in casa mia. Io sarò qui a riceverli,
E voi meco; e diremo ch’io sia Bartolo.
Eurialo.Che voi siate mio padre?
Bonifacio.                                          Sì; e confannosi
L’etadi, chè serà ben verisimile.
Io so che vostro padre e messer Lazzaro
Non si son mai veduti, e sol per lettere
E relazione vostra si conoscono:
Sì che, alloggiarli meco, e far lor credere
Che con Bartolo alloggin, serà facile.

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Che ve ne par?
Eurialo.                           Est generis promiscui:7
Esser può bene e mal.
Bonifacio.                                        Non ci è pericolo.
Voi verso me farete i convenevoli
Di figliuol verso il padre: darà Accursio
Alla fizion8 ajuto. Onoraremoli
Non meno in questa casa, che se fossino
In casa vostra.
Eurialo.                         Il veder messer Claudio
Non piacerà al dottor.
Bonifacio.                                     Starassi Claudio9
Occulto in tanto: poi, come succedere
Si vedranno le cose, fia in arbitrio
Nostro pigliar nuovo partito, o metterlo
Da parte. Abbiamo comoda ed orrevole
La casa; ed assai ben sono le camere
Apparate. Condur mi basta l’animo
La cosa in guisa, che senza pericolo
Saper dipoi la potrà messer Lazzaro,
E sarà a’ desir nostri favorevole;
Chè, com’io intendo, è gentil e piacevole:
E spero tra quest’altro e lui concludere
In modo ancora, che prima che partano
Di casa mia, farò un suocero e un genero.
Eurialo.Io non so che mi dica: pônno occorrere
Molti disturbi che ’l disegno guastino.
Bonifacio.E che volete che occorra? Proveggasi
Ch’or non vi venga la rovina a opprimere.
Non vedete voi come vi10 si approssima?
Eurialo.Io la veggo, pur troppo; e non essendoci
Miglior partito, è forza a questo apprendermi;
E sia come si voglia, o forte o debole.
Bonifacio.Gli è forte più che marmo: riposative
Pur sopra lui. Ma mi parría a proposito,

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Che voi ancora andassi al Po, ed al giognere
Lor, voi li raccogliessi, e accompagnastegli
Qui dentro.
Eurialo.                  Sto in gran dubio che, se restano
Senza me in casa, pur quest’altre facciano
O dican qualche cosa onde si scôprano.
Bonifacio.E che pônno elle o dire o far, avendole
Voi già avvisate? Ma vedete Accursio
Ch’a noi ritorna.
Eurialo.                              Oimè! vi è11 messer Lazzaro,
La moglie e tutta la brigata! Domine
Ajutami, ch’io tremo!
Bonifacio.                                      Oh pusillanime!
Voi siete divenuto così pallido?
Venite, andiam lor contra: ma veniteci
Con altro volto. Cotesto12 più idoneo
Sería13 a dar lor combiato, che riceverli.
Eurialo.Oh, se mio padre, oimè! venisse a mettere
In questo tempo il capo fuor?
Bonifacio.                                                  Che diavolo!
Potría saper chi fossin, non avendoli
Mai più veduti?
Eurialo.                         Facciam noi pur ch’entrino
In casa presto.
Bonifacio.                         Apparecchiar due pertiche
Doveate da cacciarveli, indugiandosi
Troppo; o potete, se vi par, levarveli
In collo in un fastel tutti, e portarveli.


SCENA II.

LAZZARO, e detto.


Lazzaro.(Io veggo a noi venir messer Eurialo:
Quel che gli è innanzi, suo padre dev’14 essere.)

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Bonifacio.Ben venga messer Lazzaro, e ben vengano
Queste madonne.
Lazzaro.                            E voi, che messer Bartolo
Credo siate...
Bonifacio.                      Son Bartolo, a servicio
Vostro.
Lazzaro.            Siate per cento e cento milia
Volte il ben ritrovato. O mio discepolo!
Voi mi parete, messer Bartol, giovene
Come vostro figliuol: si potría credere
Che vi fosse fratello.
Bonifacio.                                 Il non mi mettere
Molti affanni e fuggir tutti gl’incomodi,
Mi mantien fresco. Andiamo in casa: debbono
Queste donne aver freddo. Oh, come penetra
Quest’aria il capo! Pur troppo, patita la
Hanno stamane in nave! Corri, Accursio,
Di sopra, e fa un buon fuoco. MesserFonte/commento: Correz. del trascrittore Lazzaro,
Venite dentro, e cominciateFonte/commento: Correz. del trascrittore a prendere
Possession della casa, che li meriti
Vostri fan vostra, con l’aver, con gli uomini,
Con ciò che siam o che siam mai per essere.
Lazzaro.La vostra umanitade, messer Bartolo...
Bonifacio.Beh, non moltiplichiamo in cerimonie,
O ponianle da canto, o differiamole
A far appresso il fôco nella camera.


SCENA III.

ACCURSIO.


Appunto siam come gli augéi che cascano
Nella rete, che quanto si dibattono
Più per uscirne, tanto più s’intricano.
Noi procacciam rimedio a un male, e nascere
Ne facciam tre peggiori e più difficili
Da risanar; nè del primo pericolo
Usciam però. Se l’astuzie succedono,
Più per necessità che per giudizio
Da noi trovate, dobbiamo a miracolo
Attribuir, più tosto che a prudenzia.
Ma che possiam noi fare altro, assaltandoci

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Da tanti lati fortuna contraria?
L’arco è tirato fin dove è possibile,
E non possibil anco; e sta per rompersi,
Più che per saettar al segno. Io simulo
Speme e baldanza,15 e studio di far animo
Al giovene padron; ma non men timido
Che ’l suo, mi sento il côr nel petto battere:
E non so come una cosa che timida
mente si faccia, possa ben succedere.16
Ma poich’in questo laberinto posti ci
Siamo, ed io son stato cagione di mettervi
Me e gli altri, è mio principalmente17 debito
Di non mi sbigottire e perder d’animo,
Quando ben tutti gli altri lo perdessero.
Bisogna che gli occhi apra, e ben consideri
Quei mal che avvenir pônno, e quei rimedii
Tutti apparecchi lor, prima che vengano.
La prima cosa, trovar messer Claudio
Bisogna, ed avvertirlo del pericolo
In che noi siamo; e come abbiam, sforzandoci
Il bisogno, alloggiato messer Lazzaro
In questa casa; acciocchè, non sapendolo,
Non venisse, e le cose in più disordine
Mettesse di quell’anco in che si trovano.
Ma meglio è ch’io l’aspetti fin che capiti
Qui per tornar a casa; chè, volendolo
Cercar, nè saper18 dove, potrei facile-
mente non lo trovar. Ma ecco ch’escono
Il mio vecchio padrone e questo ipocrita
Gaglioffo, che con nostro molto incomodo
L’ha tenuto oggi a ciance.


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SCENA IV.19

FRATE, BARTOLO e ACCURSIO.


Frate.                                             Porteròllavi,
E ve la lasciarò vedere e leggere.
Siate pur certo che la bolla è amplissima,
E che di tutti i casi, componendovi
Meco, vi posso interamente assolvere
Non meno che potría ’l papa medesimo.
Bartolo.Vi credo; nondimeno, per iscarico
Della mia conscïenza, la desidero
Veder, e farla anco vedere e leggere
Al mio parrocchiano.
Frate.                                   Sit in nomine
Domini: porteròlla, e mostreretela20
A chi vi par. In tanto messer Dome-
nedio sia con voi.
Bartolo.                          E con voi, padre, simile-
mente. Ma ecco Accursio. Dove è Eurialo?
Accursio.Eurialo, padrone? Appunto andavolo
Cercando. Io non conobbi giammai giovene
Che non fusse con donne più domestico
Di lui. Che pensa, domine, che siano
Serpi? In lor casa è stato sì amorevole-
mente trattato da queste due femmine,
Madre e figlia, che non è possibile,
Per dio, narrarlo; ed è così salvatico
Con esso lor, come se mai vedutole
Non prima d’oggi l’avesse. Suo officio
Era d’intertenerle, e con buonissima
Ciera far lor profferte, come gli uomini
Che voglian render cambio a’ beneficii.

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Bartolo.In veritade, che non è già Eurialo
Di questa sua selvatichezza simile
A me che son suo padre: poichè affabile
Giovan non si trovava più di Bartolo
Con ogni donna; ma con belle giovani,21
Ne ’ndormo22 a Cicerone ed anco a Tullio.
Ma che diremo? Eurialo al suo esercizio
È sempre intento: questo è il desiderio
Suo, più che d’altri sia il mangiar e il bevere.
Fuor dello studio, che altro ha egli in grazia?
Io era altr’uom, quando era nell’essere
Suo. Ma parliam d’altro. Accursio, stranio
Certo mi par che questo messer Lazzaro
Non sia persona di maggior giudizio:23
Pur l’ho sentito commendar di lettere.
Mandar moglie e figliuola sì domestica-
mente in una Ferrara, ove pur vedesi
Che sino agli barbieri pajon nobili!
Non hanno pur con esse un paggio minimo,
Che l’accompagni. In vero che dev’essere
Pover di facultadi, ovver ch’è misero.
Accursio.L’avete24 indovinato: gli è questo ultimo;
Ei canta il miserere.25 Costor l’anima
Donano, per far robba, al gran dïavolo:
Dico questi, padron, c’hanno il lor studio
In riveder processi e formar cedule,
Poi fame, sete, caldo e freddo patono,
E fan patire ad altri, per non spendere
Cinquanta soldi fuor dell’ordinario.
Ma quando vederete le due femmine,
Giudicherete ch’io dico benissimo.26

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Bartolo.Ora che men ricordo, ancor non sonosi
Svegliate? Quando disnaremo? a vespero?
Io mi levai stamane anti suonassero
E’ mattutini. Ma che tarda Eurialo?
Se ci fusse, vorrei che la finissimo.
Ma chi è costui che vien con Bonifacio,
Vestito a lungo? È qualche nuovo giudice?
Accursio.Padrone, andiam; non stiam qui più a perdere
Tempo; perchè non è quasi possibile
Che a voi sì vecchio non sia di pericolo
Patir la fame, e vi dico27 grandissimo.
Bartolo.Come mi piace, Accursio, che la pratica
Avuta fra scolari a Studio, t’abbia
(Com’io vedo) mostrato qualche regola
Di medicina!
Accursio.                       (Deh, come molestami,
Come mi dà nel volto28 la presenzia
Di costoro che verso noi s’inviano!)
Padron, andiamo.
Bartolo.                              Se tu vuo’andar, vattene:29
Voglio, s’io posso, quest’uomo conoscere:
Egli debbe esser persona notabile.
Accursio.(Questo appunto voléa! o che disgrazia!)


SCENA V.

BONIFACIO, LAZZARO e detti.


Bonifacio.M’avete fatto, quasi io dirò, ingiuria
A non tôrre un par d’ôva, e così subito
Voler uscir, che appena rivestitovi
Avete i panni.
Lazzaro.                        Io sono così, Bartolo,
Nel ventre della madre (abbi pacienzia)
Stampato. Degli amici più mi premono

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E’ fatti sempre, ch’e’ miei fatti proprii.30
Bartolo.Come Bartolo? Il nostro Bonifacio
È stato novamente dal quel provido
Viro31 per Bartol battezzato. Accursio,
Non ha egli nominatolo per Bartolo?
Accursio.Già non mi par ch’egli abbia detto Bartolo,
Ma Bonifacio. Han poca differenzia
Tai nomi: quasi quel medesmo suonano.
Lazzaro.Ulterius, non ho io il nostro Eurialo
Più per mio, che non son quasi io medesimo?
Poi l’amo nuovamente più del solito,
Avendolo veduto condescendere
A questa onesta condizion sì facile-
mente, e schifarsi da qualche disgrazia
Gli avría potuto intervenir.
Bartolo.                                              Accursio,
Accursio, non ha ei forse detto Eurialo?
Accursio.Non padron, non; ha ben detto un fantastico
Nome. Oh, che egli m’è uscito di memoria!
Ma suona certo come quel d’Eurialo.
Lazzaro.Non voglio in modo alcun mancar del debito
Mio verso voi. Io vengo in qualche dubbio,
Ancora non essendo questo nonzio
Tornato, che non voglio dar le lettere,
Ad ogni modo, a questo segretario.32
Potrebbe anco esser dietro a un mio servizio.
Ma, per star più sicuro ch’altro scandalo
Non accascasse per mia negligenzia,
Non ci voglio mancar di tempo un attimo,33
Perchè qui passi il fatto senza strepito.
So poi, se alla contessa farò intendere,
Come farò per mie lettere subito,
Ch’Eurialo abbia sposata questa giovane...
Accursio.(O Dio! che non diventa costui mutolo?)

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Lazzaro.Col consenso del padre; e che l’infamia
D’averla fatta con quell’altra femmina...
Accursio.(Oh ti possa cader la lingua, Lazzaro!)
Lazzaro.Fuggir, l’abbia levata, e in cambio resole
Onor, ne rimarrà soddisfattissima.
Bonifacio.Non andiamo più innanzi, ma voltiamoci
Ad altra strada: là dinanzi fabbrica-
si, che l’andar più oltre potría rompere.


SCENA VI.

BARTOLO, ACCURSIO, PISTONE, STANNA.


Bartolo.Hai tu inteso le parole, Accursio,
Di quell’uomo da bene? E che significa
Che Eurialo abbia sposata questa giovane?
E chi è questo Eurialo e questa giovane?
Non hai tu inteso ancora questa istoria?
Chè non rispondi? Che ti venghi il cancaro!
Accursio.Io non rispondo, ch’io non so rispondere,
Chè non intendo cosa ch’egli dicano:
Se non intendo, non posso già intendere.
Bartolo.Tu non intendi? parlano in ebraico?
Tu sai meglio sto fatto dal principio
Al fin, che non sanno essi che ne parlano.
Dimmi: chi è questo Eurialo e questa giovane?
Accursio.Non mi batter, padrone, chè diròlloti.
Bartolo.Di’ su: chi è questo Eurialo e questa giovane?
Accursio.Non più, padron, non più, ch’omai diròlloti.
Bartolo.Di’ su.
Accursio.            Gli è tuo figliuolo, ch’una giovane
Ch’egli amava in Pavía, qui ha fatto fuggere34
In compagnia d’un’altra povra femmina.
Bartolo.Tu mi chiarirai pur questo insolubile,
Ghiotton, ghiotton! Questo sarà lo studio
In che s’è esercitato il nostro Eurialo
Fuori di casa, con tanto dispendio!
Buono e fedel sarà stato il servizio

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Che gli avra’ usato, non è vero, Accursio?
Gli avrai mostrato bella via di spendere;
E il danar, che a fatica accumulavoli
Per pagar sue dozzine e per vestirsene,
Per comprar libri, ha avuto buon recapito
Per tua virtù, ghiotton! Non dovevi essergli
Al fianco sempre, e ricordar lo studio,
Come si vede c’hai fatto il contrario?
Che merteresti?
Accursio.                         E s’io non sono idoneo
Ad insegnarli nè Cato nè regole?...
Bartolo.T’intendo; ad altro ufizio ti piace essere
Idoneo. Verbi grazia, ordir la pratica
D’una fanciulla, e con buon modo tesserla:
Trovar la via che se le possa spendere
In ben vestirla e farla stare ad agio:
In maneggiarti sul granaio35 di Bartolo:
Sta così a punto? Pistone, qui subito
Vien con la Stanna: ma prima slegate la
Fune della valigia, e giù portatela;
Chiamate anco il facchino, ed espeditevi,
Che taglia legne. Tu ti credi fuggere?
Non fuggirai, per dio.
Accursio.                                    Padron, ascoltami:
Perchè vuoi che mi leghin?
Bartolo.                                           Perchè ’l meriti.
Che indugiate? che vi possiate rompere
Il collo giù di quella scala!
Accursio.                                             Chiedoti,
Padron, perdono; e se non è verissimo
Tutto quel ch’io t’ho detto, fammi impendere
Per la gola.
Bartolo.                    Potrebbe ben accáderti
Ch’io lo facessi, ma non perch’io dubiti
Che non sian vere le vostre tristizie.
Legatemelo stretto.
Pistone.                                Accursio, lasciati
Governare, e tien fermo e’ piedi. Cancaro
Ti venga! pur m’hai gionto ove temevami.
In ogni loco mi potevi accogliere36

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Con men mio dispiacer. Giannello, stringilo:
E tu, Stanna, che fai?
Stanna.                                      Non vedi, fistola,
Che quasi ei m’ha fatto mostrare?... Or fermati,
Accursio.
Bartolo.               Siete tanti, e sì difficile
Vi par a tener stretto questa bestia?
Tutt’oggi vi starete intorno, veggolo.
Così me lo stringete; or sta benissimo.
Portatelo di sopra. Riconoscere
Spero, s’io scampo per tutt’oggi, Accursio,
Farti di quanto ti saran state utili
Le tue gantelle. In fè di Dio, ch’esempio
Sarai forse a qualch’altro che in ludibrio37
Hanno i padroni. Com’or or dicevami?
— Io non conobbi alla mia vita giovane
Che non fosse con donne più domestico! —
Oh figliuoli cattivi e di mal animo,
Che a’ padri vostri rendete tai meriti,
Che dànno le lor anime al dïavolo
Per farvi roba e farvi gentiluomini,
Com’ho fatto io; che, rompendo ogni vincolo
D’umanitade e d’antica amicizia
A Gentil mio compagno, ho ritenutomi
Le facultadi sue, nulla servandogli
Di quanto gli promisi. E questo scandolo
Per chi l’ho fatto? per te, per te, Eurialo.
Tu sei già ritornata. Stanna?
Stanna.                                                  Fistola
Il scanni!38 Ei mi tenea pel lato,39 intendimi?

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In fè di Dio, che credo che mi sanguini,
S’io mi vi guardo; e m’ha fatto le lucciole
Veder, se ben è giorno. Ma gastigalo,
Castigal pure. Hai inteso le belle opere
Sue, che dicéa che queste eran le femmine,
Moglie e figliuola, di quel messer Lazzaro?
Credéa d’aver a far con qualche bufalo.
Bartolo.Chi dunque sono? Questa è un’altra istoria.
Stanna.(Misera me, non foss’io nata, misera,
Al mondo mai! chè40 stroppiaràmmi Eurialo
Meritamente, chè fuor di proposito
Ho discoperto il suo segreto!)
Bartolo.                                                  Seguita
Pur, Stanna, perchè intender vô l’istoria
Tutta.
Stanna.          Ti dico che non vô procedere
Più oltre; ho detto più che a sufficienzia:
So che me n’avverrà qualche fastidio.
Bartolo.Séguita, e non mi trar a maggior collera,
Ch’io non ti faccia come ho fatto a Accursio.
Non hai più tempo da poter ascondermi
Quel che tu sai.
Stanna.                          Io dirò dunque. Scusami,
Eurialo, chè sforzata ho discopertoti.
Bartolo.Di’ pur come ti piace. Questa è solita
Scusa nelle disgrazie delle femmine;
Che sian sforzate: anco tu puoi servirtene.
Dimmi come non son di messer Lazzaro
Queste due donne: onde lo puoi comprendere?
Stanna.Io tel dirò: pur ora la Maurizia,
Fantesca del vicin qui Bonifacio,
In segreto m’ha detto, che alloggiatisi
Sono con essi questi che aspettávamo
In casa nostra; ma che ne stia tacita:
Ed ha specificato il nome proprio
Di questo messer Lazzaro.
Bartolo.                                             È possibile?
Stanna.Holli veduti tutti; egli è certissimo:
Madre, figliuola e fante. Ma non eri tu

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Sull’uscio, come sei, quand’essi uscirono,
Messer Lazzaro, dico, e Bonifacio?
Bartolo.Holli veduti. Ma chi dunque, domine,
Dobbiam creder che sian le due mancusciole41
Che avete detto che di sopra dormono?
Deh, perchè vo cercando quel che vedesi?
Grosso uom ch’io sono! Debb’esser la femmina,
Con la compagna, che dicean quegli uomini,
E c’ha poi confessato il nostro Accursio
Con pugni e calci. Ma ch’io debba pascere
Cotai galline di mia esca, facciome-
ne maraviglia.42
Stanna.                              Padrone, gli è in ordine,
Quando ti piaccia di venire a tavola.
Bartolo.A tavola, eh! Disnar m’ha dato Eurialo,
E son satollo sì, che quasi scoppio.
Va, Stanna, in casa, e senza me disnatevi.
Io voglio seguitar costor, che trattano
Senza l’oste saldar un certo computo,
Che forsi non serà com’egli credono.
Io vô che l’avvocato mio chiariscami
Se la ragion comporta che si possano
I figli maritar senza licenzia
De’ padri, e se cotai contratti vagliono.
Ma ecco chi mi dà questi piacevoli
Pensieri; ecco che vien di qua43 il mio Eurialo.
Non so come avrà volto a presentarmisi.
Ma che? non sa ch’io sappia ancor la pratica.


SCENA VII.

EURIALO e detti.


Eurialo.(Tanti mali ad un tempo mi circondano
Da tutti i lati, e improvviso mi premono,
Ch’io non so da qual parte io debba volgermi

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Per provedervi. Oh infelice e misero
Stato d’amanti, a cui fortuna perfida
Sempre s’oppone e sempre tende insidie!
Come poco accidente a infelicissimo
Stato m’ha tratto, ch’era beatissimo
E fortunato sopra quelli ch’amano
Tutti! Poc’anzi, che la dolce Ippolita
Mi tenéa in braccio, il mio côr, la mia anima,
Paréami esser salito più che aquila
Non sale al cielo quando porta il fulmine
A Giove, come dicono; ed or veggomi
Qual fulminato nel profondo baratro
Del crudo inferno! A che m’ha tratto il subito
Ritorno di mio padre, ed il consiglio
Incauto, che m’ha dato la mia bestia!
Ma più mi duol d’aver a cotal termine
Condotto la mia Ippolita, che’l proprio
Danno che avvenir possami; ch’io ’l merito.
Mi mancavano stanze ove condurre io la
Potessi, senza porla in questo carcere,
Onde ritrarla non trovo consiglio?
Ma faccio come l’augeletto timido
Che alcuna serpe non gli guasti i piccioli
Figliuoli, che quantunque non sia valida
A salvarli, dal nido non sa môversi.
Non veggo com’io possa la mia lucida
Stella rìtrar da questi folti44 nuvoli:
Pur di qui intorno non mi so rimôvere.)
Bartolo.(Cosa non ho potuto ancora intendere
Ch’egli abbia detto: ma comprendo l’animo
In gran travaglio.)
Eurialo.                              (Io veggo colà, misero
Me! mio padre. Per timor mi tremano
Le membra d’un in uno,45 e fatto è stupido
L’animo, nè consiglio in capo sorgemi.
Io sento tutto il viso tramutarmisi:
Vah, che farei s’andassi per combattere?)
Bartolo.Eurialo.

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Eurialo.               Vengo, padre.
Bartolo.                                     (Come biscia
Viene all’incanto.)
Eurialo.                              Avete le nostre ospite
Vedute, o padre?
Bartolo.                            Non, ma bene inteso ne
Ho qualche cosa.
Eurialo.                          Sapete chi siano?
Bartolo.Lo so; che non serà con tuo molto utile.
Eurialo.Son le donne del nostro messer Lazzaro.
Bartolo.Quelle c’ha in casa il ghiotton Bonifacio,
Son le donne del nostro messer Lazzaro.
Eurialo.(Non ci è rimedio più: la cosa è pubblica.)
Bartolo.E che borbotti?
Eurialo.                           Nïente.
Bartolo.                                          Nïente, eh?
Oh confidenza troppo inestimabile!
Oh poco ingegno! Pârti ch’ei consideri
Cosa ch’ei faccia, o n’abbia erubescenzia?46
Sono queste opre da figliuolo ingenuo,
Condurre in casa di suo padre femmine
Di questa sorte, brutto ghiotto?
Eurialo.                                                     Misero
Me!
Bartolo.        T’accorgi ora della tua miseria?
Dovevi prima ben pensarvi, Eurialo,
Quando ordinasti insieme col tuo Accursio
Cotai gamelle.47 Or credi di provvédervi48
Con dir che isposaráila? Oh bel consiglio!
Te l’ha insegnato il tuo dottor? Gli è utile;
Ed oltre che gli è util, gli è onorevole.
Ella non sta cosi?49
Eurialo.                                Padre, no; ascoltami.
Bartolo.Oh buon governo! Appena che vedutomi
Avea partir di casa, che principio

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Dava assai buono mio figliuolo a reggersi.
Egli avéa cominciato a far buon’opera,
Acciò che ritornandomi da Napoli,
Io ritrovassi le mie cose in ordine
E rassettate, e che la casa vôlta si
Fosse col fondamento verso l’aria.
Eurialo.Io non l’avrei sposata, padre, credilo,
S’io non avéa da te50 prima licenzia.
Bartolo.Non l’avresti sposata? Pur promesso lo
Hai a quel messer Lazzaro; e il falsario
E tristo rubaldon di Bonifacio
Ti dà l’autoritade. Ah, che, per l’anima
Mia, lo castigherò, non giongo al termine
Di questa sera!
Eurialo.                         Per fuggir pericolo,
E perchè dicon ch’è di gente nobile,
Io ’l facéa, padre.
Bartolo.                              Per fuggir pericolo,
E perchè dicon ch’è di gente nobile?
Eurialo, va in casa, ed ivi aspettami.
O Pistone.
Pistone.                  Messere.
Bartolo.                              Abbi custodia
Che costui non s’accosti a quella misera,
Tu con la Stanna; ch’io ritorno subito,
Per volerla trattar com’ella merita.
Stanna.Non dubitar, messer, chè guarderemolo,51
E porremgli le brache, come pongonsi
A’ birri,52 chè non montino le pecore.


SCENA VIII.

BARTOLO.


Deh mira come io sia gionto alla trappola,
E come io tengo, secondo il proverbio,
Il lupo per l’orecchio! Questa femmina

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So che vorrà procedere d’ingiuria,
E far tutto quel mal che fia possibile,
S’io non consento a questo matrimonio.
Ma avvenga quel che vuol. Ch’io prenda carico
Di moglie senza dote? Oh che bell’utile,
Oh che spasso aver tali uccelli in gabbia,
Se non s’hanno portato esca da pascere!
Voglio veder quel che n’ha da succedere.




Note

  1. Ad Accursio, che poi partesi. — (Pezzana.)
  2. Così nei manoscritti; ma in tutte le stampe: Gli antichi servi già nelle comedie.
  3. Questi due versi erano stati soppressi in tutte le edizioni.
  4. Così («sollumodo») nell’autografo; ma le stampe, concordemente: D’un quarto d’ora, questo vecchio stranio.
  5. G. A.: «le meschine.»
  6. G. A.: «non saria.»
  7. In questa lezione concordano i due manoscritti e la stampa del Barotti. Nelle altre però, anche più antiche e migliori, fu intromessa la variante, per più segni illegittima: Quest’il (o Questo, il) mio Bonifacio.
  8. Così («fittion») nei manoscritti. Le stampe: finzione.
  9. L’autografo: «Starà M. (messer) Claudio.» E la stampa del Grifio, coll’M superfetanea: Starassi.
  10. Ediz. Grif.: ne.
  11. La lezione qui preferita è quella della copia di Gabriele Ariosto, e delle stampe del Grifio, del Giolito e del Pitteri. Troviamo nell’autografo, con ridondanza di sillabe: «quello è;» nelle altre edizioni, con modo evidentemente fallato: vien. Di altre più lievi differenze potrà da sè far ragguaglio il diligente e curioso lettore.
  12. G. A.: «che questo.»
  13. Non leggesi nei due manoscritti quest’a, che noi lasciamo sussistere per la chiarezza del costrutto.
  14. Nell’autografo, semprechè incontrasi questa voce, è scritta «diev’,» o «dieve.»
  15. Le stampe, concordemente: Letizia e speme.
  16. Sentenza verissima e memorabile.
  17. Le antiche edizioni, e la più recente tra le consultate da noi: principal.
  18. Così tutt’i testi, con modo che non esiteremo a chiamare improprio, invece di: senza sapere, o: non sapendo.
  19. Il Barotti pensava, indotto forse in errore dal Pigna (opera sui Romanzi), che questo sia il luogo ove Lodovico lasciò interrotto il suo lavoro, e donde Gabriele poi tolse a seguitarlo: ma il manoscritto creduto autografo dal primo de’ due, che ancora sussiste in Ferrara, continua invece sino alla scena quarta dell’atto quinto.
  20. Nella difficoltà che qui presenta l’autografo, ponendo «porterollavi e mostrerolla,» cioè con ridondanza di una sillaba e con l’accento sulla penultima; ci è parso bene di attenerci alla lezione del Barotti, convalidata dalla copia di Gabriele. Editori antichi e recenti accolsero quel verso medesimo, cioè piano tra gli sdruccioli, solo togliendo dal precedente verbo l’affisso vi.
  21. Non seguitiamo il solito testo, che sembra avere scorrezioni e difetto di un verso, leggendovisi: «A me che son suo padre, ohimè che affabile Con ciaschedun, ma con le belle giovane ec.»
  22. G. A. «N’indormo.» Ed è da intendersi: ne disgrado. Esempio notabile; non parendoci di chiaro senso taluno di quelli finora addotti nei vocabolarî. Il Barotti notò lo scherzo dell’aver fatto di Cicerone e Tullio due diverse persone, per rappresentarci «la ignorante erudizione» di Bartolo.
  23. Poco leggiadramente le antiche e alcune moderne edizioni: Sia persona d’un sì poco giudizio.
  24. L’autografo, contro il costume: «Tu l’hai.»
  25. Scherzo sulla voce misero nel senso di Taccagno, Avaro.
  26. L’autografo: «Ma quando vedrai queste due femine, Giudicarai quel ch’io dico benissimo.»
  27. Qui pure il medesimo, (vedi la pag. preced., nota 4): «Che a te c’hai tanti dì, non sia pericolo Patir la fame, e ti dico ec.»
  28. Parmi che dar nel volto qui sia lo stesso che dar nel naso, cioè molestare, turbare, dispiacere. — (Tortoli.) — Resterebbe però a sapersi se qui debba pronunziarsi vólto o vôlto; e nel secondo de’ due casi, non vorremmo affaticarci nel dichiarare il traslato.
  29. G. A. e le stampe: «Orsù, non più, aspettami.»
  30. G. A., e tutte le edizioni: «Nel ventre di mia madre (perdonatemi) Stato stampato, che più assai mi premono I fatti degli amici che i miei proprii.»
  31. «Spettabili viri» avea detto anche il Berni. Vedi la Crusca.
  32. Così l’autografo; e, d’altro lato, le stampe, ritraenti dal manoscritto di G. A.: «attento (le più moderne: atteso) ch’io mi dubito, Non essendo comparso ancora ’l nunzio, Ch’ei non sia ito a presentar le lettere, Ad ogni modo, a questi segretarii.»
  33. Manca questo verso nelle antiche edizioni.
  34. Lombardismo altre volte ripetuto, e simile all’accádervi per accadérvi, e provvédervi per provvedérvi, che troveremo alla pag. 482 e 487. Lo stesso dicasi del seguente povra per Povera. Gabriele, che volle toglier di mezzo la plebeità o la sincope, rifece questo verso: «In compagnia d’una povera femmina.»
  35. G. A., e le moderne edizioni: granar.
  36. G. A.: «cogliere.»
  37. Gabriele, e con lui gl’impressori, a gantelle surrogarono malizie; a ludibrio, dispregio. Gantelle è lieve modificazione dell’antico lombardo cantella, derivato da cautela, e quasi per iperbole trasferito a significare Astuzia, Malizia e simili. Dimostreremo a suo tempo (ove al ciel piaccia) che la voce Cantella trovasi non solo adoperata dagli storici municipali, ma nelle scritture diplomatiche, italiane e francesi, del secolo XVI («l’iniquité et malice, cantelles ei subtillitez de noz ennemys»); e che ancora in latino l’addiettivo cautus venne talvolta usato a significare colui qui fraudes callet et fallax est.
  38. Il Pezzana e il Molini mutarono, come pare, d’arbitrio: Il fistolo Lo scanni.
  39. Da intendersi come: per la parte, o per quella parte..., che Bonifazio avrà inteso, e a noi non corre obbligo di spiegare. Dobbiamo bensì avvertire, che tutte le edizioni, salvo le dirette dal Molini e dal Tortoli, leggono: pelato.
  40. G. A. e le stampe: Non foss’io al mondo nata, misera, Chè a questa volta ec.
  41. Così nell’autografo, ed è voce non della lingua nazionale e d’ignota significazione. Il suono fa pensare a Cucciole, e può congetturalmente spiegarsi: Sgualdrinelle. G. A. e gli editori supplirono: femmine.
  42. La lezione del Grifio conferma quella dell’Ariosto. Primo il Giolito, per quanto da noi vedasi, seguì G. A., che aveva emendato: «facciomene Gran maraviglia.»
  43. G. A.: «in qua.»
  44. Le stampe del Grifio e del Giolito, non contraddette dai manoscritti, hanno: da queste folte, senza variare la desinenza del sostantivo.
  45. E qui le stesse, pur senza che abbiamo da opporvi se non la gramatica e l’esempio dei moderni: d’un’in una.
  46. G. A., e le stampe: o che punto vergognisi.
  47. Vedi sopra, pag. 483, nota 1. G. A. e le stampe: Cotali trame.
  48. Si noti quanto miglior senso dia questa lezione dell’autografo, che la seguita generalmente, e derivata, come pare, da G. A.: Or che? provvederemoci.
  49. Queste parole, che i moderni editori attribuiscono ad Eurialo, sono anche da G. A. fatte dire a Bartolo, ma nella forma che segue: «Non sta ella cosi? Eur. Padre, ascoltatemi.»
  50. G. A., e con lui le stampe: «Padre, sposata io non l’arei, credetemi, Senza lo aver da voi ec.»
  51. Il medesimo, ec.:«Non dubitate, che noi guarderemolo.»
  52. Qui birri è termine de’ pecorai di montagna lombardi, che val quanto becchi o montoni. In Ferrara si dicono brichi. — (Barotti.) — Birri per montoni è voce del dialetto romagnuolo. Così trovo notato in una edizione fatta a Venezia nel 1753. — (Tortoli.)