La Scolastica/Atto terzo

Atto terzo

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Atto secondo Atto quarto
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ATTO TERZO.




SCENA I.

EURIALO, ACCURSIO.


Eurialo.Chi si governa per cervel di femmina,
O di gente che a’ lor piaceri attendano,
Non può mai far cosa buona. Lasciatomi
Ho indurre a’ tuoi prieghi e a’ tuoi stimoli
Di celar la venuta a messer Claudio:
Ecco ch’ora egli il sa; chè Bonifacio,
Che le vidde venire in casa, dettogli
Ha il tutto, e anco più: chè gli fa credere
Che Ippolita e quest’altra sien Flaminia
E la madre, come egli crede e credono
Gli altri nostri di casa; e, credendolo
Altresì messer Claudio, e pur veggendomi
Tenerla occulta, deve senza dubbio
Aver sospetto ch’io l’ami, e che postomi
Sia in sua absenzia in suo luogo; e dê volermene
Male; e se persevrasse1 in questo credere,
Quell’antica fra noi benevolenzia,
Dal canto suo, tornería tosto in odio.
Meglio sarebbe stato che a principio
Io l’avessi avvertito come passano
Le cose.
Accursio.            Or, quel che è già fatto, è impossibile
Che non sia fatto. Veggiam pur di mettere
L’unguento, prima che il mal a procedere
Abbia più innanzi. È buon chiamarlo, e dirgli la
Cosa tutta.
Eurialo.                E menarlo in casa, e farglila
Vedere, e trarlo di questa ignoranzia.
Ma veggo là Piston, che torna. Vogliolo
Pur aspettar e fargli, come merita,
Un buon ribuffo. Si parte quest’asino
Di casa sempre mai che ci vede essere
Maggior bisogno d’uomini che servano.


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SCENA II.

PISTONE, EURIALO.


Pistone.S’io avessi tolto il punto dall’astrologo,
Io non avrei potuto il piede mettere
Fuor di casa in miglior otta, per giungere
Più a tempo: e voglio creder che inspiratomi
Abbia Dio di far oggi, contra il solito
Mio, quella strada; chè sei mesi passano
Ch’io non vi son più stato.
Eurialo.                                            (Quanto intendere
Posso, ha novelle costui che gli piacciono.)
Pistone.La mia è ben stata ventura grandissima,
Che nel maggior bisogno, e quando avevone
Minor speme, così veduto io l’abbia.
Eurialo.(Costui danari o anello o cosa simile
Ha ritrovato. La vô bene intendere.)
C’hai tu, Piston, trovato? ci voglio essere
A parte.
Pistone.               Vostro padre, il qual...
Eurialo.                                                    Dio, ajutami!
Pistone.È ritornato in dietro.
Eurialo.                                   Come?
Pistone.                                              Dicemi
Che non era anco al ponte, che sferratosi
Gli è il caval tutto, e l’ha fatto rimettere
Al maliscalco, sapete, ch’è l’ultimo
Poichè d’un pezzo s’è passato l’Angelo.2
Eurialo.Pur anderà?
Pistone.                    Non; gli ho detto io che gionteci
Son queste donne a casa.
Eurialo.                                         Ah, temerario,
Indiscreto e gaglioffo! Or, non avevoti
Commesso espressamente, e minacciatoti,
Che non ne fêssi parola?
Pistone.                                         Vietastemi
Che nol dicessi a strani, ma in quel novero
Non è da pôr vostro padre.
Eurialo.                                             Vietavoti,

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Dunque, che al Rusco o che a Biagiuol da l’Abbaco3
Tu nol dicessi? Ma dove, brutto asino,
T’ho parlato io di strani o di domestici?
Pistone.Mi credéa di far bene, e che molto obbligo
Voi me n’avessi aver, perchè ho fatt’opera
Che restarà.4
Eurialo.                    Rubaldo! che ti venghino
Cento cancari! Adunque ha differita la
Sua andata?
Pistone.                    Sì.
Eurialo.                         Non si parte oggi?
Pistone.                                                       Al credere
Mio, ne domani ancor, nè fin che a Padoa
Non vadan elle; chè far lor delibera
Carezze e onor, nè perdonar a spendere.
Eurialo.Ma egli ora dov’è?
Pistone.                                Tornammo a rendere
La bestia. Io gli trassi i stivali, e misegli
Le pianelle: egli da quella via andòssene
In piazza, a far provvisïon del vivere;
Ed a me disse:— Torna a casa, e portami
Il canestro e la sporta grande, e vientene
Al Castel,5 ch’io sarò fra i pizzicagnoli.—
Eurialo.Dunque, fa come t’ha detto; che rompere
Ti possa il collo!
Pistone.                            Io mel ruppi il medesimo
Giorno ch’io venni a star con voi.
Eurialo.                                                        Se prendere
Mi fai due braccia di querciuol...
Pistone.                                                        Che diavolo!
Non ne saprò uscir io, senza cacciarmene
Voi col baston, come i cani si cacciano?
Eurialo.Non è questo poltron se non superbia.
Per dio, per dio! Deh, che farò? Deh, misero
Me! poichè questo vecchio viene a rompermi
Tanto piacer, anzi tutto a voltarlomi
In pena e in doglia! A lui sarà difficile

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Persüader, come a Piston persuasolo
Abbiam, che queste sian di messer Lazzaro
La moglie e la figliuola, ed accorgendosi
Di questa fraude, e me e le donne subito
Caccia di casa con mio vituperio.
Di me poco mi cal e poco curone;
Ma delle donne tanto, che, pensandovi
Pur solamente, mi sento distruggere.
Or ecco il consiglier che, persuadendomi
Di tôrle in casa, contra a quel che in animo
Avéa, m’ha fatto in questo error trascorrere.


SCENA III.

EURIALO, ACCURSIO, poi PISTONE.


Eurialo.Hai tu udito Pistone?
Accursio.                                    Così mutolo
Oggi fosse egli stato, che parlato nè
A voi nè ad altri avesse!
Eurialo.                                          Ve’ a che termine
Noi siam condotti per tua colpa!
Accursio.                                                     Fatemi
Indovin, ch’io farò voi ricco. Avrestelo
Pensato voi?
Eurialo.                      Gli è qui il vecchio.
Accursio.                                                     Sia in nomine
Domini. Che sarà però? Voletevi
Porre affanno per questo?
Eurialo.                                           E di che porlomi
Debb’io, che monti più?
Accursio.                                        Monta più chi abita
A piè dell’alpi; il falcon monta e l’aquila:
Monta altrimenti il gallo, e i frati in pergamo,
E molte volte altrove, purchè possino.
Eurialo.Che! monta niente? Già tanto non montano
Le ciance tue, che montino un pel d’asino.
Mio padre è in questa terra.
Accursio.                                             In terra fuss’egli6

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Pur da dover, come suo padre e l’avolo!
Che volete voi dir per questo?
Eurialo.                                                  Voglioti
Dire, che non ti pensi fargli credere,
Com’hai fatto a Piston.
Accursio.                                        Se sarà incredulo,
Vorrò che ce n’andiamo a San Domenico.7
Eurialo.E che faremo?
Accursio.                         Gli farò procedere
Contra, come a infedele e vero eretico,
Dal padre inquisitor.
Eurialo.                                   Va, tu m’infracidi
Con queste tue sciocchezze. Per dio! lasciale
Da parte, e attendi a questo.
Accursio.                                                Per dio! datevi
Buon tempo voi, e la fatica e il carico
Lasciate a me; ch’io tolgo a mio pericolo
E spese quanto mal ci può mai nascere.
Io voglio fare a vostro padre credermi
Più che credesse a frate mai pinzochera.
Farem venir questa sera medesima
Un vecchio qui a caval, che parrà giongere
Da Pavía allor allora; e diremo essere
Lui quel fattor che dê condurle a Padoa,
Che già abbiam detto in casa ch’elle aspettano.
Eurialo.E chi avrem noi che faccia questo officio,
E non sia conosciuto?
Accursio.                                    Per dio! mancano
In questa terra i barattieri, voglili
O forestieri o della terra propria?
Poi, domattina all’alba, sarà in ordine
Una carretta che le levi, e portile
Poco lontano, con vista ch’ir vogliano
A lor cammin, ma la porta non passino.
Troveremo oggi a bell’agio una camera
Per quattro o cinque giorni, dove ascondere,
Fin che sia il vecchio partito, si possano.
Eurialo.Ma ecco che Piston vien fuor.
Accursio.                                                  Portatoci
Fuss’egli coi piè innanzi! Deh, mandatemi

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Con esso lui; ch’io vô talmente imprimere
La cosa in capo al vecchio, che impossibile
Non fia che possa se non così credere.
E voi tornate in casa, ed avvisate le
Donne, ed ammaëstrate come debbano
E dir e far; e mostrate il pericolo
In ch’elle sono, se non si governano
Bene.
Eurialo.          Io farò. Piston, voglio che Accursio
Venghi teco. Ma tu non odi?8 Guardati
Di non gli dir che di ciò corrucciatomi
Io mi sia, ma che più tosto io n’abbia
Piacer e gaudio: se non, ti certifico,
Ch’io ti farò del tuo errore accorgere.
Pistone.Non son stato a quest’ora a riconoscermi,
E sapere che questo e peggio merita
Chi cerca altrui servir, e può star libero.
Accursio.Deh, lasciai dir come vuol; non ti mettere
A garrir seco: gli è padron, gli è giovane,
Gli ha buon tempo.
Eurialo.                                 (Io vô prima a messer Claudio
Parlar, ch’io torni in casa.)
Accursio.                                              È entrato in collera
Col padre alquanto; e pur dianzi dicevami:
— Quasi alloggiar due donne, non essendoci
Lui, non sapessi anch’io? Questo è il bel credito
Che dar mi vuole! Ognun dirà, sapendosi
Ch’egli torni per questo, che mi reputa
Da lui a me (che te ne pare, Accursio?)
Un uom ben grosso, e ben privo d’industria...
Eurialo.(Meglio è chiamarlo, e far che con noi desini...)9
Accursio.Poichè non si è fidato di commettere
Alla mia discrezion cosa sì picciola. —
Eurialo.(E ch’egli sganni sè stesso, veggendole.)
Accursio.Egli avrebbe voluto questa gloria
Tutta per sè; che referito avessero
Poi queste donne a casa messer Lazzaro,

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Siccome egli improvviso, non essendoci
Suo padre... tu m’intendi. Venir sogliono
Simil pensieri in gli animi de’ giovani.
Pistone.E che colpa n’ho io, che s’abbia a muovere
Incontra me tanto aspramente?
Accursio.                                                    Lascialo.
Ma chi è colui che viene in qua? Dio ajutaci!
Mi par un servitor.
Pistone.                                 C’hai tu, che tutto ti
Sei cambiato nel viso?
Accursio.                                      È ’l Riccio. Vattene,
Piston, pur senza me: mi bisogna essere
Un poco a casa.
Pistone.                         Addio.
Accursio.                                      Gli è desso; debbelo
Aver mandato dietro a queste femmine
La contessa. Padrone, olà, volgetevi
A me, vedete colui? conoscetelo
Voi?
Eurialo.        Sì, per dio! gli è ’l Riccio; oimè, oimè misero!
Gli è desso. Ora le cose in più pericolo
E in più scompiglio che mai s’avviluppano.10


SCENA IV.

RICCIO staffiere, e detti.


Riccio.(So ch’io non erro: questa è senza dubbio
La strada; ma la casa dove egli abita
Io non so già qual sia...)
Accursio.                                        Noi cerca, uditelo.
Eurialo.L’odo, e m’incresce udir.
Riccio.                                          (Se questi giovani
Non me la mostran. Ma quelli mi pajono
Ch’io cerco. Appunto son dessi.) Addio, giovani
Dabbene; Dio vi guardi.
Accursio.                                        Da ben guardi te
Dio pur, e noi da male.
Riccio.                                      Tu al contrario

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Dell’intenzione il mio parlare interpreti.
Ma dimmi un poco, Accursio; chè a te volgere
Mi voglio prima.
Accursio.                            A me già non ti volgere:
Volgeti a questi umanisti, che cercano
Medaglie e di rovesci si dilettano.
Riccio.Pon da parte le ciance: ti par ch’opera
Lodevole sia stata il fare ingiuria
Alla padrona mia?
Accursio.                                Dove l’ho ingiuria
Fatt’io?
Riccio.               Non lo sai tu? Tôrle una giovane
Di casa a questo modo, che da picciola
S’avéa allevata, non ti pare ingiuria?
Tu l’hai fatta fuggire, tu menatala
Hai qui teco.
Accursio.                    Io?
Riccio.                          Tu sì: deh, non ti fingere
Così maraviglioso; c’ho chiarissima
Informazion come le cose passano:
So come tuo padron, messer Eurialo,
Che vô che m’oda...
Eurialo.                                   Riccio, non mi mettere
In questa trama.
Riccio.                            Ti lasciò, partendosi
Lui, per questo in Pavía,
Eurialo.                                          Quando colpevole
Ben ogni altro ne fusse, innocentissimo
Ne son io; e credo che innocente Accursio
Ne sia non meno.
Riccio.                            A voi vorrò rispondere
Più ad agio: or parlo con costui. So, dicoti,
Come in Pavía ti lasciò questo giovene,
Perchè tu fessi, uomo da ben, quest’opera;
E che prima di te si partì Ippolita
Con la ruffiana veronese, e vennero
Ad espettarti in Piacenza; e levastile
Tu quindi, ed in Ferrara tu condotto le
Hai.
Eurialo.          Se tu così bene come epiloghi,11

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Facessi il resto, orator saresti ottimo.
Accursio.Non si troverà mai...
Riccio.                                   Non puoi negarlomi;
Chè son stato alla nave che condottovi
Ha in questa terra, ed il nocchier narratomi
Ha il tutto.
Accursio.                    È ver che a Piacenza ci entrarono
Due donne in nave, una vecchia e una giovane,
Che son fin qua meco venute; e dicono
Che ritrovare alcun legno vorrebbono
Ch’andasse verso Ancona, chè disegnano
Di farsi poi condurre a Roma. Rendite
Certo che non son quelle che tu immagini.
Eurialo.Per dio, ’l nocchier dicea di queste! Toltole
Tu in cambio hai di quest’altre.
Accursio.                                                     Non puot’essere
Altrimenti.
Riccio.                  Fingetela e acconciatela
Come meglio vi par, a me sta a credere
Quel ch’io ne voglio. Ma, messer Eurialo,
Siate avvertito c’ho portate lettere
Al duca ed a molti altri gentil’uomini,
Che se in Ferrara saran queste femmine,
Non avrete possanza di nasconderle.
Accursio.Non sono quelle che ti pensi: vengono
Queste due da Turin. Se ’l ver mi dicono,
Sono madre e figliuola. Già partitesi
Credo sian, ch’aver fretta dimostravano
Di ritrovarsi in Roma, dove intendono
Che ’l sangue degli Apostoli e de’ Martiri
È molto dolce, e a lor spese è un bel vivere.
Riccio.Non mi tôr con tue ciance di proposito.
Queste ch’io cerco son qui, e trovarannosi,
Credo, con vostro danno ed ignominia.
E se non fusse perchè messer Lazzaro
M’ha pregato ch’io non dia queste lettere
Fin ch’egli non sia qui...
Eurialo.                                          Vien messer Lazzaro
In questa terra?
Riccio.                          A quest’ora a pentirvene
Stati, per dio, non sareste!
Eurialo.                                             Rispondimi,

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Vien messer Lazzar?
Riccio.                                 Non può star a giongere
Molto.
Eurialo.          (Stiam freschi.) Ove l’hai visto?
Riccio.                                                            A Sermede.12
Accursio.Io ’l lasciai pur, chè in un giorno medesimo
Da Pavía ci partimmo, ch’aveva animo13
Di non venire a Ferrara.
Riccio.                                        Si mutano
Facilmente le volontà degli uomini.
Eurialo.(Mira se la fortuna mi perseguita!)
Riccio.Ben ir voléa per l’altro Po; ma avendogli
Parlato un certo amico suo, ed io dettogli
La causa del venir mio, a un tratto fêmmolo
Mutar d’opinïon, che montò subito
In un burchiello, egli e la moglie, e insieme la
Figliuola, e credo una fantesca;
Eurialo.                                                    (Ah misero
Me, destinato alle disgrazie!)
Riccio.                                                  E manda gli
Altri, col burchio di sue robbe carico,
A Francolin,14 dove vuol che l’aspettino.
Accursio.Messer Lazzar vien qui?
Riccio.                                          Vuoi ch’io tel replichi
Più? dicovi che viene, e dovrebb’essere
Gionto già un’ora, se ’l vento contrario
Non gli fusse tutt’oggi stato. Dissemi
Voler venir per far che senza strepito
Fra voi e me le cose s’adattassero;15
Poi, per certo altro fatto ch’egli ha impostomi.
Accursio.S’adatteran facilmente, chiarendoti
Che di cotesto noi non siam colpevoli.
Riccio.Pensa pur altro, e credi che pochissimo
Meco il dissimular vi giovi e ’l fingere.
Ma vô star cheto fin che messer Lazzaro

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Sia venuto, e ch’io vegga che rimedio
Ci vuol pigliare. Io non era per dirvene
Parola prima; ma da lui partendomi,
Chè smontai in terra per più tosto giongere,
Mi pregò ch’io venissi a farvi intendere
Da sua parte, che vuol tosto tosto16 essere
Con esso voi. Vi do da pensar termine
Alla sua gionta.
Accursio.                            Va in buon’ora. Pongati
Dio ’l vero in mente, e ti faccia conoscere
Quanto a torto ci dài questa calunnia.
Riccio.Ditemi,17 è in questa terra messer Claudio?
Eurialo.Ci era stamane, ed anco vi debbe essere.


SCENA V.

EURIALO, ACCURSIO.


Eurialo.Or siamo usciti pur fuor di pericolo.
Accursio.Usciti! e come?
Eurialo.                          Non ci è più pericolo.
Pericolo si chiama ove sta l’animo
Fra speranza e timor sospeso in dubio:
Ma questo è manifesto mal, certissimo
Danno; quest’è rovina inevitabile.
Oimè, io son morto!
Accursio.                                   I morti non favellano.
Eurialo.Ajutami, per dio.
Accursio.                              Nè dar rimedio
Nè ajuto si può a’ morti.
Eurialo.                                        Ora apparecchiami,
Dunque, il sepolcro, e prima in terra ascondemi,
Che qui giunga mio padre e messer Lazzaro;
Prima ch’io vegga, con mio tanto carico,
Con mio perpetuo scorno e vituperio,
Che cacciata di casa mi sia Ippolita
A guisa d’una fante infame e publica.
Accursio.Se vorrete lasciar voi stesso perdere
Vilmente, siate certo che anche Ippolita
Voi perderete; ma se per difendervi

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Porrete e piedi e mani e senno in opera,
Salverete amendue.
Eurialo.                                C’ho a far? Insegnami;
Ch’io, per me, mi ritrovo in modo attonito,
Che non so dove io sia.
Accursio.                                      Mi par che subito
Si dica a messer Claudio e a Bonifacio
Il tutto, e che si preghino che vogliano
Che queste donne in la lor casa passino.
Levate ch’elle siano, ogni pericolo
Sería18 levato. Venga messer Lazzaro
Quando vuol; torni il vecchio a beneplacito
Suo poi; non ci saría più alcun pericolo.
Avvertiremo la Stanna; lasciate la
Cura a me di parlar seco, e instruerla19
Come ha a dir. Se Piston detto il contrario
Avrà, che già sian venute, faremolo
Parer bugiardo. Egli so che vedutele
Non l’ha. Diremo, che dato ad intendere
Così gli avéamo, acciò fusse sollecito
E diligente più che non è solito.
Eurialo.Mi piace il tuo parer. Or presto facciasi
l’effetto. Torna tu in casa, ed avvisale:
Io parlerò a questi altri.
Accursio.                                        Ma vedetelo.
Eurialo.Mio padre? Oimè, gli è desso! Avremo in aria
Fatt’il castel: non possiam più difenderci,
Chè al suo apparir tutti i ripari cascano.
Accursio, io son ben morto.
Accursio.                                             Gli è meglio essere
Ben morto, che mal vivo. Or raccoglietevi
In voi: ben sapremo anco a questo prendere
Partito. Andate in casa, ed avvisate le
Donne: anzi, sarà meglio far che chiudano
Usci e finestre, e che stian nella camera
Chete; e che voi dichiate ch’elle dormono,
Chè sta notte han vegliato. Che può nuocere
Aver tempo a pensar, prima che visto le

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Abbia il vecchio? Io andarò qui a messer Claudio:
Voglio parlar con lui, chè già per l’animo
Mi va un pensier. Andate, e riposatevi
Sopra di me, e dormite, come dicono,
Con gli occhi miei:20 questo21 è sicurissimo.


SCENA VI.

FRATE predicatore, BARTOLO.


Frate.Voi potete veder la bolla, e leggere
Le facultadi mie, che sono amplissime;
E come, senza che pigliate, Bartolo,
Questo peregrinaggio, io posso assolvere
E commutar gli voti. E maravigliomi
Ch’essendo, com’io son, vostro amicissimo,
Non m’abbiate richiesto; perchè dandomi
Quel solamente che potreste spendere
Voi col famiglio nel vïaggio, assolvere
Vi posso, e farvi schifar un grandissimo
Disconcio, all’età vostra incomportabile:
Oltra diversi, infiniti pericoli
Che pônno a chi va per cammino occorrere.
Bartolo.Se ben agli altri, padre venerabile,
Dico ch’io vo per voto, nihilominus
Dir voglio il vero a voi; chè la fiducia22
C’ho in vostra carità, per l’odor ottimo
Ch’esce de’ santi costumi e del vivere
Vostro tutto esemplar, mi par richiedere
Ch’ogni intrinseco23 mio con voi comunichi:
E tanto più, che darmi in ciò qualch’utile
Consiglio forse potrete, e quest’obligo
D’ire attorno levarmi, s’alcuno abile
Modo ci sia. Ma quel ch’io dico, dicolo
In confessione.
Frate.                         E in confessione tolgolo.
Bartolo.Altro non è che ’l sappia, eccettüandone

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Solo il nostro piovan, che la quaresima
Mi confessa; ma non mi sa decidere
Questo caso, chè, come voi, teologo
Non è. Sa un poco di ragion canonica.
Frate.Io vi offerisco, quanto si può estendere
Il saper mio, di darvi quel medesimo
Consiglio che per me mi tôrrei. Ditemi
Il caso vostro.
Bartolo.                      Io vel dirò. Già passano
Vent’anni, che in Milan stavo al stipendio
Del duca, ed in quel tempo alla medesima
Corte similmente era un altro giovane
Pur ferrarese; e insieme un’24 amicizia
Sì stretta avâmo, che paréa che fossimo
In due corpi un volere, un côre, un’anima.
Tenevasi costui quivi una femmina,
Di ch’ebbe una figliuola in quelli prossimi
Dì che le cose di Milan si volsero;
Chè il Moro abbandonò lo stato, e andòssene
Nella Magna.25 Or, fra gli altri gentiluomini
Che lo seguîr, Gentile ed io seguimmolo,
Chè Gentil avea nome questo giovene.
Gionto in la Magna, s’infermò gravissima-
mente Gentil, e mori; nè trovandosi
Altro amico o parente sì benivolo
Come gli er’io,26 mi lasciò erede in l’ultima
Sua volontade, e universal: ma fecemi27
Prometter, che qualvolta il tornar libero
Fusse a Milan, maritarci la femmina
Sua con dote e partito convenevole;
E che della fanciulla la medesima
Cura mi piglierei che del mio Eurialo,
Nudrendola e allevandola, et, al debito

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Tempo, secondo il grado maritandola.
A questa promission nè testimonii
Volse chiamar, nè privata nè pubblica
Scrittura alcuna farsi, ma rimettersi
A me del tutto.
Frate.                         La promessa semplice
d’un amico fedel, pur troppo è valida
Senza giurar, o testimonî o rogiti.
Bartolo.Tornò il duca in Milan28 (come debb’esservi
Noto), e poco vi stette, chè i medesimi
Che ve ’l29 menâr, poi lo tradiro30 e presono.
Tornai con lui io ancora, e trovai ch’erano
Salvi tutti li miei; ma che la femmina
Di Gentil se n’era ita, chè sentendolo
Morto, s’avéa trovato altro recapito.
Era piaciuta a un signor, che dicevano
Esser napolitano.
Frate.                             È verisimile
Che signor fusse, poich’era da Napoli.
Ho ben inteso che ve n’è più copia
Ch’a Ferrara de’ conti; e credo ch’abbiano
Come questi contado,31 quei dominio.
Bartolo.Questo Napoletan, signore o suddito
Che fusse, se l’avéa tolta e condottala
Seco con la figliuola, e masserizie
Parte portando e parte fatte vendere,
La casa vôta lasciata m’aveano.
Trovand’io questo, differî a più comodo
Tempo l’ire a cercarne; e tornai subito
A Ferrara, ove ’l testamento autentico
Produssi, e’ beni mobili ed immobili
Che furon di Gentil, senz’altro ostacolo
Ottenni; e mi fei ricco, ch’ero povero
Prima. Ma tuttavía mi par che un stimolo
Mi punga il côre, e non possa levarlomi;
Di non aver trovato da principio
Queste donne, o almen fattone la debita

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Diligenzia. Gli è ver c’ho avuto in animo
Sempre di farla; ma pur differendolo,
Son d’anno in anno venuto, e condottomi
Fin qui. Ora, in somma, il mio piovano assolvere
Non mi vuol più, s’io stesso non vo a Napoli
A trovar il signor che queste femmine
Levò, e saper da lui dove si trovino,
O seco pur con altri; e ritrovandole,
Far quel che già molt’anni era mio debito.
Frate.Questa fatica volentier, potendola
Schifar, voi schifareste?
Bartolo.                                        Chi ne dubita?
Frate.Ben si potrà commutare in qualche opera
Pia.32 Non si truova al mondo sì fort’obbligo,
Che non si possa sciôr con l’elemosine.
Bartolo.Andiamo in casa, e più ad agio parliamone.




Note

  1. Contro le leggi del metro, i più antichi editori, non escluso il Barotti: perseverasse.
  2. Nome di osteria suburbana. Vedi la nota 1 a pag. 261.
  3. Potrebbe notarsi, benchè cosa da nulla, che di quest’uno son fatte nella Lena due persone: «O Biagïuolo o quel dall’Abbaco» (atto II, sc. I, pag. 303.)
  4. Perchè mi sono adoperato che il vecchio abbia a restare in Ferrara.
  5. Il palazzo ducale. Vedi la nota 2 a pag. 230.
  6. Nella stampa del Barotti (per quanto da noi vedasi) fu fatto primieramente: fosselo; che pur non era nel manoscritto di Gabriele. Bensì fossilo per Foss’egli, trovasi nella sc. IV, att. I della Cassaria in versi (vedi p. 131, nota 2). In quanto alla pronunzia, rivedasi la nota 1 a pag. 279.
  7. Dov’era il tribunale dell’inquisizione. — (Barotti.)
  8. Il Pezzana e il Molini, non sappiamo su qual fondamento, così mutarono questo verso:
                                  Venga teco dal padre mio; ma guardati.
  9. Con questo verso ricomincia l’autografo, nel quale è qui scritto: «disini.»
  10. Così Ludovico avea scritto; e sembra che Gabriele emendasse, com’è in tutte le stampe: «Gli è desso: ora sì che siamo in pericolo, E più che mai le cose s’avviluppano.»
  11. Dell’uso di questo verbo colla forma, come qui, di assoluto, non dànno esempio i vocabolarî.
  12. Così l’autografo. — Sermide, — come Gabriele emendava — è «terra grossa del Mantovano alla destra del Po di Lombardia.» — (Barotti.)
  13. Seguitiamo pur sempre l’autografo. Tutte le stampe da noi conosciute, e l’apografo di Gabriele, hanno invece di questi due versi; «Egli mi disse pur il dì medesimo Che da Pavia partimmo, ch’avea animo ec.»
  14. Luogo prossimo a Ferrara, più volte nominato.
  15. Per Accordare, Concordare. Esempio notabile.
  16. G. A.: «vuol egli tosto.»
  17. L’autografo: «ditimi.»
  18. G. A., qui e dopo due versi: «sarà»; con più ragione la seconda volta, e più verisimiglianza, che all’autore scorresse la penna nel formare la seconda sillaba.
  19. Latinismo non osservato.
  20. Modo proverbiale registrato, ma senza esempi, dalla Crusca.
  21. G. A.: «chè questo.» E così tutte le stampe.
  22. Diversamente dall’autografo hanno qui ancora le stampe: «Dico ch’io vo per voto, a voi nascondere Non voglio il vero, perchè la fiducia.»
  23. Sottintésovi, come qui, pensiero, equivale a Segreto. E intrinseco Pensier trovasi veramente nell’att. V, versi 26-7 della sc. III.
  24. Non bene, quanto al metro, l’autografo: «che insieme.»
  25. Lodovico Sforza, cognominato il Moro, essendo occupato gran parte del suo stato da’ Francesi, si ritirò in Germania. Vedi Guicciardini, lib. IV. — (Molini.)
  26. Così ne’ due manoscritti, e nell’edizione del Barotti. Errore è certamente quello delle stampe più antiche: Com’egli et io; e correzione arbitraria e di mal gusto, la pensata dal Pezzana e seguita dal Molini: Come gli fui già.
  27. Sembra che a Gabriele stesso debbasi la lezione universalmente adottata nelle stampe: mi lasciò per l’ultima Sua volontade erede ma pria fecemi ec.
  28. G. A.: «a Milan.»
  29. Così nel manoscritto di Gabriele, seguito dal Barotti; e certo men bene l’autografo: «Che ne ’l menâr.»
  30. Gli Svizzeri, come è noto per le istorie.
  31. L’autografo: «Contato.»
  32. Satira grave, come ognuno si accorge.