L'apatista o sia L'indifferente/Atto III

Atto III

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Atto II Atto IV

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ATTO TERZO.
SCENA PRIMA.

Fabrizio ed altri Servitori, i quali vanno preparando la tavola per il desinare.

Fabrizio. Or principio a capire, che il mio signor padrone

Suol dir filosofando cose massiccie e buone.
Egli ha detto più volte, che aveva meno guai,
Quand’era poveruomo, e stava meglio assai.
Ha ragion, ha ragione davvero il padron mio;
Ei stava meglio allora, e stavo meglio anch’io.
Ora la casa è piena sempre di gente nuova;
Il solito riposo da noi più non si trova.
E quel che più mi spiace, egli è dover servire
Di quelle genti ancora, ch’io non potrei soffrire.
Per la dama, pazienza, lo faccio volentieri;
Impiegherei, servendola, per essa i giorni intieri:

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Mi piacciono quegli occhi, e ancor nel grado mio

Ho piacer di vederla, e mi diverto anch’io.
Ma quel don Paolino con dispiacer lo veggio,
E il conte Policastro lo soffro ancora peggio.
Ma a lor tanti dispetti farò per parte mia,
Che per disperazione li vederò andar via.
Dispensar i padroni possono i lor favori,
Ma gli ordini eseguire sta in man dei servitori;
E quando i forastieri a genio non ci vanno,
Si servon per dispetto, e disperar si fanno.
Figliuoli, questa mane abbiamo a desinare
Gente, che a questa tavola non merta di mangiare.
A quei due, che vi ho detto, fate penare il bere,
Dietro la loro sedia non stiavi alcun staffiere;
E se alcuno di loro vi comandasse ardito,
Col tondo o col bicchiere macchiategli il vestito.
Se vi pare che un piatto gli piaccia estremamente,
Levategli dinanzi il tondo immantinente.
E s’egli lo trattiene, allor che se n’avvede,
Mostrando inavvertenza, zappategli sul piede.
Se il caffè vi domandano, ovver la cioccolata.
Mostrate non intender che l’abbiamo ordinata.
E all’ora del dormire, quelli che già vi ho detto,
Trovin la stanza ingombra, e mal composto il letto.

SCENA II.
Il Conte Policastro e detti.

Conte. Buon giorno, galantuomini, ditemi in cortesia:

Speriam che quanto prima in tavola si dia?
Fabrizio. Quando servir si tratti vossignoria illustrissima.
Faremo che la tavola sia pronta, anzi prontissima.
Conte. Mi farete piacere. Parmi avere appetito.
Fabrizio. Merita il signor Conte di essere ben servito.

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Conte. Parmi l’ora avanzata; per altro io mangio poco.

Fabrizio. Davvero, signor Conte?
Conte.  Avete un bravo cuoco?
Fabrizio. Un uom che non fa male. Un uom, per verità,
Che lavora di gusto.
Conte.  Che zuppa vi sarà?
Fabrizio. Tutte le di lui zuppe son saporite e buone.
Conte. Ho piacer; sentiremo. Ehi, vi sarà il cappone?
Fabrizio. Credo di sì.
Conte.  Va bene; ma che sia grasso e bello,
E un buon pezzo di manzo, e un pezzo di vitello.
Fabrizio. Dunque, per quel ch’io sento, gli piace mangiar forte.
Conte. Eh, non arrivo mai a due libbre per sorte.
Fabrizio. Quattro libbre d’allesso?
Conte.  E poi non mangio più.
Fabrizio. Mangia solo il bollito.
Conte.  E poi qualche ragù.
Fabrizio. Se vi fosse un pasticcio?
Conte.  Oh caro!
Fabrizio.  Un bel1 prosciutto?
Conte. Cotto nel vino buono? Io me lo mangio tutto.
Fabrizio. Non gli piace l’arrosto?
Conte.  Capperi! ed in che modo!
Un bel pezzo d’arrosto? propriamente mel godo:
Lesso, arrosto, ragù, pasticcio, ed ho finito.
Fabrizio. Un poco d’insalata per svegliar l’appetito?
Conte. Sì, sì, un’insalatina non la ricuso mai.
Fabrizio. Quattro paste sfogliate.
Conte.  Oh, mi piacciono assai.
Fabrizio. E il deser non lo calcola?
Conte.  Qualche piattello assaggio.
Mi piace, per esempio, se vi è del buon formaggio.
Se vi fosse una torta, non la ricuserei:
Quattro olive, un finocchio, un pomo io piglierei.

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Fino che si sta a tavola, (no per mangiar, no certo)

Ma per conversazione, col deser mi diverto.
Fabrizio. Come gli piace il bere?
Conte.  Sono assai regolato.
Non mi ricordo mai, che il vin mi abbia alterato.
Pria di far fondamento, non vengo alle bevande.
Uso poi, quando ho sete, di ber col bicchier grande.
Ber tanti bicchierini sembrami cosa stolta;
Quel che altri fanno in molte, io faccio in una volta.
Mi piaccion le bottiglie di vino oltramontano,
Ma piacemi egualmente di bevere il nostrano.
E tanto più mi alletta, quanto più è saporito,
Ma quando poi son sazio, di bevere ho finito.
Fabrizio. Ella, per quel ch’io sento, è regolato assai.
Conte. Oh, più del mio bisogno non mi carico mai.
Fabrizio. Spiacemi che stamane andrà mal la faccenda:
Siam molti, e il pranzo è scarso.
Conte.  Si supplirà a merenda.
Fabrizio. Mangia più volte al giorno?
Conte.  Io poi non guardo all’uso.
Sia qual ora si voglia, son pronto, e non ricuso.
Fabrizio. E viva il signor Conte.
Conte.  Fate un piacere, andate
Ad affrettare il cuoco, e in tavola portate.
Fabrizio. Subito, vo a servirla. (Sta fresco il mio padrone;
Questi è un lupo, che mangia per dodici persone).
(parte)

SCENA III.
Il Conte, poi Giacinto.

Conte. A casa mia a quest’ora avrei di già pranzato.

Mi sento dalla fame assai debilitato.
Già che nessun mi vede, posso pigliarmi un pane.
(si accosta alla tavola)
Giacinto. (Soffrir non sono avvezzo simili azion villane).

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Conte. (Povero me!) (vedendo Giacinto, s’intimorisce)

Giacinto.  (Costoro mi piantano così?)
Ecco il Conte; ho piacere di ritrovarvi qui.
Conte. Signor, che mi comanda?
Giacinto.  Voglio soddisfazione.
Conte. Di che?
Giacinto.  Di questa vostra indegnissima azione.
Conte. Parlaste colla figlia?
Giacinto.  Udirmi ella non vuole.
Conte. Meco dunque gettate il tempo e le parole.
Giacinto. Chi ha soscritto il contratto?
Conte.  Io, ma con condizione.
Giacinto. Che condizion?
Conte.  Che fossevi di lei l’approvazione.
Giacinto. Non siete voi suo padre?
Conte.  Esserlo almeno io spero.
Giacinto. Siete un uomo di stucco.
Conte.  Sì, signor, sarà vero.
Giacinto. Voi pensar ci dovete, pria che di qua men vada.
Voglio soddisfazione.
Conte.  Come mai?
Giacinto.  Colla spada.
Conte. Io non so far duelli.
Giacinto.  V' insegnerò, signore.
Conte. Grazie, la non s’incomodi.
Giacinto. Animo, andiam qui fuore.
Conte. Dove?
Giacinto.  A battervi meco.
Conte.  Siete voi spiritato?
Lo sapete, signore, che non ho ancor pranzato?
Giacinto. Animo, meno ciarle.
Conte.  Ma via, per carità.
Lasciatemi mangiare, e poi si parlerà.
Giacinto. Non ho tempo da perdere.
Conte.  Andarvene potete.

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Giacinto. Cavaliere malnato.

Conte.  Tutto quel che volete.
Giacinto. O accettate la sfida, o adopero il bastone.
Conte. Sono un povero vecchio.
Giacinto.  Voglio soddisfazione.
Conte. Aiuto. (gridando verso le scene)
Giacinto.  Anima vile.
Conte.  Gente; chi mi difende?

SCENA IV.
La Contessa e detti.

Contessa. Olà; chi è il prosontuoso, che il genitore offende?

Giacinto. Io son quello, signora, cui mancasi al contratto,
E dell’azion villana voglio esser soddisfatto.
Contessa. Se il genitor vi manca, da me vien la cagione.
Eccomi qui, son pronta a dir la mia ragione.
Conte. Brava, figliuola mia. (Andrò in un altro loco
Con un pezzo di pane a ristorarmi un poco).
(prende dalla tavola un pane, e parte)

SCENA V.
La Contessa e Giacinto.

Contessa. Su via, su che fondate la ragion dello sdegno?

Giacinto. D’un genitor la fondo sul stabilito impegno.
La fondo di una figlia sul zel d’obbedienza,
Sul dover, sul rispetto e sulla convenienza.
Contessa. Rispondo in due parole: il padre non dispone
Del cuor della figliuola, se il di lei cuor si oppone.
Ed una figlia umile ad obbedire è presta,
Quando di chi comanda sia la ragione onesta.
Il dover lo conosco, non manco al mio rispetto,
So della convenienza non trascurar l’oggetto;

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Ma appunto questi titoli, che voi mi rinfacciate,

Hanno le mie ragioni contro di voi formate.
Giacinto. Il dover non v’insegna?...
Contessa.  M’insegna il mio dovere
L’affetto, l’attenzione gradir di un cavaliere;
Ma il mio dover istesso, con vostra buona pace,
M’insegna a licenziarlo, se agli occhi miei non piace.
Giacinto. Possibil che vi spiacciano queste guance vermiglie,
Che sospirare han fatto vedove, spose e figlie?
Contessa. Veggo le belle guance tinte di bianco e rosso.
Quelle bellezze ammiro, ma sospirar non posso.
Giacinto. E gl’illustri natali?...
Contessa.  Li venero e rispetto,
Ma obbligar non mi possono a risentirne affetto.
Giacinto. Sì, che ponno obbligarvi; o sposa mia sarete,
O cospetto di bacco, voi me la pagherete.
Contessa. Che pretension ridicola! adagio, padron mio,
Che se voi cospettate, so cospettare anch io.
Non giunge a spaventarmi un così folle orgoglio;
In faccia apertamente vi dico, io non vi voglio.
Giacinto. Ah, perchè un uom non siete? Vorrei questa parola,
Vorrei quest’insolenza farvi tornare in gola.
Contessa. S’uomo foss’io, cospetto! vi pentireste, amico:
Vorrei farvi vedere, ch’io non vi stimo un fico.
Giacinto. A me codesto insulto? A me che furibondo,
Quand’ho la spada in mano, faccio tremare il mondo?
Contessa. A voi, che mi parete un capitan Coviello.
Giacinto. Ah, il diavol mi tenta...
(mette mano nella guardia della spada)
Contessa.  Rispettate una dama,
O con questo coltello... (prende un coltello di tavola)
Giacinto.  Eh, ho scherzato, madama.
(mostrando paura)
Contessa. Partite immantinente.
Giacinto.  No, ch’io non vuò partire, (con forza)

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Contessa. Andate, o giuro al cielo...

Giacinto.  Parto per obbedire.
(con umiltà e timore)
Contessa. A un incivil par vostro restar non si permette.
Giacinto. (Vuò meditare un colpo per far le mie vendette).
Contessa. Deggio farvi partire, come voi meritate?
Giacinto. Siete bella e vezzosa, ancor se vi sdegnate.
Alla mia tracotanza chiedovi umil perdono.
(Se non so vendicarmi, quello non son ch’io sono).
(da sè, e parte)

SCENA VI.
La Contessa, poi il Cavaliere e don Paolino

Contessa. Alle sue spampanate ha il padre mio creduto;

Ebbe di lui timore, ma io l’ho conosciuto.
Cavaliere. Contessa, abbiam goduta la bellissima scena.
Contessa. Perchè sola lasciarmi? Perchè tenermi in pena?
Cavaliere. La viltà di Giacinto a noi non giunse nuova,
E noi del vostro spirito fatta abbiamo la prova.
Paolino. Io vi confesso il vero, io ne provai tormento;
E il cavaliere Ansaldo mi ha trattenuto a stento.
Contessa. Il Cavalier di tutto solito è a prender gioco.
Suole per una donna incomodarsi poco.
Cavaliere. Io conosco Giacinto, so ch’egli è un uom ridicolo;
Non vi averei lasciata esposta ad un pericolo.
Paolino. Ma (compatite, amico) chi ama e stima davvero,
Dee impedire alla dama anche un spiacer leggiero.
Contessa. Udite, signor mio? D’un amor vero e fino
Queste sono le prove. (al Cavaliere)
Cavaliere.  Bravo, don Paolino,
Io di queste finezze non ne so fare alcuna,
E in amore per questo non avrò mai fortuna.
Paolino. Alla vostra fortuna far non pretendo oltraggio,
Nè la passion mi rende men conoscente e saggio.

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Cavaliere. Al suo dover non manca un cavalier d’onore.

(a don Paolino)
Ma dov’è, Contessina, il vostro genitore?
Ora è di dare in tavola. Ehi, avvisate il Conte,
Che quando egli comanda, le vivande son pronte.
(ad un servitore che viene chiamato, e parte)
Contessa. Cavalier, che vuol dire, che nemmen mi guardate?
Cavaliere. Posso in nulla servirvi? Eccomi, comandate.
Paolino. La sposa ogni momento deve chiamar lo sposo;
Dee prevenire il cenno un amatore ansioso.
Cavaliere. Caro don Paolino, io non so far l’amore:
Insegnatemi voi.
Contessa.  Miglior maestro è il cuore.
Cavaliere. È vero, a poco, a poco... In tavola. Ecco il Conte.
Paolino. (E simulare io deggio d’un mio rivale a fronte?) (da sè)

SCENA VII.
Il Conte Policastro e detti; poi Servitori che mettono in tavola.

Conte. È partito? (mettendo il capo fuori della scena)

Cavaliere.  Che avete?
Conte.  Giacinto se n’è andato?
(come sopra)
Cavaliere. Sì, signore, è partito.
Conte.  Il ciel sia ringraziato, (esce fuori)
Cavaliere. Concepiste timore?
Conte.  Un poco, (al Cavaliere) Com’è andata?
(alla Contessa)
Contessa. Senza diffìcoltade da lui mi ho liberata.
Conte. Brava, brava davvero. Mia figlia è la gran diavola.
Cavaliere. Vostra figlia ha giudizio.
Conte.  Ma quando danno in tavola?
Cavaliere. State ben d’appetito? (portano in tavola)
Conte.  Ne ho poco per natura.

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Ed oggi ancora meno per via della paura.

Cavaliere. Se mangiar non volete, io non vi obbligherò.
Conte. Eh, sediamoci intanto, che poi mi proverò.
Cavaliere. La Contessa nel mezzo. Il genitor vicino.
Conte. Vuò star, se il permettete, in questo cantoncino;
Ancora in casa mia sto sempre in un cantone.
(Così potrò mangiare con minor soggezione). (da sè)
Cavaliere. Segga don Paolino presso la dama intanto.
Paolino. E voi?
Cavaliere.  Vicino ad essa andrò dall’altro canto.
(siedono tutti)
Paolino. (Spiega la salvietta alla Contessa, e le taglia il pane ecc.)
Contessa. No signore, è superfluo vi stiate a incomodare.
Ho il Cavalier vicino. (a don Paolino)
Cavaliere.  Ma io non saprò fare.
Paolino. Se di ciò vi offendete...
Cavaliere.  No, fate pur, l’ho a caro.
Servitela la dama, che in questo mentre imparo.
Presentate la zuppa. Io non lo faccio mai.
Conte. Per me, don Paolino, minestratene assai.
Paolino. Basta così? (mette la zuppa nel tondo per il Conte, dopo averne dato alla Contessa.)
Conte.  Anche un poco.
Cavaliere.  Io non ne son portato.
Dategli la mia parte.
Conte.  Sì, vi sarò obbligato.
(mangia la zuppa)
Contessa. Un tondo. (al sewitore)
Paolino.  Favorite. (gli leva dinanzi il tondo della zuppa)
Contessa.  È vano il lusingarsi,
Che il signor Cavaliere si degni incomodarsi.
(al Cavaliere)
Cavaliere. Compatite, Contessa, per questo io non son fatto.
Paolino. Spiacevi ch’io la serva?
Cavaliere.  No davver, niente affatto.

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Paolino. (Ancora io non capisco l’idea del Cavaliere).

Conte. Veggo un gran bel cappone. Se ne potrebbe avere?
Paolino. Ala o coscia volete?
Conte.  Per verità non so,
Datemi l’una e l’altra, che dopo io sceglierò.
(gli dà mezzo cappone, ed ei se lo mangia)
Paolino. Comanda la Contessa?
Contessa.  Vorrei di quel tondino.
Cavaliere. Credo che sarà buono.
Conte.  Datene qui un pochino.
Cavaliere. Levategli il cappone. (al seroitore)
Conte.  Lasciate qui, non preme;
Mescolerem l’intingolo con il cappone insieme.
(mette tutto nel piatto)
Paolino. La dama ne ha richiesto, e voi non la servite?
(al Cavaliere)
Cavaliere. Voi trinciar principiaste, ed a trinciar seguite.
Paolino. Dunque, per obbedirvi... (vuol servir la Contessa)
Contessa.  No signore, obbligata.
Paolino. Voi da me ricusate?....
Contessa.  Più non ne voglio.
Paolino.  (Ingrata!)
(da sè, sospirando)
Cavaliere. Lo volete da me? (alla Contessa)
Contessa.  Non merto un tal onore.
Cavaliere. Sì, la mia Contessina, vi servirò di cuore.
(gli dà di quel tal piatto, ed ella lo riceve)
Paolino. (Tollerar più non posso). (da sè, smanioso)
Cavaliere.  Don Paolin s’adira.
(alla Contessa)
Contessa. Lo vedete, signore? Ei per amor sospira, (al Cavaliere)
Cavaliere. Sospiri pur; suo danno.
Paolino.  Ma perchè mai. Contessa?...
Conte. Datemi un pocolino di quella carne allessa.
(a don Paolino)

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Paolino. (Pazienza!) (taglia della carne di manzo per il Conte)

Conte.  Un poco più; non sono un collegiale.
Cosa avete paura? ch’ella mi faccia male?
Anche un po’ di vitello, e un po’ di grasso unito.
Cavaliere. Mi rallegro con voi, trovaste l’appetito. (al Conte)
Conte. Eppur non istò bene. Un acido mi sento...
Cavaliere. Bevete un po’ di vino.
Conte.  Vuò fare il fondamento.
(si mette a mangiare)
Contessa. Il Cavalier col padre discorre e si trattiene;
E qual io non ci fossi, di me non gli sovviene.
Cavaliere. Eccomi, son da voi. Cosa mi comandate?
Volete del ragù? Don Paolin, trinciate.
Paolino. Ella da me il ricusa, son di servirla indegno.
Cavaliere. Se sfortunato or siete, non lo prendete a sdegno.
Fate quel ch’io vi dico, e torneravvi in bene;
Rassegnatevi in pace al mal siccome al bene,
E dite fra voi stesso, con animo giocondo.
Se una donna mi sprezza, non è finito il mondo.
Contessa. Voi così ragionate? (al Cavaliere)
Cavaliere.  Ragiono istessamente.
Contessa. Dunque, se vi sprezzassi, sareste indifferente.
Cavaliere. Perdonate, Contessa, mentir non son capace:
Se voi mi disprezzaste, vorrei soffrirlo in pace.
Direi, della sua grazia s’ella mi crede indegno,
S’ella mi niega amore, ch’io non lo merto è un segno.
Paolino. Ed io giuro d’amarla schernito e disprezzato.
Contessa. Ora voi non c’entrate, con voi non ho parlato.
(a don Paolino)
Paolino. Soffro gl’insulti, e taccio.
Contessa.  (A torto lo strapazzo), (da sè)
Cavaliere. (Povero Paolino! Ei mi rassembra un pazzo). (da sè)
Ehi, cambiate la tavola, se non si mangia più. (ai servi)
Conte. Lasciatemi sentire quel piatto di ragù.
Cavaliere. Levategli quel tondo. (ai servitori)

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Conte. Lasciate qui, non preme;

Non va male il ragù con il bollito insieme.
(Mette il ragù nel suo tondo, e ì servitori, levando i piatti, pongono quelli della seconda portata.)
Cavaliere. Conte, che state male diceste voi per gioco.
Conte. Parmi che l’appetito mi torni a poco a poco.
Cavaliere. Ma bevete.
(La Contessa e don Paolino badano a parlar piano fra loro.)
Conte.  Da bevere. (domandandolo ai servi)
  Ecco l’arrosto. Oh bello!
Pare proprio dipinto quel pezzo di vitello.
Un bodino, un bodino, ci ho gusto in verità,
Quel bodino all’inglese mettetemelo qua.
L’insalata potete porla dall’altra parte.
Oh, di quei pasticcini ne voglio la mia parte.
(Gli portano una sottocoppa con una caraffina di vino, ed una di acqua.)
Portate via quest’acqua, non la posso vedere:
L’acqua si dà da noi agli asini da bere.
Orsù, lo so che i brindisi or si accostuman poco.
Ma voglio far un brindisi: signori, e viva il cuoco.
Cavaliere. Bravo, bravo davvero, questa è sincerità,
Applaudire di cuore quel che piacer ci fa.
Che dite voi, Contessa? Capperi, siete molto
Nel discorso impegnata, ed infiammata il volto!
Contessa. Di che mai sospettate?
Cavaliere.  Troppo ho per voi rispetto,
Della vostra condotta per concepir sospetto.
La medesima stima ho per don Paolino;
Che volete ch’io tema?
Conte.  Chi mi dà del bodino?
Cavaliere, Servitevi, signore. (al Conte)
Conte.  Dunque farò da me.
(si prende del bodino)

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SCENA VIII.
Fabrizio e detti.

Fabrizio. Presto, signor padrone, presto.

Cavaliere.  Che cosa c’è?
Fabrizio. Il signore Giacinto con della gente armata,
Fra gli alberi nascosta, la casa ha circondata.
Egli ci pose intorno una specie d’assedio.
Venga a vedere.
Paolino.  Indegno.
Cavaliere.  Pensiamo ad un rimedio.
Contessa. Duolmi per mia cagione...
Paolino.  Anderò io, lasciate...
(si alza furiosamente)
Cavaliere. Don Paolin, fermatevi, non vuò che vi scaldiate.
(s’alza)
Di accendere un gran foco bisogno ora non c’è;
Di rimediare al tutto resti il pensiere a me.
Contessa. Deh, non vi cimentate. (al Cavaliere, allandosi)
Cavaliere.  Di ciò non vi è periglio.
Porvi saprò rimedio coll’arte e col consiglio.
Paolino. Accendere mi sento di una vendetta il cuore.
Cavaliere. Noi possiam vendicarsi senza un soverchio ardore.
Contessa. Possibil, che possiate udir placidamente
Di un indegno le trame?
Cavaliere.  Io non mi scaldo niente.
Paolino. Per difender la dama, la vita arrischerei.
Cavaliere. Arrischiare la vita? Sì pazzo io non sarei.
Contessa. Dunque espormi volete ad un novello oltraggio.
Cavaliere. No, ma spero difendervi con un maggior vantaggio.
Contessa. Come?
Cavaliere.  Venite meco. Andiam, don Paolino.
Vi svelerò fra poco quello ch’io far destino.
Contessa. A voi mi raccomando. (al Cavaliere e a don Paolino)

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Paolino.  Per voi morire io bramo.

Cavaliere. Ed io senza morire vuò rimediarvi; andiamo.
(Tutti tre partono, e resta il Conte, il quale seguita a mangiare senza scomporsi.)
Fabrizio. Cosa fa il signor Conte?
Conte.  Io seguo il mio lavoro.
Fabrizio. Non sente il bell’imbroglio?
Conte.  Bene, ci pensin loro.
Fabrizio. Non vede quale abbiamo pericolo vicino?
Conte. Vorrei pur, se potessi, finir questo bodino.
Fabrizio. Noi lo lasciam qui solo.
Conte.  Ebbene, andate pure.
Fabrizio. Son le stanze terrene pochissimo sicure.
Se qui il signor Giacinto entra colla sua gente,
E trova il signor Conte, l’ammazza immantinente.
(parte)
Conte. Povero me! se viene... Presto andiamone, presto;
Ma di questo bodino voglio godermi il resto.
(si alza, prende il bodino, e parte)

Fine dell’Atto Terzo.


Note

  1. Edd. Guibert-Orgeas, Zatta e altre: del bel.
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