Istoria del Concilio tridentino/Libro sesto/Capitolo V

Libro sesto - Capitolo V (16 maggio - 6 giugno 1562)

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CAPITOLO V

(16 maggio-6 giugno 1562).

[Partenza del marchese di Pescara e arrivo degli ambasciatori francesi. — Il papa e la curia sono scontenti del Gonzaga, soprattutto per la mancata dichiarazione della «continuazione», mentre i padri si lagnano dell'eccessiva ingerenza di Roma nel concilio. — L’imperatore minaccia di richiamare i suoi ambasciatori, ove il concilio dichiari la continuazione.— Ricevimento dei francesi: ardito discorso del Pibrac. — Essi chiedono ai legati nuova indizione del concilio e riesame dei decreti approvati. — I partigiani della residenza ne chiedono la decisione, ed i francesi e gli imperiali che si sospenda la trattazione dogmatica e si discuta di riforma, in attesa della venuta dei protestanti. — Si abbandonano poi tali richieste, per timore d’una interruzione del concilio. — Ordine, poi sospeso, di Pio IV che si dichiari la continuazione. — Sessione ventesima: risposta del concilio al discorso del Pibrac e decreto di proroga al 16 luglio. — Proposta degli articoli della comunione sub utraque specie ed ai fanciulli. — Si insiste per trattare della residenza: il Gonzaga riconduce la calma promettendone la trattazione in altra sessione. — Gli imperiali consegnano ai legati il cosíddetto «libello di riforma» di Ferdinando I: risposta dilatoria di questi.]

Celebrata la sessione, il marchese di Pescara partí da Trento, dicendo esser necessitato di ritornar al governo suo di Milano per novi moti eccitati da ugonotti in Delfínato. Ma sapendosi che quelle forze non erano sufficienti per uscire del paese, tra il quale e Milano essendo anco in mezzo il duca di Savoia, fu creduto da molti che cosí avesse commissione dal suo re, il quale, desideroso che il concilio camminasse inanzi, fu risoluto di levare l’occasione d’interromperlo con la controversia di precedenzia, che necessariamente sarebbe seguita, se all’arrivo delli ambasciatori francesi vi si fosse ritrovato ambasciator suo. E doi giorni dopo la partita di quello arrivò Luigi [p. 387 modifica] San Gelasio signor di Lansac, capo dell’ambasciaria francese, incontrato da numero grande de prelati, e particolarmente dalli spagnoli: arrivarono li dí seguenti Arnoldo Ferrier, presidente di Parigi, e Vido Fabro signor di Pibrac, uomini di roba longa, colleghi dell’ambasciaria.

In questo tempo erano venuti al concilio avvisi di quello che il pontefice, li cardinali e la corte romana parlavano con tra li padri per le cose della residenza; e molti di loro avevano ricevute lettere dalli cardinali loro patroni e da altri amici, con querele, reprensioni ed esortazioni, le quali andavano anco mostrando. Dall’altra parte era andata nova a Roma delle cose successe dopo. Il pontefice rinnovò e aumentò lo sdegno contra il Cardinal di Mantova maggiormente, perché avesse tralasciata l’occasione di dechiarare la «continuazione», essendogliene fatta instanza dall’ambasciator e prelati spagnoli. Si doleva di vedere quel cardinale congionto con spagnoli nella residenzia e contrario a loro nella continuazione, che voleva dire contrario a lui in tutte le cose: perché nessuno d’ingegno ben ottuso sarebbe restato di passar a quella dechiarazione; poiché, succedendo bene, era fatto un gran passo a favore della Chiesa cattolica, non succedendo, si dissolveva il concilio, che non era di minore beneficio. Tornò in piedi la consultazione di mandar altri legati, e particolarmente il cardinale San Clemente, disegnando che in lui fosse il principal carico e la instruzione; e, per non levar il luoco primo a Mantova e darli occasione di partire, ordinarlo vescovo, essendo pochi giorni inanzi arrivata la nova della morte di Francesco da Tornon decano, per la quale uno delli sei vescovati restava vacante.

Ma l’imperatore, avvisato della proposta di dechiarare la continuazione, commossosi, fece dir al pontefice che, quando succedesse, leverebbe gli ambasciatori da Trento; e a quelli comandò che, quando la deliberazione di ciò fosse fatta, non aspettando la pubblicazione si partissero. Entrò pertanto il pontefice in speranza che per quel mezzo si potesse metter fine al concilio; e tanto piú aumentò il suo sdegno contra il [p. 388 modifica] Cardinal di Mantova, per causa di chi la meglior occasione era svanita: e si diede a pensare in che maniera s’averebbe potuto rimettere in piedi. La corte, cosí per imitazione del suo principe, come per trattarsi delli interessi suoi, continuava le querele e mormorii contra li prelati del concilio, e piú di tutti contra il medesimo cardinale, e contra Seripando e varmiense. Scambievolmente li prelati in Trento, li spagnoli massime, nelli congressi privati tra loro si querelavano del pontefice e della corte: di quello, perché tenisse il concilio in servitú, al quale doverebbe lasciar l’intiera disposizione di trattar e determinare tutte le cose senza ingerirsene; e nondimeno, oltre che niente si propone se non quanto piace alli legati, quali non fanno se non quello che è comandato da Roma, ancora quando alcuna cosa è proposta e vi è un numero di settanta vescovi conformi, nondimeno sono impediti sino dal poter parlare. Che il concilio doverebbe esser libero ed esente da ogni prevenzione, concorrenza e intercessione di qualunque altra potestá; e nondimeno li vengono date le leggi di quello che debbe trattare, e alle cose trattate e decretate vien fatto limitazione e correzione; il che stando, non si può vedere come chiamarlo veramente concilio. Che in quello erano piú di quaranta stipendiati dal pontefice, chi di trenta e chi sino di sessanta scudi al mese; che altri erano intimiditi per lettere de cardinali e altri curiali. Della corte si lamentavano che, non potendo ella comportare la reforma, si facesse lecito di calunniar e reprender e sindacare quello che era fatto per servizio di Dio. Che avendo veduto come si era proceduto contra una riforma necessaria e leggiera, non si poteva aspettare se non grave moto e contradizione, quando si trattasse cosa toccante piú il vivo. Che doverebbe il pontefice almeno raffrenare le parole degli appassionati, e mostrar in apparenzia, poiché in fatti non voleva esser legato, che il concilio procedi con sinceritá e libertá.

Venne anco a parole Paolo Emilio Verallo, vescovo di Capaccio, col vescovo di Parigi in un congresso di molti vescovi, perché avendo questo biasmato il deliberare per pluralitá [p. 389 modifica] de voti, e avendo quello risposto che tutti li vescovi erano uguali, l’interrogò Parigi quante anime erano sotto la cura sua; al che avendo risposto che cinquecento, soggionse quell’altro che, comparandosi le loro persone, egli li cedeva, ma rispetto alli rappresentati dall’uno e dall’altro non si doveva pareggiare chi parlava per cinquecento a chi parlava per cinquecentomila.

Essendo le cose in questi termini, non si fece altra congregazione sino alli 26: nella quale li ambasciatori francesi, che prima avevano comunicato la loro instruzione con li imperiali e s’erano ben intesi insieme secondo il comandamento dei loro signori, si presentarono nella congregazione generale. Dove esibito il mandato della loro ambasciaria, e letto, Vido Fabro fece una longa orazione, nella quale avendo esposto un continuato desiderio del re che fosse convocato il concilio in luoco opportuno e non sospetto, e li uffici per ciò da lui fatti col pontefice e con tutti li principi cristiani, soggionse il frutto che dalla apertura di quello si doveva aspettare. E passò a dire che, sí come fallano gravissimamente quelli che vogliono rinnovare tutti li riti della Chiesa, cosí il volerli sustentare pertinacemente tutti, senza tenir conto di quello che ricerca la condizione delli tempi presenti e la pubblica utilitá, è degno di non minore reprensione. Esplicò molto particolarmente le tentazioni che il demonio sarebbe per usare a fine di divertir li padri dal retto cammino, minacciando che se essi li presteranno orecchie, faranno perdere ogni autoritá alli concili; soggiongendo che molti altri concili giá sono stati fatti in Germania e in Italia con nessuno o pochissimo frutto, de’ quali si dice che non erano né legittimi né liberi perché parlavano a volontá d’altri. Dovessero essi guardare di metter in bene la potestá e libertá da Dio concessagli; perché, essendo cosa degna di severo castigo nelle cause de’ privati gratificar alcuno contra giustizia, di maggior supplicio sono degni li giudici nelle cause divine, seguendo l’aura populare o vendendosi come schiavi togati ai principi, a’ quali si sono obbligati. Esaminasse ciascuno se stesso, e che passione lo porti: e [p. 390 modifica] perché li defetti di alcune passate sinodi fanno pregiudicio a questa, esser conveniente mostrare che è passato quel tempo, e che ora ciascuno può disputare; che non si disputa col foco, che non si rompe la fede, che lo Spirito Santo non s’ha da chiamare d’altrove che dal cielo; che questo non è quel concilio principiato da Paulo III e proseguito da Giulio III in turbatissimi tempi e nel mezzo delle arme, che si disciolse senza aver fatto cosa buona; ma un novo, libero, pacifico e legittimo, convocato secondo l’antico costume, al quale prestano consenso tutti li re, principi e repubbliche, al quale la Germania concorrerá, e condurrá seco li autori delle nove dispute, li piú gravi ed eloquenti uomini che abbia. Concluse che essi ambasciatori promettevano per questo fine l’aiuto del re.

Parve che molti delli padri e alcuni delli legati medesimi non ricevessero in bene quelle parole; alle quali, perché passavano li termini generali e di complimento, il promotore non seppe che rispondere; onde non fu servato il costume, ma con quella orazione la congregazione si finí.

Si presentarono il giorno seguente gli ambasciatori medesimi alli legati per ciò insieme congregati, dove scusarono li prelati francesi che non fossero venuti al concilio per li tumulti, promettendo che, quelli acquetati (il che speravano dover presto succedere) sarebbono venuti in diligenza. Esposero appresso che gli ugonotti hanno per suspetta la continuazione del concilio principiato da Paulo e ne richiedono un novo; che il re ha trattato per causa di questo con l’imperatore; che insieme con lui ricercava il medesimo ad instanza di quelli della confessione augustana, e ne trattò giá col pontefice; quale avendo risposto che quella differenza era tra loro re e quello di Spagna, che a lui non importava, ma la rimetteva al concilio, pertanto dimandavano che si dechiarasse con aperte parole la indizione del concilio esser nova, e non con quelle parole: indicendo continuamus e continuando indicimus, ambiguitá non conveniente ad uomini cristiani e che contiene in sé contradizione; e che li decreti fatti giá dal concilio non sono ricevuti dalla Chiesa [p. 391 modifica] gallicana né dal papa medesimo, e dal re Enrico II li fu protestato contra; che sopra questo articolo s’inviavano a loro legati, per aver la Santitá sua piú volte detto che questa contenzione di «indizione» o «continuazione» non era sua, e che la rimetteva al concilio. Ed oltre l’aver in voce espresso la petizione, gliela lasciarono in scritto. Li legati, dopo consultato, risposero essi ancora in scritto che ammettevano la scusa delli vescovi assenti, quanto s’aspettava loro, ma che non potevano differir sino alla venuta di essi a trattar quello che si doveva nel concilio, perché sarebbe stato un troppo grand’incomodo delli padri che giá vi si trovavano; che non hanno potestá di dechiarare che la indizione del concilio sia nova, ma solo di presedervi secondo il tenore della bolla del pontefice e la volontá della sinodo. Si contentarono li francesi della risposta per allora, avendo consultato con li cesarei non esser ben passar piú inanzi, mentre che negli atti non fosse fatta menzione di continuazione; atteso che, avendo li spagnoli fatto instanza che alla prima sessione la continuazione fosse dechiarata, quando si premesse molto nel contrario n’averebbe potuto seguir la dissoluzione del concilio. Ma la risposta delli legati, che fu da’ francesi pubblicata in quella parte dove diceva l’autoritá loro esser di presedere secondo la volontá della sinodo, diede assai che dire alli spagnoli, poiché in parole sottometteva li legati al concilio, che in fatti lo dominavano: e diceva Granata che era ben un total dominio valersi del servo in ogni qualitá, anco di patrone.

Non proponendo li legati alcuna cosa per la sessione seguente, li prelati fautori della residenza mossero ragionamento sopra quella materia, e indussero li ambasciatori imperiali, francesi, portoghese e tutti gli altri a far instanza alli legati che si decidesse nella sessione seguente, allegando che, dopo esser proposta e disputata, sarebbe gran scandolo lasciarla indecisa, e si mostrerebbe che fosse per qualche interesse particolare, poiché li principali prelati del concilio e il maggior numero desideravano la determinazione. Li francesi oltre di ciò fecero instanza, congionti con li imperiali, che non si [p. 392 modifica] dovessero trattar le materie de dogmi in assenza dell! protestanti che le impugnano, prima che sia certa la loro contumacia, essendo superflua la disputa delle cose dove non è chi le contradica, massime che vi è ben che trattare cosa in che tutto il mondo conviene, cioè una buona riforma de’ costumi; che l’ambasciator d’Inghilterra in Francia aveva dato intenzione che la sua regina mandarebbe al concilio, dal che ne seguirebbe che gli altri protestanti farebbono il simile, e ne succederebbe una reunione generale della Chiesa; e questo si potrebbe tener per fermo di vederlo effettuato, precedendo una buona riforma. A questa seconda proposta rispose il Cardinal Simonetta che il negozio pareva facile, ma era il piú arduo; poiché il tutto consisteva nella disposizione dei benefici, nella quale gli abusi venivano dalli re e dalli principi. Il che diede molto che pensare a tutti gli ambasciatori, per le nominazioni e altre disposizioni che esercitano, e piú di tutti il re di Francia. Ma la richiesta della residenzia era di maggior molestia, non quietandosi li padri alla scusa altre volte usata, che la materia non era assai digesta, che il tempo alla sessione non bastava per metterla a fatto in chiaro, e per altre considerazioni: e l’ardore tanto crebbe, che fu preparato da molti prelati oltramontani convenuti insieme di protestare e partire. E questo fu causa di fermare il moto; perché gli ambasciatori, temendo che il concilio non s’interrompesse, e sapendo che il papa averebbe dato ad ogni occasione fomento, cessarono dalle instanze, e fecero ufficio con li vescovi che si contentassero d’aspettare; e parimente per la stessa causa operarono con li ministri di Spagna, che non facessero piú insistenza in dechiarare la continuazione. Li quali non solo s’acquetarono, ma protestarono anco alli legati che non la dimandavano per allora, dicendo che se altri cercano di mandar il concilio a monte, non è ragionevole che si copra col mantello del re di Spagna. Fu grata alli legati la protestazione, ché erano impegnati per parola data al marchese, né sapevano come liberarsi; né meno fu grata la risoluzione di differir la residenza: e acciò nessun potesse pentirsi, formarono una [p. 393 modifica] scrittura, qual lessero in congregazione acciò fosse approvata, che la seguente sessione si sarebbe passata con differir le materie, per degni rispetti, ad un’altra. E parve loro d’esser scaricati di dua gran pesi. Instando la sessione, da molti, che si sentivano ponti acerbamente per l’orazione dell’ambasciator francese, furono ricercati li legati di far una soda risposta quando si leggesse il mandato nella sessione; e il Cardinal Altemps fu autore che in ogni modo si facesse, dicendo che si doveva reprimer la petulanza di quel palacista, solito a trattar solo con plebei. Fu data la cura a Giambattista Castello promotore, con ordine di defender solo la dignitá della sinodo, ma non toccar alcuno.

Ma il pontefice, dopo aver molto pensato, venne in risoluzione che la continuazione fosse dechiarata; facesse l’imperator quello che li piaceva, ché non poteva succeder se non bene; e spedí corriero a Trento con questa commissione. La qual essendo arrivata alli 2 giugno, turbò assai li legati, per la confusione che vedevano dover nascere e per il disordine nel quale si metteva il concilio; e risoluti tutti concordemente d’informar meglio il pontefice con significarli tutte le cose trattate e il decreto giá promulgato, e mostrarli esser impossibile l’esecuzione del suo ordine, il cardinale Altemps, che giá aveva licenza di andar a Roma per altre cause, si risolvè di montar sulle poste il giorno seguente e far in persona quell’ufficio. Ma la notte arrivò un altro corriero, portando lettere nelle quali il papa rimetteva il tutto alla prudenza e giudicio delli legati.

Venuto il di 4 giugno, con le solite ceremonie si celebrò la sessione. Furono letti li mandati dell’arcivescovo di Salzburg e di Francia; e questo letto, il promotore fece la risposta, dicendo esservi speranza di provveder a tutti li desordini di cristianitá col remedio riputato necessario dal papa, che è questo concilio, principiato per opera dello Spirito santo, col consenso de’ prencipi. Tra’ quali il re di Francia ha mandato uomini di coscienzia e religione per offerire non solo aiuto, ma obedienzia a quella sinodo, la quale non la merita meno delli altri concili, alli quali s’è opposto falsamente dalli mal [p. 394 modifica] affetti che non fossero legittimi né veri; nondimeno appresso gli uomini pii sono stati sempre stimati li concili congregati da chi v’aveva l’autoritá, con tutto che li fosse da altri levata calunnia che non fossero liberi; contra quali, sí come anco contra la presente sinodo, le insidie di Satanasso, numerate da essi ambasciatori copiosamente e sottilmente, se ben grandi, non prevalevano. E che non vuole il concilio interpretar in sinistra parte la loro diligente e libera ammonizione de non risguardar l’aria populare né seguire la volontá de’ prencipi, ma bene che, sí come l’ha forse per non necessaria, anzi superflua, cosí vuol credere che proceda da buona mente, per non esser sforzato a rispondere cosa alcuna contra il suo mansueto e pio proposito e usato costume: ma ben per liberar essi ambasciatori dal vano timore che hanno dimostrato avere, e certificarli del suo proposito e della veritá, li predice che li effetti mostreranno che il concilio posporrá la cupiditá, volontá e potenza di qualsivoglia alla dignitá e autoritá propria: e al re Carlo promette tutto quello che potrá (salva la fede e puritá della religione), per conservazione della sua dignitá e del suo regno e stato. Della qual risposta restarono li francesi mal contenti, non senza conoscere che se l’erano meritata. Fu, dopo, letto il decreto dal vescovo celebrante: che la sinodo, per varie difficoltá nate, e per definir insieme li dogmi con la riforma, ordina la sessione al 16 luglio, per trattar quello che dell’una e dell’altra materia li parerá, restando però in suo arbitrio di ristringere e prolongar il termine anco nella congregazione generale. E furono trentacinque voti, che volevano fosse dechiarato che in essa si tratterebbe della residenzia; furono anco alquanti, che proposero che si dechiarasse la continuazione: il che fu interpretato esser fatto per eccitare qualche tumulto che fosse causa di dissolvere il concilio; perché quelli erano delli piú obbligati alle cose romane, e però pentiti d’aver, senza pensarci, detto troppo liberamente la loro opinione in materia della residenza, aborrita dalla corte. Ma tacendo tutti gli altri, la sessione si finí.

Il dí 6 si tenne la congregazione generale per dar ordine [p. 395 modifica] alla trattazione della seguente sessione, e furono proposti li articoli spettanti alla comunione: — se tutti li fedeli per necessitá e divino precetto siano tenuti ricever ambedue le specie del sacramento; se la Chiesa per giuste ragioni mossa ha introdotto di comunicar li laici con la sola specie del pane, o vero in ciò ha errato; se tutto Cristo e tutte le grazie si ricevono sotto una specie quanto sotto ambedue; se le ragioni, che han mosso la Chiesa a dar a’ laici la sola comunione della specie del pane, debbiano indurla adesso ancora a non concedere ad alcuno il calice; se, parendo che per qualche ragioni oneste si possi ad alcuni concederlo, sotto qual condizioni si possi farlo; se alli fanciulli inanzi l’uso della ragione la comunione sia necessaria; — e richiesti li padri se li pareva che di quella materia si trattasse, e se alli articoli restava altro d’aggiongere. E quantunque li ambasciatori francesi e gran numero delli prelati fossero di parere che de’ dogmi non si trattasse sinché non era chiaro se li protestanti dovessero intervenir in concilio (essendo evidente cosa che, quando restassero contumaci, la trattazione sarebbe stata vana, come non necessaria per li cattolici e da quegli altri non accettata), con tutto ciò nessun s’oppose, essendo ritenuti tutti per li efficaci uffici fatti dagl’imperiali, entrati in speranza di poter ottener la comunione del calice, e con quella dar principio di sodisfazione alla Germania.

Fermato il ponto che delli sei articoli si trattasse, e soggiorno che prima li teologi dicessero il loro parere, e sussequentemente li prelati, fu conosciuto che sarebbe occupato tutto il tempo sino alla sessione in questo solo, dovendo udire ottantotto teologi e votare cosí gran numero de prelati. Per il che fu da alcuni detto che non faceva bisogno gran considerazione; che fu parlato pienamente di tutta quella materia nella precedente adunanza sotto Giulio; che quella è discussa e digesta; che si piglino le cose trattate e le risolute allora, e con un breve e sodo esamine si venga in determinazione in pochi giorni, e negli altri si attenda alla riforma; che vi è l’articolo della residenza giá proposto e in parte esaminato: [p. 396 modifica] giusta cosa esser metterci una volta fine. Questa opinione fu seguita da trenta padri con aperta dechiarazione, e appariva che numero molto maggiore tacitamente l’approvava, e si sarebbe venuti a conclusione. Ma il Cardinal Simonetta, avendo tentato di metter dilazione con dire che non era dignitá trattar di quella materia sin che non fossero composti gli animi commossi per le differenze passate, le quali non lasciano discernere il vero, aprí strada a Giovan Battista Castagna arcivescovo di Rossano e a Pompeio Zambeccaro vescovo di Sulmona; li quali parlando ambiduo con ardore e mordacitá contra li primi, fu eccitato tanto rumore, che fece dubbio di qualche inconveniente. Al che per rimediare, il Cardinal di Mantoa pregò quei della residenza ad acquetarsi, promettendo che in un’altra sessione, o vero quando si fosse trattato del sacramento dell’ordine, insieme sarebbe trattato della residenza. Con questo acquetato il moto, e mostrato che il ripigliare le cose trattate sotto Giulio era cosa di maggior prolissitá e difficoltá che l’esaminarle di novo, e avvenirebbe quello che occorre quando il giudice forma la sentenza sopra il processo fatto da un altro, fu presa deliberazione che prima fosse dalli teologi parlato, tenendosi congregazione due volte al giorno, nelle quali intervenissero due delli legati, divisi cosí li carichi per metter piú tosto fine, e delli prelati quelli a chi fosse piaciuto; che avessero due giorni di tempo da studiare, e il terzo fosse dato principio. Con questa conclusione la congregazione si terminò. Ma, per la promessa fatta da Mantoa senza consultazione e partecipazione delli colleghi, restò Simonetta offeso e in aperta discordia con lui; e fu Mantoa dalli prelati favorevoli alla corte biasmato e calunniato di mala disposizione d’animo; ma dalli sinceri era commendato di prudenza, che in una pericolosa necessitá prendesse partito di ovviare a protestazioni e divisioni che si preparavano; e biasmavano Simonetta che restasse offeso perché Mantoa, tanto piú eminente di lui, e confidato sopra il consenso di Seripando e varmiense, della mente de’ quali era conscio, avesse stimato che la risoluzione per necessitá presa dovesse esser da lui ancora ratificata. [p. 397 modifica]

Il dí seguente li ambasciatori imperiali, poiché videro d’aver ottenuto, come desideravano, la proposta del calice, per quale sin allora avevano proceduto con riguardo, si presentarono alli legati e, seguendo l’instruzione del suo prencipe, li presentarono venti capi di riforma.

I. Che il sommo pontefice si contentasse d’una giusta riforma di se stesso e della corte romana.

II. Che il numero de’ cardinali, se non si può redur a dodici, almeno si riduca al duplicato con doi soprannumerari, sí che non eccedino ventisei.

III. Che all’avvenire non si concedino piú dispense scandalose.

IV. Che siano revocate le esenzioni contra le leggi comuni, e sottoposti tutti li monasteri alli vescovi.

V. Che sia levata la pluralitá de’ benefici ed erette le scole nelle chiese cattedrali e collegiate, e li uffici ecclesiastici non si possino affittare.

VI. Che li vescovi siano costretti alla residenzia, non esercitino l’ufficio per vicari; e se non sono sufficienti, non si commetta il carico ad un vicario, ma a molte persone, facendosi le visite e le sinodi diocesane ogn’anno.

VII. Che ogni ministerio ecclesiastico sia gratuitamente esercitato, e alla cura di tenue entrata siano incorporati benefici non curati ricchi.

VIII. Che siano ritornati in uso li canoni contro la simonia.

IX. Che le constituzioni ecclesiastiche siano ristrette, resecate le superfluitá, e non uguagliate alle obbligazioni della legge divina.

X. Che non si usi la scomunica, se non per peccato mortale e notoria irregolaritá.

XI. Che i divini uffici siano in maniera celebrati, che siano intesi da chi li dice e da chi li ascolta.

XII. Che li breviari e messali siano corretti, risecate le cose che nella sacra Scrittura non si trovano, e levata la prolissitá. [p. 398 modifica]

XIII. Che tra li divini uffici celebrati in latino s’intromettessero preghiere in volgare.

XIV. Che il clero e l’ordine monastico siano riformati secondo l’antica instituzione, e le ricchezze cosí grandi non siano cosí mal amministrate.

XV. Che sia considerato se sia espediente relassar tante obbligazioni di legge positiva, remettendo alquanto di rigore nella differenzia de’ cibi e digiuni, e concedendo il matrimonio de’ preti ad alcune nazioni.

XVI. Che per levar li dispareri siano levate le diverse postille sopra li Evangeli; e una ne sia fatta con pubblica autoritá, e similmente una nova agenda ovvero rituale, che sia seguito da tutti.

XVII. Che sia trovato un modo, non di scacciar li cattivi parrochi, che questo non sarebbe difficile, ma di sustituirne de migliori.

XVIII. Che nelle gran provincie siano eretti piú vescovati, convertendo a questo uso li monasteri ricchi.

XIX. Quanto ai beni ecclesiastici giá occupati, esser forsi meglio passarla con dissimulazione in questo tempo.

In fine, per dire anco cosa grata al papa, acciò, se udendo le proposte e alterato l’animo, lo pacificasse, aggionsero:

XX. Che li legati dovessero operare che non fossero proposte questioni inutili e da partorir scandolo, come quella se la residenza è de iure divino o no, e simili; e almeno non permettino che li padri trattino con collera e faccino favola agli avversari.

Sopra il XVII diedero anco alcuni particolari raccordi di ridur li meno ostinati tra li settari con mandarli in alcuna accademia per insegnarli brevemente; con ordinar alli vescovi che non hanno accademia di far un collegio nella piú vicina per li gioveni della sua diocesi, e di ordinar un catalogo delli dottori che s’abbiano da leggere nelle scole, senza poterne legger altri.

Lette le proposizioni, restarono li legati; e ritirati per consultar insieme, ritornati fecero risposta che per la seguente [p. 399 modifica] sessione non era possibile altro proporre, avendo a loro instanza per mani la materia del calice, di tanta importanza e difficoltá; che le cose proposte sono molte e di materie diverse, che tutte insieme non possono esser digerite: però che averebbono secondo le occasioni comunicato alli prelati quelle che fossero a proposito delle altre riforme. Conobbero li ambasciatori che questo era detto per non pubblicar il loro scritto in congregazione e, portando di tempo in tempo, deludere l’espettazione dell’imperadore; ma per allora altro non dissero. Redotti poi tra loro, e consultato, giudicarono necessario informar bene l’imperatore cosí di questo particolare, come generalmente del modo come nel concilio si procedeva: e per far questo [l’arci] vescovo di Praga montò il giorno seguente sulle poste, per dover esser di ritorno al tempo della sessione. Li legati, vedendo le cose del concilio in mali termini per molti rispetti, ma sopra tutto per il disgusto e sospizione del pontefice, ebbero per necessario informarlo a pieno delle cose passate e delle imminenti. Fu eletto per questo fra’ Leonardo Marino arcivescovo di Lanciano, per esser di spirito e grato al pontefice, da lui promosso e favorito molto, amico anco di Seripando; al quale diedero instruzione d’informar pienamente il pontefice, d’escusar li legati, di pacificar la Santitá sua. Portò lettere comuni delli legati per sua credenza; alle quali Simonetta fece molta e longa difficoltá a sottoscrivere; né l’averebbe fatto, se non essendo convenuto che ricevesse anco lettere particolari di ciascuno. Simonetta scrisse che pensava di mandar l’arcivescovo di Rossano in sua specialitá per piú compita informazione; ma poi, avendo pensato e consegliato meglio, deliberò di non farne altro, sin che non avesse veduto che effetto facesse l’opera di Lanciano.