Il sigillo d'amore/Mattino di giugno

Mattino di giugno

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Strade sbagliate Il sigillo d'amore
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MATTINO DI GIUGNO.


Quando i primi rumori della città incrinano il silenzio antelucano e il cielo si apre bianco verdino come una fava fresca appena sbucciata, la madre di famiglia si sveglia; non del tutto però, poichè è sana ed ancora giovane, e il dormiveglia dell’alba la possiede con tutta la sua mollezza serpentina.

Ma mentre il corpo si abbandona ancora a questo tradimento, lo spirito già vigila e concede al suo compagno la breve sosta sul margine del sogno, come un interesse anticipato sul credito che quello sborserà durante la giornata: poi al momento opportuno lo scuote e lo fa balzare. La madre di famiglia si alza, e fa la sua breve ma non trascurata toeletta: è come una corazza ch’ella indossa, per non pensarci più ed essere subito pronta al combattimento quotidiano. Lasciato lo specchio ella non ricorda più le sue sembianze: solo gli [p. 290 modifica]oggetti intorno e le persone care hanno oramai sembianze e vita per lei.

La finestra è aperta, e il verde viso del giardino sorride, riverso, alla padrona che lo guarda un momento dall’alto per scrutare da lui, più che dal ciclo, il colore del tempo. Se il giardino sorride e il primo sole dora le foglie della palma come quelle della domenica avanti Pasqua, vuol dire che la giornata è bella. Sia ringraziato dunque il Signore che ancora una volta manda sulla terra il dono divino di una bella giornata. Questa è l’esultante preghiera che la donna madre di famiglia ricambia in regalo a Dio.

Poi comincia a rifare la sua camera. La sua camera è grande, piena d’aria e di luce, ma arredata ancora all’antica, con mobili a colonnine, il letto matrimoniale ricoperto da una campagnola coltre bianca. Da questo letto ella ha esiliato in un’altra camera il marito, non perchè non si vogliano ancora bene, ma perchè egli russa, e la madre di famiglia ha bisogno di riposare la notte.

Rimessa in ordine la sua camera, ella entra in quella attigua, per salutare il suo sposo, (da poco sono state celebrate le loro nozze d’argento) che in mezzo al caos degli oggetti intorno si fa la barba e risponde affettuosamente al saluto della sua compagna, a patto però ch’ella non metta neppure la punta di un [p. 291 modifica]dito nelle cose rimescolate e come fatte impazzire da lui.

Ella sa aspettare: i suoi occhi dicono agli oggetti:

— Pazienza, eh? Saprò farvi poi rinsavire e tornare a posto io.

C’è da fare altro, intanto; ed ella va a picchiare all’uscio dei figliuoli che devono andare a scuola, e poi a svegliare la sua bambina. Odore di latte, di capelli folti, di fiore di vita, è nella piccola camera dove la bambina dorme e alla scossa e al richiamo della madre si sprofonda col viso sul guanciale come chiedendo aiuto al sonno perchè non se ne vada.

Il sonno la tiene ancora, ma la madre è più forte di lui e con le buone e con le cattive lo scaccia lontano. Allora la bambina torna d’un balzo alla gioia di vivere: rivolge il viso alla madre, e la madre ha l’impressione di vedere una rosa che sboccia sul cespo lucente. Ella non assiste alla toeletta della bambina, alla quale ha già insegnato a vestirsi, a pettinarsi, a curare il tesoro di perle vive dei suoi denti nuovi: ha molto da fare e non può indugiarsi in inutili tenerezze.

Ha molto da fare; specialmente in cucina. C’è la serva, ma questa serva sembra piuttosto un figurino di mode, con le calze di lusso e l’aria svogliata di una principessa che è stata al ballo. Ha lasciato andare il latte sul fuoco [p. 292 modifica]e spolvera i mobili e i pavimenti solo dalla parte visibile: eppure la padrona non le dice niente: possono mai i timidi uccelli parlare con gli spauracchi delle vigne e dire loro: levatevi di lì che ci vogliamo stare noi? La signora anzi cerca di evitare la «signorina» come un astro intelligente che gira al largo da un pianeta pericoloso.

E poi ha tanto da fare in cucina: prepara la tavola dove il marito e i figliuoli fanno colazione in piedi, pronti a volarsene via dal nido domestico: il buon pane quotidiano è già lì, e le bianche tazze vuote aspettano la gioia di essere riempite. La madre di famiglia beve solo una mezza tazza di latte, senz’altro, e pare lo faccia per dovere, come si trangugia una medicina, buona ma sempre medicina. E poi ha tanto da fare: ha da rimettere in ordine le cose ribaltate dalla serva, e cominciare il rito, davanti al fuoco violetto del gas, dei pasti domestici.

Si comincia dal caffè: il caffè, amico dell’uomo, suo sostegno e lieto consigliere finchè l’uomo non ne abusa come fa con certi amici troppo buoni. La cuccuma balla sulla fiamma; le dita bianche e quasi infantili della signora stringono il cucchiaino come un fiore d’argento, e tutta la persona di lei è protesa sul nero abisso dal quale esala un aroma d’oriente che vorrebbe ubbriacare l’attenzione di lei. Ma lei [p. 293 modifica]non si lascia illudere; e quando il caffè tenta di salire fino ad evadere dalla cuccuma, ella lo ricaccia dentro col cucchiaino, rimescolandolo fino a placarlo, pronta anche a sollevare il recipiente col pericolo di scottarsi.

Tutte le faccende vanno fatte così, fuori e dentro di noi: ella lo sa, e forse ha imparato dalle dure lezioni della vita ad eseguire le cose più semplici con attenzione e rischio di sè stessi.

Del resto ella sente una certa poesia anche nei colori della cucina, e più che poesia un senso pittorico, forse perchè da fanciulla dipingeva fiori e nature morte, e faceva dei versi: tutta roba cancellata dalla gelida spugna dell’esistenza quotidiana.

Così, il grido dell’erbivendolo giù nella strada le dà l’impressione dei verdi orti con lo scintillio nero della terra irrigata e le macchie sanguinanti dei pomidoro: e il coscio d’agnello del quale ella taglia senza pietà il garretto e il tendine sopra il ginocchio, per collocarlo meglio nella teglia d’arrosto, le ricorda i prati bianchi di margherite e la macchia rotonda del gregge così immobile che da lontano sembra una piazza polverosa.

La teglia ben preparata è messa dentro il forno, e in breve si sente un lamentìo, poi una cantilena come di gente che preghi col solo soffio del suo cuore. Forse è l’offerta dell’agnello [p. 294 modifica]a Dio perchè il sacrifizio della sua carne innocente ridondi tutto al bene dell’uomo.

E poichè all’agnello arrosto deve accompagnarsi l’insalata tenera e fresca, la madre di famiglia scende lei stessa a coglierla nel giardino, dove la lattughella ondulata e rosea, con le conche delle foglie umide di rugiada e il cuore appena assalito dalla chiocciolina golosa, fa concorrenza ai fiori.

Se la donna avesse ancora il tempo di scrivere versi, ci direbbe forse come è dolce atto d’amore il piegarsi sulla terra e vederne da vicino le meraviglie: la pupilla iridata della rugiada, nel centro del fiore della fragola, vale bene la pupilla dell’occhio di un amante, con la differenza che questa vi tradisce, quella no.

Ma la raccoglitrice d’insalata non pensa più a queste cose: pensa piuttosto che l’annata è cattiva, per il giardino: la siccità e il vento divoratore hanno devastato egualmente i gigli e i carciofi, e bisogna provvedersi di un doppio quantitativo d’acqua per tener vivo il luogo.

Questo non le impedisce di cogliere le ultime rose per rendere più lieta, col loro colore e il loro profumo di giovinezza, la casa dove lei e i suoi cari vivono come un’anima sola.

Un vecchio mal vestito e col viso di ammalato, si ferma a guardare di fuori fra le sbarre della cancellata, e i suoi occhi hanno lo stupore invidioso di chi vede una cosa desiderata [p. 295 modifica]che non sarà mai sua. La donna lo crede un mendicante e gli si avvicina per dargli una moneta: il vecchio solleva gli occhi lattiginosi e dice:

— Mi dà una rosa?

Ecco la rosa: e nel piegarsi, la donna sente che porge ancora, all’eterno mendicante che è l’uomo vecchio, l’elemosina dell’illusione.

Ma adesso è ora di rientrare a casa: la sola palpabile realtà della vita, il lavoro, l’aspetta: realtà dalla quale, del resto, come dal tronco i rami, si slanciano più vigorosi i sogni. Mentre la donna ricuce le vesti dei figli, l’avvenire dei figli le si presenta alla mente intessuto di fili d’oro: essi, i figli, ascoltano adesso la lezione dei maestri, ma domani saranno maestri anch’essi. La bambina è nella casa austera delle Suore, ma fra dieci anni sarà nel giardino felice dell’amore.

E il lavorare per essi dà alla necessità del lavoro la luce miracolosa del piacere.

Forza del rematore che conduce la barca, ardire del navigatore dell’aria che spezza il mistero dell’ignoto, non avete forse la stessa radice nella volontà che guida la madre di famiglia a lavorare silenziosamente per il bene dei figli?

Quando questi ritornano, col peso dei libri e dei primi calori di giugno sulle giovani carni anelanti di cibo e d’aria, e si dispongono [p. 296 modifica]intorno alla mensa apparecchiata, il padre e la madre che hanno lavorato per loro e che li nutrono adesso del loro lavoro e del loro amore, possono sentirsi anch’essi, da umili eroi, vicini alla divinità.

Un’orchestra regale accompagna il modesto pasto. Sono gli usignuoli che cantano nel giardino.