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Mattino di giugno 295

che non sarà mai sua. La donna lo crede un mendicante e gli si avvicina per dargli una moneta: il vecchio solleva gli occhi lattiginosi e dice:

— Mi dà una rosa?

Ecco la rosa: e nel piegarsi, la donna sente che porge ancora, all’eterno mendicante che è l’uomo vecchio, l’elemosina dell’illusione.

Ma adesso è ora di rientrare a casa: la sola palpabile realtà della vita, il lavoro, l’aspetta: realtà dalla quale, del resto, come dal tronco i rami, si slanciano più vigorosi i sogni. Mentre la donna ricuce le vesti dei figli, l’avvenire dei figli le si presenta alla mente intessuto di fili d’oro: essi, i figli, ascoltano adesso la lezione dei maestri, ma domani saranno maestri anch’essi. La bambina è nella casa austera delle Suore, ma fra dieci anni sarà nel giardino felice dell’amore.

E il lavorare per essi dà alla necessità del lavoro la luce miracolosa del piacere.

Forza del rematore che conduce la barca, ardire del navigatore dell’aria che spezza il mistero dell’ignoto, non avete forse la stessa radice nella volontà che guida la madre di famiglia a lavorare silenziosamente per il bene dei figli?

Quando questi ritornano, col peso dei libri e dei primi calori di giugno sulle giovani carni anelanti di cibo e d’aria, e si dispongono in-