Apri il menu principale

Galateo insegnato alle fanciulle/Lezione III - La vanità

Lezione III - La vanità

../Lezione II - Noncuranza e sguaiatezza ../Lezione IV - Smodata vivacità e volubilità IncludiIntestazione 15 marzo 2018 100% Da definire

Lezione II - Noncuranza e sguaiatezza Lezione IV - Smodata vivacità e volubilità

[p. 12 modifica]

LEZIONE III.

La vanità.

Se le inurbanità di Eufrosina, se la scuola del cinico Diogene non sono certo da imitarsi, mia cara Maria, bisogna non meno procurar d’evitare l’eccesso opposto.

Troppa ricercatezza nella toletta, nel modo di vestire, di muoversi, di parlare riesce non meno stucchevole della scompostezza, del disordine e dello sprezzo alle civili usanze, e tutto ciò che, è stucchevole, che dà noia a qualcheduno, è inurbano, cioè contrario al galateo, alla buona educazione.

Vi sono fanciulle che non si contentano di pulirsi la pelle con acqua limpida e fresca, ma s’impasticciano con olii, pomate, polveri, sperando di apparir più belle. Esse s’illudono,

Diana di Poitiers, duchessa di Valentinois, una delle bellezze del secolo xvi, alla Corte di Francia, che seppe innamorare Francesco I e poi suo figlio Enrico II, sul cui cuore così lungamente imperò, si seppe conservare fresca e bella fino ad avanzata età, non adoprando mai altro per lavarsi che acqua pura e fredda e rifiutando belletti, polveri, odori, [p. 13 modifica] pasticci, tutte cose che corrodono la pelle ed anticipano le rughe della vecchiaia. Le cronache del suo tempo narrano che Diana di Poitiers a 80 anni era ancora bella. Fosse stata altrettanto buona, invece che si valse de’ suoi vezzi per consigliar delitti e sfogare i suoi ambiziosi capricci!

Ama in tutto la semplicità, figlia mia e piacerai.

Dorotea sarebbe una bella fanciulla, se non avesse la vanità di apparirlo, infarinandosi di cipria, come un pesce da friggere, od arrossandosi straordinariamente le labbra e le gote, annerendosi le sopracciglia, in guisa che par più una bambola di carta pesta che un essere umano. Si carica la testa di capelli finti, si stringe oltremodo nel busto, negli stivaletti, nei guanti, tantochè la circolazione ne viene impedita; spende più di ciò che le sue finanze lo consentono, in abiti ricchi e di moda bizzarra, a colori vistosi, per farsi notare; impiega metà della giornata ad accomodarsi davanti allo specchio; si lascia crescere le unghie due centimetri fuori delle dita e non lavora per non romperle; tormenta i suoi parenti, perchè l’accompagnino ai pubblici passeggi, alle feste, alle grandi riunioni, dove spera di far la prima figura, avvilendo con un orgoglioso contegno le altre fanciulle, di lei meno eleganti od invidiando quelle che ottengono più lode ed ammirazione di lei. — Dorotea con tutta la sua smania di brillare, di essere considerata, si accorge, con suo grande rammarico, che è disprezzata come una vana, [p. 14 modifica] come una stupida presuntuosa. Accecata com’è dalla vanità, non aspira che ad essere ammirata in società, per la sua avvenenza, per le sue grazie, e si rende invece ridicola, insopportabile con le sue ricercatezze, colle sue moine, col suo fare svenevole. Con artificio ella volge il languido occhio; con artificio atteggia le labbra al sorriso, inclinando il capo ora a destra ed ora a sinistra; con artificio si siede, cammina, muove le braccia, le mani; con artificio modula la voce quando parla. Davanti allo specchio prende ogni mattina delle pose plastiche, delle quali si rende schiava per tutto il giorno.

Povera Dorotea! Ella agogna di essere distinta pe’ suoi pregi, ed invece è sfuggita pe’ suoi difetti. Ella crede d’essere più squisitamente educata d’ogni altra ed il mondo la giudica una volgare vanitosa, che non conosce le più elementari regole del galateo!

Guardati, Mariuccia mia, dalla vanità e rifletti, che ve ne sono di molteplici specie, tutte più o meno ributtanti.

Una fanciulla che cerchi le lodi, atteggiandosi come Dorotea, o che le provochi simulando esagerata modestia, col dire p. e. ch’ella è brutta, mal vestita, ignorante, nella speranza di sentirsi a rispondere che è bella, elegante, colta, non è men vana di quella che pretende di saper parlare di tutto, annoiando, nel discorso famigliare, con frequenti citazioni d’autori, o vantandosi di valer meglio d’ogni altra, perchè ha [p. 15 modifica] frequentato una data scuola, letti i tali libri, seguito uno speciale metodo educativo, o perchè venne istruita da maestri ch’ella giudica più valenti di qualsiasi altro, o parlando spesso della nobiltà della nascita sua e de’ suoi antenati, delle sue dovizie, delle sue beneficenze.

Quanto sono stucchevoli queste povere saputelle, che per l’ordinario, con una superficialissima coltura, sputano sentenze come se fossero altrettante Minerve in carne ed ossa e spifferano poi, senz’accorgersene, spropositi madornali! Ad esse con ragione il sommo nostro poeta direbbe: E tu chi sei che vuoi sedere a scranna — Per giudicar da lunge mille miglia — Con la veduta corta d’una spanna?

Rammenta spesso questa bella terzina, Mariuccia mia.

Quant’è più cara invece l’Emilia, umile, conscia del poco che sa in confronto al molto che ha da imparare, che non ambisce le lodi e si mostra paga della tacita stima dei buoni!

Curosa di essere sempre pulita ed assestata nel vestiario, semplice e gentile nelle maniere con chicchessia, non agogna di far la prima figura, nè s’accorge neppure quando la sua avvenenza, le sue grazie le attirano gli sguardi d’ammirazione di tutti. — La bontà, il candore dell’animo suo angelico sono espressi dal suo sguardo, riservato e soave ad un tempo, dalle sue movenze dignitose, aggraziate, ma naturali, dalla sua parola schietta, pura, spontanea, e [p. 16 modifica] senza ch’ella lo cerchi, lo desideri, ottiene quel culto che invano agogna e spera Dorotea.

Spesso, Mariuccia mia, l’ambiziosa raccoglie mortificazioni invece di encomii, e chi si umilia sarà esaltato, dice il Vangelo.

La Staël fu incontestabilmente la più gran donna del suo tempo. Ma quando ella stessa volle sentirselo a dire da Napoleone I, questi, che già di mal occhio la vedeva, perchè sua nemica politica, le rispose: «Stimo essere la più gran donna del tempo colei che ha dato alla luce più figli.» La Staël che si aspettava dal grand’uomo non meno ambizioso di lei, ben altra più lusinghiera risposta, essendo ella senza prole, rimase avvilita e più che mai congiurò contro l’uccisore della repubblica francese.