Pagina:Alfieri, Vittorio – Tragedie, Vol. I, 1946 – BEIC 1727075.djvu/84

78 filippo

ogni mia menom’opra? È ver, che a lungo

all’orator parlai; compiansi, è vero,
seco di que’ tuoi sudditi il destino;
e ciò ardirei pur fare a te davanti:
né forse dal compiangerli tu stesso
lunge saresti, ove a te noto appieno
fosse il ferreo regnar, per cui tanti anni
gemono oppressi da ministri crudi,
superbi, avari, timidi, inesperti,
ed impuniti. In cor pietade io sento
de’ lor mali; nol niego: e tu, vorresti
ch’io, di Filippo figlio, alma volgare
avessi, o cruda, o vile? In me la speme
di riaprirti alla pietade il core,
col dirti intero il ver, forse oggi troppo
ardita fu: ma come offendo io ’l padre,
nel reputarlo di pietá capace?
Se del rettor del cielo immagin vera
in terra sei, che ti pareggia ad esso,
se non è la pietá? — Ma pur, s’io reo
in ciò ti appajo, o sono, arbitro sei
del mio gastigo. Altro da te non chieggo,
che di non esser traditor nomato.
Filippo ... Nobil fierezza ogni tuo detto spira...
Ma del tuo re mal penetrar puoi l’alte
ragioni tu, né il dei. Nel giovin petto
quindi frenar quel tuo bollor t’è d’uopo,
e quella audace impaziente brama
di, non richiesto, consigliar; di esporre,
quasi gran senno, il pensier tuo. Se il mondo
veder ti debbe, e venerarti un giorno
sovra il maggior di quanti ha seggi Europa,
ad esser cauto apprendi. Ora in te piace
quella baldanza, onde trarresti allora
biasmo non lieve. Omai, ben parmi, è tempo
di cangiar stile. — In me pietá cercasti,