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atto secondo 73

mai non l’attende; tal, che agli occhi miei

giá non piú figlio il fa... Ma che? tu stessa
pria di saperlo fremi?... Odilo, e fremi
ben altramente poi. — Giá piú d’un lustro,
dell’oceán lá sul sepolto lido,
povero stuolo, in paludosa terra,
sai che far fronte al mio poter si attenta.
A Dio non men, che al proprio re, rubelli,
fan dell’una perfidia all’altra schermo.
Sai quant’oro e sudore e sangue indarno
a questo impero omai tal guerra costi;
quindi, perder dovessi e trono e vita,
non baldanzosa, né impunita ir mai
io lascierò del suo delitto atroce
quella vil gente. Al ciel vittima giuro
immolar l’empia schiatta: e a lor ben forza
sará il morir, poiché obbedir non sanno. —
Or, chi a me il crederia? che a sí feroci
nemici felli, il proprio figlio, il solo
mio figlio, ahi lasso! aggiunger deggia...
Isab.  Il prence?...
Filippo Il prence, sí: molti intercetti fogli,
e segreti messaggi, e aperte altere
sedizíose voci sue, pur troppo!
certo men fanno. Ah! per te stessa il pensa;
di re tradito, e d’infelice padre,
qual sia lo stato; e a sí colpevol figlio
qual sorte a giusto dritto ornai si aspetti,
per me tu il di’.
Isab.  ... Misera me!... Vuoi, ch’io
del tuo figlio il destino?...
Filippo  Arbitra omai
tu, sí, ne sei; né il re temer, né il padre
dei lusingar: pronunzia.
Isab.  Altro non temo,
che di offendere il giusto. Innanzi al trono