Esempi di generosità proposti al popolo italiano/Amicizia coraggiosa

Amicizia coraggiosa

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Modestia animosa Rispettate i deboli di mente


Quando le passioni bollono, la vergogna è angusto vaso a contenerle che non trabocchino, se non si chieda a Dio che le queti. Vinto dalla rabbia ogni ritegno, parlò Saul a Gionata suo figliuolo, e a tutti i servitori suoi, che si adoprassero alla morte di Davide. Chiedeva in servigio il proprio malanno, come spesso accade massimamente a’ potenti. Ma Gionata figliuolo di Saul, amava Davide molto. E disse a Davide: «Saul mio padre cerca disfarsi di voi. Onde vi prego, state in guardia: nascondetevi in campagna per ora. E quando mio padre anderà alla volta di que’ luoghi dov’io so che voi siete; starò sempre al suo fianco, e farò parola a mio padre di voi; e ogni cosa che io risappia saprete».

I servitori di Saul (servitori chiama la Scrittura Santa coloro che stavano intorno a quel re), i servitori di Saul, a’ quali nulla importava del re se non quant’egli servisse alle utilità loro, avranno fomentato il rancore suo, e fattogli la spia, e rapportate le parole di Davide, avvelenandole del loro proprio veleno; i più onesti avranno taciuto, temendo pur rendere avvertito del pericolo l’innocente. Ma Gionata il figliuolo, al contrario, fa all’innocente la spia delle trame del padre; e questo fa non solamente per compassione di Davide diletto, ma per amore del padre, che non si macchi di sangue e di vitupero, per amore della giustizia e di Dio, per amore della sorella. I deboli innocenti avvertire del pericolo che corrono, questo è fare nobilmente la spia: di tali spie ne vorrei; che non sono pagate, ma pagano con la borsa e con la testa o col cuore e il prezzo che pagano comecchessia, è caro e sacro.

Gionata stava sempre aspettando il destro di dire al padre in pro del cognato suo caro qualche buona parola. E un giorno ch’egli era all’aperto, e che la vista del cielo sereno pareva rasserenasse l’animo del re, il quale s’apriva a Gionata più confidentemente che mai; questi, affrettando le parole e abbassando la voce con atto d’instante preghiera, non come guerriero ardito ma come fanciulla timida, prese a dire: «Non fate male, padre mio e re, a Davide servo vostro, il quale non vi ha fatto alcun male; anzi s’adopra per noi, e mise la vita tante volte a cimento, come fiaccola esposta al soffio de’ venti; e sconfisse i vostri nemici: e così fu salvo, per grazia del Signore, Israello; e voi stesso, padre mio, ne aveste allegrezza. Perchè dunque volere un sangue innocente?». La soavità e la franchezza e la semplicità di questa preghiera mista a rimprovero irreprensibile penetrò al cuore di Saul e fu come un lampo che, tra desiderato e temuto, illumina la valle e mostra allo smarrito viandante il cammino precipitoso. Onde placato Saul disse a Gionata: «No, al nome di Dio, non vo’ che Davide muoia». Non osava Gionata dimostrare tutta la gioia dell’animo; che quella non paresse offesa al passato rancore del padre misero e amato. E chiamò Davide, e gli disse la cosa e l’accompagnò a Saul egli stesso, per leggere negli occhi o negli atti del padre quel che s’avesse a sperare d’ora innanzi o a temere. E il re lo accolse con sembiante tranquillo, come se nulla fosse corso tra loro; e pareva contento di Davide, perch’era meno scontento di sè.

Or ecco nuovi moti di guerra; e Davide nuovamente esce in campo, e combatte i Filistei e li sperde. Ed ecco l’umor nero di Saul dar fuori da capo, e lo spirito d’invidia agitarlo. Chiamarono Davide che l’acquetasse col canto, come soleva. Era notte, e l’armonia si spandeva per l’aria quieta, si spandeva mesta, come voce in solitudine. Or mentre accompagnava il canto colla cetera, Saul gli si avventa per inchiodarlo alla parete colla lancia che teneva d’accanto: ma la lancia si conficcò tremolando nel muro; e Davide fuggì via. Saul manda sgherri alla casa di Davide, che appostati alle porte la mattina quand’egli esce, l’uccidano. Micol, che aveva poc’anzi visto entrare il marito turbato non da spavento ma da orrore che il padre di sua moglie volesse far vedova la propria figliuola; Micol sentì, con l’orecchio di persona che ama, per le tenebre il fruscio de’ passi, e il sordo posare delle armi per terra: e s’affacciò da uno spiraglio, e vide gli sgherri; e disse a Davide: «Se non ti salvi stanotte, domani sei morto». E aperse pian piano la finestra dalla parte che dava sulla campagna; e, abbracciatolo, e cintagli al fianco la spada di Gionata, e riabbracciatolo ancora senza lagrime e senza suono di voce, lo calò dalla finestra, reggendo con tutte le forze la fune. E, sentitolo a terra, e vistolo, come un’ombra leggiera, perdersi fra le piante, s’inginocchiò ringraziando e pregando. Ogni stormire di fronda la riscuoteva, non forse gli sgherri, avvistisene, lo rincorressero. Ma ogni cosa intorno era quieto. Micol, allora, prese un’imagine d’uomo in pietra che aveva, la pose sul letto, e la involtò in un gabbano: e le imbacuccò tutto il viso. Sull’alba uggiti del più aspettare, i satelliti picchiano: e di dentro si risponde: «Malato». Saul, inviperito, manda da capo: «Strascinatelo così malato, che muoia». Vengono e trovano la figura invece di lui. Saul allora a Micol disse adirato: «Tu osi farti beffe di me? E lasciare il nemico mio che mi scappi?». E Micol rispose: «E’ mi disse: Lasciami; o tu sei morta». Mal fece Micol a scusarsi d’un’azione debita e bella con dir menzogna; nè già Saul è da credere che le desse fede e non arrabbiasse in vedere i suoi proprii figliuoli amare colui ch’e’ chiamava nemico. Meglio esporsi all’ira del re, che pure era padre, e non avrebbe incrudelito contr’essa; e fosse, per la generosità di lei, convertito il cuore a pietà. Ma forse non erano tutte menzogne le parole di Micol; ella forse intendeva che la morte di Davide amato sarebbe morte a lei stessa.

Si rifuggì Davide in Ramata; e, stato quivi alcun tempo, lo prese desiderio di sentire i conforti e i consigli di Gionata l’amico fedele. Venne, e s’abboccò seco, e gli disse: «Gionata che ho fatto io? qual è la mia colpa, quale è il mancamento mio verso il padre vostro che e’ vuol la mia vita?». E Gionata gli rispose: «No, Davide, non morrete (Dio liberi). Mio padre non fa cosa da molto o da poco, che non me ne parli. M’ha egli a celare questa sola, e tanto grave, tra tutte le cose ch’e’ fa? Non può essere». E s’ingegnava d’assicurare Davide, perchè credeva davvero, anco dopo le prove avute, impossibile che suo padre venisse a tanto. Giudicava altri da sè; e questo è bene quando si tratta d’attribuire ad altri un sentimento buono: ed è necessità degli animi onesti, che abborrono da giudizi temerarii, come da vile e affannosa calunnia. Ma Davide gli diceva: «Vostro padre, o Gionata, sapendo che mi volete bene, dirà: Tenghiamo celata la cosa a Gionata, che non se ne affligga. Così sia lode al Signore, e così sia salva, o Gionata, la vostra vita, com’io vedo e sento che dalla morte a me è un breve passo». Dice Gionata a Davide: «Quello che il cuore vostro mi consiglia, e io farò». Dice Davide: «Domani è dì di festa solenne, ch’io devo, secondo l’uso, accanto al re sedermi alla mensa. Io non mi ci vo’ trovare; e starò fuori tre interi dì. Se vostro padre domanda di me, rispondete: Davide mi chiese licenza d’ire in Betlemme, ch’è il suo luogo, a far sacrifizio solenne con tutti della tribù. Se il re dice: Sta bene, segno di pace. Se si rabbrusca, segno che l’astio del suo cuore dura. Usatemi, Gionata, questa carità, a me vostro servo; giacchè vi piacque con me, servo vostro, stringere amicizia nel Signore. Se a voi pare ch’io sia reo, uccidetemi voi; ma non vogliate condurre al padre vostro». A queste parole Gionata si commosse e quel chiamarsi che Davide faceva suo servo, l’umiliava dolorosamente e lo inteneriva. Onde disse: «Che dite voi mai, Davide; cognato e fratello mio, che mai dite? Non date retta vi supplico, a cotesto pensiero. Come è possibile che, s’io vedo insanabile il rancore del padre mio, non vel abbia a dire?». Davide allora: «Ma come farò io a sapere se vostro padre vi risponde parola dura di me?». Gionata a Davide: «Venite, usciamo un poco all’aperto». Mentre andavano per la campagna insieme, Gionata con gli occhi levati al cielo: «Signore Iddio d’Israello, se io vengo a conoscere le intenzioni del padre mio verso Davide, e se le vedo buone e subito non gliele fo sapere; Signore, gastigate pure Gionata, che lo avrà meritato. Ma se il mal animo di mio padre non resta; io ve ne farò sapere, o Davide, e vi lascerò ire in pace; che il Signore sia con voi in tutte le vostre vie, come fu con Saul padre mio. Io non so che sorti alla famiglia nostra destini, o Davide, Iddio: ma se a voi è serbata una vittoria dolorosa al cuore vostro (sì, dolorosa, Davide: io lo credo e lo so); non ve la invidio, e, come vi benedice il Signore, vi benedico. Se mai... allora, Davide, ricordatevi di Gionata, che come fratello v’amò. S’io sarò vivo allora, usatemi compassione nel nome del Signore; e se sarò morto, non togliete la vostra compassione dalla mia infelice famiglia» . Davide si sentì intenerito e umiliato; e non sapeva dire parola. Nondimeno, stretto dalle preghiere di Gionata, gliene promise, pur desiderando che vittoria non segua, ma chiudendo gli occhi al buio avvenire, che la luce di Dio lo rischiari.

E perchè Gionata amava Davide molto, come la vita propria l’amava, volle per l’appunto accordarsi del modo che gli farà giungere le novelle e con quella ingegnosa e minuta diligenza che l’amor vero insegna, pensò così: «Domani è dì di festa, e posdomani; e domanderanno di voi. Per sapere quel che avran detto, e quel ch’è a fare, verrete da quel sentiero dov’è il masso che chiamano D’Ezel, e starete tra la montagna e gli alberi delle falde. Io tirerò come al bersaglio; ne scoccherò tre delle frecce; e al mio servo dirò: Va, raccattale. Se dico al ragazzo: Le frecce eccole di qua da te; segno è, Davide, di pace, e che potete venire senza pericolo di male: com’è vero Dio. Se dico: Le frecce sono di là; allora, Davide, andatevene, chè Iddio vuol così. Di quel che abbiamo parlato, rimanga nel vostro petto; e ne sia Dio testimonio e giudice tra voi e me in sempiterno». Si baciarono; e Davide si nascose fra gli ombrosi sentieri della salita.

Il dì della festa, quando il re Saul si mise, secondo l’uso, a sedere sul seggio ch’era accosto alla parete, il capitano di Saul, gli sedette al fianco; rimase vuoto il posto di Davide. Saul non disse parola quel giorno, pensando che qualche impedimento tenesse il genero lontano, o non volendo forse mostrar di badare a lui più che tanto. Ma il giorno dopo, non lo vedendo a tavola, domandò a Gionata suo figliolo: «Che vuol dire che il figliuolo d’Isai non s’è, nè ieri nè oggi, lasciato vedere?». Non lo nomina nè Davide nè suo genero; ma figliuolo d’Isai; perchè i grandi del mondo nel misurare i gradi della noncuranza e nell’inventare artifizi di dispregio, sono sottili molto e immaginosi. Quel titolo suonò tristo al cuore del buon Gionata, il quale rispose: «Mi pregò tanto poter ire in Betlemme che uno de’ suoi fratelli lo chiamava al solenne sacrifizio; e mi supplicò che lo lasciassi vedere la sua famiglia per questo non è venuto».

E poteva esser vero anco questo e giova credere che Davide e Gionata non ordissero una menzogna quando potevano trovare altre scuse. La menzogna da ultimo non può portare buon frutto; e se al momento par ch’essa tolga un impaccio, ne fa poi insorgere di peggiori.

Re Saul non s’acchetò punto a quel pretesto; si scagliò contro Gionata con vituperi e gli disse: «Non so io forse, o disgraziato, che tu sei l’amico di quel figliuolo d’Isai? E non intendo che, finattanto che il figliuolo d’Isai sarà vivo, tu non avrai pace, il tuo regno non avrà fondamento? Or manda per esso, e conducimelo; perch’egli è già destinato alla morte». Il re si credeva con questo scongiuro scoscendere Gionata, pensando che a tutti quanti dovesse il seggio regio parere cosa tanto magnifica quanto a lui. Gionata, senza dar retta a quelle parole in atto supplichevole ma fermo, rispondendo a suo padre, disse: «Perchè avr’ebb’egli a morire? Che fec’egli Davide?». Re Saul, senza dire parola, diede il piglio alla lancia per trafiggere Gionata, il suo figliuolo. Allora il giovane dovette pur credere che suo padre aveva fermo d’uccidere Davide. Ma chi sa che, se, invece d’uscire con una scusa, il buono amico e buon figlio avesse a dirittura detto al padre alla prima domanda: «Davide non viene perchè teme o padre, di voi, perchè crede la propria vita mal sicura a fianco del suocero, perchè a chiari segni s’accorge che Saul re vuol far vedova la propria figliuola», e se avesse soggiunte parole di preghiera dolorosa e di consiglio sommesso, affettuoso; chi sa che re Saul non si fosse ancora una volta ravveduto, e usato misericordia, più che all’altrui vita, all’anima propria? Ma egli si sdegnò del pretesto; e a esasperare il rancore si aggiunse l’orgoglio: e questa cosa lo punse, che il figlio stesso paresse prendere a giuoco lo sdegno suo, e credesse abbonirlo con due parolette, come fanciullo che piange. Si credette attorniato da cospiratori, siccome sovente si fingono i prepotenti, che primi cospirano di per sè stessi alla propria rovina.

Gionata uscì confuso di dolore, che dovesse apportare a Davide novella così fiera; dovesse annunziargli che suo padre, che il re d’Israello, era un pauroso omicida. Uscì senza gustar cibo quel giorno di festa. E la mattina sull’alba venne nel campo là dov’erano intesi che Davide l’aspettasse: e un giovane servo era seco. Perchè non ha egli chiamato quel fedele scudiero che s’inerpicò con lui sotto alle lance nemiche su per l’erto scoglio di Sene? Era bene degno quel prode d’accompagnarsi a Gionata in questo uffizio d’amicizia generosa. Ma forse quello scudiero era morto in battaglia, forse lontano; forse non voleva Gionata dar sospetto andando per i campi in compagnia d’un armato. Giunti alla pietra d’Ezel, ei disse al giovanetto: «Va’, e riportami le saette ch’io getterò». Scoccò e fece volare la saetta oltre al luogo dove il fanciullo era corso. E gli gridò a voce alta, ma tremante dall’ansietà e dall’affanno: «Ell’è più là». E poi soggiunge: «Presto». Il giovanetto raccolse le frecce, e le portò al suo signore; Ma non sapeva di che quella parola era segno. Gionata e Davide soli sapevano della cosa. Diede Gionata le armi al giovanetto «Va’, portale a casa», gli disse. E quando quegli ebbe svoltato il sentiero, Davide si levò dal luogo dov’era fra gli alberi folti da parte di mezzogiorno; e voleva inchinarsi davanti al suo Gionata per affetto di gratitudine. Tre volte fecero l’atto; ma Gionata lo tenne, e l’abbracciò: e si baciarono. Ambedue piangevano ma Davide più. Gionata, distaccandosi da quegli abbracciamenti: «Va in pace, gli disse, fratello mio. Ricordati dell’amicizia nostra». Davide si scosse, e partì dopo ribbracciatolo senza parola. Ritornò Gionata alla città, doloroso e solo, ma pur consolato dell’aver salva così cara vita; e portò alla sorella Micol le novelle, e le preghiere e i consigli del profugo marito: e piansero.