Discorso del Principato. A Nicocle re di Salamina

greco

Isocrate Alessandro Donati Antichità XIX secolo Giacomo Leopardi Indice:Leopardi, Giacomo – Pensieri, Moralisti greci, 1932 – BEIC 1858513.djvu Discorso del Principato. A Nicocle re di Salamina Intestazione 8 maggio 2024 100% Da definire

Questo testo fa parte della raccolta Operette morali d'Isocrate
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2.

DISCORSO DEL PRINCIPATO

a Nicocle re di Salamina

Quelli, o Nicocle, che sogliono a voi altri príncipi recare in dono o vesti, o lavorii di bronzo o pur d’oro, o altra di cosí fatte masserizie delle quali eglino sono poveri e voi copiosi, paiono a me, non donare, ma trafficare assai manifestamente, e vendere quei loro arnesi con molta piú scaltrezza di quelli che fanno professione di mercatantare. Io per me mi reputerei porgerti un donativo bellissimo sopra ogni altro ed utilissimo, e degno altresí sommamente a me di porgere e a te di ricevere, se io ti sapessi mostrare con quali instituti, e da quali azioni astenendoti, tu possa governare nel miglior modo cotesta cittá e cotesto regno. Imperocché gli uomini privati hanno non poche cose che gli ammaestrano. Prima e principalmente questa, che essi non vivono tra gli agi e le morbidezze, anzi sono costretti quasi a combattere quotidianamente per le necessitá della vita. Poi le leggi alle quali sono sottoposti ciascuno secondo i luoghi. Anco la libertá del dire, e la facoltá che hanno gli amici di riprendergli apertamente, e gl’inimici di valersi dei loro falli per danneggiarli. Oltre di questo alcuni poeti antichi hanno lasciato diversi documenti del modo che si vuol tenere nella vita ordinaria. Onde per tutti questi rispetti è ragione che essi vengano piú costumati. Ma i príncipi non hanno veruna di cosí fatte cose, e dove si converrebbe a loro piú che a qualunque altro di essere bene [p. 142 modifica]ammaestrati, essi per lo contrario, da poi che sono ascesi all’impero, non ricevono ammaestramento né ammonizione alcuna; perché gli uomini la piú parte vivono lontano da esso loro, e quelli che usano seco attendono a lusingarli. Onde è seguito che avendo avute in mano infinite ricchezze ed altre facoltá grandissime, per non le aver bene usate hanno fatto che da molti si dubiti quale sia piú da desiderare, o la vita di quelli che essendo in grado privato, si portano dirittamente e bene, o pure la vita dei príncipi. Imperocché qualora riguardano agli onori, alle ricchezze ed alla potenza, per poco giudicano che i re sieno uguali agli dèi. Ma quando da altra parte pongono mente ai timori e ai pericoli, e recandosi alla memoria, trovano, questi essere stati uccisi da chi meno dovevano, quelli necessitati a offendere i loro parenti piú stretti, e a tale essere avvenuta l’una e l’altra cosa, conchiudono per lo contrario, ogni altro modo di vita essere da volere, piuttosto che con sí fatte calamitá regnare in su tutta l’Asia.

La quale diversitá di giudizi e confusione di animi nasce dal credere che fanno questi tali che il regno, come fosse un sacerdozio, sia cosa da tutti; quando ella è la maggiore di tutte le cose umane e quella che ricerca maggior provvidenza e senno. Quanto si è adunque ai negozi particolari, egli è ufficio di chi si trova presente nelle occasioni, il dar consiglio come quelli siano da condurre, e come da preservare i beni e da schifare i sinistri. Ma generalmente i fini a cui si vuol tendere e gl’instituti che sono da tenere, m’ingegnerò io di mostragli in questo discorso. Il quale se debba o no riuscire degno della materia, malagevolmente si può conoscere dal principio. Imperocché non pochi componimenti sí di verso come di prosa, insino a tanto che sono contenuti nell’animo degli autori, cagionano grandissima espettazione; ma poi, scritti e compiuti e mandati in luce, ottengono fama inferiore di gran lunga a quella speranza. A ogni modo il proposito, per lo manco, di questa fatica è lodevole, cioè di cercare le cose state pretermesse dagli altri, e di dar quasi legge ai príncipi. E invero quelli che ammaestrano le persone [p. 143 modifica]private, fanno cosa utile a queste sole: ma chi volgesse allo studio della virtú i signori della moltitudine, gioverebbe a questi e ai loro sudditi parimente, facendo agli uni la signoria piú sicura, agli altri la vita civile piú tranquilla e piú dolce.

Prima dunque di tutto, si vuol chiarire qual sia l’ufficio del principe. Imperocché se avremo compreso bene la somma e il valore della cosa universale, avendo poi l’occhio colá, potremo meglio discorrere delle parti. Io credo che tutti sieno per consentire in questo, che il principe dée, se la cittá è misera, liberarla dalla miseria; se in istato prospero, mantenervela; e di una cittá piccola fare una grande. Tutti gli altri negozi che accaggiono alla giornata, si debbono fare in rispetto di questi fini. Ora egli è manifesto alla bella prima che a quelli che deggiono poter fare le dette cose e di esse pensare e deliberare, non si conviene attendere all’ozio e alle agiatezze, ma studiare ogni via di dovere essere piú savi che altri. Perciocché non è dubbio alcuno che eglino tal regno avranno, quale si formeranno la propria mente. Onde a nessuno atleta è cosí richiesto esercitare il suo corpo, come ai príncipi l’animo, atteso che tutti i premi proposti in tutte le solennitá dei giuochi, a pigliarli insieme, non sono da quanto è una menoma parte di quelli per li quali a voi bisogna contendere ogni giorno. Le quali considerazioni ti deggiono muovere a por mente, e a sforzarti di avanzare gli altri in virtú quanto tu gli superi negli onori. E non ti pensassi che lo studio e l’industria, benché facciano frutto nelle altre cose, non vagliano perciò nulla a farci migliori e piú savi. Né volere attribuire alla condizione umana tanta infelicitá, che laddove essi uomini hanno trovato arti colle quali si dimesticano e si migliorano gli animi delle bestie, eglino tuttavia non possano fare alcun giovamento a sé stessi in quel che appartiene alla virtú; ma renditi certo che l’addottrinamento e la diligenza possono profittare agli animi nostri; e perciò fa’ di usare coi piú assennati e piú savi di quelli che tu hai dintorno, e degli altri récati in corte quelli che tu potrai; non voler trascurare nessun poeta famoso e nessun altro saggio, ma piglia ad ascoltare gli uni, degli altri [p. 144 modifica]renditi scolare, e procaccia di riuscir buon giudice delle minori cose, e delle maggiori emulo. Mediante i quali esercizi, in brevissimo tempo tu potrai divenire tale, quale abbiamo definito essere il principe buono ed atto a bene amministrare le cose pubbliche. E a questo intento per certo ti spronerai da te stesso gagliardamente, se tu stimerai cosa indegna che chi è da meno o peggiore comandi a chi è migliore o da piú, e che gli sciocchi reggano i giudiziosi. Imperciocché quanto la scempiaggine altrui parratti piú vile e piú spregevole, con tanto maggiore studio eserciterai l’intelletto proprio. Da queste cose per tanto incomincino quelli che vogliono poter fare qualche buono effetto.

Oltre di questo, bisogna amare gli uomini e la cittá. Né cavalli, né cani, né uomini, né altra cosa veruna si può governare per acconcio modo, chi non ha inclinazione a quello a che egli dée soprastare. Tien’ conto della moltitudine, e studia quanto cosa alcuna del mondo che il tuo reggimento riesca a loro a grado, considerando che sí delle signorie di pochi, sí degli altri stati, quelli durano piú, i quali nel miglior modo si affaticano di piacere alla moltitudine. Tu governerai bene il popolo se non lo lascerai trascorrere a sfrenatezza e insolenza contro agli altri, né gli altri contro a lui, provvedendo che i piú meritevoli abbiano gli onori e le dignitá, e gli altri non sieno ingiuriati in cosa alcuna; fondamenti primi e principalissimi di buona repubblica.

Dei bandi, degli statuti, delle costumanze togli o riforma quello che non istá bene; e se tu puoi, trova per te medesimo gli ordinamenti piú acconci, se no, imita quello che di buono e di convenevole hanno gli altri luoghi. Cerca di cosí fatte leggi che oltre ad essere giuste, utili e tra sé concordi, facciano le liti e le controversie dei cittadini pochissime e le decisioni prestissime quanto piú si può; di tutti questi pregi dovendo essere fornite le leggi buone. Fa’ che i lavori ed ogn’industria lodevole riesca a’ tuoi sudditi di guadagno, e per lo contrario le brighe e i litigi sieno loro di scapito, acciocché da queste cose abborriscano, ed a quelle [p. 145 modifica]attendano volentieri. Giudica le loro contese senza favore, e per guisa che i giudizi non sieno contrari gli uni agli altri, ma delle cose medesime sentenzia in un medesimo modo sempre; perché egli è decoroso e utile insieme, che il sentimento del principe nelle cose che toccano alla giustizia, sia fermo ed immobile al pari delle buone leggi.

Governa la cittá nel modo che tu déi governare la casa paterna, cioè con isplenditezza regia negli apparati, e con molta esattezza in ogni faccenda, a fine di potere a un medesimo tempo tenerti in riputazione e bastare alle spese. Magnifico non ti dimostrare in quelle cose che vogliono il dispendio grande e passano subito, ma sí bene in quelle dette di sopra, e nella bellezza delle robe, e nell’usare liberalitá cogli amici. Imperocché il frutto di cotali spese ti resterá sempre mentre che tu vivrai, ed ai posteri, oltre a ciò, lascerai cosa di piú valore che non saranno state le somme che tu avrai spese.

Onora gli dèi nel modo che praticarono gli antenati; ma pensa che il sacrificio piú bello e il maggior culto divino si è quando l’uomo è migliore e piú giusto che può, atteso che egli è piú da aspettare che questi tali impetrino alcuna grazia da Dio, che non quelli che offeriscono molte vittime.

Gli onori che sono principali nell’apparenza, si vogliono dare ai piú congiunti di sangue, ma quelli di piú sostanza, alle genti piú affezionate.

Fa’ ragione che la piú sicura guardia del corpo che tu possa avere sia la virtú degli amici, la benevolenza dei cittadini e il senno tuo proprio; perciocché con questi mezzi, piú che con qualunque altro, si possono sí conseguire i principati e sí conservargli.

Abbi cura delle sostanze dei privati, e fa’ conto che chi scialacqua spenda del tuo, chi lavora e fa roba accresca le tue facoltá; perché tutti gli averi dei sudditi sono propri del signore che regna bene.

Dimòstrati perpetuamente studioso del vero per sí fatta guisa che piú fede sia prestata alle tue parole che ai giuramenti degli altri.

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Provvedi che tutti i forestieri vivano costí sicuramente, e vi sia mantenuta loro la fede nei contratti. Ma fra quelli, abbi a cuore in modo speciale, non mica chi ti viene a donare, anzi chi vuole avere da te, i quali accarezzando e beneficando, tu ne acquisterai piú riputazione.

Togli via da’ tuoi sudditi le paure e i sospetti, e non volere essere temuto da chi non fa male nessuno; perché nel modo che gli altri saranno disposti verso di te, parimente sarai tu verso gli altri. Con ira tu non farai cosa alcuna, ma però te ne infingerai qualora ti sará in acconcio. Dimòstrati formidabile con operare che nessun atto dei sudditi non ti si possa nascondere, ma benigno poi con essere contento di pene minori che non corrisponderebbero alle colpe.

Usa una cotale arte di governare che non giá mica consista nella fierezza e nel gastigare aspramente, ma nel fare in modo che tu vinca ogni altro di prudenza, e che tutti credano che tu provvegga per la salute loro meglio che non saprebbero essi medesimi.

Guerriero ti conviene essere di scienza e di apparati, ma pacifico in quanto tu non appetirai cosa alcuna oltre il giusto. Verso i potentati inferiori pòrtati come tu vuoi che i superiori si portino verso di te. Non istare a contendere di ogni cosa, ma bene di quelle dove, se ti succede il vincere, tu guadagni. Abbi per gente da poco, non quelli che si lasciano vincere con profitto loro, anzi quelli che vincono con danno proprio; e per magnanimi, non quelli che abbracciano piú che non possono tenere, ma quelli che hanno propositi moderati e facoltá di condurre a perfezione le imprese che fanno. Porta invidia onorata ed emulazione, non mica a quelli che acquistarono maggior signoria che gli altri, ma sí a coloro che amministrarono meglio quella che ebbero; e non ti dare a intendere di avere a esser felice perfettamente, se con timori e pericoli tu fossi signore di tutti gli uomini, ma se essendo tale quale ti si conviene, e operando nel modo che i tempi e le tue condizioni ricercheranno, dall’un canto tu non desidererai cosa se non moderata, e dall’altro nessuna di queste sí fatte ti mancherá.

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Pigliati per amici non tutti quelli che vorrebbero, né coi quali usando, tu avrai piú diletto e spasso, ma quelli che piú si convengono colla tua natura, e coi quali tu governerai meglio lo stato. Infòrmati dei costumi de’ tuoi familiari con diligenza grande, perché l’altra gente ti reputerá simile a quelli che praticheranno teco. Alle faccende che tu non maneggerai personalmente, preponi di cosí fatti uomini quale dée preporre colui che sará imputato del bene e del male che essi faranno. Abbi per fidate non giá quelle persone che lodano ogni tua parola e ogni tuo fatto quale si sia, ma quelle che ti ripigliano de’ tuoi falli. Consenti che gli uomini gravi e di buon giudizio ti possano favellare alla libera, sicché nelle incertitudini e nelle sospensioni d’animo tu abbi chi ti aiuti a disaminare le cose. Studia di conoscere chi ti lusinga per arte da chi ti gratifica per buon volere, acciò non prevagliano appresso di te i malvagi ai buoni. Presta orecchio a quello che gli uomini dicono gli uni degli altri, e sfòrzati d’intendere a un medesimo tempo chi e quali sieno quelli che parlano e quelli di che essi parlano. Prendi del calunniatore la medesima pena che avresti presa del calunniato, trovandolo in colpa.

Tu regnerai non meno sopra te stesso che sopra gli altri, e giudicherai convenirsi alla condizione regia sopra ogni cosa, non essere schiavo di niuna voluttá ed avere nelle passioni proprie maggior impero che tu abbi nei cittadini.

Non istringere familiaritá con alcuno cosí alla cieca e senza pensare, e avvèzzati a compiacerti di quelle conversazioni per le quali tu farai profitto ed anche sarai piú stimato.

Non fare troppo caso degli onori che si raccolgono da quello che è possibile ancora ai tristi, ma sí mostra di pregiarti assai della virtú, nessuna parte della quale è comune ai malvagi. E pensa che i piú veraci onori non sono quelli che si rendono pubblicamente per paura, ma quando gli uomini in sé stessi o privatamente, ammirano il senno del principe piú che la fortuna. Se tu avessi affetto a qualche cosa vile o di picciolo conto, provvedi che ciò non si conosca, e per lo contrario fa che sia manifesto che tu vai dietro alle cose che sono di momento sommo.

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Non giudicare che egli sia di ragione che gli altri abbiano a procedere modestamente e il principe senza modo, anzi fa’ che la tua propria temperanza e misuratezza sia d’esempio agli altri, considerando che i costumi di tutta la cittá si rassomigliano a quelli de’ príncipi.

Fa’ conto ch’egli sia segno che il tuo reggimento è buono, se tu vedi che per le tue diligenze la cittá divenga piú ricca e piú costumata.

Maggiormente ti caglia di poter lasciare ai figliuoli una fama onorevole che una ricchezza grande; perché questa passa, quella no; e colla fama si acquistano le ricchezze, ma colle ricchezze non si compera la riputazione; e quelle toccano anche alla gente da nulla, ma questa non la possono conseguire altri che gli eccellenti.

Nelle vesti e negli ornati del corpo tu déi seguitare il lusso, ma nelle altre cose, siccome si conviene ai príncipi, essere parco e tollerante; di modo che quelli che ti vedranno, dalle apparenze di fuori ti giudichino degno del principato, e quelli che useranno teco, giudichino altrettanto dalla fortezza dell’animo.

Esamina continuamente i tuoi fatti e le tue parole, per fallire il meno che si può.

Ottimo in tutti i negozi si è adoperar quella misura appunto che si richiede, né piú né meno; ma poiché questa a fatica si può conoscere, eleggi piuttosto il difetto che l’eccesso, atteso che la giusta mediocritá suol potere piú in quello che in questo.

Procura di essere festevole e grave, perché questo è conveniente alla dignitá reale, quello fa per le conversazioni amichevoli e familiari. Ma ciò è cosa sopra tutte le altre malagevolissima; perché noi veggiamo ordinariamente quelli che vogliono essere contegnosi, riuscire freddi e scipiti, e chi vuole essere sollazzevole, dare nel basso e nell’ignobile. Ora egli è di bisogno studiarsi di esercitare ambedue le dette qualitá, e di fuggir quello inconveniente che tien dietro a ciascuna di loro.

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A voler conoscere perfettamente una qual si sia cosa di quelle che si appartiene ai príncipi di sapere, adòperavi la pratica e la filosofia. Perocché dalla filosofia ti saranno insegnate le strade, e coll’esercizio pratico acquisterai facoltá di saper condurre i negozi effettualmente. Osserva di giorno in giorno le operazioni e i casi dei privati e dei príncipi, perché se tu avrai bene a memoria le cose passate, tu consulterai piú acconciamente delle future.

Páiati difetto grandissimo che dove parecchi uomini privati si eleggono di morire a fine di essere lodati dopo la morte, ai príncipi non basti il cuore di attendere a quegl’instituti e proponimenti per cui sarebbero gloriosi ancora in vita. Mettiti in animo che le immagini che tu lascerai debbano piú ricordare la tua virtú che le tue fattezze. Fa’ ogni tuo potere perché tu e i tuoi vi dobbiate conservare in istato tranquillo e sicuro; ma se tu fossi costretto di porti a pericolo, eleggi innanzi di morire onoratamente che di vivere con vergogna. In qualsivoglia atto ricòrdati del principato, e studia di non far cosa indegna di questo grado. Non sofferir che la tua natura si risolva tutta, ma poiché ti fu dato un corpo mortale e un animo eterno, sfòrzati di lasciar dell’animo una memoria immortale.

Vienti esercitando nel favellare degl’instituti e dei fatti egregi, per assuefarti ad aver sentimenti e disposizioni d’animo conformi a sí fatte parole. Quello che tu, discorrendo teco medesimo, giudichi essere il meglio, quello metti in esecuzione operando. Imita i fatti di coloro dei quali tu vorresti avere la riputazione. Quei consigli che tu daresti a’ tuoi figliuoli, mettigli in pratica per te stesso. Attienti a ciò che è detto fin qui, o cerca di meglio.

In fine abbi per sapienti, non quelli che con sottigliezza grande quistionano di cose lievi, ma quelli che ragionano acconciamente di materie gravissime; e non quelli che agli altri promettono beatitudine ed essi vivono in grande difficoltá e miseria, ma quelli che da un lato parlano di sé moderatamente, dall’altro sanno usare cogli uomini e trattare i negozi, [p. 150 modifica]e per le mutazioni della fortuna non si turbano, ma portano bene e temperatamente sí le cose prospere e sí le avverse.

E non ti maravigliare se una buona parte di quello che è detto di sopra, ti era nota innanzi, perché io non lo ignorava, e sapeva bene che in tanto numero d’uomini o privati o príncipi, alcuni avevano giá detta o una o un’altra di quelle cose, alcuni ne avevano udite, e chi ne aveva vedute praticare, altri ne metteva in opera esso medesimo. Ma in questi ragionamenti degl’instituti e degli uffici, non sono da cercare le novitá, perché nulla vi si può trovare d’inaspettato né d’incredibile né d’insolito; ma quello è da riputare di cotali scritti il piú bello, nel quale sieno raccolti in sulla materia la piú parte dei concetti che erano dispersi nelle menti degli uomini, e questi piú leggiadramente esposti che in alcuno altro. Io vedeva anche bene, che dalla universalitá quelle scritture, o che elle sieno prose o poemi, le quali porgono consigli ed avvertimenti, sono per veritá giudicate utili piú di tutte, ma non mica udite piú volentieri; anzi interviene loro come alle persone che s’impacciano di ammonire gli altri, le quali sono lodate da tutti, ma niuno le vuole avere intorno, e meglio amano gli uomini usare con chi gli aiuta a far male che con questi che si adoperano per dissuadérnegli. Esempio di ciò potrebbero essere i poemi di Esiodo, di Teognide e di Focilide, i quali autori hanno voce di essere maestri eccellenti della vita umana, e tuttavia quegli stessi che cosí gli chiamano, si eleggono d’intrattenersi scambievolmente colle loro stoltizie, piuttosto che spendere il tempo intorno ai coloro ammaestramenti. Cosí chi scegliesse da’ poeti migliori quelle che si chiamano sentenze, che sono quella parte dove essi poeti posero piú studio, il medesimo avverrebbe ancora a queste, che gli uomini ascolterebbero piú volentieri una commedia, se ben fosse la piú scempia del mondo, che non quelle cose composte con tanto artifizio. Ma che bisogno è di fermarsi a dir dei particolari a uno a uno, quando in generale, se noi vogliamo por mente alle nature degli uomini, possiamo di leggeri comprendere che i piú di loro non amano né i cibi piú sani, [p. 151 modifica]né gli studi piú degni ed onesti, né le azioni migliori, né le discipline piú profittevoli, ma in ogni cosa hanno l’inclinazione e il piacere contrario all’utile, e molti che non fanno cosa che si convenga, pur sono stimati forti, tolleranti e dediti alla fatica? Di modo che a questi tali come può mai l’uomo piacere o consigliando o insegnando o favellando di alcuna cosa utile? I quali, oltre al detto innanzi, portano invidia agli uomini di buon senno, e gl’insensati chiamano schietti e candidi; e hanno sí fattamente in odio la veritá, che non conoscono pure le cose proprie, anzi a pensarne, si annoiano e si rattristano, e per lo contrario godono di cianciare di quelli d’altri; e prima torrebbero di patire corporalmente che di affaticare l’animo e discorrere seco stessi di qual si sia cosa necessaria. Nel commercio scambievole, o mordono e rimbrottano o sono rimbrottati e morsi; nella solitudine, in cambio di deliberare, attendono a far desiderii. Io non dico queste cose di tutti, ma di quelli a cui toccano. Certo e manifesto si è, che chiunque vuole o con versi o con prose piacere alla moltitudine, dée cercare sopra ogni cosa, non l’utile, ma il favoloso, perché di udir questo le genti si dilettano molto, se bene hanno poi disgusto quando veggano le battaglie e le contese reali. Per la qual cosa è da ammirare l’artificio d’Omero e dei primi che inventarono la tragedia, i quali conosciuta la natura degli uomini, adoperarono nella loro poesia l’uno e l’altro genere: perocché Omero cantò favolosamente le battaglie e le guerre de’ semidèi, e quegli altri ridussero le favole in combattimenti e in azioni, di modo che, oltre a essere udite, elle ci divennero anche visibili. Adunque per cosí fatti esempi si dá bene ad intendere a chi vuol toccare gli animi degli uditori, che lasciando da parte i consigli e le ammonizioni, gli bisogna dire e scrivere quello di che egli vede che il popolo si diletta.

Queste cose ti ho voluto significare, pensando che a te, il quale sei non uno della moltitudine, anzi signore di molti, si convenga sentire diversamente dagli altri, e le cose gravi e gli uomini giudiziosi non misurare dal piacere, ma provargli nelle operazioni utili, e secondo la utilitá stimargli. [p. 152 modifica]Massimamente che se bene i filosofi non si accordano intorno agli esercizi dell’animo, volendo alcuni che per mezzo della dialettica, altri che per via della politica, altri che per altre dottrine i loro discepoli abbiano a divenire piú savi e di miglior senno, tutti però convengono in questo, che l’uomo bene ammaestrato debbe, o per l’una o per l’altra di quelle tali discipline, riuscire atto a ben consigliare e deliberare. Vuolsi per tanto, lasciata star quella parte che è controversa, e tenendosi a quello che è confessato da tutti, venire alla prova degli uomini, e, se si può, vedere nelle occasioni come sappiano consigliare, se no, intender come ragionino delle cose in generale, e quelli che non dimostrano alcun buono avvedimento, averli per nulla e rigettarli, manifesta cosa essendo che queste sí fatte persone, le quali non possono pur giovare a sé medesime, molto meno potranno far savio e prudente altrui. Ma per lo contrario gli uomini giudiziosi e atti a vedere piú che gli altri, tiengli in conto grande e accarezzagli, considerando che niuno altro bene si trova, cosí utile a possedere e cosí regio, come è un buono e sufficiente consigliatore. E fa’ ragione che quelli ti accresceranno maggiormente il regno, i quali piú ti beneficheranno l’intendimento.

Io dunque ti ho mostrato quello che io so e che io reputo convenevole, e ti onoro con quelle cose che comporta la mia facoltá. E consiglioti a volere che eziandio gli altri, in iscambio dei consueti donativi, i quali voi, come ho detto a principio, comperate molto piú caro da chi gli dona, che non fareste da quelli che gli vendessero, ti rechino di cosí fatti presenti che, se tu gli userai molto, e non passerai giorno che tu non gli adoperi, in vece di logorarli, gli farai maggiori e di piú valuta.