Delle notti/Seconda Notte

Seconda Notte

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Edward Young - Delle notti (1745)
Traduzione dall'inglese di Giuseppe Bottoni (1770)
Seconda Notte
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II. NOTTE.


AL CONTE DI WILMINGTON


L’Amicizia.


ARGOMENTO.


Piangendo l’immatura morte del suo Filandro, si fa strada il Poeta a trattare dell’amicizia, e come questa è l’unica vera dolcezza, e consolazione, che possano contrapporre gli uomini per loro sollievo alle molte calamità, che nella vita li circondano. Dimostrasi come l’uomo giusto, morendo, cangia in assai migliore stato la passata sua condizione.


Del Gallo vigilante il canto ascolto,
Che il Nume pose qual custode al fianco
Dell’uom per trarlo dall’obblio profondo
Del sonno, e richiamarne e mente, e cuore
5A chi l’esser gli diè. Quel Nume istesso
Sull’Universo in me fisa lo sguardo:
Ei mi vede infelice. Oh Dio! Di pianto
È molle il ciglio! A’ miei lamenti io deggio
Sciogliere il fren? ... Ma dov’è il mio coraggio?
10E dove è l’uom, se di coraggio è privo?
Forse la sorte di ciascun che nasce
Ignoro? L’uom da quel medesmo istante
Che apre i lumi alla luce, a’ mali è in preda:
Questi li merta men, meno li soffre
15Chi più tranquillo li riceve, e tace.
     Caro Filandro, tu ch’aurea costume
Nudrivi in seno, a cui Minerva istessa
Dettava i sensi, oh quanto lieti entrambi
Di gravi e tristi oggetti il vario aspetto
20Vedemmo insiem! Ignoti nomi a noi

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Eran sognate idee, sterili detti,
Ornamento primier di libri, e carte,
Che il secol guasto alla follia consacra.
Tali pregi lasciamo a chi di quelli
25Avido è sì, che il nome suo ne adorna:
Che vago di destar co’ dolci incanti
D’un estro agitator sordide voglie,
Sacerdote di Pafo a’ sozzi templi
Guida i mortali, e la ragion non cura.
30Di render questa in noi vieppiù perfetta
Si tentava a vicenda, e il nostro amore
Più ci rendea della virtude amanti.
Che bei dì si godean, quando l’arene
Sferza il Lion feroce, entrambi assisi
35D’un fresco rio sulla fiorita sponda,
Aure traendo di gentil Favonio,
Che la dolce amistà rendea più grate!
E quanti giorni al tempestar del verno
Più brevi ci rendea nobil contrasto,
40Che innocenza e virtù tra noi destava!
Bella cara Amistade, amabil frutto,
Che de’ Cieli al favor tra noi germoglia,
Per renderci felici! Assai men grato
Quel nettare è di te, che in Ibla sugge
45L’ape da’ fior non violati ancora.
Quando scende tra noi dall’alte sedi
L’alma felicitade, invan s’aggira
Tra l’ostro e l’oro, e sol di lui si rende
D’un vero amico il sen degno soggiorno.
50Più grata a se divien allor che vive
In due cori, che l’uno all’altro è legge,
E tranquillo nell’un l’altro riposa.
     Cara Amistade, invan sua falce avventa
A tuo danno la morte, e il Veglio edace.
55Ti sento in seno ancor, benché di morte
Sia preda il caro amico, e non si perde
Quel sommo ben, che di te sola è figlio
Entro il giro de’ tempi. Ah sì, si canti
Or di te sola, e il canto mio tu reggi.

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     60Nel solo amico l’uom possiede, e gode
Più tesori, o Lorenzo; in lui ritrova
Felicità, saviezza, illustre coppia,
Che già strinse natura, e che distrugge
Chi ne scioglie l’union. Come più grato
65Il riposo si rende a chi s’indura
Al caldo, al gel, così messe più bella
Coglie l’alma in se stessa allor che i detti
Altrui sente, misura; e se ritrosa
De’ suoi soli riflessi ella si pasce,
70Riman superba, sprovveduta, e trista.
Ogni pensier, che solitario resta,
È rozzo; a se divien gravoso impaccio:
Vola per vuoti immensi, e in quei perisce;
Il Circolo erudito il vol ne affrena,
75Giusto lo rende, e di ragion seguace;
E la mente de’ semi altrui feconda
Forma più vaste, e più brillanti idee.
Un’enmula virtù solleva, accende
Allora in noi lo spirto, e porge al labbro
80Attici modi, e vigorìa di stile.
Quando i nostri pensieri altri combatte,
Sorge di nuovi fregi adorno il lume
Di verità, che più splendente e bella
Veggion du’ amici a ricercarla intenti.
85Ma se non hai chi del tuo cor gli arcani
Sappia, in profondo solitario orrore
Resta sempre il pensiero, e muore in fasce.
Come l’acciar, che dall’offese acquista
Forza, lustro maggior, hanno i pensieri
90Dalla dotta contesa e moto, e vita.
     Se bastasse pensar, il dono eccelso
L’uom non avria dell’organo sonoro.
Pura l’idea si rende, allor che il labbro
La pinge, e il labbro compimento, e vita
95A’ pensieri ministra: ei gli sprigiona
Dalla cupa miniera, e sol ne mostra
Il più lucido fregio: attivi, adorni
Ei sol li rende, e marca in quelli imprime,

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Che il valor ne fa noto; e questi in petto
100Si serbi poi, se di tal sorte è degno.
Vanno di passo egual le scienze, e i doni:
Chi dona acquista, chi istruisce apprende.
Più sicuro possesso acquista e gode
L’alma su’ parti suoi, s’altrui fa noto
105Quanto in se già produsse. O quante illustri
Utili verità nei cupi seni
D’indigesto saper morte si stanno,
Che di nobil fulgor cinte fastose
Sarian, se di gentil contesa il raggio
110Sciolto n’avesse il rozzo ostico manto!
Il mar, che in moto opposto agita i flutti,
Chiari li fa; ma la palude immota
Putride ha l’acque sue. Talor si lasci
Dunque il solingo albergo, e dell’amico
115La ragion ci erudisca: a lui si voli
Ben mille volte e mille, e in quelle braccia
Vera felicità si cerchi, e goda.
Quanto infelice è l’uom, che in erma grotta
Sempre le notti, e i lunghi giorni mena
120Tacito, solo, a se medesmo ingrato!
Che val saviezza all’uom, se non gli è guida
Al perfetto piacer? Quella, che tale
Non è, più folle dovrà dirsi ancora
Della stessa follìa, che almen si pasce
125Di non tetri fantasmi. Assai più folle
È chi di sua ragione un Dio si forma
Di chi mai la conobbe, e più di questi
L’altro vive infelice. I veri saggi
D’un amico fedel privi non sono.
     130È di natura un’immutabil legge
Per nudrir l’amistà tra noi mortali,
Che si divida ogni piacer tra noi,
Se goderne si vuol. Questo da lei
Si snerva, o si distrugge in seno all’uomo,
135Che tutt’altri ne priva, e fatto ingrato
Tutto vuol possederlo. Il vero bene,
Il perfetto piacer natura pose

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In un cambio di questi; e mai felice
Fu l’uom, che solo in se medesmo gode
140Quant’esserlo potea. D’un fido amico
Fa duopo all’uom, se pur se stesso ei voglia
In se stesso goder. Allor che in seno
A noi sceso il piacer, fermo vi resta,
Perde vigore, e pochi istanti ha vita.
145Ma se mai si propaga, e d’altri il core
Occupa questi, e torna a noi riflesso
D’un amico dal sen, che i vivi raggi,
Quasi concavo vetro, in se n’accoglie,
Oh qual vita novella acquista, e come
150Di se fatto maggior nostr’alma allora
Accende, infiamma! Il vero ben, la vera
Felicità solo in due cori alberga.
Lungi da noi l’inganno. È sol verace
Quella amistà, che di virtude è figlia:
155Nè tal sarà, se la ragion per base
Non abbia questa, e fia del vizio amica.
Entro il vortice reo di fiamma impura
S’agita l’alma, e di quel foco accesa
Lo seconda, l’accresce, e in quel si perde.
160Ma ben presto la face al suol serpeggia,
L’alma è resa a se stessa, e il vasto incendio
Che in se tutto soffrìa, rammenta appena.
Alla sola virtù d’un cuor si serba
Il bel trionfo, e questa solo accende
165De’ mortali nel sen teneri affetti,
Che distrugger non puote altri che morte.
Quanto è dolce calcar le vie d’onore
Col fido amico, e della gloria al tempio
Poggiar insieme al generoso invito
170Di virtude, e d’amor! Di tutti i doni
D’una vera amistade il più sublime
È questa gara illustre, e sol per lei
S’accresce l’amistà, per lei sen vanno
Di passo egual due fidi amici al trono
175Dell’immortal Sofia. Colà gli aspetta
Felicitade eterna, e d’ambi il crine

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Di gemmate ghirlande il Nume adorna,
Ma dove è mai chi di virtù sì bella
Sia superbo tra noi! Gli eccelsi semi
180Di verace amistade in seno accolga
Chi ne brama in altrui l’amabil frutto.
Delle tante follie, che a’ Grandi sono
Dispotici tiranni, è la più strana
Il chimerico dritto al cuore altrui.
185Colui, che vanta d’orgogliosa cuna
L’inutile splendor, facil conquista
L’amistà si figura, in ceppi aurati
Stringerla crede, e d’un ridente labbro
Vittima necessaria ei la pretende.
190Qual novella Corisca in noi gli affetti
Tenta sedurre, e di se solo è amante.
Orgogliosi potenti, il sacro foco
Fosforo vil non desta. Il volo ardito
Deh frenate una volta. Il saggio incensi
195Alla sorte non offre. Oh sacra, oh cara
Amabile amistà! Tu sol contenta
D’un effimero onor, d’aurate spoglie?
Oh temerario ardir! L’amor sincero
Altro simile amor fomenta, e nutre.
200Sì, l’orgoglio v’inganna. Un dolce affetto
Da voi si nutra in sen, se in noi v’alletta
Un’amistà sincera. Oh quanti in traccia
Van di sì bel tesoro! E raro è quegli,
Che voglia poi sborsar giusta mercede
205Ad ottenerne il fortunato acquisto.
Se possederlo è si gravoso impegno,
Conservarlo è maggior, che un soffio, un’ombra
Offende l’amistà, nè più di lei
V’ha sensibile oggetto. Ogni più lieve
210Urto spesso è fatal. Cruda ferita
Le imprime un serio ciglio. Il dubbio solo
La rovescia, l’uccide. Al fido amico
Tutto svela il tuo cor. Ma in te non fia
La scelta di colui, che in sen ti legga,
215Opra di pochi istanti. Ah no, non sono

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I dolci modi, che taluno ha in fronte,
Immagine dell’alma, e non t’inganni
Luce mentita, che talora accende
Vilissimo vapor. Rigido esame
220Risolva i dubbj tuoi. Lo scelga alfine
Il genio, e la ragion. Se lo scegliesti,
Sia posto dentro alle secrete cose.
Donar il cor per ritirarne il dono,
Fissar la scelta, e dubitarne ancora,
225È tormento, è follìa. L’amico eleggi,
E scrivi la tua scelta in seno a morte.
A te lustro maggior che ad esso arreca
Così piena fidanza; e se in periglio
Per lei ti vedi, ah ti consola, e pensa,
230Che rischiar tu non puoi prezzo, che basti
Pel più gran dono, che san far gli Dei.
„ Un dolce amico assai più val del soglio.
„ Povero è un Re, se sovra un cor non regna,
„ Nè quel massimo ben compensa il mondo,
235„ Che l’amistà ci dona. Ostri, e corone
„ Io cederei per sì sublime acquisto.”
Così Filandro sulla cetra aurata
Cantava allor che in invidiabil nodo
L’amistà ci stringea, ch’io d’Ascra il sacro
240Fuoco destava in lui, e che del Nume
Tutta piena sentìa la lingua, e ’l petto.
L’Indico domator, che il vivo raggio
Del Sol racchiuse entro purpurea rete,
Che del piacere, e dei bei motti è padre,
245Versava a noi con lieta fronte il riso,
E il biondo umor della feconda vite,
Tenea la destra mia lucido nappo,
E di Nestorea età, d’alma virtude,
Interprete del cor cantava il labbro
250A Filandro gli augurj. Oh sacra, oh cara,
Oh divina amistà! Tu della vita
Il sollievo, il piacer, l’ambrosia sei.
Ma pria che tal questa virtù si renda,
Vigor dal tempo attende, e nei prim’anni

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255Sfrondata resta, e di bei frutti avara.
Robusta, ed ubertosa il quarto lustro
Tra noi la rese, e di Filandro in braccio
Tutto il mel, che ne piove, io ne gustai.
Ove trovar quei dolci, e cari modi,
260Quel tenero suo cor, que’ sensi alteri,
Sensi discesi in lui dal sen di Giove?
Candida l’alma avea. Spirava il labbro
Un benefico riso, ed era il core
Centro d’ogni virtù sublime e rara.
265Di qual piacer, che ogni piacer eccede,
Colmò la mia quella bell’alma allora
Che un sol cor fe’ di due l’amor sincero!
Oh invidiabil piacer! Piacer, che i Numi
Forse ignorano ancor; piacer, che scorto
270O lo fu questa volta, o mai tra noi.
Sì gran ben lo godei... Per sempre adesso
Io l’ho perduto... Ahimè! Di morte a’ colpi
Cadde l’illustre amico, ed or poss’io...
Posso per lui versar pianto, che basti?
275Forse tra questi orrori io troppo inaspro
A me stesso il mio duolo, o troppo io seguo
Dell’agitato spirto i tristi affetti?
Molto l’amai finché al mio fianco assiso
Lo vide il Sol; ma quanto in me l’affetto
280Crebbe il colpo fatal! Barbara morte,
Per te tutto riscnto il grave peso
Delle perdite mie. Nel gran momento,
Che lungi il trasse un implacabil fato
Da questi lumi, e con ardita fronte
285Ver l’olimpiche sedi il volo altero
Spiegò quell’alma, io la mirai fastosa
Di più nobile ammanto, e vidi in lei
La gloria e la virtù farsi più belle.
Perché della sua voce alto sonora
290Non mi fe’ dono, ch’io potria qui dire
Quanto grande egli fu di morte in braccio,
E qual ebbe vittoria, e quai corone
All’aprirsi dell’ampia orrida scena,

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Che all’orgoglio mortal serban gli Dei!
295Ancor tra noi non fu l’illustre Apelle,
Che pingesse qual è nel fato estremo
Un luminoso eroe. L’impresa eccelsa
Merta una man divina. Eroe sì grande
Meco vider le sante alate schiere,
300Quando scese in trionfo; e avendo in fronte
„Tutto il seren della magion beata“
Fero all’uom, che moria, corona augusta,
E in composta sembianza andar fastose
Tutte parean dell’onorato albergo.
     305Sacre angeliche turbe, ah voi piangete
Il mio Filandro! A sì grand’opra e come
Por la mano io potrei, se in me non sento
Che smania, tenerezza, amore, e duolo,
Se di duolo, e d’amor piango, e vaneggio?
310Ma dell’amico i luminosi pregi
Preda saran d’un ingiurioso obblio?
Ah no. Già sento, che nel sen mi bolle
L’antica fiamma, e la sua voce io sento,
Che mi ricerca il cor, che vuol che l’opra
315Da me si tenti... E ben mia scorta sia
L’amistade, e l’amor. Comincia.... Oh Dio!
Qual incognito orror occupa, calma
I sensi miei? Io dal più chiaro giorno
Passo d’atra foresta al lume fioco.
320Il vasto sen della gran madre antica
Apresi, e porto il piè per ampie grotte,
Per orride rovine, e cupi alberghi,
Tristi avanzi d’antica immensa mole.
Giungo ove trono ha Morte, e al dubbio lume
325Di moribonde faci urne regali
Veggio, che più non han chi incensi, e fiori
Sparga con destra amica, e a lor non giunge
Voce di turba adulatrice, e stolta.
Veggio... S’arresti un sol momento il passo:
330L’alma tutta in se stessa or si raccolga.
Entro con fronte umil, tacito, e solo
Ove posa Filandro. Oh Dei, che miro!

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Forse gramaglie oscure! Ah no, lo veggio
In seggio trionfal di palme adorno.
335Qua rimiri ciascun qual gloria ha in fronte,
Qua miri l’uom, che di virtù seguace
Morte, invidia, timor, se stesso ha vinto.
     Lungi, o profani: o qua vi guidi almeno
Riverenza, e timor. È sacro il loco,
340Ove il giusto si sta cedendo al fato
Fragile spoglia, e vil. Di questo albergo
È termine l’Olimpo, e in questo adesso
È di luce più bella il vero adorno.
Manca ogni falso raggio, e cade il velo,
3454 Che dell’alme nasconde al guardo umano
Tutti gli affetti alla ragion nemici.
All’aprirsi dell’urna il ricco manto
Spiega l’alma virtude. Aureo volume,
Ch’aurea destra vergò, rassembra il volto
350Del giusto allor che muore, in cui ritrova
Di premio generoso amabil pegno
Ognun, che a lui somiglia: in quello il vizio
Il suo rossor vi legge, e in faccia a lui
Resta avvilito il temerario ciglio.
355L’increato Fattor, che tutto muove,
Dilegua allor le nubi, e quali al seno
Ei si stringa fa noti. Al suol si giace
L’idolatrato un dì vano fantasma
D’onor, di gloria, e di sonante fama
360Da’ fantastici eroi: sol la virtude,
Sì, questa sola in maestoso aspetto
Siede a fronte di Morte, e più superbo
Sorge da’ fieri colpi il vero eroe.
Quanto barbari fur quelli, che in seno
365Di Filandro vibrò! Vibrò quest’empia,
Come talor nelle serene estive
Notti picciola nube al monte appresso
Scaglia fulmineo stral, quando i più belli
Giorni del viver suo correano, e quando
370Della felicità sedeasi al fianco.
     Ah Filandro! Ah tu fosti a forza tratto

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Lungi da questo seno, e dalle dolci
Tenere cure tue. Ti vidi preda
A’ più crudi tormenti, e parte illesa
375Non restava di te. L’orrido letto
Io mi rammento, e quelle fiamme ingorde,
Che dal dolor nudrite, il verde tronco
Arser del viver tuo. La Morte io veggio
Qual Tigre Ircana, che a più fiera strage
380Spinge il sangue che trasse, e la natura
Tremante io veggio, e di color di morte.
Un’alma palpitante al primo ingresso
D’un incognito abisso. Un Sol, che fugge.
Una tomba, che s’apre. Un suono incerto
385Di tronche voci.... Ahimè! l’ultime.... Oh Dio
Si rovescia il pensier, ricusa il labbro...
D’un amico fedel le voci estreme.
Ma che diss’io! Dov’è l’alto spavento,
Dove i mali, i tormenti? Ov’è costui,
390Che palpita, che trema a morte in faccia?
Un mortale io mi finsi, e già Filandro
A più nobili sfere erge le piume.
     Tra le ambasce di morte, e il van contrasto
Di natura cadente, oh quali in volto
395A Filandro scolpì raggi vivaci
La gioja ancor tra quel pallor mortale?
Qual insolita calma, e qual sicura
Fronte mostrò! Ma questi è l’uomo? È questi
Quell’essere sì fral? Questi è di morte
400Il misero vassallo? Ah no, Filandro
Veste altre spoglie, ed altri sensi ha in petto.
L’Arbitro Eterno in quegl’istanti il regge;
Di sua gloria l’ammanta. Egli già muore,
Eppur d’alta virtù dogmi severi
405Dettando va. Sul proprio fato acerbo
Morendo ei ci consola, e lascia a noi
L’esempio illustre della sua vittoria.
Oh di qual fiamma allor ci ardeva il cuore!
Taciti, fisi al caro amico intorno
410Ci tenea lo stupor. Immoti i lumi

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Eran sul volto amato, ed or l’affanno,
Ora il piacer traea dal ciglio il pianto...
Giunge l’ultimo istante; e reso ardito
Dalle ruine istesse al Ciel si volge;
415Senza orgoglio, ma grande, ei già non cede,
Ma dona al Ciel quell’anima sublime,
La spoglia a morte in generoso aspetto.
Ingannati mortali, alla virtude
Fidatevi una volta: ella rispetta
420Un Nume in Cielo, e da quel Nume istesso
Corona, e premio la virtude attende.
     Quando ver l’ampia occidental marina
S’affretta il Sole, ed il vapor, che sale,
E l’ombra, che maggior da’ monti scende,
425Di rugiada, e d’orror empion le valli,
D’alta torre la cima, e l’erta vetta
D’eccelso monte in se ritiene ancora
Del nascoso Pianeta incerto un raggio;
Cosi Filandro in quei lugubri istanti,
430Ministri di terror, di smania, e lutto
All’alme vili, a se medesme ignote,
Tranquillo, lieto, e maestoso in faccia
Tra quell’ombre ferali il capo altero
Erge di gloria cinto. In fronte porta
435L’immagine dell’alma; e splende, e ride
Bella speme in quel volto. Alfin la Morte
Lo ammanta di candor; serto di stelle
Al crin gli cinge, e lo presenta a Dio.