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Chiose - Per una crociata. Contro una crociata
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Per una crociata
Contro una crociata


Il capitano Maire e Malthus.


O figli miei non nati!

Gli apostoli della fecondità sono nell’imbarazzo.

Da quando il movimento denominato con espressione impropria neo-malthusiano ha fatto la sua comparsa e cominciato la sua propaganda, uno degli argomenti capitali ch’essi solevano portare in campo nelle polemiche di opposizione era l’esempio della Francia dove la verificatasi progressiva diminuzione delle nascite costituirebbe un fenomeno allarmante deplorato da tutta la Nazione.

Fra parentesi, la ragione di questo deplorare mi è sempre sfuggita essendo esso in assoluta antitesi colle condizioni economiche, [p. 102 modifica]intellettuali e morali della Francia, floridissime quelle, fulgide ed elevatissime queste.

Ma v’ha di più. La Francia, non solo non dà segno di voler annuire alla crociata pro fecondità bandita dai fanatici della procreazione, ma proprio di questi giorni ha levato la voce a gridare che di famiglie numerose essa ne conta anche troppe e che le condizioni economiche di queste famiglie sono tali da esigere l’intervento dello Stato per far fronte alla necessità.

Di questa conclusione, poco confortante nei riguardi della propaganda pro fecondità si è fatto interprete il capitano Maire, un bravissimo ufficiale che, avendo avuto la fortuna o la disgrazia d’avere undici figliuoli e sapendo per esperienza che cosa significhi nella realtà il dovere quotidiano di nutrire tredici bocche, ha accettato di mettersi alla testa della Lega dei padri di famiglie numerose sorta in Francia allo scopo di ottenere dallo Stato un sussidio annuo per ogni figlio venuto in una famiglia dopo il terzo. La Lega ragiona presso a poco così: la famiglia è la base della società e ha, verso la società che la costituisce, la missione di assicurare la perpetuità del focolare e della razza. Essa le deve uomo per uomo, più, la parte del caso, ossia tre figli; uno, per [p. 103 modifica]sostituire la madre; l'altro, per sostituire il padre; il terzo per far fronte all'eventualità di un vuoto fatto dalla morte. Oltre il terzo figlio, la famiglia ha compiuto più del suo dovere e diventa creditrice della Società. Ora, la Società deve provvedere al sostentamento di tutti questi figli venuti in una famiglia dopo il terzo, sino a tanto che ciascuno di questi figli abbia compiuto il ventesimo anno.

Questo il ragionamento non privo di qualche fondamento di legittimità. Soltanto, la logica delle idee è una cosa e quella dei fatti un’altra. A questo discorso che il capitano Maire teneva a quegli stessi economisti e a quei sociologi che proclamavano la necessità dell'aumento della natalità, costoro rispondevano con una sola parola: Chimere!

E che fosse chimera il sogno del buono e prolifico capitano, la Lega ha dovuto comprenderlo subito quando ha visto il Governo interdire il comizio dei padri di famiglie numerose, tal quale come si proibirebbe un pericoloso convegno di anarchici d’azione.


Nessuna argomentazione potrebbe essere piti efficacemente dimostrativa della necessità della [p. 104 modifica]propaganda neo-malthusiana, della predicazione protesta del capitano Maire. Egli ha un bel dire alla Società: — Aiutami perchè io ti ho pagato quattro volte il mio debito e son diventato otto volte tuo creditore. — E alla patria: — Dammi un pane per i miei figli perchè io ti darò sette soldati e quattro madri. — La patria protesta di non essere in grado di assumere la responsabilità nuova e onerosissima; la società oppone alla domanda insolita un’indifferenza sdegnosa.

Qualche voce, anche, sorge a dire:

— Undici figli? e perchè li avete voluti? e come vi assumeste a cuor leggero la responsabilità terribile? E perchè li chiamaste se non eravate in condizione di assicurare a coloro che sarebbero venuti almeno il pane?

Potrebbe essere, questa, la voce della teoria nuova. Quella che appunto predica non già il suicidio del genere umano, la fine della razza e quella della famiglia, l'astensione sistematica dalla procreazione, ma l'intervento della volontà nella spontaneità delPatto creativo in modo da togliergli il carattere di fortuita che riveste da natura e farne un gesto voluto anche nei suoi fini.

Il neo-malthusianismo non dice: Non fate [p. 105 modifica]più figli — ma esorta: Procreate soltanto quando vi pare di potervi assumere con coscienza e con diritto la responsabilità della vita nuova che il vostro gesto chiamerà, della creatura nuova che il vostro bacio getterà nella vita; se le vostre condizioni fìsiche vi permettono di presumere che il figlio nato da voi sarà sano; se le vostre condizioni economiche sono tali da garan- tirgli un assistenza continua e sicura attraverso tutta l'infanzia e la giovinezza sino a che egli non sia in grado di camminare da solo nella vita.

E questo monito austero è così giusto, così coscienzioso, così morale che non si comprende come possa avere incontrato degli oppositori.

Ognuno sa se ne ha incontrati.

Il neo-malthusianismo ha per avversari i cattolici, i teosofi, i nazionalisti, gli economisti i conservatori, i ginecologi. I primi, in nome di quel principio religioso che ammette il gesto d’amore solamente se subordinato alla intenzione di compiere atto creativo; i teosofi, in virtìi della credenza nella reincarnazione delle anime. Siccome così le convinzioni degli osservatori del precetto e del dogma come quelle dei seguaci di Annie Besant e dello Steiner rilevano del dominio del sentimento, ogni discussione in proposito diventa superflua. [p. 106 modifica]I nazionalisti avversano la teoria nuova perchè nella diminuzione delle nascite vedono sopratutto una diminuzione di reclute pel servizio militare, un indebolimento della forza di difesa della nazione, cioè, come se non fosse risaputo da tutti che la forza di difesa della libazione risiede ormai nella potenzialità delle armi assai più che non nel numero delle braccia. E siccome quello che sono, in guerra, le armi — dalla mitragliatrice al siluro e dalla torpediniera al fucile — sono le macchine nella produzione economica, lo stesso argomento potrebbe rispondere alle obbiezioni di quegli ecomisti che temono P impoverimento della nazione dalla diminuzione delle braccia.

Ma fossero seri e inconfutabili gli argomenti dei nazionalisti — un giornale nazionalista. La Grande Italia in un recente trafiletti di commento alle teorie neo-malthusiane spingeva il fanatismo della procreazione al punto da chiedersi se non fosse il caso di equiparare le pratiche malthusiane al provocato aborto nell'applicazione del Codice penale! — e seri e inconfutabili fossero i ragionamenti degli economisti conservatori, che cosa varrebbero essi, che cosa valgono di fronte alla grande, alla sola importante questione della felicità dell’individuo? [p. 107 modifica]Le teorie e le statistiche sono una cosa e la realtà un’altra. Ora, la realtà è questa, che ogni uomo aspira legittimamente alla felicità e che nessuno — a meno di nascere colla vocazione dell'abnegazione e dell’eroismo — è disposto a sacrificare il proprio bene in vista del bene comune.

Mettere al mondo sei, otto, dieci figli, invece di due o di tre, perchè lo Stato possa contare su parecchi soldati di più, e perchè eventualmente possano venir dissodati domani dieci metri di terra che ieri era incolta, può essere un eccellente criterio da compilatore di statistiche, ma che sia garanzia di maggiore felicità individuale o comune nessuno potrà sostenere.

Senza contare che il criterio può venir discusso anche rispetto ai suoi effetti finali. Vediamo: valgono più dieci uomini risultanti da una selezione fisiologica ed economica eccellente oppure venti cresciuti stentati e anemizzati dalla fame? Ora, chi prepara gli uomini alla patria e le energie alla società è la famiglia. Lasciate dunque che ella si costituisca nel limite delle sue risorse, se volete che ne escano individui armati di energia, capaci di forza e di felicità. [p. 108 modifica]


Ammettete o non che se ogni matrimonio dovesse venir benedetto dalla bellezza di una dozzina di figlioli, questa benedizione assomiglierebbe assai, nei suoi effetti, a uno spaventoso cataclisma? Immaginate suddivise per quattordici bocche per dodici o anche soltanto per otto le 250 o le 200 o le 150 lire che costituiscono lo stipendio del capo della famiglia, la maggiore o l’unica delle entrate, quella che non solo deve bastare per saziare lo stomaco di tutta la famiglia ma ancora per pagare il padrone di casa e il sarto e il calzolaio e il libraio quando i ragazzi saranno grandi e andranno a scuola?

— Ma — dite voi — le famiglie che hanno sei, otto, dieci, dodici figli, sono rare.

— Rare, no. Ammettiamo che costituiscano la minoranza. Questo avviene perchè la maggioranza s’è decisa da un pezzo a intervenire nella spontaneità della natura rapporto alle conseguenze delPatto creativo e, senza aspettare i precetti del neo-malthusianismo, lo pratica come sa e come può, vale a dire, quasi sempre, male.

Se ogni coppia coniugale risultante di due [p. 109 modifica]individui giovani, sani e innamorati, sacrificasse all’amore sempre secondo i precetti della natura, della religione e degli apostoli della fecondità, le famiglie numerose si conterebbero a migliaia. In realtà, soltanto fra la gente ricca ma pia e fra quella poverissima si trova abbondanza di figliuoli. Nè l'una ne l’altra deve darsi pensiero per crescerli: quella, perchè ricorre al proprio banchiere, questa, perchè conta sulla beneficenza pubblica.

I bimbi nascono stentati, anemici, linfatici, scrofolosi, denutriti, ma c’è, ad accoglierli, la sala di Maternità all'Ospedale, poi il brefotrofio o l'Istituto baliatico, poi, ove occorra, l'Asilo pei Eachitici oppure le Colonie per l'Infanzia, poi la Scuola e infine... la strada.

II bimbo venuto non chiamato, non desiderato, non voluto, cresciuto per il soccorso della carità ufficiale ma senza il tepore di una carezza, ma ignorante di quello che davvero sia una famiglia, ma digiuno di educazione morale, diventerà forse una recluta del teppismo, forse della prostituzione, chiuderà forse gli occhi dove li ha aperti: all’ospedale, dopo aver veduto in viso, della vita, tutte le miserie soltanto e lo squallore e l'orrore... ma la spontaneità della natura sarà stata rispettata e i [p. 110 modifica]fanatici della, fecondità si dichiareranno soddisfatti.

— Che fare? — dite ancora voi. — Proibire il matrimonio a tutti coloro che non possono garantire di possedere la capacità fìsica ed economica a procreare? Imporre ai coniugi non benedetti da almeno cinquecento lire al mese di rendita la cessazione dogni rapporto che potesse avere per conseguenza la comparsa di un quarto figliuolo, per esempio, quando la famiglia ne conti già tre?

Ipotesi assurde.

In qualche famiglia, il terrore di veder crescere la fìgiiuolanza arriva effettivamente al punto da consigliare ai coniugi la rinunzia spontanea a ogni rapporto amoroso. Le conseguenze di simili determinazioni si indovinano: poiché la castità assoluta è impossibile in un uomo giovane e sano normalmente costituito, il marito riprende a poco a poco le sue abitudini di scapolo mentre la moglie si fa triste, irascibile, isterica. E la felicità della famiglia sì muta in un inferno.

Più spesso il marito suggerisce e la moglie accetta l'impiego di artifizi che scongiurano sì il pericolo del figlio, ma che sono, viceversa, gravi di conseguenze prossime o remote [p. 111 modifica]tributarie tutte della patologia. Qualcuno di questi artifizi, meno sicuro nell’effetto specifico, non riesce, talvolta, allo scopo, e allora interviene il delitto: l’aborto.


Il neo-malthusianismo vuole scongiurare questo delitto e vuole scongiurare anche le conseguenze patologiche di certi artifizi applicati all'atto d’amore. Naturalmente gli occorre, per realizzarsi in queste condizioni di sicurezza perfetta, di correttezza, di legittimità, la solidarietà del ginecologo.

Qui, il campo è diviso. Alcuni ginecologi sono partigiani intelligenti del neo-malthusianismo: altri sono oppositori feroci della teoria nuova. Fra questi è anche una delle illustrazioni della ginecologia italiana, il professore Luigi Maria Bossi che si è fatto l'apostolo della fecondità in Italia e che contro le pratiche malthusiane ha scritto un intero volume intento a dimostrare le conseguenze disastrose delle pratiche stesse rispetto alle malattie dell'apparato femminile.

Noi abbiamo l'audacia di ritenere che i ginecologi avversari del neo-malthusianismo non siano in buona fede quando disconoscono [p. 112 modifica]l'opportunità di regolarizzare, rispetto al numero dei figli, la spontaneità procreatrice prevenendo — col mezzo o coi mezzi innocui, semplici e sicuri che certamente essi non ignorano ma dei quali si ostinano a negare la esistenza — quelle gestazioni che poi essi stessi non esitano a interrompere nei casi di controindicazione fisiologica, per esempio. Non è più semplice insegnare a un’ammalata di cardiopatia, di tubercolosi, di avaria costituzionale, semplicemente minacciata da una di codeste ereditarietà quasi sicuramente trasmessibile ai figli il mezzo di evitare il concepimento, anziché intervenire a concepimento avvenuto per interrompere la gestazione? Qualche ostetrico lo fa. E se la cosa è possibile in questi casi di assoluta controindicazione, perchè non si potrebbe estendere l'insegnamento a tutte le donne che lo richiedessero per ragioni di opportunità esorbitanti dalle condizioni fisiche e delle quali esse sole possono essere giudici?

Se il neo-malthusianismo dicesse a tutte le donne: Non fate più figli — i ginecologi avrebbero diritto d’insorgere in nome della necessità della completa esplicazione della funzione materna in linea fisiologica. Ma nessuno vorrà sostenere che — a parte qualche solitaria [p. 113 modifica]eccezione — due o tre figli non siano sufficienti alla esplicazione di codesta necessità fisiologica. Non solo: ma anche rispetto alla donna uno, due, tre figli possono essere la salvezza, la bellezza, il rigoglio. Cinque, sei, dieci, diventano la fatica, l’esaurimento, lo sfinimento, la distruzione della bellezza e della giovinezza. Essere madre non vuol già dire diventare una macchina per la funzione procreatrice.

Esistono i pericoli delle pratiche malthusiane — sostengono ancora i ginecologi. Ammettiamo. Codesti pericoli non sono tutti reali come essi vogliono far credere ed esistono oggi sopratutto perchè i ginecologi stessi ricusano di diffondere la conoscenza dei mezzi preventivi innocui; tuttavia, vogliamo ammetterli. Ma, e i pericoli della maternità non esistono, forse? on si muore di parto, non si muore di aborto non procurato, non sono strascichi terribili di maternità disgraziate certe consunzioni, certe varici croniche, certe osteomalacie, certi disturbi locali innumeri e dolorosi? E non basta la visione di tutto il terribile armamentario chirurgico sciorinato nella vetrina d’ogni ginecologo a dimostrare i terribili pericoli annessi alla maternità? [p. 114 modifica]


La verità è un’altra. La verità è questa, che si teme, per il giorno in cui le pratiche neo malthusiane facili, sicure e innocue saranno a portata di tutte le donne, la prevalenza dell’ egoismo nei criteri di opportunità che determineranno il desiderio o il rifiuto d’una nuova gestazione. C'è, insomma, come una tacita intesa quasi esclusivamente maschile per mantenere alla spontaneità creativa il suo carattere di fatalità onde garantire un minimo di procreazione sicura.

L’allarme ci pare ingiustificato. Natura ha provveduto alla sicurezza della continuazione della specie mettendo nella donna anche l'istinto della maternità. Poi, c’è l’amore — l’amore, non l’istinto del piacere — che avrà sempre per supremo bisogno la creazione del vincolo indissolubile, del testimonio vivo. Bastano l'amore e l'istinto per garantire la specie.

Oltre, è il diritto dell’arbitrio e il dovere della responsabilità. Perchè come un dovere noi comprendiamo l'intervento della volontà nella spontaneità delle conseguenze del gesto di amore. [p. 115 modifica]Creare un figlio è una responsabilità così grande da incutere spavento. Alla creatura che noi chiamiamo, che verrà e alla quale non possiamo garantire né la bellezza nò P ingegno né la felicità, noi abbiamo il dovere assoluto di assicurare almeno la salute — per quanto sta in noi — e il pane.

E questa considerazione ci pare così ovvia da dare alla nostra convinzione il carattere d’un dovere.